A settembre succede qualcosa di curioso: non cambia davvero l’anno, eppure molte persone avvertono una sensazione di ripartenza quasi più concreta di quella di gennaio. Tornano gli orari, ricominciano scuole e attività, le agende si riempiono e riaffiora il desiderio di rimettere ordine in ciò che nei mesi precedenti era rimasto sospeso.
C’è chi decide di tornare in palestra, chi riprende un progetto, chi sente il bisogno di cambiare abitudini, organizzare diversamente le giornate o finalmente affrontare una questione rimandata. Questa spinta non dipende semplicemente dalla fine delle vacanze: settembre funziona per molte persone come un confine psicologico, un momento che divide simbolicamente un “prima” da un “dopo” e rende più facile immaginare che qualcosa possa essere fatto diversamente.
Percezione del tempo: cosa dice la psicologia
La psicologia mostra infatti che non percepiamo il tempo come una successione indistinta di giorni. Alcune date diventano marcatori particolari attraverso i quali organizziamo la nostra storia: un compleanno, il lunedì, l’inizio di un mese, il Capodanno o l’avvio di una nuova fase. Dai, Milkman e Riis (2014) hanno definito fresh start effect la maggiore motivazione verso alcuni obiettivi che può emergere in corrispondenza di questi confini temporali.
Il nuovo periodo crea una certa distanza psicologica rispetto a ciò che viene percepito come appartenente alla fase precedente e può farci sentire meno vincolati dagli errori o dalle abitudini del passato. Anche Peetz e Wilson (2013), studiando il ruolo di date significative come i compleanni, hanno mostrato come i marcatori temporali possano modificare il modo in cui valutiamo il nostro sé passato e futuro. In altre parole, il calendario non cambia magicamente chi siamo, ma può offrirci una cornice attraverso cui pensare a noi stessi in modo diverso.

Perché settembre non è un secondo gennaio
Se gennaio rappresenta soprattutto un nuovo inizio simbolico, settembre arriva dopo una discontinuità molto più concreta. Durante l’estate, anche per chi non trascorre settimane in viaggio, cambiano spesso ritmi, orari, attività sociali e organizzazione delle giornate; alcuni impegni si interrompono, altri rallentano e la quotidianità perde temporaneamente una parte della sua struttura abituale.
Le vacanze possono inoltre produrre un reale beneficio sul benessere e sul recupero dallo stress, soprattutto quando permettono un effettivo distacco dal lavoro; le ricerche sul recupero post-vacanza mostrano però anche che parte di questi benefici tende a ridursi una volta ripresa la normale routine (de Bloom et al., 2009; Grant et al., 2025).
È proprio questo passaggio a rendere settembre psicologicamente interessante. Tornare non significa soltanto riaprire l’agenda: significa rientrare in una vita dalla quale, almeno in parte, ci siamo temporaneamente allontanati. La distanza può permetterci di vedere meglio ciò a cui durante l’anno ci eravamo abituati; possiamo accorgerci che senza certi ritmi dormivamo meglio, che avevamo più energia, che ci mancava avere tempo per leggere, camminare o stare con qualcuno.
Per questo settembre è diverso da gennaio: a gennaio immaginiamo soprattutto ciò che vorremmo essere; a settembre possiamo confrontare la vita a cui stiamo tornando con l’esperienza concreta di essercene allontanati per un po’.
Settembre: nuovo inizio da sempre
A rafforzare questa sensazione contribuisce anche la nostra storia personale. Per molti anni settembre è stato realmente l’inizio di qualcosa: una nuova classe, nuovi insegnanti, nuovi libri, attività che ricominciavano e una struttura dell’anno completamente rinnovata. Questo calendario sociale continua in parte anche nella vita adulta, perché corsi, palestre, programmazioni lavorative e molti progetti riprendono proprio dopo l’estate. Non è quindi necessario parlare di un particolare “istinto di settembre”: il mese possiede un significato psicologico perché per anni abbiamo imparato ad associarlo alla ripartenza e perché l’ambiente intorno a noi continua a comportarsi come se una nuova stagione stesse iniziando.
Settembre e ansia da prestazione
Il problema nasce quando utilizziamo questa sensazione di nuovo inizio per costruire una versione ideale di noi stessi. “Da settembre mi organizzo meglio, mangio bene, torno ad allenarmi, dormo di più, vedo gli amici, risparmio, lavoro meno e smetto di rimandare.” Nel giro di pochi giorni la ripartenza rischia di trasformarsi in una lista di richieste rivolte a un sé futuro che immaginiamo improvvisamente più disciplinato, motivato e capace di quello attuale.
Il rischio è attribuire il fallimento successivo a una mancanza di volontà, quando in realtà abbiamo semplicemente costruito il cambiamento senza tenere conto della vita nella quale dovrebbe essere mantenuto.
Esiste anche un altro paradosso: aspettare il “momento giusto” per ricominciare può diventare un modo per rimandare. La ricerca sui marcatori temporali suggerisce infatti che anticipare un nuovo inizio può, in alcune circostanze, ridurre l’impegno nel presente. Se settembre sarà il mese in cui “farò tutto seriamente”, agosto diventa facilmente il periodo in cui non vale più la pena modificare nulla. Il calendario, quindi, può aiutarci a iniziare ma anche alimentare quella logica del “da lunedì” che continua a spostare il cambiamento un po’ più avanti.

Ricominciare e ripartire
Il modo più interessante di utilizzare settembre potrebbe allora essere meno spettacolare. Invece di chiederci immediatamente cosa aggiungere, potremmo osservare cosa la pausa estiva ci ha fatto capire. Se il rientro ci restituisce immediatamente una sensazione di saturazione, la domanda potrebbe non essere “come posso diventare più efficiente?”, ma “quanto di questa organizzazione è davvero sostenibile per me?”.
Ricominciare, quindi, non significa necessariamente fare di più. Può voler dire selezionare, ridurre, interrompere o modificare. Questa prospettiva rende settembre meno simile a un secondo Capodanno e più simile a un momento di verifica: non ci chiede di costruire una nuova identità, ma di osservare se la vita che stiamo riprendendo corrisponde ancora ai bisogni e alle priorità che abbiamo oggi.
Ed è importante ricordare che non tutti vivono settembre con energia. Alcune persone tornano dalle ferie confuse, stanche o malinconiche e, mentre intorno si moltiplicano discorsi su obiettivi e ripartenze, possono avere la sensazione di essere rimaste indietro. Ma i marcatori temporali funzionano perché attribuiamo loro significato, non perché esista un obbligo psicologico a ricominciare in una certa data. Anche non sapere ancora cosa vogliamo cambiare può essere parte di una fase di transizione, senza che questo significhi aver perso l’occasione giusta.
Settembre come occasione per scegliere, non per ripartire da zero
Forse il fascino di settembre sta proprio nella possibilità di guardare con occhi leggermente diversi qualcosa che conosciamo molto bene: la nostra quotidianità. Per qualche settimana, ciò che durante l’anno facciamo in automatico torna a essere visibile e quindi, almeno in parte, modificabile. Possiamo riprendere alcune cose con entusiasmo, renderne altre più sostenibili e riconoscere che qualcuna non vogliamo più considerarla inevitabile.
Non serve, quindi, trasformare settembre in un mese di rivoluzioni personali. Il valore di un nuovo inizio non sta necessariamente nel cambiare tutto, ma nel creare abbastanza distanza da poter distinguere ciò che scegliamo da ciò che continuiamo soltanto per abitudine.
In questo senso settembre non è gennaio, e forse non dovrebbe cercare di esserlo. Non promette una vita completamente nuova: ci restituisce quella che abbiamo già e, per un breve momento, ci invita a chiederci come vogliamo tornarci dentro.






