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Salute mentale
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Quando lo stress diventa la normalità: perché ci abituiamo a vivere sempre sotto pressione

Quando lo stress diventa la normalità: perché ci abituiamo a vivere sempre sotto pressione
Monica Margiotta
Psicologa ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
17.7.2026
Quando lo stress diventa la normalità: perché ci abituiamo a vivere sempre sotto pressione
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C'è una scena che si ripete nella vita di molte persone, anche se raramente viene riconosciuta per quello che è. Dopo settimane trascorse tra scadenze, riunioni, impegni familiari, notifiche continue e giornate che sembrano non finire mai, finalmente arriva un momento libero. Nessuna urgenza, nessuna telefonata da fare, nessuna mail a cui rispondere. In teoria dovrebbe essere un'occasione per riposarsi; eppure, invece di provare sollievo, compare una strana inquietudine.

C'è chi prende il telefono senza un motivo preciso, chi inizia a sistemare casa, chi apre il computer "solo per controllare una cosa", chi si sente improvvisamente in colpa perché non sta facendo qualcosa di utile. Alcune persone raccontano addirittura di sentirsi più nervose durante i periodi di vacanza o nei fine settimana, come se il rallentamento fosse diventato, paradossalmente, più difficile della corsa.

A prima vista può sembrare un controsenso. Se lo stress fa stare male, perché la calma può risultare così scomoda? La risposta è meno intuitiva di quanto sembri: lo stress non modifica soltanto il nostro corpo o il nostro umore; infatti, quando diventa cronico, cambia progressivamente anche il nostro modo di percepire ciò che è normale. È come se il sistema nervoso riscrivesse il proprio punto di riferimento: ciò che un tempo sarebbe stato percepito come un eccesso di pressione diventa, con il passare del tempo, la nuova quotidianità.

È proprio questo uno degli aspetti più insidiosi dello stress cronico. Non solo consuma lentamente le nostre risorse, ma rende sempre più difficile accorgersi di quanto stiamo vivendo sotto pressione.

Quando lo stress smette di essere un'eccezione

Lo stress, di per sé, non rappresenta un nemico; infatti, dal punto di vista evolutivo costituisce una risposta fondamentale che permette all'organismo di affrontare richieste, cambiamenti e situazioni percepite come impegnative (Lazarus & Folkman, 1984). Ad esempio, quando dobbiamo sostenere un esame, gestire un'emergenza o reagire rapidamente a un pericolo, l'attivazione fisiologica dello stress ci aiuta a mobilitare energie, aumentare l'attenzione e preparare il corpo all'azione. Il problema nasce quando quello stato di attivazione, pensato per essere temporaneo, smette di esserlo.

Nella vita contemporanea le minacce raramente hanno un inizio e una fine ben definiti. Più spesso assumono la forma di scadenze continue, responsabilità lavorative, preoccupazioni economiche, carico mentale familiare, reperibilità costante, notifiche, aspettative elevate e una sensazione persistente di dover fare sempre qualcosa.

In questo contesto il sistema nervoso può rimanere attivato molto più a lungo del necessario. Non vive più brevi periodi di allerta intervallati da momenti di recupero, bensì una sorta di attivazione di fondo che diventa progressivamente stabile; è qui che avviene un cambiamento sottile ma decisivo. All'inizio ci diciamo che è solo un periodo particolarmente intenso, poi quel periodo dura qualche mese, e successivamente diventa un anno. Infine smettiamo persino di considerarlo un periodo, in quanto diventa semplicemente la nostra vita, ed è proprio in questo passaggio che lo stress inizia a essere normalizzato.

Un uomo seduto vicino alla finestra di un caffè, osserva il panorama circostante immerso nella tenue luce del giorno.
Sóc Năng Động – Pexels

Ci abituiamo anche al malessere

L'essere umano possiede una straordinaria capacità di adattamento. È grazie a questa caratteristica che riusciamo a superare cambiamenti, affrontare difficoltà e continuare a funzionare anche in condizioni molto impegnative. Tuttavia, questa stessa capacità ha un lato meno evidente: non ci adattiamo soltanto alle esperienze positive, bensì possiamo adattarci anche a condizioni che, nel lungo periodo, compromettono il nostro benessere.

Si tratta dello stesso meccanismo che porta una persona a non accorgersi più del rumore costante del traffico sotto casa o dell'odore di un ambiente in cui vive da anni. Lo stimolo continua a essere presente, ma il cervello smette gradualmente di registrarlo come qualcosa di rilevante. Con lo stress può accadere qualcosa di simile.

Le tensioni quotidiane, la stanchezza costante, la sensazione di avere sempre troppe cose da fare smettono lentamente di apparire insolite, diventando il nuovo standard con cui confrontiamo ogni giornata.  Questo non significa che il corpo abbia smesso di risentirne, ma semplicemente che la nostra percezione si è adattata, ed è proprio questa discrepanza a rendere lo stress cronico così difficile da riconoscere.

Quando il corpo continua a pagare il prezzo

Anche se smettiamo di percepire consapevolmente lo stress, il nostro organismo continua a rispondere. Ogni situazione interpretata come impegnativa attiva una complessa rete di sistemi biologici coinvolti nella risposta allo stress: tra questi, un ruolo centrale è svolto dall'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che regola il rilascio di ormoni come il cortisolo e coordina numerosi adattamenti fisiologici necessari ad affrontare la richiesta del momento (McEwen & Stellar, 1993).

Nel breve periodo questi cambiamenti sono utili: il battito cardiaco aumenta, l'attenzione si concentra, le energie vengono mobilitate e il corpo si prepara ad affrontare la situazione. Quando però questa attivazione si prolunga per settimane, mesi o anni, il sistema è costretto a lavorare in modo continuativo. Bruce McEwen, uno dei maggiori studiosi dello stress, ha definito questo fenomeno carico allostatico, indicando l'usura progressiva che l'organismo accumula quando è costretto ad adattarsi troppo a lungo a condizioni di pressione (McEwen, 1998).

L'immagine è particolarmente efficace: ogni episodio di stress lascia una piccola traccia, la quale, se presa singolarmente, può sembrare irrilevante; tuttavia, quando le richieste si susseguono senza pause sufficienti per recuperare, queste tracce iniziano ad accumularsi. Si tratta di un processo silenzioso, che raramente produce un cambiamento improvviso, in quanto più spesso assomiglia all'erosione lenta di una roccia: giorno dopo giorno il paesaggio cambia, anche se dall'interno può essere difficile accorgersene.

Immagine gratuita di interno, riposo, alleviare lo stress
Alina Zahorulko – Pexels

Il paradosso della calma

Uno degli aspetti più sorprendenti dello stress cronico è che, a un certo punto, può diventare difficile rilassarsi. Molte persone immaginano che, terminato un periodo intenso, il benessere ritorni automaticamente, ma in realtà questo non sempre accade. Infatti, chi ha vissuto per molto tempo in uno stato di iperattivazione può sperimentare una sensazione di disagio proprio quando l'attivazione diminuisce.

Nel lavoro clinico capita frequentemente di ascoltare frasi come:

"Quando finalmente non ho niente da fare, non riesco comunque a stare fermo."
"Se mi concedo un pomeriggio libero mi sento in colpa."
"Appena mi rilasso, mi sembra di stare perdendo tempo."
"Quando sono in vacanza mi viene ansia."

Queste esperienze non indicano necessariamente che la persona ami davvero lo stress, piuttosto, mostrano come il sistema nervoso si sia progressivamente abituato a funzionare a un livello di attivazione molto elevato. Nel momento in cui quel livello diminuisce, il cervello interpreta il cambiamento come qualcosa di insolito: la calma non viene immediatamente vissuta come sicurezza, ma come una condizione sconosciuta che richiede un nuovo adattamento.

In questo senso, parlare di "zona di comfort" può essere fuorviante, in quanto lo stress cronico raramente è confortevole, ma allo stesso tempo può risultare “familiare”, ed il cervello, molto spesso, preferisce ciò che conosce a ciò che è realmente salutare.

La normalizzazione del malessere

Esiste un cambiamento sottile che accompagna lo stress cronico e che, proprio per la sua gradualità, passa spesso inosservato, ovvero il modo in cui iniziamo a interpretare ciò che proviamo. All'inizio riconosciamo la stanchezza come un segnale: ci accorgiamo di essere più irritabili, dormiamo peggio, facciamo fatica a concentrarci. Se quel periodo si prolunga, però, qualcosa cambia, e la stanchezza smette di essere un campanello d'allarme, diventando il nostro stato abituale. Ci svegliamo già affaticati, arriviamo a sera senza energie e, giorno dopo giorno, iniziamo a considerare tutto questo normale.

Si tratta di uno dei meccanismi più insidiosi dello stress cronico: non soltanto modifica il funzionamento dell'organismo, ma cambia il punto di riferimento con cui giudichiamo il nostro benessere. In psicologia questo fenomeno può essere letto anche attraverso il concetto di adattamento: l'essere umano possiede una straordinaria capacità di adattarsi alle condizioni in cui vive, anche quando queste non sono favorevoli. Si tratta di una caratteristica fondamentale per affrontare situazioni difficili, ma può avere un costo quando porta a considerare "normale" uno stato di costante sofferenza o affaticamento.

Così iniziamo a pronunciare frasi che ascoltiamo continuamente anche nelle conversazioni quotidiane:

"Sono sempre stanco, ma è normale."
"Dormo poco, ma ormai mi sono abituato."
"Non ricordo l'ultima volta che mi sono fermato."
"È così per tutti."

Ed è proprio quest'ultima frase a meritare una riflessione, in quanto il fatto che qualcosa sia frequente non significa che sia salutare, e nonostante il vivere costantemente sotto pressione sia diventato estremamente comune nella nostra società, la sua diffusione non dovrebbe portarci a considerarlo una condizione desiderabile o inevitabile.

Un uomo pensieroso in un interno di ufficio moderno, seduto e che guarda fuori.
Andrea Piacquadio – Pexels

La cultura della produttività: quando il valore personale si misura in ciò che facciamo

La normalizzazione dello stress non dipende soltanto dalle caratteristiche individuali, in quanto è profondamente influenzata anche dal contesto culturale in cui viviamo. Negli ultimi decenni si è progressivamente diffusa una cultura della performance che tende ad associare il valore della persona alla sua produttività. Essere occupati è spesso interpretato come sinonimo di essere competenti, richiesti, importanti; al contrario, rallentare rischia di essere percepito come una perdita di tempo o, peggio ancora, come una forma di inefficienza.

Non è un caso che, quando ci incontriamo, una delle domande più frequenti sia: "Come va?" e che una delle risposte più comuni sia: "Sono pieno di cose da fare." Molte persone raccontano il proprio livello di stress quasi come una prova del proprio impegno, dove le giornate completamente occupate diventano un indicatore di successo, mentre avere tempo libero può generare un senso di colpa difficile da spiegare.

Quando lo stress diventa parte dell'identità

Con il passare del tempo può verificarsi un cambiamento ancora più profondo, dove lo stress non rappresenta più soltanto una condizione in cui ci troviamo a vivere, ma diventa parte del modo in cui definiamo noi stessi. Alcune persone iniziano a riconoscersi nel ruolo di chi "regge tutto", di chi riesce sempre a fare un passo in più, di chi è costantemente disponibile, efficiente e affidabile. Questo può generare soddisfazione e rinforzi positivi da parte dell'ambiente: colleghi, amici e familiari iniziano a vedere quella persona come qualcuno su cui poter contare in qualsiasi momento.

Il problema è che questa immagine può diventare difficile da mettere in discussione, ed il rallentare, delegare o dire di no non viene vissuto semplicemente come un cambiamento di abitudini, ma come una minaccia alla propria identità. Lo stress, in questo modo, smette di essere soltanto una risposta fisiologica e diventa un elemento attorno a cui si organizza la percezione di sé.

Quando il corpo inizia a chiedere attenzione

Una delle conseguenze più frequenti della normalizzazione dello stress riguarda il rapporto con il corpo, in quanto poiché la mente si abitua progressivamente alla pressione costante, spesso è il corpo a continuare a segnalare che qualcosa non sta funzionando. Tra le esperienze più comuni nelle persone esposte a stress prolungato troviamo:

  • mal di testa ricorrenti,
  • tensioni muscolari,
  • disturbi gastrointestinali,
  • difficoltà ad addormentarsi e risvegli notturni,
  • senso di affaticamento persistente,
  • tachicardia o una costante sensazione di essere "in allerta".

Naturalmente questi sintomi possono avere numerose cause e meritano sempre un'adeguata valutazione medica quando necessario. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, è importante ricordare che mente e corpo non funzionano come sistemi indipendenti.

Quando il sistema nervoso rimane attivato per lunghi periodi, anche il corpo continua a comportarsi come se dovesse affrontare una richiesta costante (Sapolsky, 2004). Molte persone cercano inizialmente di gestire questi segnali aumentando ulteriormente il controllo: dormono meno per recuperare il lavoro arretrato, riducono le pause, bevono più caffè, cercano di essere ancora più efficienti. Paradossalmente, proprio le strategie utilizzate per far fronte allo stress rischiano di alimentarlo ulteriormente.

Immagine gratuita di una casa, ambiente accademico, studente
cottonbro studio – Pexels

Quando il recupero diventa impossibile

Uno degli aspetti meno visibili dello stress cronico riguarda la progressiva scomparsa degli spazi di recupero, in quanto il benessere psicofisico non dipende dall'assenza di stress, ma dall'alternanza tra momenti di attivazione e momenti di recupero (McEwen, 1998). Pensiamo a un muscolo: lo sforzo è necessario per renderlo più forte, ma senza recupero il tessuto non riesce a rigenerarsi e aumenta il rischio di sovraccarico. Lo stesso principio vale, almeno in parte, anche per il sistema nervoso.

Quando ogni giornata è seguita da un'altra altrettanto intensa, senza pause sufficienti per recuperare energie fisiche ed emotive, il corpo continua a funzionare consumando risorse senza avere il tempo necessario per ricostituirle. È proprio questa assenza di recupero, più ancora dell'intensità del singolo evento stressante, a rappresentare uno dei fattori di rischio più importanti per lo sviluppo di condizioni di esaurimento psicofisico. E qui inizia a delinearsi il collegamento con un fenomeno di cui negli ultimi anni si parla sempre più spesso: il burnout.

Lo stress cronico: il terreno su cui può svilupparsi il burnout

Negli ultimi anni il termine burnout è entrato sempre più spesso nel linguaggio quotidiano. Viene utilizzato per descrivere una forte stanchezza, un periodo di particolare pressione o una generale sensazione di esaurimento. Dal punto di vista psicologico, tuttavia, il burnout rappresenta un fenomeno più complesso e non coincide semplicemente con l'essere molto stanchi.

Secondo l'OMS, il burnout è una sindrome associata allo stress cronico legato al contesto lavorativo che non è stato gestito con successo (WHO, 2019). Si caratterizza principalmente per tre dimensioni: una profonda sensazione di esaurimento delle energie, un crescente distacco o cinismo nei confronti del proprio lavoro e una ridotta percezione di efficacia personale (Maslach & Leiter, 2022).

È importante sottolineare che il burnout non compare improvvisamente. Raramente una persona si sveglia una mattina completamente esaurita senza che il proprio organismo abbia inviato segnali nei mesi o negli anni precedenti. Più spesso si tratta dell'esito di un processo lento e graduale, in cui lo stress cronico diventa così abituale da non essere più riconosciuto come tale. In questo senso, la normalizzazione dello stress può rappresentare uno dei principali fattori di rischio.

Quando vivere costantemente sotto pressione diventa il nostro standard, continuiamo ad aumentare le richieste senza accorgerci che le risorse disponibili stanno progressivamente diminuendo. È come guidare un'automobile ignorando sistematicamente la spia del carburante: per molto tempo il motore continua a funzionare, ma il fatto che continui a muoversi non significa che le riserve siano infinite.

Perché non ci fermiamo quando ne avremmo bisogno?

Ma, se stiamo così male, perché continuiamo? La risposta, nella maggior parte dei casi, non riguarda la forza di volontà. Molte persone non ignorano i segnali del proprio corpo perché sono irresponsabili o poco consapevoli, bensì perché hanno imparato, spesso inconsapevolmente, che fermarsi non è un'opzione realmente disponibile: per alcuni infatti significa temere di deludere gli altri, per altri significa perdere il controllo, per altri ancora equivale a sentirsi inutili, egoisti o poco affidabili.

Esistono persone cresciute in contesti in cui il valore personale era strettamente collegato all'impegno, al sacrificio o alla capacità di non lamentarsi mai. Altre hanno imparato molto presto a prendersi cura dei bisogni degli altri, trascurando progressivamente i propri. In queste situazioni, rallentare può generare emozioni molto più complesse della semplice paura di perdere tempo, e può attivare senso di colpa, vergogna, ansia o la sensazione di non essere abbastanza.

Una persona che si prende cura delle piante da interno con un annaffiatoio, promuovendo il relax e la cura.
Sasha  Kim – Pexels

Il recupero non coincide con l'assenza di lavoro

Quando si parla di stress cronico, è facile immaginare che la soluzione consista semplicemente nel fare una vacanza o nel prendersi qualche giorno di riposo; sebbene il recupero fisico sia certamente importante, non sempre è sufficiente. Può capitare di trascorrere un'intera settimana lontano dal lavoro continuando però a controllare le e-mail, pensare alle scadenze, anticipare mentalmente ciò che ci aspetta al rientro o sentirsi costantemente in colpa perché si sta "perdendo tempo". In questi casi, il sistema nervoso rimane comunque in uno stato di attivazione.

Recuperare non significa semplicemente interrompere le attività produttive. Significa permettere all'organismo di uscire, almeno temporaneamente, da quella modalità di costante allerta che ha imparato a considerare normale. Per alcune persone questo richiede un vero e proprio processo di riapprendimento.

Imparare di nuovo a riconoscere i segnali

Uno degli obiettivi più importanti non è eliminare completamente lo stress — un traguardo né realistico né desiderabile — ma recuperare la capacità di riconoscerlo. Molte persone arrivano a percepire come inevitabili segnali che, in realtà, rappresentano preziose informazioni sul proprio stato di benessere:

  • la stanchezza persistente,
  • l'irritabilità che compare sempre più facilmente,
  • la difficoltà a concentrarsi,
  • la sensazione di essere costantemente "di corsa", anche quando non esistono reali emergenze,
  • il bisogno di riempire ogni momento libero,
  • l'incapacità di rilassarsi.

Questi segnali non devono essere interpretati automaticamente come sintomi di un disturbo, ma meritano di essere ascoltati, in quanto più impariamo a riconoscerli precocemente, maggiore è la possibilità di intervenire prima che il sovraccarico diventi cronico. Dal punto di vista psicologico, sviluppare questa consapevolezza significa anche recuperare il contatto con i propri bisogni, distinguendo ciò che è realmente necessario da ciò che nasce esclusivamente da aspettative interiorizzate o da richieste esterne.

Un uomo si gode un momento tranquillo al tramonto all'aperto, incarnando svago e tranquillità.
Gantas Vaičiulėnas – Pexels

Il ruolo della psicoterapia nello stress cronico

Quando lo stress diventa una condizione abituale, il problema raramente riguarda soltanto la quantità di impegni. Molto spesso entrano in gioco modalità consolidate di rapportarsi a se stessi e agli altri: il bisogno di controllare tutto, la difficoltà a delegare, il perfezionismo, la paura di deludere, il timore di apparire fragili o la convinzione di dover sempre dimostrare il proprio valore attraverso ciò che si fa. In questi casi, la psicoterapia non ha come obiettivo quello di insegnare semplicemente a "gestire meglio lo stress".

Il lavoro terapeutico può aiutare la persona a comprendere il significato che lo stress ha assunto nella propria storia, riconoscere i meccanismi che mantengono il sovraccarico e costruire modalità più flessibili di prendersi cura di sé. Talvolta il cambiamento più importante non consiste nell'aggiungere nuove strategie, ma nel concedersi la possibilità di smettere di vivere come se ogni giornata fosse un'emergenza.

Il rischio più grande è dimenticare come ci si sente quando si sta bene

Lo stress fa parte della vita: ci accompagna nei momenti di cambiamento, ci permette di affrontare le sfide e ci aiuta a mobilitare energie quando è necessario. Il problema nasce quando smette di essere una risposta temporanea e diventa il paesaggio dentro cui trascorriamo le nostre giornate. Il rischio più grande dello stress cronico non è soltanto quello di consumare lentamente le nostre energie, ma è che, con il tempo, smettiamo di riconoscerlo. La stanchezza diventa normale, l'irritabilità diventa carattere, dormire poco diventa abitudine, sentirsi costantemente in affanno diventa semplicemente "la vita adulta".

L'essere umano è capace di adattarsi a condizioni molto difficili; questa straordinaria capacità gli permette di sopravvivere, ma può anche impedirgli di accorgersi di quanto si sia allontanato dal proprio equilibrio. Forse la domanda più importante da porsi non è quante cose riusciamo ancora a fare nonostante lo stress, bensì ricordiamo ancora come ci sentiamo quando non viviamo costantemente sotto pressione?

Perché, a volte, il primo passo verso il benessere non consiste nell'eliminare tutti gli impegni, ma consiste nel riconoscere che ciò a cui ci siamo abituati non è necessariamente ciò di cui abbiamo bisogno.

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