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Psicologia di Comunità: una panoramica

Psicologia di Comunità: una panoramica
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Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
22.7.2026
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Come ampiamente riportato in letteratura (Amerio, 2000; De Piccoli, 2007; Testoni & Mosso, 2015), la Psicologia di Comunità nasce negli Stati Uniti a metà degli anni ‘60.

Disuguaglianze sociali, conseguenti lotte per i diritti, problematiche legate alla salute mentale e conseguenti riforme in direzione del potenziamento delle comunità locali, tensioni per la guerra in Vietnam, anni di rigido comportamentismo, “spingono verso la coniugazione dell’intervento psicologico con l’intervento sociale e verso un’ottica che mira a ragionare in termini di risorse possibili da rinvenire e da attivare non tanto a livello istituzionale quanto della società civile [...]” (Ibidem, p.24).

Di fatto è in questo clima che nel 1965 a Swampscott si tiene un convegno a cui partecipano numerosi psicologi impegnati nel contrastare l’individualismo imperante in psichiatria e psicologia clinica sottolineando, per contro, l’importanza del contesto sociale. Il fatto di non abitare contesti isolati, ma interdipendenti, dove fattori sociali ed ecologici esercitano un ruolo nella strutturazione di stili di vita e disagio mentale (Ibidem), viene assunto come punto di osservazione, ricerca e intervento.

Capisaldi della Psicologia di Comunità

Nasce così la Psicologia di Comunità che, fin da subito:

  • intende prevenire più che curare i disturbi psichici attraverso la promozione del benessere individuale e sociale;
  • concepisce le persone non come pazienti ma come individui che cercano di affrontare i problemi del quotidiano mediante le risorse di cui dispongono;
  • afferma che “l’opera dello psicologo (di cui viene auspicata una formazione più largamente aperta in senso sociologico, economico, politico) deve essere perciò diretta soprattutto a rinvenire ad attivare le risorse possibili, accrescendo capacità, contribuendo ad annodare reti sociali, favorendo l’iniziativa dei singoli e dei gruppi.” (Amerio, 2000, p.25).
  • ridefinisce di fatto il setting concependo un movimento in uscita verso i problemi dell’umano nella loro manifestazione nell’ambiente sociale.

Il contesto europeo (lotte sociali e formazioni di partiti politici) e italiano differiscono da quello americano soprattutto per quanto concerne la minor presenza di una dimensione individualistica anche nella psicologia sociale. Contributi psicoanalitici (Istituto Tavistock e Bion), clinici (Ugazio, Scabini e Cigoli), della psicologia evolutiva (Camaioni) descrivono un individuo in continua interazione con il contesto culturale e l’ambiente sociale (Amerio, 2000). Si arriva così alla seguente definizione di Psicologia di Comunità:

“[...] un’area di ricerca e di intervento sui problemi umani e sociali che si rivolge eminentemente alla loro interfaccia tra la sfera individuale e quella collettiva, tra la sfera psicologica e quella sociale” (Amerio, 2000, p.34).

Scorcio di paesaggio urbano con balcone, finestra e piante in vaso in primo piano.
Mets Street – Pexels

Gli obiettivi

Una riflessione teorica e una prospettiva di intervento che mirano a ricomporre la contrapposizione tra livello individuale e livello sociale mediante i seguenti ingredienti riassunti da Amerio (2000, p.36):

  • Apertura al dato sociale
  • collaborazione interdisciplinare
  • “ottica non individualistica sui processi mentali”
  • “richiamo alle componenti sociali implicate nel disturbo psichico”
  • “attenzione al dato psicologico di fondo”

Si uniscono la psicologia sociale e la concezione di “cura per l’uomo”, concepito non solo come oggetto di studio, ma come soggetto da aiutare, tipica della psicologia clinica. Proprio questa prospettiva di aiuto alla persona viene fatta propria dalla psicologia di comunità.

Psicologia di Comunità: differenze tra psicologia clinica e sociale

La psicologia clinica si occupa prettamente di patologia, di processi di diagnosi, terapia e cura come restituzione della normalità. Ovviamente emerge una chiara prevalenza della dimensione individualistica che la psicologia di comunità non dimentica, ma che integra con quella sociale. Amerio (2000, pp.39-40) definisce la psicologia clinica come “un’area o una maxi-area” della Psicologia di Comunità, ma “anche qualcosa di più”.

Galimberti (2018, p.1033) definisce la psicologia sociale come la “disciplina che studia le interazioni umane e le relazioni interpersonali a livello di individui, gruppi istituzioni, nonché le varie tematiche evidenziate dalle situazioni sociali come l’influenza sociale, l’attrazione sociale, la comunicazione, la coesione, il cambiamento che sono alla base delle dinamiche che regolano la vita dei gruppi, delle organizzazioni e delle istituzioni sociali”.

In cosa allora le due discipline si differenziano? La psicologia di comunità, come detto, valorizza la dimensione individuale e di cura tipica dell’approccio clinico e, inoltre, incentra la sua azione, che è anche politica (Amerio, 2000), all’interno di una comunità.

Testoni & Mosso (2015, p.4) forniscono la seguente definizione di comunità: “struttura organizzativa sociale [...] di estensione limitata, ove coloro che sono in relazione condividono una storia basata su caratteristiche considerate significative e in grado di conferire un’identità sulla base di valori, tradizioni, costumi. Il termine si riferisce anche a gruppi umani di dimensioni ridotte che convivono in spazi limitati o addirittura cibernetici, ove i rapporti siano comunque finalizzati al perseguimento di fini comuni e caratterizzati da un’organizzazione interna stabile, con regolamentazione partecipata, divisione di compiti e ruoli”.

Inoltre gli obiettivi della psicologia di comunità riguardano l’individuazione e la promozione delle risorse individuali, gruppali e sociali di un determinato contesto (spesso si tratta di realtà marginali o emarginate come quelle relative a stranieri, migranti, adolescenti, anziani, persone con disagio psichico o disabilità) al fine di promuovere salute, benessere, crescita e sviluppo nell’articolazione tra livello individuale e livello collettivo.

Ambiti e metodologie, modelli di intervento

Come messo in evidenza dalle linee guida del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi gli ambiti, le metodologie, i modelli di intervento in psicologia di comunità sono i seguenti:

  • Modello interventista basato sul concetto di prevenzione e di Empowerment (Perkins & Zimmerman, 1995), quindi sull’identificazione e promozione delle risorse individuali e collettive nell’ottica emancipatoria dell’aumento delle capacità di coping e di creazione di salute e benessere;
  • Modello interdisciplinare che si articola nella collaborazione con varie discipline (sociologia, scienze politiche, economiche, mediche, epidemiologia, servizio sociale, ecologia);
  • Metodologie basate sulla partecipazione come la ricerca azione (Lewin, 1951). Si tratta di un modello basato su diversi cicli di pianificazione, esecuzione e valutazione o inchiesta che ha lo scopo di fornire informazioni circa i cambiamenti raggiunti (vero obiettivo trasformativo della ricerca partecipata) e le basi per la riprogettazione di eventuali interventi successivi.
  • Gli ambiti in cui applicare la promozione delle risorse individuali e collettive sono i più disparati:
  • gruppi sociali in condizione di vulnerabilità, svantaggio, marginalità (disoccupati, migranti, persone con limitazione o privazione dei diritti civili, minoranze etniche o religiose);
  • sviluppo del capitale sociale (Testoni & Mosso, 2015) atto a promuovere il corretto funzionamento della comunità, “sviluppo di comunità competenti, identificazione di rischi sociali collettivi (violenza urbana, povertà, disoccupazione di lungo periodo, razzismo, omofobia, discriminazione e diritti civili, incidenti stradali, in casa e sul lavoro, insuccesso scolastico, varie forme di dipendenza e abuso di sostanze, ecc.), alla formazione di operatori in vari campi del lavoro sociale e sanitario” (CNOP, p.3);
  • organismi locali nell’articolazione del loro rapporto e dell’impatto con la comunità di riferimento (famiglie, associazioni di volontariato e sportive, cooperative, scuole, istituzioni politiche e religiose) nella fondamentale declinazione del lavoro di rete (Maguire, 1994; Amerio, 2000).

Cosa fa lo Psicologo di Comunità?

Il “vedo gente faccio cose” di morettiana memoria (Moretti, 1978) si presta spesso a riassumere la complessità fumosa dei lavori con laurea in psicologia in generale, della psicologia di comunità nello specifico. Facendoci aiutare dalle linee guida del CNOP (pp. 4-5) cerchiamo di tratteggiare un identikit dello psicologo di comunità. Si tratta di un professionista che:

  • effettua l’assessment dei bisogni individuali e collettivi per individuare i fattori di rischio e protezione per la salute bio-psico-sociale in diversi contesti;
  • effettua diagnosi e assessment delle caratteristiche personali, delle risorse psicosociali, dei bisogni e delle aspettative;
  • Si occupa della selezione, costruzione, adattamento, standardizzazione e somministrazione di strumenti di indagine psicologica;
  • Si occupa della “analisi delle caratteristiche sociali di una comunità allargata (profilo di comunità)” (CNOP, p.4);
  • Si occupa di progettare e realizzare interventi di ricerca-azione;
  • Effettua consulenza circa la progettazione e la realizzazione di interventi di prevenzione e promozione del benessere e della salute;
  • Esegue la valutazione degli esiti dei progetti di intervento nella comunità finalizzati alla soluzione di problemi psicosociali dei cittadini;
  • Esegue la valutazione della soddisfazione circa i servizi alla persona coinvolgendo attivamente i cittadini nelle azioni di riprogettazione e miglioramento;
  • Effettua azioni di counselling individuale e comunitario volto alla gestione di situazioni stressanti;
  • Realizza interventi psicosociali volti alla promozione di competenze sociali utili al miglioramento dei comportamenti finalizzati al benessere e alla salute e alla riduzione di quelli a rischio;
  • Interviene con la supervisione e la formazione per operatori sociali e sanitari;
  • Realizza ricerche e attività didattiche in linea con gli ambiti previsti dalla legge 56/1989.
  • Effettua consulenza a beneficio di politici e decisori locali impegnati nella realizzazione di progetti di politiche socio sanitarie, assistenziali e piani di zona.

A titolo esemplificativo riportiamo un accenno al “Progetto Periferie” descritto da De Piccoli (2007). Partito nel 1997 a Torino, il progetto si proponeva di promuovere il senso di appartenenza al territorio, favorire la comunicazione e il superamento delle visioni parziali sostituendole con la definizione di un “interesse comune” (De Piccoli, 2007, p. 82). Coinvolgimento della popolazione nella progettazione, promozione del senso di comunità, interventi di miglioramento e riqualificazione dell’ambiente urbano decisi con gli abitanti, coinvolgimento di enti e istituzioni locali (ASL, circoscrizioni, scuole, cooperative, parrocchie, sindacati), hanno rappresentato il cuore del progetto.

Un gruppo di mani di persone con tatuaggi e unghie colorate che simboleggiano l'unità sull'erba.
Anastasia  Shuraeva – Pexels

Come diventare psicologo di comunità

Per diventare psicologo di comunità è necessario conseguire la Laurea Magistrale LM/51 in Psicologia. Numerosi atenei presentano corsi di Psicologia di comunità nel proprio percorso formativo sia nella triennale in scienze e tecniche psicologiche che nei percorsi magistrali (soprattutto in Psicologia Clinica). L’università di Bologna attiverà per l’anno accademico 2024-2025 un corso di Laurea Magistrale in Psicologia scolastica e di comunità. Anche l’Università di Padova propone un corso di laurea magistrale dal titolo Psicologia di Comunità, Promozione del Benessere e del Cambiamento sociale. Nel 2023 l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha erogato il Master in interventi psicologici di comunità. L’inserimento sul mercato del lavoro avviene nei servizi sociali, sanitari, educativi sia pubblici che privati. Ad esempio può concretizzarsi nei servizi di prevenzione, di salute pubblica (come i SERD) del Sistema Sanitario Nazionale (in questo caso può essere però richiesto un titolo di specializzazione in Psicoterapia). In alternativa lo psicologo di comunità può operare come socio di cooperative, come libero professionista o in ambiti di ricerca. Nonostante non sia richiesta, di fatto, una formazione specifica, vista la peculiarità della tipologia di approccio teorico e di intervento, approfondimenti formativi con Master o scuole di alta formazione sono consigliati.

Suggerimenti bibliografici

A conclusione, riportiamo direttamente dalle linee guida CNOP alcuni suggerimenti bibliografici per approfondire la tematica:

  • Amerio, P. (2000), Psicologia di Comunità. Bologna, Il Mulino.
  • Arcidiacono C., (a cura di), (2004), Volontariato e legami collettivi. Bisogni di comunità e relazione reciproca, Milano, Angeli.
  • De Piccoli N., (2013), Salute e qualità della vita nella società del benessere, Roma, Carocci.
  • Francescato D., Tomai M., Mebane M.E., (2004), Psicologia di comunità per la scuola, l'orientamento e la formazione, Bologna, Il Mulino.
  • Francescato D., Tomai M., Ghirelli G., (2002), Fondamenti di psicologia di comunità. Principi, strumenti, ambiti di applicazione, Roma, Carocci.
  • Lavanco G., Novara C., (2006), Elementi di Psicologia di comunità. Dalla teoria all’intervento, Milano, Mondadori.
  • Leone L., Prezza M., (2003), Costruire e valutare i progetti nel sociale, Milano, Franco Angeli.
  • Mannarini T., (2004), Comunità e partecipazione, Milano, Angeli.
  • Martini E.R., Torti A., (2003), Fare lavoro di comunità, Roma, Carocci.
  • Nicoli A., Pellegrino V., (a cura di) (2011), L'empowerment nei servizi sanitari e sociali., Roma, Il Pensiero Scientifico Editore.
  • Prezza M., Santinello M., (2002), Conoscere la comunità, Bologna, Il Mulino.
  • Ripamonti E., (2011), Collaborare: Metodi partecipativi per il sociale, Roma, Carocci.
  • Santinello M., Dallago L., Vieno A., (2009), Fondamenti di psicologia di comunità, Bologna, Il Mulino.
  • Varveri L., Lavanco G., (2008), Psicologia del mutamento sociale, Milano, Angeli.
  • Zani B., (a cura di), (2012), Psicologia di comunità: Prospettive, idee, metodi Roma, Carocci.
  • Zani B., Palmonari A., (1996), Manuale Psicologia di Comunità, Bologna, Il Mulino.

Ci permettiamo di aggiungere a questo elenco i seguenti testi partoriti in seno al gruppo di ricerca iniziato dal Professor Piero Amerio presso l’Università di Torino (tra gli atenei di riferimento per la psicologia di comunità):

  • Amerio, P. (2013). L'altro necessario: contro la solitudine della società moderna.
  • Testoni, I., & Mosso, C. (2015). Dai gruppi alla comunità. Problemi umani e società inclusiva (pp. 3-241). UTET.

Infine citiamo la Società Italiana di Psicologia di Comunità (SIPCO) che procede alla pubblicazione di una propria rivista Psicologia di Comunità.

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