Quanto sta sconvolgendo il nostro mondo è il risultato di processi di lungo corso che affondano le radici in fenomeni come il colonialismo, la storia dei grandi imperi, la lotta per la supremazia, la contrapposizione tra culture e religioni. Le democrazie sembrano diventare più fragili sotto i colpi di movimenti, partiti e fenomeni politici che si fanno forti di rigurgiti nazionalistici. Movimenti bellici, attacchi economici tramite la politica dei dazi e dei contro dazi, attacchi informatici vanno a costruire le complesse trame di guerre ibride che appaiono poco comprensibili. In questo scenario così confuso dove ogni giorno viene detto qualcosa che poi viene prontamente smentito o trasformato nel suo contrario, reperire informazioni, creare conoscenze e opinioni può apparire davvero complesso.
I social spesso alimentano il caos diffondendo fake news in una ulteriore espansione della guerra connessa alla infodemia. Leggere, documentarsi verificando le fonti, divengono le uniche possibilità per costruire un proprio pensiero rispetto a quanto sta accadendo. Riviste specializzate e canali dedicati (Limes e Geopop per citare alcuni esempi) offrono approfondimenti preziosi.
La psicologia può offrire alcuni spunti per leggere l’enorme complessità che si materializza davanti ai nostri occhi.

Freud e Einstein: Perché la Guerra?
Nel 1932 il padre della psicoanalisi e quello della fisica moderna, si confrontano in un dialogo epistolare sollecitato dalla Società delle Nazioni (antenata dell’ONU) a partire dalla domanda “Perché la guerra?” (Freud & Einstein, 1932).
Per Freud la guerra nasce dall’istinto aggressivo innato insito nell’uomo tanto a livello individuale quanto a livello collettivo. Coercizione e legami emotivi cementano i gruppi creando legami e coesione. Questo atteggiamento si traduce da un lato in solidarietà verso i membri del proprio gruppo, dall’altro in aggressività e conflittualità verso l’esterno.
L’unica soluzione per evitare la guerra è la creazione di organismi sovra nazionali. Le classi sociali dominanti e gli Stati non disponibili a cedere la loro sovranità si oppongono tuttavia alla formazione di questi organismi. Lo scenario viene quindi lasciato storicamente alla guerra che si risolve mediante la forza. Equilibri e unificazioni interne rimangono quindi sempre fragili e soggette a facile disgregazione. La dimensione creativa e la razionalità si contrappongono alla dimensione impulsiva e distruttiva.
La risposta di Freud arrivò alla domanda di Einstein “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”. Per il fisico la guerra è espressione del desiderio di potere e della violenza insite nell’uomo. Le minoranze al potere operano in modo manipolatorio convincendo le masse a combattere in nome di cause che non riconoscono e non condividono.
Individuo e massa, classi dominanti e leader iniziano quindi ad assumere un ruolo determinante nella definizione di questo sanguinoso problema.
Massa, individuo e leader
L’ascesa al potere delle dittature e la conseguente folle corsa verso le guerre mondiali, influenza gli studi di Freud sul tema della massa (Freud, 1921). Seguendo le riflessioni che erano già state di Le Bon (1895), la teoria freudiana ci parla di un individuo che si sente potente, deresponsabilizzato e che mette in scena comportamenti che da solo non avrebbe il coraggio di attivare. Nella massa circolano forze inconsce che si diffondono mediante contagio. La suggestionabilità, che Le Bon paragona a una perdita della personalità cosciente, porta l’individuo a regredire ad una forma di esistenza primitiva. Quando gli individui si trovano in un certo numero tendono a riunirsi sotto l’autorità di un capo a cui riconoscono una forma di prestigio capace di generare stupore e rispetto.
La concezione di leader per Freud e Bion
Per Bion (1961) l’individuazione del leader è funzione del gruppo. Non c’è possibilità per il singolo di comandare se il gruppo non lo vuole. Se per Freud il gruppo si identifica con il capo/leader, per Bion il leader raccoglie le proiezioni emotive legate all’assunto di base (fantasie inconsce di tipo magico onnipotente che hanno l’obiettivo di proteggere il gruppo dalla frustrazione) circolante. Per Freud il gruppo fa sue le caratteristiche del capo. Per Bion è il capo ad assumere su di sé le emozioni del gruppo.
In entrambe le teorizzazioni emerge un chiaro legame tra il leader e il gruppo.
La personalità del leader
In un’epoca in cui le dichiarazioni politiche si susseguono a colpi di post testimoniando strumenti e metodi comunicativi completamente cambiati rispetto al passato, la figura del leader assume caratteristiche diverse (Campus, 2016). La personalità del leader (insieme di tratti del carattere, motivazioni e credenze) definisce lo stile della leadership e quindi il modo con cui il leader si relaziona con gli elettori (Campus, 2017). Non sono più ideologie, simboli e partiti a comunicare, ma il leader in persona cerca di creare un legame diretto con i cittadini mediante la propria immagine. I feedback che arrivano dall’elettorato sono in grado di orientare le decisioni politiche e addirittura le scelte relative alla prosecuzione di una guerra.

Il legame tra leader e cittadino
La dimensione di personalizzazione sembra creare un rapporto quasi empatico tra il leader e il cittadino. Venendo meno la forma partito e lasciando il posto alla persona è come se l’elettore cercasse rassicurazione in figure da cui si sente capito, protetto, sostenuto. In periodi di crisi e difficoltà la tendenza è a scegliere figure di leader carismatiche, decise, con un’apparente maggior capacità di agency invece di uno stile cooperativo. La possibilità di rendere grande chi si sente deluso, tradito, minacciato, appare un potente motore. La capacità di comunicare vantando successi e risultati, creando, rinforzando idee di insicurezza e paventando soluzioni a riguardo, sembra essere premiata. L’utilizzo di un linguaggio semplice, in alcuni casi anche volgare, amplifica la sensazione di vicinanza (“lui/ lei sì che è uno/a di noi”). Anche la capacità di affermare la legge del più forte sembra avere un certo ascendente sull’elettorato.
Verso una nuova leadership
Un tempo dietro a una leadership esisteva un’idea, una precisa visione del mondo, della società e della politica. La personalizzazione della scena politica ha sostituito questi aspetti con l’interesse privato. Siccome il leader tutela il proprio interesse ci si sente rassicurati circa il fatto che anche l’individuo sarà tutelato nel farlo. L’assenza di idee e visioni rischia di fragilizzare le leadership rendendole passeggere. La conseguenza di questo cambiamento è il ripiegamento sul presente con la conseguente difficoltà a progettare a lungo termine e per il futuro. Le decisioni vengono prese nella speranza di tirare a campare senza che vi sia un’assunzione autentica di responsabilità. Io speriamo che me la cavo e ai problemi ci penserà qualcun altro. La scienza psicologica da questo punto di vista può favorire processi partecipativi, spazi di cambiamento ed empowerment soprattutto attraverso discipline come la psicologia di comunità.





