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Salute mentale
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Cosa dire e cosa non dire a una persona che si fa del male

Cosa dire e cosa non dire a una persona che si fa del male
Redazione
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Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
29.5.2026
Cosa dire e cosa non dire a una persona che si fa del male
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  • Il comportamento autolesivo è la strategia migliore che la persona ha trovato in quel momento per fronteggiare la propria sofferenza: avvicinarsi senza giudizio è il primo passo.
  • Amici e familiari non possono sostituire il lavoro di un professionista: il loro ruolo è offrire ascolto empatico e incoraggiare la persona a rivolgersi a psichiatri o psicoterapeuti.
  • Giudicare, minimizzare o spiegare il perché sono gli errori più comuni e i più dannosi: rischiano di rinforzare colpa, vergogna e isolamento.
  • Se si teme per l'incolumità della persona, allertare i servizi di emergenza è la priorità assoluta: tutelare la vita viene prima di tutto il resto.

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Davanti al mistero di una persona che soffre dobbiamo essere consapevoli di non sapere abbastanza per parlare. Il rischio è quello di emettere giudizi o di sminuire ciò che la persona che adotta un comportamento autolesivo sta provando. Non è compito di un conoscente, di un amico, di un familiare sapere come intervenire.

Ragazza adolescente seduta sul bordo del letto con la testa chinata, una porta socchiusa con luce dall'esterno

 Può essere tuttavia utile riflettere su alcuni aspetti della comunicazione da sviluppare con una persona che si fa del male.

Farsi del male: definizione del comportamento.

Le cause e i significati del comportamento autolesivo sono molteplici, complessi e non riducibili a spiegazioni generali. Il senso profondo risiede nell'intreccio di eventi che costruisce l'unicità della storia dell'individuo.

Galimberti (2018, p.167) definisce l'autolesionismo come "Danneggiamento che l'individuo procura al proprio corpo".

L'autolesionismo può essere:

  • Comportamento esito delle allucinazioni e dei deliri che convincono la persona a farsi del male nei disturbi psicotici;
  • Agito impulsivo che diminuisce l'angoscia costringendo il cervello a liberare sostanze che attenuano il dolore nelle sintomatologie connesse ai disturbi di personalità grave;
  • Attacco al corpo che si odia e che non piace nell'adolescenza e nei disturbi del comportamento alimentare;
  • Tentativo di controllare l'aggressore interiorizzato nelle persone vittime di gravi traumi (abuso, violenza, grave trascuratezza, incesto) con importanti fenomeni di dissociazione;
  • Esigenza di punirsi, sacrificarsi, espiare nelle forme connesse al senso di colpa, alla vergogna, al senso del dovere (potrebbe essere il caso di chi si sfinisce di lavoro).

Le manifestazioni del farsi del male sono molteplici:

  • Tagli e bruciature;
  • Uso di sostanze e alcool;
  • Comportamenti sessuali a rischio;
  • Autotrolling;
  • Ricorso esasperato alla chirurgia estetica;
  • Condotte restrittive, espulsive, o abbuffate come nei disturbi del comportamento alimentare;
  • Tentativi di autosabotaggio nelle relazioni, nel lavoro, nello studio;
  • Esagerazione nei ritmi di lavoro, studio o attività fisica.

Davanti a un fenomeno così complesso e con potenziali rischi per la salute appare necessario ricordare che il ricorso a un professionista (medico psichiatra o psicoterapeuta) è fondamentale. In caso si tema per l'incolumità della persona è doveroso allertare i servizi di emergenza per tutelare la vita del soggetto. A ciò si aggiunge, nel caso in cui ce la si senta, ascolto empatico e sostegno.

Cosa dire e cosa non dire a una persona che si fa del male?

Davanti al mistero insondabile della sofferenza umana il primo atteggiamento da eliminare è quello giudicante. Non possiamo conoscere i significati sottesi a un comportamento di questo tipo. Proviamo a pensare che la persona utilizza il sintomo del comportamento autolesivo per comunicare qualcosa e come strategia di gestione del proprio disagio.

In un recente convegno organizzato presso il centro incontri della Provincia di Cuneo dal titolo "Disturbi Gravi di Personalità: solitudine e Frammentazione", Cesare Maffei (2026), psicoterapeuta e professore esperto nella terapia dei disturbi di personalità e nella terapia dialettico comportamentale, ha descritto l'atteggiamento del cutting nel senso del meglio che il soggetto riesce a fare in quel momento alla luce delle proprie risorse per affrontare la propria sofferenza. Un approccio che può apparire paradossale soprattutto per un familiare che si trova spiazzato e spaventato da un eventuale comportamento autolesivo. Tuttavia accogliere l'agito e il vissuto della persona in una cornice di ascolto empatico priva di giudizio è la strategia migliore.

Uomo anziano in piedi nel corridoio con una mano appoggiata al muro accanto a una porta chiusa

Cosa dire?

  • Dire che come parenti o amici non siamo in grado di fornire un aiuto qualificato e che è necessario rivolgersi a professionisti come psichiatri e psicoterapeuti;
  • Non è necessario per forza dire qualcosa, si può lasciare spazio per l'ascolto;
  • Dire che possiamo solo immaginare la sofferenza sottesa a un agito di questo tipo;
  • Dire che si può parlare di quanto accade per evitare di trasformarlo in tabù rinforzando vissuti di colpa e vergogna;
  • Usare espressioni non giudicanti che premettano espressioni del tipo "dal mio punto di vista", "posso immaginare";
  • Dire che se l'agito è particolarmente grave si procede a contattare i servizi di emergenza a tutela della persona.

Cosa invece non dire?

  • Non lanciarsi in spiegazioni circa il perché. Non possiamo saperlo, solo un'analisi approfondita da parte di un professionista può permettere al soggetto di consapevolizzarsi circa i significati profondi;
  • Non dire che è sbagliato farsi del male. Il giudizio può rinforzare vissuti di colpa, vergogna o sensazione di non essere compresi;
  • Non dire che non si vuole sapere o vedere nulla di quanto accaduto. Negare può portare il soggetto a sentirsi non accolto e solo;
  • Non dire qualcosa che possa sminuire l'accaduto ("vedrai è solo un momento e poi passa", "non è nulla di grave");
  • Non dire che non è il caso o il momento di rivolgersi a un medico, a uno specialista psichiatra, ai servizi di emergenza. Tutelare deve essere il primo obiettivo.

Donna seduta sul letto al mattino con il telefono capovolto accanto a lei e lo sguardo verso la finestra

Quello che l'individuo riesce a fare in quel momento…

Anche se non è facile l'idea è di avvicinarsi a una persona che mette in atto comportamenti autolesivi nella consapevolezza che si tratta di un agito con una valenza comunicativa e che si tratta della strategia migliore che il soggetto ha trovato per fronteggiare la propria sofferenza. A partire da questa fotografia si deve cercare un cambiamento che non può prescindere da un'adeguata presa in carico psichiatrica e psicoterapeutica. Non rimanere da soli in questo tipo di esperienza fa la differenza.

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FAQ

Se si scopre che una persona cara si fa del male, la cosa più importante è non restare soli: è necessario rivolgersi a un professionista come uno psichiatra o uno psicoterapeuta per una presa in carico adeguata. Se si teme per l'incolumità della persona, è doveroso allertare i servizi di emergenza. Nel frattempo, offrire ascolto empatico senza giudizio è il contributo più prezioso che amici e familiari possono dare.
Per parlare con una persona che si fa del male senza sbagliarsi è utile evitare giudizi, spiegazioni e minimizzazioni, e lasciare invece spazio all'ascolto. Non è necessario dire qualcosa di "giusto": espressioni come "posso solo immaginare quanto stai soffrendo" o "sono qui ad ascoltarti" comunicano vicinanza senza invadere il mistero della sofferenza altrui.
Non bisogna dire a una persona che si fa del male che sbaglia perché il giudizio rischia di rinforzare vissuti di colpa, vergogna e la sensazione di non essere compresi. Il comportamento autolesivo è la strategia migliore che quella persona ha trovato in quel momento per fronteggiare la propria sofferenza: accoglierlo senza giudicarlo è il primo passo per costruire un clima di fiducia.
Le forme di autolesionismo meno riconoscibili includono l'autosabotaggio nelle relazioni e nel lavoro, l'esagerazione nei ritmi di lavoro o attività fisica, i comportamenti sessuali a rischio, l'autotrolling digitale e il ricorso esasperato alla chirurgia estetica. Queste forme, pur non essendo immediatamente visibili come tagli o bruciature, rappresentano ugualmente attacchi al proprio benessere.
È necessario chiamare i servizi di emergenza quando si teme concretamente per l'incolumità della persona, ovvero quando i comportamenti autolesivi mettono a rischio la sua vita. In questi casi tutelare la sicurezza della persona deve essere la priorità assoluta, prima di qualsiasi altra considerazione.
Un amico o familiare non può sostituire il lavoro di un professionista, ma può fare la differenza offrendo ascolto empatico, evitando il giudizio e incoraggiando la persona a rivolgersi a psichiatri o psicoterapeuti. Non rimanere soli di fronte a questo tipo di esperienza — né come chi soffre né come chi vuole supportare — è fondamentale.
Il comportamento autolesivo non è semplicemente un tentativo di attirare attenzione: è una forma di comunicazione della sofferenza e la strategia migliore che la persona ha trovato in quel momento per gestire il proprio disagio. Ridurlo a una "ricerca di attenzione" è una semplificazione che rischia di sminuire una sofferenza reale e complessa.
Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.
  • Galimberti, U. (2018). Nuovo dizionario di Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi, Neuroscienze. Feltrinelli.
  • Maffei, C, (2026). Intervento al convegno Disturbi di Personalità: solitudine e frammentazione, 23 marzo 2026, Centro Incontri Provincia di Cuneo.

Collaboratori

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