Psicologia della salute

Comfort eating e benessere emotivo: un report sul rapporto tra cibo ed emozioni in Italia

Comfort eating e benessere emotivo: un report sul rapporto tra cibo ed emozioni in Italia
Redazione
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il
Ultimo aggiornamento il
23.2.2026
Comfort eating e benessere emotivo: un report sul rapporto tra cibo ed emozioni in Italia
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Il legame tra nutrizione e benessere psico-fisico rappresenta uno degli aspetti più complessi e universali dell'esperienza umana. Il cibo infatti è ovviamente una necessità biologica alla base della piramide dei bisogni di Maslow, maha anche molteplici implicazioni culturali, sociali, relazionali. Per questo motivo può svolgere anche una funzione psicologica secondaria fungere da strumento di regolazione emotiva, fonte di sollievo immediato o risposta alle pressioni ambientali. Questo report, basato su un'indagine approfondita che ha coinvolto 1.734 italiani, esplora il fenomeno del "comfort eating" all'interno della popolazione italiana.

I dati indagano con quale frequenza la fame emotiva prevalga sul bisogno fisiologico, le specifiche situazioni di vita — dallo stress lavorativo all'isolamento sociale — che innescano questi comportamenti e il conseguente impatto emotivo derivante dall'uso del cibo come meccanismo di coping. Esaminando le correlazioni tra umore, età e percezione dell’immagine corporea, questi risultati suggeriscono il possibile carico emotivo sottostante che spesso rimane inespresso e sono una base per riflettere sui modelli psicologici che caratterizzano il nostro rapporto quotidiano con il nutrimento.

Principali evidenze:

  • Il 71,9% degli italiani pratica il comfort eating almeno una volta alla settimana; per il 14,5% è un'abitudine quotidiana.
  • Lo Stress è il principale motore emotivo per il 27,7% degli intervistati, seguito dalla Noia (19,0%) e dalla Tristezza (14,6%).
  • Lo Stress Lavorativo rappresenta il trigger situazionale più significativo, citato dal 31,4% del campione, in particolare nella fascia 30–44 anni.
  • Il 41,6% delle persone riferisce di sentirsi in colpa dopo aver mangiato per conforto; solo il 19,7% si sente effettivamente confortato.
  • La "Trappola del senso di colpa" aumenta con la frequenza: la percentuale di chi prova colpa sale dal 29,5% (rari) al 53,6% (quotidiani).
  • Mangiare per conforto (58,2%) e Scorrere senza sosta i social media (54,4%) sono i due comportamenti più comuni per gestire la sensazione di sopraffazione.
  • Il 52,4% degli italiani è insoddisfatto della propria immagine corporea; il 12,7% si definisce "estremamente insoddisfatto".
  • L'80% del comfort eating avviene nella riservatezza della casa, confermandosi come un'abitudine spesso nascosta o "segreta".

La maggioranza degli italiani ricorre al comfort eating più volte a settimana

Il nostro report rivela che l'atto di mangiare per conforto emotivo, piuttosto che per fame fisiologica, è un'esperienza profondamente radicata nella stragrande maggioranza degli italiani. Dai dati emerge che un significativo 71,9% degli intervistati dichiara di ricorrere al "comfort eating" almeno una volta alla settimana. Ciò suggerisce che, per molti, il cibo possa essere  diventato uno strumento di regolazione emotiva e una risposta comune all’impatto emotivo delle pressioni e delle sfide della vita quotidiana.

È particolarmente degno di nota il fatto che oltre un terzo del campione (35,7%) mangi per confortarsi diverse volte alla settimana, mentre il 14,5% descrive questo comportamento come un’abitudine quotidiano. La costante presenza di emotional eating nella routine quotidiana suggerisce che tale abitudine venga spesso utilizzata come un meccanismo per gestire le fluttuazioni emotive, piuttosto che come un semplice sfizio occasionale. Al contrario, solo un marginale 3,5% dei partecipanti afferma di non mangiare "mai" per conforto, evidenziando come quasi l'intera popolazione abbia sperimentato il ruolo che ha l’assunzione di cibo nella gestione delle emozioni . L’ampia diffusione di questi comportamenti emersa dai risultati dell'indagine sottolinea quanto sarebbe importante per le persone imparare a identificare i bisogni emotivi sottostanti che guidano il nostro rapporto con il nutrimento.

Sfumature demografiche: genere ed età

I dati rivelano inoltre un significativo divario demografico nella frequenza di questo comportamento. Le donne sembrano affidarsi più frequentemente a questo meccanismo, con il 52% che riferisce di praticare il comfort eating almeno diverse volte alla settimana, rispetto al 41% degli uomini. Inoltre, l'intensità di questa abitudine sembra raggiungere il picco con l'avanzare dell'età; il comfort eating quotidiano è più frequente nella fascia d'età 45–60 anni (21%), una percentuale quasi doppia rispetto agli intervistati sotto i 30 anni. Queste statistiche  suggeriscono che le fasi della vita spesso associate a maggiori responsabilità e stress accumulato possano intensificare il bisogno di un sollievo emotivo immediato attraverso il cibo.

La correlazione con la dieta

Nei risultati del sondaggio esiste una correlazione tra le diete croniche e la frequenza giornaliera. Solo il 5,9% di coloro che non hanno "mai" seguito una dieta mangia quotidianamente per consolarsi, mentre il 24,3% di coloro che hanno seguito una dieta "più volte" lo fa ogni giorno.

Lo stress è la causa principale del comfort eating?

Per comprendere appieno le radici psicologiche del comfort eating, è essenziale osservare i trigger emotivi specifici che spingono le persone verso il cibo. I nostri risultati indicano che lo Stress risulta essere il catalizzatore primario, citato dal 27,7% degli intervistati. Ciò suggerisce che, per una parte significativa della popolazione, l'atto di mangiare funge da risposta principale alla tensione accumulata durante il giorno. Dopo lo stress, la Noia (19%) e la Tristezza (14,6%) emergono come frequenti fattori innescanti il comportamento Questa gerarchia di stimoli evidenzia come il cibo venga spesso utilizzato non solo per trovare sollievo nei momenti difficili, ma anche come forma di compensazione per quando si prova sensazioni di vuoto o inattività.

Altri stati come l'Ansia (9,1%) e l’evitamento delle emozioni (7,1%), illustrano ulteriormente il ruolo del cibo come strumento di regolazione emotiva. È interessante notare che il comfort eating non sia legato esclusivamente a stati negativi; l'8,4% dei partecipanti lo associa alla Felicità e alle Celebrazioni, indicando che questo comportamento è profondamente intrecciato anche ai nostri sistemi sociali e meccanismi di ricompensa. La varietà di questi trigger conferma che la relazione tra umore e cibo è complessa e sfaccettata, fungendo da pattern versatile per modulare gli stati interni, sia per le situazioni in cui si ha bisogno di attenuare il disagio, sia in quelle in cui si desidera amplificare la gioia.

Cambiamenti generazionali nei trigger

I dati rivelano modelli distinti tra le diverse fasce d'età, suggerendo che le fasi della vita influenzino significativamente i trigger emotivi. La fascia demografica "Sotto i 30 anni" è quella con la maggiore probabilità di essere guidata dalla Noia (23,9%), dato che scende al 16% per chi ha un'età compresa tra i 45 e i 60 anni. Al contrario, gli intervistati tra i 30 e i 44 anni risultano essere i più colpiti dallo Stress (30%). Questo cambiamento suggerisce che, mentre i più giovani possono usare il cibo per ovviare alla mancanza di stimoli, chi si trova nella fascia d'età intermedia vi fa affidamento in modo più massiccio per gestire i picchi di pressione legati alla carriera e alle responsabilità familiari.

Il lavoro potrebbe causare danni sia mentali che fisici

I risultati della nostra indagine evidenziano come l'ambiente lavorativo non sia solo una fonte di sviluppo professionale, ma anche il più significativo fattore situazionale che spinge al comfort eating. Lo Stress lavorativo si distingue come il principale fattore di vita, citato dal 31,4% degli intervistati. Questo dato suggerisce che, per molti italiani, la pressione delle scadenze, il carico di lavoro e le aspettative professionali abbiano un impatto diretto sulle abitudini alimentari, trasformando il cibo in uno strumento per gestire le complessità della giornata lavorativa. Seguono a breve distanza i Problemi relazionali (20,6%), a indicare che le dinamiche interpersonali all'interno della casa e delle cerchie sociali rappresentano un altro pilastro fondamentale che incide sul benessere psicofisico.

I dati mostrano inoltre che il bisogno di mangiare per conforto è spesso legato a sfide strutturali e sociali. L'Isolamento sociale (9,5%) e i Problemi familiari (8,9%) sono contributori significativi, mentre fattori meno frequenti come le Preoccupazioni finanziarie (3,4%) e i Problemi di salute (1,7%) completano il quadro. Questi risultati implicano che il comfort eating sia frequentemente una reazione all'ambiente che abitiamo; quando le situazioni esterne diventano opprimenti o isolanti, l'individuo può cercare un conforto immediato e tangibile attraverso il cibo come modo per gestire la tensione interna che ne deriva.

Isolamento vs. Famiglia

I motori situazionali del comfort eating cambiano notevolmente con l'età. I partecipanti più giovani (sotto i 30 anni) indicano l'Isolamento sociale come trigger con una frequenza significativamente maggiore (11,6%) rispetto alla fascia d'età 45–60 anni (6,5%), riflettendo le vulnerabilità specifiche legate alla connessione sociale nella prima età adulta. Al contrario, per chi ha più di 60 anni, i Problemi familiari diventano il trigger situazionale dominante, con un picco del 27,8%. Si tratta di una percentuale quasi quattro volte superiore a quella riportata dalla fascia demografica sotto i 44 anni (7,5%), evidenziando come il focus delle preoccupazioni emotive si sposti spesso verso le dinamiche familiari e i ruoli di cura nelle fasi più avanzate della vita.

Il comfort eating porta a sentimenti di colpa

I dati rivelano un netto contrasto tra l'intenzione iniziale che spinge al comfort eating e il suo effetto sulla persona. Sebbene ci si rivolga al cibo in cerca di consolazione, l'emozione principale riportata dopo l'atto è il senso di colpa, citato dal 41,6% degli intervistati. Ciò indica un contraccolpo psicologico, in cui il sollievo temporaneo fornito dal cibo viene rapidamente sostituito da una valutazione negativa di sé. Questo ciclo è ulteriormente evidenziato dal fatto che solo una minoranza dei partecipanti si sente effettivamente consolata (19,7%) o rilassata (9%) dopo aver mangiato, mentre alcuni riferiscono addirittura di provare vergogna (5,2%). Questi risultati suggeriscono che, per molti, tale comportamento funga più da fonte di ulteriore disagio che da meccanismo di coping funzionale.

Questa discrepanza tra aspettativa e realtà sottolinea la natura complessa del nostro rapporto con il cibo. L'alta incidenza del senso di colpa e il basso tasso di gioia duratura (4,4%) indicano un conflitto emotivo ricorrente. Da una prospettiva psicologica, ciò suggerisce che l'atto del comfort eating sia spesso percepito come una perdita di controllo o un comportamento che ha ripercussioni sulla salute: anziché rispondere allo stressor in modo efficace, crea un circuito ulteriore di disagio. La trappola della frequenza e le differenze di genere.

L'intensità di queste emozioni negative appare strettamente legata alla frequenza del comportamento. La nostra analisi mostra una "trappola del senso di colpa": tra coloro che mangiano per conforto "Raramente", solo il 29,5% riferisce di sentirsi in colpa, mentre per chi lo fa "Ogni giorno", questa cifra schizza al 53,6%. Ciò suggerisce che, man mano che il comportamento diventa più abituale, il peso psicologico associato aumenta in modo significativo. Inoltre, emerge una nota sfumatura di genere: gli uomini riferiscono di sentirsi rilassati dopo il comfort eating con una frequenza maggiore (12,2%) rispetto alle donne (8,3%). Questo indica che il valore della ricompensa immediata può differire tra i generi, influenzando potenzialmente il modo in cui l'abitudine viene mantenuta o percepita nel tempo.

I comportamenti più comuni in risposta allo stress

I nostri risultati indicano che, di fronte allo stress o a una sensazione di sopraffazione, gli italiani adottano una vasta gamma di meccanismi di coping, con una chiara inclinazione verso attività sedentarie e basate sul consumo. Il Mangiare per conforto emerge come la risposta più frequente, citata dal 58,2% del campione, seguita da vicino dallo Scorrere i social media (54,4%). Questi due comportamenti suggeriscono una ricerca comune di un sollievo immediato guidato dalla dopamina che richiede un basso sforzo fisico. Anche guardare serie TV o film (41,5%) occupa una posizione elevata, rafforzando l'idea che la "sedazione digitale" e il cibo siano i principali strumenti utilizzati per staccarsi dai fattori di stress.

Sebbene i comportamenti passivi dominino la scena, una parte significativa della popolazione fa ancora affidamento sulla connessione sociale, con il 35,5% che sceglie di parlare con amici o familiari. Tuttavia, strategie regolatorie più tradizionalmente "sane" o proattive, come l'Esercizio fisico (21,2%) e la Meditazione (10,3%), sono utilizzate molto meno frequentemente rispetto ad abitudini basate sul consumo come il Fumo e lo svapo (24,1%) o lo Shopping (21,5%). Questa distribuzione suggerisce che, nei momenti di stress acuto, l'effetto "lenitivo" immediato del cibo o dell'intrattenimento digitale spesso prevalga su comportamenti orientati alla salute a lungo termine ma più impegnativi.

Il divario digitale e fisico

I dati evidenziano un profondo cambiamento generazionale nel modo in cui viene gestito lo stress. Per chi ha meno di 30 anni, i social media rappresentano una risposta allo stress quasi universale, utilizzata dal 63,6%, mentre questa cifra scende a solo il 14,8% per gli over 60. Osserviamo anche un costante "declino dell'esercizio fisico": il gruppo "Sotto i 30 anni" mostra il maggior interesse per l'attività fisica come sollievo dallo stress (23,7%), una preferenza che diminuisce con l'età, raggiungendo il punto più basso nella categoria over 60 (14,8%). Ciò suggerisce che, con l'avanzare dell'età, gli individui possano allontanarsi dallo sforzo fisico come strumento di regolazione, aumentando potenzialmente la dipendenza da altri comfort situazionali o legati al consumo.

La maggioranza crede che il comfort eating sia poco sano

La percezione collettiva del comfort eating in Italia è caratterizzata da un significativo senso di conflitto interno. Sebbene il comportamento sia diffuso, la maggioranza degli intervistati lo osserva attraverso una lente critica, etichettandolo spesso come un'abitudine “malsana". Questa prospettiva suggerisce che, mentre il cibo fornisce un contenitore emotivo momentaneo, gli individui sono profondamente consapevoli del potenziale impatto a lungo termine sul proprio benessere psico-fisico. Questa tensione interna — riconoscere un comportamento come "disfunzionale" e allo stesso tempo farvi affidamento per trovare sollievo — è un elemento portante del carico emotivo associato al comfort eating.

I nostri risultati indicano inoltre che il modo in cui questo comportamento viene categorizzato varia in base alla prospettiva personale e al genere. Per molti, l'atto non è visto come una semplice scelta, ma come una reazione a pressioni esterne. Vedendo il comfort eating come un'abitudine “malsana" piuttosto che come una strategia di coping sostenibile, la popolazione evidenzia una carenza nella disponibilità di altri strumenti di regolazione emotiva. Ciò suggerisce che la prevalenza del comfort eating non sia dovuta a una mancanza di consapevolezza riguardo alla salute, quanto piuttosto a una mancanza di alternative efficaci e accessibili per gestire i picchi di disagio emotivo.

Ansia sociale e meccanismi di difesa 

I dati rivelano sfumature interessanti riguardo a dove e perché si verifica questo comportamento. Sebbene il comfort eating sia prevalentemente un'esperienza privata — con l'80% degli intervistati che lo pratica a casa — si manifesta anche in contesti pubblici come strumento di navigazione sociale. È interessante notare che gli uomini hanno maggiori probabilità di usare cibo o bevande per gestire l'ansia durante gli eventi sociali: il 20,7% ammette di farlo "Spesso" o "Sempre", contro il 15,5% delle donne. Inoltre, le donne sono più inclini a vedere il comfort eating come un "Meccanismo di difesa" (28,5%) piuttosto che come un "Ricompensa" (20,5%), suggerendo che per il campione femminile l'atto sia più strettamente legato a trovare un rifugio nel cibo piuttosto che un piacere temporaneo

La maggioranza degli italiani non è soddisfatta della propria immagine corporea

La relazione tra benessere emotivo e percezione del proprio corpo è una componente critica di questo report. I nostri dati rivelano un diffuso senso di insoddisfazione riguardo all'immagine corporea tra gli italiani: il 39,7% degli intervistati dichiara di essere "non molto soddisfatto" e il 12,7% si definisce "estremamente insoddisfatto". Insieme, questi dati indicano che oltre la metà dei partecipanti vive un rapporto teso o negativo con il proprio aspetto fisico. Al contrario, solo un marginale 1,7% si sente "estremamente soddisfatto", evidenziando un divario significativo tra l'ideale culturale di fiducia nel proprio corpo e la realtà vissuta dalla popolazione.

Da una prospettiva clinica, questo alto livello di insoddisfazione non è un dato isolato, ma è profondamente interconnesso con i modelli di alimentazione emotiva. Quando un individuo non si trova a proprio agio con il proprio corpo, può crearsi un ciclo di bassa autostima e disagio emotivo che, a sua volta, può spingere alla ricerca di un conforto immediato attraverso il cibo. I risultati suggeriscono che la percezione dell'immagine corporea sia un pilastro fondamentale della salute psicologica; quando questa è compromessa, la dipendenza dal cibo come strumento di regolazione spesso si intensifica, creando un complesso ciclo di feedback in cui il meccanismo utilizzato per trovare sollievo (mangiare) può esacerbare ulteriormente l'insoddisfazione originale.

La correlazione tra insoddisfazione e frequenza 

I dati dimostrano un chiaro legame tra la percezione del corpo e la frequenza del comfort eating. Il gruppo che si identifica come "estremamente insoddisfatto" è particolarmente vulnerabile: il 35% di queste persone mangia per conforto ogni singolo giorno. Si tratta di un contrasto netto rispetto a chi è "abbastanza soddisfatto" del proprio corpo, tra i quali solo il 6,6% pratica il comfort eating quotidiano. Inoltre, chi mantiene un'immagine corporea più positiva ("abbastanza soddisfatto") è il gruppo che più probabilmente riferisce di mangiare per conforto "raramente" (34%), suggerendo che una maggiore soddisfazione corporea possa agire come fattore protettivo contro il bisogno frequente di alimentazione emotiva.

Il comfort emotivo è un'esperienza privata

I risultati evidenziano come, per la stragrande maggioranza degli italiani, l'alimentazione emotiva sia un'esperienza profondamente privata. Quasi l'80% (79,80%) degli intervistati riferisce di praticare il comfort eating "Principalmente a casa". Ciò suggerisce che l'ambiente domestico funga da rifugio in cui le persone si sentono abbastanza sicure da abbandonare le aspettative sociali e cercare sollievo dalle pressioni della giornata. Al contrario, solo una piccola frazione (5,7%) identifica il luogo di lavoro come l'ambiente primario per questo comportamento, mentre il 9,8% indica che accade in entrambi i contesti. Questa concentrazione dell'abitudine nella sfera privata rafforza l'idea che il comfort eating sia spesso utilizzato come modo per decomprimere ed elaborare il carico emotivo lontano dagli sguardi altrui.

Poiché quasi l'80% di questo comportamento avviene nella riservatezza della casa, il comfort eating rimane spesso un'abitudine "segreta" o nascosta, risultando meno visibile alle cerchie sociali o ai colleghi professionisti. È interessante notare che coloro che mangiano per conforto "Principalmente al lavoro" (5,7%) appartengono principalmente alla fascia d'età 30–44 anni. Questo dato correla con il picco di Stress Lavorativo riportato dalla stessa fascia demografica, suggerendo che per un segmento specifico della popolazione l'intensità della pressione professionale sia tale da richiedere una regolazione emotiva immediata anche all'interno dell'ambiente lavorativo.

Conclusione

Questa analisi conferma che il comfort eating non è un semplice sfizio occasionale, ma una risposta psicologica diffusa agli stress della vita moderna in Italia. I dati delineano il profilo di una società in cui il cibo viene frequentemente utilizzato per colmare vuoti emotivi o attenuare l'impatto delle pressioni professionali e relazionali. Tuttavia, l'elevata prevalenza del senso di colpa post-consumo e il basso tasso di sollievo effettivo suggeriscono che questo meccanismo crei spesso un ulteriore carico emotivo, anziché risolvere il disagio iniziale.

Inoltre, la forte correlazione tra insoddisfazione corporea e alimentazione emotiva quotidiana evidenzia un ciclo rischioso: meno un individuo si sente a proprio agio con il proprio corpo, più tende a cercare conforto nel cibo, alimentando potenzialmente la causa dell'insoddisfazione che ha innescato il comportamento. In ottica di supporto alla salute mentale, questi risultati sottolineano la necessità di spostare il dialogo dalle semplici abitudini alimentari alla consapevolezza di sè. Affrontare le cause profonde — come lo stress lavorativo e l'isolamento — è essenziale per aiutare le persone a passare da un coping reattivo basato sul consumo a strategie più funzionali per il proprio equilibrio psicofisico.

Nota metodologica

Il Data Lab di Unobravo ha ottenuto queste statistiche sulla base dei risultati di un sondaggio condotto su 1,734 italiani.

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