Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni che ci passano davanti: notizie, post, video che scorrono senza sosta sugli schermi dei nostri dispositivi con titoli fatti apposta per attirare l’attenzione. In questo contesto iperconnesso, distinguere tra ciò che è affidabile o inaccurato è diventato sempre più complesso.
La psicologia offre strumenti fondamentali per comprendere perché siamo così vulnerabili alle informazioni false e quali conseguenze questo ha sul nostro benessere. Ad esempio, una ricerca condotta su studenti di Library and Information Science ha evidenziato una discrepanza rilevante tra la familiarità soggettiva dichiarata con questi concetti e la reale capacità di identificarli correttamente in compiti pratici, nonostante un’esposizione quotidiana e intensiva ai social media (Yesmin, 2023).
Tutti, indipendentemente dal livello di istruzione o dall’intelligenza, possono imbattersi in contenuti fuorvianti o inaffidabili. Il nostro cervello, infatti, non è ottimizzato per gestire un sovraccarico informativo costante né per valutare criticamente migliaia di stimoli al giorno. Al contrario, tende a privilegiare scorciatoie cognitive, reazioni emotive immediate e conferme delle proprie convinzioni, rendendo facile la condivisione di contenuti inaccurati anche in assenza di intenzioni manipolative.
Comprendere come e perché le informazioni false si diffondono, e quali meccanismi mentali ne favoriscono l’assimilazione, è quindi un passo essenziale per promuovere una maggiore consapevolezza individuale e collettiva.

Disinformazione e misinformazione: facciamo chiarezza
Nel dibattito pubblico i termini disinformazione e misinformazione vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma dal punto di vista psicologico, comunicativo e teorico indicano fenomeni differenti.
Come sottolineato da Stahl, la stessa nozione di “informazione” non è neutra né univoca, poiché dipende da concezioni di verità, potere e consenso socialmente costruite (Stahl, 2006). Questo rende ancora più complesso il confine tra informazione corretta e contenuti distorti.
Con il termine misinformazione si fa riferimento a informazioni false o inaccurate diffuse senza l’intenzione consapevole di ingannare. Chi condivide una notizia errata può farlo perché si fida della fonte, perché il contenuto conferma le proprie convinzioni o perché risponde a bisogni emotivi immediati. Dal punto di vista psicologico, la misinformazione è spesso il risultato di processi automatici e sociali: il desiderio di appartenere a un gruppo, la spinta a essere utili agli altri o la reazione emotiva a contenuti allarmanti o rassicuranti.
La disinformazione, invece, implica l’intenzione di spostare l’opinione pubblica in specifiche direzioni. Le informazioni false vengono create e diffuse deliberatamente con l’obiettivo di influenzare opinioni, atteggiamenti o comportamenti. Come evidenziato dalla letteratura sui social media, questi contenuti sono spesso progettati per imitare fedelmente l’informazione vera, rendendo difficile distinguerli anche con strumenti tecnologici avanzati (Aïmeur, Amri, & Brassard, 2023).
Dal punto di vista psicologico, la disinformazione sfrutta in modo strategico vulnerabilità emotive e cognitive, facendo leva su paura, rabbia, indignazione o senso di ingiustizia, e inserendosi in narrazioni già familiari e culturalmente condivise.
Un aspetto particolarmente insidioso è che misinformazione e disinformazione tendono a intrecciarsi. Contenuti creati con intento manipolativo possono essere successivamente condivisi in buona fede da migliaia di utenti.
Disinformazione e Misinformazione: il nostro cervello è davvero vulnerabile?
Uno degli aspetti più interessanti ma allo stesso tempo più inquietanti della disinformazione è che non fa leva sull’ignoranza, ma sul normale funzionamento della mente umana. Il cervello è un organo straordinariamente efficiente che, per risparmiare tempo ed energia, utilizza scorciatoie cognitive utili nella vita quotidiana ma potenzialmente problematiche in un ambiente informativo complesso e rumoroso come quello attuale.
La psicologia cognitiva ha ampiamente dimostrato che gran parte delle nostre valutazioni avviene in modo rapido, automatico e spesso inconsapevole, lasciando poco spazio a un’analisi critica approfondita. In questa prospettiva, i bias cognitivi possono essere intesi come il risultato di processi di elaborazione dell’informazione inevitabilmente “caotici”, in cui piccole distorsioni sistematiche portano a giudizi non ottimali ma cognitivamente economici (Hilbert, 2012).
La centralità del bias di conferma
Tra i meccanismi più rilevanti in questo ambito troviamo il bias di conferma, ovvero la tendenza a cercare, interpretare e ricordare le informazioni in modo coerente con le proprie convinzioni preesistenti. Le notizie che “ci danno ragione” vengono accettate con facilità, mentre quelle che le contraddicono suscitano fastidio, scetticismo o rifiuto.
Questo processo non avviene solo dopo aver preso una decisione, ma può iniziare già nelle fasi precedenti, quando le persone ristrutturano mentalmente il contesto informativo per favorire un’ipotesi piuttosto che un’altra, riducendo il conflitto e aumentando il senso di certezza soggettiva (Brownstein, 2003).
Da una prospettiva evolutiva e sociale, questo bias non è necessariamente disfunzionale in assoluto. Alcuni autori hanno evidenziato come il bias di conferma possa svolgere una funzione adattiva, facilitando la coerenza interna, la stabilità delle credenze e la capacità di influenzare l’ambiente sociale affinché si adatti alle nostre aspettative (Peters, 2022).
In contesti comunicativi come i social media, tuttavia, questa funzione può trasformarsi in un fattore di rischio, poiché rafforza bolle informative e rende più resistente il sistema di credenze anche di fronte a informazioni correttive.
Meccanismi e processi comunicativi
Un altro processo chiave è l’effetto verità illusoria per cui un’informazione ripetuta più volte tende a essere percepita come più vera, indipendentemente dalla sua accuratezza. La familiarità genera un senso di sicurezza cognitiva che il cervello interpreta erroneamente come affidabilità. Questo fenomeno può essere ricondotto agli stessi meccanismi di elaborazione rumorosa dell’informazione descritti da Hilbert (2012), in cui la ripetizione riduce l’incertezza soggettiva anche quando non aumenta la qualità dell’evidenza.
Anche l’euristica della disponibilità gioca un ruolo centrale poiché tendiamo a valutare la probabilità di un evento in base alla facilità con cui ci vengono in mente esempi rilevanti. Notizie emotivamente forti, drammatiche o sensazionalistiche restano più impresse nella memoria e vengono percepite come più frequenti o importanti di quanto non siano in realtà. Questo contribuisce a una rappresentazione distorta del mondo, spesso più minacciosa e polarizzata rispetto ai dati oggettivi.
Ovviamente, anche le emozioni influenzano profondamente il nostro giudizio. Stati emotivi intensi come paura, rabbia o indignazione riducono la capacità di pensiero riflessivo e aumentano la probabilità di affidarsi a processi decisionali rapidi e orientati alla conferma. Nei modelli duali del funzionamento cognitivo, quando prevale il pensiero intuitivo e automatico, il controllo critico del pensiero più lento e analitico viene indebolito. È proprio in questo spazio, tra efficienza cognitiva e vulnerabilità emotiva, che la disinformazione trova terreno fertile, insinuandosi nei normali processi mentali che utilizziamo ogni giorno per orientarci nella realtà.
Effetti psicologici delle informazioni distorte
L’esposizione continua a informazioni false o distorte non è priva di conseguenze sul piano psicologico. Uno degli effetti più comuni ed immediati è l’aumento dei livelli d’ansia e del senso di minaccia provenienti da notizie allarmistiche, soprattutto se ripetute e non contestualizzate.
Questi livelli elevati d’ansia possono a loro volta alimentare una percezione del mondo come imprevedibile e pericoloso. Questo stato di iperattivazione emotiva può rendere le persone più vulnerabili, meno propense alla riflessione e più inclini a cercare spiegazioni semplici o colpevoli facilmente identificabili (Mihai, 2023; Walton et al., 2022; Ecker et al., 2022).
Un altro effetto rilevante è la sfiducia generalizzata. Quando diventa difficile distinguere il vero dal falso, alcune persone possono sviluppare un atteggiamento di scetticismo radicale, che può estendersi alle istituzioni, agli esperti e persino alle relazioni interpersonali. Paradossalmente, la disinformazione può portare sia a credere a tutto sia a non credere più a nulla, minando la possibilità di costruire conoscenza condivisa e dialogo (Ecker et al., 2022; Mihai, 2023).

Meno intuitivamente anche la polarizzazione che osserviamo quotidianamente o sui social rappresenta un’ulteriore conseguenza psicologica. Le informazioni false tendono a rafforzare identità contrapposte, alimentando dinamiche “noi contro loro”. Questo può tradursi in conflitti interpersonali, rotture relazionali e difficoltà comunicative, anche all’interno di famiglie o gruppi di amici. A livello individuale, sentirsi costantemente in opposizione può aumentare stress, rabbia e senso di isolamento (Mihai, 2023; Walton et al., 2022).
In questo senso la disinformazione può incidere sull’identità personale e sull’autostima. Aderire a determinate narrazioni può fornire un senso di appartenenza e significato, ma quando queste si rivelano fragili o infondate, il rischio è quello di vivere confusione, vergogna o difensività. In questo modo, l’impatto della disinformazione va ben oltre la semplice errata comprensione dei fatti, toccando aspetti profondi dell’equilibrio psicologico (Ecker et al., 2022; Walton et al., 2022; Mihai, 2023).
Disinformazione e misinformazione riguardo la salute mentale
Il legame tra disinformazione e salute mentale è particolarmente delicato, soprattutto quando le informazioni false riguardano temi come il benessere psicologico, la diagnosi o il trattamento dei disturbi mentali. Online sono numerosi i contenuti che semplificano fenomeni complessi, propongono etichette diagnostiche improprie o suggeriscono soluzioni rapide senza un fondamento scientifico. Dal punto di vista psicologico, questi messaggi possono risultare molto attraenti, perché offrono spiegazioni immediate al disagio e riducono l’incertezza (Starvaggi, Dierckman, & Lorenzo-Luaces, 2024; Borges do Nascimento et al., 2022).
Uno dei rischi principali è l’autodiagnosi basata su informazioni non attendibili. Identificarsi in descrizioni generiche o in liste di sintomi decontestualizzati può infatti portare a interpretazioni errate della propria esperienza emotiva, aumentando ansia e confusione. In alcuni casi, questo processo può ritardare o ostacolare la richiesta di un supporto professionale adeguato, favorendo invece soluzioni fai da te inefficaci o potenzialmente dannose (Borges do Nascimento et al., 2022; Starvaggi et al., 2024).

La disinformazione contribuisce anche alla perdita di fiducia negli esperti. Narrazioni che delegittimano la psicologia scientifica o che presentano gli psicologi in modo distorto possono rafforzare resistenze già presenti verso la cura.
Il fenomeno è parte di un contesto più ampio in cui la digitalizzazione della salute e l’accesso ai dati sanitari possono rappresentare sia opportunità sia sfide, richiedendo strategie di comunicazione pubblica basate sulla trasparenza, sull’anticipazione della disinformazione e sul coinvolgimento di fonti affidabili (European Journal of Public Health, 2025).
Infine, nei momenti di maggiore vulnerabilità psicologica, le persone sono più esposte agli effetti negativi della disinformazione. Stati di stress, depressione o ansia possono ridurre le risorse cognitive necessarie per valutare criticamente le informazioni, rendendo più facile l’adesione a narrazioni semplici ma fuorvianti. In questo senso, la disinformazione non è solo un problema informativo, ma un fattore che può incidere direttamente sul benessere mentale e sulla qualità della vita (Borges do Nascimento et al., 2022; Starvaggi et al., 2024; European Journal of Public Health, 2025).
Sviluppare un nuovo rapporto con le informazioni
Contrastare disinformazione e misinformazione non significa diventare sospettosi o ipercritici verso ogni contenuto, ma sviluppare competenze psicologiche che permettano una relazione più consapevole con le informazioni. A livello individuale, una delle strategie più importanti è rallentare. La maggior parte delle notizie false fa leva su reazioni emotive immediate e perciò prendersi un momento prima di credere o condividere un contenuto consente di riattivare processi di pensiero riflessivi e analitici. Imparare a riconoscere le proprie emozioni e ad esempio, chiedersi “questa notizia mi sta facendo arrabbiare o spaventare?” è già un primo passo verso una maggiore lucidità.
Un’altra competenza chiave è l’allenamento al pensiero critico. Questo include la verifica delle fonti, la ricerca di informazioni alternative e la capacità di tollerare l’incertezza senza ricorrere a spiegazioni semplicistiche.
Dal punto di vista psicologico, accettare di “non sapere” può essere faticoso, ma è essenziale per ridurre la vulnerabilità alla disinformazione. Anche la consapevolezza dei propri bias cognitivi aiuta a non confondere ciò che appare convincente con ciò che è effettivamente fondato.





