La rinnovata attenzione posta dai neuropsichiatri sull'adolescenza ha generato interesse su numerosi fenomeni connessi alla sofferenza di questa fascia di popolazione tra cui l'autolesionismo. Si tratta di un comportamento complesso che non riguarda solo una specifica fase dello sviluppo (anche se spesso è presente nella popolazione adolescenziale), una specifica area della sofferenza mentale (anche se è particolarmente diffuso nella galassia dei disturbi di personalità), una specifica manifestazione (il fenomeno del cutting, ovvero dei tagli, è una delle forme, ma non l'unica). Inoltre la tentazione comune è quella di giudicare e interpretare in modo riduzionistico un fenomeno che ha valenze comunicative e psicologiche individuali e profonde. Proveremo a tratteggiare un affresco di questa enorme complessità allargando l'attenzione a fenomeni meno conosciuti di attacco al proprio sé.
Autolesionismo: definiamo il comportamento.
"Danneggiamento che l'individuo procura al proprio corpo [...]"
Questa la definizione che Galimberti (2018, p.167) introduce nella voce dedicata al termine all'interno del suo "Nuovo dizionario di Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi, Neuroscienze".
Nell'approfondimento successivo della definizione, emerge un comportamento presente tanto nel mondo animale quando in prigionia ricorre al mordersi e alla automutilazione in casi di fame estrema, quanto nel mondo umano (all'interno di rituali religiosi che prevedono sacrifici, come dimostrazione di coraggio, oppure come "fuga" dall'intollerabilità di alcune condizioni di vita legate ad esempio alla prigionia).
Galimberti precisa che il fenomeno si manifesta nelle forme nevrotiche masochistiche, in quelle isteriche (per ottenere il guadagno secondario della malattia) e nelle forme schizofreniche rispetto alle quali porta il celebre esempio del pittore Van Gogh che si mutilò un orecchio seguendo i comandi delle voci.
A partire dalla riflessione che si dirama da questa definizione, possiamo intuire la pluralità e la complessità di un fenomeno eterogeneo nelle manifestazioni e nei significati. Potremmo quindi ragionare in termini di "autolesionismi" più che di autolesionismo.
Nella definizione compare inoltre la centralità del corpo. Effettivamente anche le forme meno note e consuete (come ad esempio l'over working) presenta come effetto finale impatti somatici oltre che mentali.
Autolesionismi: precisazioni necessarie.
Vista la delicatezza del tema occorre fare alcune precisazioni:
- Si tratta di un fenomeno plurale, complesso e con potenziali rischi per la vita di chi ne soffre;
- Può essere legato a diverse manifestazioni della sofferenza mentale (disturbi di personalità, psicosi, nevrosi);
- Le cause sono da ricercare nel dipanarsi della storia dell'individuo e quindi ogni fenomeno deve essere analizzato nello specifico da professionisti (medici psichiatri, psicoterapeuti).
Nel caso in cui si riconoscano tratti o comportamenti connessi a questa complessa galassia su di sé o in conoscenti è opportuno rivolgersi a professionisti per un'adeguata presa in carico. Nel caso in cui le condotte mettano a rischio l'incolumità, come può verificarsi nel fenomeno del cutting, è necessario contattare i servizi di emergenza per tutelare la vita della persona. In generale è consigliabile evitare la solitudine in questi casi. Contattare centri di salute mentale, confrontarsi con il proprio medico, rivolgersi a un servizio di psicologia, chiamare i numeri dedicati, avere persone di riferimento può essere di fondamentale importanza.
Alla luce di questa complessità come conoscenti di persone che mettono in atto questi comportamenti queste sono le cose da fare:
- Evitare il giudizio: il comportamento autolesivo è una forma con cui il soggetto sta comunicando la sua sofferenza ed è il meglio che riesce a fare in un momento di forte disagio. L'unica cosa da fare è indirizzarlo verso un professionista che possa tutelare la sua sicurezza e impostare un lavoro utile al cambiamento;
- Evitare interpretazioni da bar: "si taglia per sentirsi vivo"... tagliarsi rilascia neurotrasmettitori che possono dare sensazioni di piacevolezza e sollievo per chi sente un forte disagio, ma senza l'analisi di un professionista che tenga conto della storia dell'individuo e che inquadri la tipologia di sofferenza, possiamo e dobbiamo rispettare il mistero del dolore di chi abbiamo davanti evitando conclusioni affrettate;
- Invitare le persone che adottano questi comportamenti, anche quelli meno rischiosi per l'incolumità, a rivolgersi a professionisti (medico psichiatra, psicoterapeuta).
Autolesionismi: diverse forme di attacco al Sé.
Come più volte ripetuto esistono diverse manifestazioni del comportamento autolesivo. Proviamo ad elencare una serie di atteggiamenti partendo da quelli più noti ed evidenti (il cutting) per arrivare all'esplorazione di agiti che, essendo meno impattanti e rischiosi, possono non essere direttamente ricondotti alla galassia degli attacchi al sé. La minaccia dell'integrità fisica con l'attacco al corpo, come detto, può avere genesi e significati diversi e profondamente individuali. Emerge tuttavia una dimensione comune di attacco al senso di integrità e coesione nel tempo. Disregolazione emotiva, tentativi di auto-punizione, stati dissociativi connessi a traumi come abusi e violenza (in questo caso è fondamentale il meccanismo di identificazione con l'aggressore che porta il soggetto ad attaccare il carnefice interiorizzato con l'agito aggressivo verso il proprio corpo in un disperato tentativo di controllo e difesa da parte della vittima (Mucci, 2020)) possono portare ad attaccare il proprio corpo e più in generale il proprio benessere.
- Il cutting: si tratta della forma di attacco al corpo più nota e più diffusa (Martorana, 2015). Il comportamento consiste nel procurarsi tagli, graffi ed escoriazioni in diverse parti del corpo;
- Bruciature: spesso viene utilizzata la sigaretta per procurarsi una bruciatura sulla pelle;
- Disturbi del comportamento alimentare: in letteratura emergono conferme circa la correlazione tra disturbi del comportamento alimentare e autolesionismo non suicidario (Cucchi et al., 2016). Possiamo inoltre vedere sia le condotte restrittive ed espulsive (controllo del cibo, purghe, esasperazione dell'attività fisica), come anche le abbuffate come particolari forme di attacco al proprio sé, alla propria immagine corporea e alla propria identità. Il rapporto del vuoto appare in questo caso centrale in queste dinamiche. Un vuoto che è rifiuto della relazione, autarchica distruzione, ricerca di un controllo assoluto che può esitare in una forma di godimento mortale o di desiderio di annullamento (Recalcati, 2025). Svuotare e riempire in modo eccessivo il proprio corpo come forma di aggressività verso di sé e verso l'altro. Anche in questo caso si tratta di fenomeni molto complessi che richiedono l'astensione da giudizi, interpretazioni superficiali e il confronto con figure professionali adeguate;
- L'uso di sostanze: utilizzare alcool e droghe si configura come una ulteriore forma di attacco autolesivo. Pur sapendo che le sostanze hanno un effetto negativo e pericoloso per il corpo vengono utilizzate. Si potrebbe ragionare in questo senso anche per il fumo di sigaretta e potenzialmente per tutte le forme di dipendenza che comportano un rischio per la salute;
- La sessualità: avere rapporti occasionali senza l'utilizzo del preservativo può rientrare nell'insieme di comportamenti che comportano un rischio per la propria salute e che rappresentano, in definitiva, una forma di attacco al proprio corpo. Si parla di SASI (Sex as Self injury) ed è un fenomeno di recente approfondimento in ambito scientifico (Fredlund, 2019);
- La chirurgia estetica: può apparire paradossale, ma anche il ricorso esasperato al bisturi per ritocchi estetici può celare forme di attacco al corpo;
- L'Autotrolling: si tratta di una forma di autolesionismo digitale in cui la persona, spesso adolescente, pubblica falsi insulti attaccandosi allo scopo di ottenere reazioni. Si tratta di un fenomeno registrato come in aumento nel contesto americano con impatto notevole su ideazione suicidaria e tentativi anticonservativi;
- Il Workaholism: noto come dipendenza da lavoro, questo fenomeno è studiato anche per l'impatto dannoso che ha sull'individuo (Sussman, 2012). Lavorare incessantemente, sentirsi in colpa con attivazione ansiosa per riposo e vacanza, può considerarsi come una forma meno evidente di autolesionismo. Si tratta di un comportamento spesso legato a forme masochistiche dove colpa, sacrificio, dovere, espiazione sono centrali;
- Autosabotaggio: nelle relazioni, sul lavoro, nella formazione, sono numerosi i campi in cui è possibile mettere in atto comportamenti di autosabotaggio. Il pensiero di non meritare, di non essere degni, di non essere abbastanza, la bassa autostima e la scarsa consapevolezza circa il proprio valore possono facilitare questa particolare forma di attacco al sé. Si studia e si è preparati ma si dimentica tutto e non si passa l'esame, ci si impegna e ci si prepara per il lavoro ma si commette un errore, si investe in una relazione ma si fa in modo che il partner si stanchi e lasci la coppia, ecco alcuni esempi di questa particolare forma di condotta autolesiva.

E se i tatuaggi fossero un comportamento autolesivo?
In fondo si tratta di iniettare inchiostro con degli aghi sotto pelle con discrete quantità di dolore. Il dubbio circa una possibile componente autolesiva nel tatuaggio sorge spontaneo. Come messo in evidenza da Galimberti (2018, p.167), l'autolesionismo può avere anche funzioni rituali. Anticamente il tatuaggio rientrava tra i riti con cui si modificava simbolicamente il proprio corpo. In questo caso la funzione è creativa e di dimostrazione (i tatuaggi sono pratiche comuni anche nelle situazioni di reclusione) e non distruttiva come tendenzialmente capita in tutte le forme di attacco al sé e al corpo.
Perché gli autolesionismi?
Come detto non è possibile individuare una causa univoca sottesa al comportamento autolesivo. Ogni storia deve essere analizzata nella sua specificità e all'interno di un setting clinico e terapeutico. Possiamo riportare a titolo esemplificativo alcune riflessioni che rappresentano possibili chiavi di lettura generali del significato psicologico del comportamento autolesivo.
- Nelle forme più gravi di sofferenza psichica, come quelle psicotiche, possono essere le allucinazioni o i deliri (distorsioni della percezione e del pensiero) a portare la persona a farsi del male;
- Nei disturbi di personalità gravi il corpo ha una sua centralità. Durante episodi dissociativi conseguenza di diverse forme di trauma, la persona potrebbe attaccare il corpo per ricostituire nel tentativo di controllarla la diade vittima carnefice. Attaccando il proprio corpo si cerca di colpire l'aggressore interiorizzato all'interno del proprio sé. Si tratta di una forma di odio profonda tipica delle organizzazioni di personalità borderline;
- In presenza di sintomatologia ansiosa connessa ai quadri sopra descritti, il ricorso all'autolesionismo permette di rilasciare neurotrasmettitori responsabili di un momentaneo e illusorio sollievo. Il cervello reagisce al dolore fisico causato dal taglio rilasciando sostanze che placano la sofferenza del soggetto. Dopo breve, tuttavia, l'individuo può sperimentare un profondo senso di colpa e di vergogna oltre che le conseguenze fisiche di tagli e bruciature;
- Il desiderio di punire se stessi (una commedia di Terenzio dal titolo Il punitore di se stesso, vede il protagonista massacrarsi di lavoro per punirsi di aver costretto il figlio a partire per la guerra pur di impedirne il matrimonio), il rigido senso del dovere, la necessità di espiare, il perfezionismo, possono causare fenomeni legati all'estremizzazione di comportamenti legati al lavoro, allo studio, alla pratica sportiva. Il focus sarà sul tema del sacrificio;
- La difficoltà ad accettare la propria immagine corporea può essere una componente importante degli attacchi al corpo soprattutto nel periodo adolescenziale o nei disturbi del comportamento alimentare.

Cosa fare e cosa non fare davanti a un comportamento autolesivo.
In conclusione riportiamo una breve guida con indicazioni pratiche per affrontare questi comportamenti qualora si riconoscano su di sé o su persone vicine:
- Non giudicare ma rispettare il mistero della sofferenza individuale nelle sue molteplici forme espressive;
- Cercare di comprendere la valenza comunicativa del sintomo accogliendo con empatia e rispetto la sofferenza della persona;
- Non rimanere soli. Davanti a situazioni di questo tipo è necessario il ricorso a servizi di emergenza, psichiatri o psicoterapeuti per mettere in sicurezza chi rischia di farsi del male in modo serio e per permettere di prendere consapevolezze dei comportamenti per chi attacca se stesso senza rendersene conto (ad esempio sfinendosi di lavoro);
- Se non si sa cosa dire limitarsi a invitare a rivolgersi a un professionista evitando interpretazioni superficiali.
Il fatto di aver sentito parlare di questi fenomeni o di averne letto sui social non ci rende esperti. Le persone che vivono questo tipo di sofferenza non hanno bisogno di spiegazioni a buon mercato, ma di ascolto e dell'intervento di personale qualificato. Come amici, familiari e conoscenti possiamo limitarci all'ascolto empatico e al sostegno. Vista la delicatezza del tema per qualsiasi altra forma di analisi e intervento è preferibile lasciare spazio a un professionista psichiatra o psicoterapeuta.




