Ogni anno, quando la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia apre le sue porte, il cinema torna a occupare uno spazio particolare nell’immaginario collettivo. Per alcuni giorni, la città diventa il luogo nel quale vengono presentate storie, volti, conflitti, desideri, paure e forme diverse dell’esperienza umana. Ma al di là del valore artistico e culturale delle opere presentate, il cinema può essere considerato anche come un dispositivo psicologico. Attraverso le immagini, i corpi, i volti e le narrazioni, permette di entrare in contatto con una dimensione dell’esperienza umana che spesso, nella quotidianità, rimane difficile da riconoscere e ancora più difficile da esprimere: quella emotiva.
Perché, dunque, esiste un bisogno così persistente di vedere le emozioni rappresentate sul grande schermo? La risposta può essere ricercata nella particolare relazione che si crea tra spettatore e narrazione.
Il cinema non si limita a raccontare ciò che accade a un personaggio: rende visibile il suo mondo interno, offrendo allo spettatore la possibilità di assistere a emozioni che appartengono a qualcun altro e, contemporaneamente, di riconoscere qualcosa della propria esperienza psichica.
Quando un'emozione diventa immagine
Le emozioni non sono sempre facilmente traducibili in parole. Esistono esperienze affettive che precedono la capacità di essere nominate e comprese. La paura può manifestarsi prima che venga riconosciuta come tale; il dolore può essere percepito senza che sia immediatamente possibile comprenderne l'origine; un desiderio può essere avvertito prima di diventare pensiero consapevole.
Il cinema offre una forma particolare di rappresentazione proprio a questa dimensione preverbale. Un volto, uno sguardo, un gesto, una pausa, un silenzio possono comunicare ciò che un dialogo non riuscirebbe a esprimere. Il primo piano cinematografico, in particolare, permette di soffermarsi sull'espressione del volto e di osservare una trasformazione emotiva nel suo manifestarsi. In questo senso, il cinema può svolgere una funzione di traduzione: trasforma qualcosa di interno e difficilmente rappresentabile in un'immagine che può essere osservata. E ciò che diventa visibile può essere riconosciuto, pensato e, talvolta, elaborato.

La finzione permette di avvicinarsi a ciò che nella realtà è difficile guardare
Una delle caratteristiche più interessanti dell'esperienza cinematografica consiste nel paradosso della finzione. Si sa che ciò che accade sullo schermo non sta realmente accadendo. Eppure il corpo e la mente possono reagire in modo autentico. Si può provare paura davanti a una minaccia immaginaria, commozione davanti a un lutto narrativo, rabbia di fronte a un'ingiustizia rappresentata. La distanza dalla realtà non annulla l'emozione. Può, al contrario, renderla maggiormente accessibile. La finzione crea infatti uno spazio protetto nel quale è possibile avvicinarsi a esperienze potenzialmente dolorose senza esserne direttamente coinvolti. Il dolore appartiene al personaggio, la perdita appartiene alla storia, il conflitto è collocato all'interno di una narrazione. In una prospettiva psicodinamica, la rappresentazione simbolica possiede proprio questa funzione: permette alla mente di avvicinarsi a contenuti complessi attraverso una forma mediata, senza doverli necessariamente affrontare nella loro immediatezza.
Il personaggio cinematografico come oggetto di identificazione
L'identificazione rappresenta uno dei meccanismi fondamentali dell'esperienza cinematografica. Non è necessario che esista una somiglianza evidente tra lo spettatore e il personaggio. Un personaggio può appartenere a un'epoca storica diversa, avere un'età differente, vivere in un contesto sociale lontano o assumere comportamenti profondamente estranei a quelli abituali.
L'identificazione non richiede infatti una sovrapposizione biografica. Può riguardare un'esperienza affettiva. La paura di perdere qualcuno, il bisogno di essere riconosciuti, la vergogna, la solitudine, il desiderio di libertà, la gelosia, il senso di colpa o il bisogno di appartenenza sono esperienze che possono attraversare persone molto diverse tra loro. Il personaggio diventa quindi una sorta di superficie di proiezione e identificazione sulla quale possono incontrarsi elementi della vita psichica dello spettatore.
La ricerca sulle narrazioni ha evidenziato come il coinvolgimento narrativo possa favorire processi di immersione e di identificazione con i personaggi. La narrative transportation, in particolare, descrive uno stato nel quale attenzione, immaginazione e risposta emotiva vengono fortemente orientate verso il mondo della storia (Green & Brock, 2000). Il risultato è un'esperienza nella quale il confine tra osservatore e narrazione può temporaneamente diventare più permeabile.
Guardare un altro per riconoscere se stessi
Un sentimento può essere difficile da riconoscere quando appartiene direttamente alla propria esperienza. Può invece diventare più facilmente comprensibile quando viene osservato in un'altra persona. Si può assistere alla rabbia di un personaggio e riconoscere una modalità di funzionamento familiare. Si può osservare una separazione e sentire emergere un dolore personale. Si può assistere a una relazione distruttiva e comprendere, forse per la prima volta, alcuni aspetti di una dinamica vissuta. La storia altrui diventa così una via indiretta verso la propria esperienza. Non è necessario che il film offra una spiegazione. Spesso è sufficiente che renda rappresentabile qualcosa che, fino a quel momento, era rimasto privo di forma. In questo senso, il cinema può avere una funzione di mentalizzazione: aiuta a trasformare esperienze emotive poco differenziate in stati mentali che possono essere osservati e pensati. Non si tratta di una funzione terapeutica automatica. Non ogni film produce consapevolezza e non ogni esperienza cinematografica conduce a una maggiore comprensione di sé. Tuttavia, la narrazione può offrire uno spazio nel quale osservare la complessità della mente umana.
L'ambivalenza nei film
Una delle caratteristiche più importanti delle narrazioni cinematografiche psicologicamente riuscite è la capacità di rappresentare l'ambivalenza. È possibile amare e provare rabbia nei confronti della stessa persona. Desiderare qualcosa e contemporaneamente temerla. Sentire nostalgia per ciò che non si vorrebbe realmente recuperare. Provare sollievo e dolore di fronte alla stessa perdita. La mente umana è abitata da sentimenti contraddittori e il cinema permette di rappresentare questa complessità senza doverla necessariamente risolvere. Un personaggio può essere contemporaneamente vittima e aggressore, fragile e manipolatorio, generoso ed egoista, innamorato e incapace di amare. Proprio questa contraddittorietà contribuisce a renderlo credibile. La rappresentazione cinematografica dell'ambivalenza permette quindi di entrare in contatto con una dimensione della vita psichica che spesso viene semplificata nella quotidianità. La necessità di classificare rapidamente ciò che accade può lasciare poco spazio all'incertezza. Il cinema, invece, può mantenere aperta la domanda.

Il cinema come esperienza collettiva
Esiste inoltre una dimensione dell'esperienza cinematografica che riguarda la presenza degli altri. La sala cinematografica è uno spazio collettivo nel quale molte persone condividono contemporaneamente la stessa esperienza percettiva ed emotiva. Il silenzio prima di una scena, una risata improvvisa, una tensione percepibile nella sala, la commozione che attraversa il pubblico: l'emozione individuale assume una dimensione condivisa.
Questo aspetto acquista un significato particolare in una società caratterizzata da una crescente individualizzazione dell'esperienza. Le piattaforme digitali permettono di guardare film e serie in solitudine, spesso interrompendo continuamente la visione e adattandola ai ritmi personali. La sala cinematografica propone invece un tempo condiviso e relativamente non negoziabile. Per alcune ore, il pubblico guarda nella stessa direzione. Anche questo può essere considerato un'esperienza psicologica significativa: l'emozione non appartiene soltanto all'individuo, ma diventa parte di un'esperienza collettiva.
La Mostra del Cinema di Venezia rappresenta, da questo punto di vista, qualcosa di ancora più ampio. Il cinema diventa occasione di incontro, discussione, confronto e produzione culturale. Le emozioni rappresentate sullo schermo entrano nello spazio pubblico e diventano materia di riflessione condivisa. Le immagini scorrono rapidamente. Vengono consumate, sostituite, commentate e dimenticate. Il cinema, soprattutto nella dimensione della sala, propone un'esperienza differente. Chiede di restare, di osservare una storia fino alla fine, talvolta chiede di attraversare anche momenti di silenzio, lentezza, disagio o ambiguità. In questo senso, il cinema può rappresentare una forma di resistenza alla frammentazione dell'attenzione. Non perché il cinema sia necessariamente superiore agli altri linguaggi audiovisivi, ma perché alcune opere chiedono allo spettatore di sostenere un'esperienza emotiva senza poterla immediatamente interrompere o sostituire.

Il bisogno psicologico delle storie
La funzione psicologica delle storie è molto antica. Prima ancora dell'esistenza del cinema, gli esseri umani hanno utilizzato miti, racconti, rappresentazioni teatrali e immagini per dare forma alle esperienze fondamentali dell'esistenza: la nascita, la perdita, il desiderio, il conflitto, l'amore, la morte, la separazione e il ritorno. La ricerca psicologica ha proposto di considerare la narrativa anche come una forma di simulazione dell'esperienza sociale. Le storie consentono di esplorare mentalmente situazioni e relazioni che possono essere diverse dalla propria esperienza concreta (Mar & Oatley, 2008; Oatley, 2016). In questo senso, guardare un film significa anche sperimentare, attraverso l'immaginazione, possibilità differenti dell'esistenza.
Evviva il cinema!
La Mostra del Cinema di Venezia può essere letta, allora, non soltanto come uno degli appuntamenti più importanti della cultura cinematografica internazionale, ma anche come una celebrazione dello sguardo. Guardare significa infatti assumere temporaneamente una posizione diversa da quella abituale. In un'epoca nella quale viene richiesto continuamente di mostrarsi, raccontarsi, fotografarsi e costruire un'immagine di sé, la sala cinematografica restituisce una posizione apparentemente opposta: quella dello spettatore. Ma guardare non equivale a essere passivi. L'esperienza cinematografica coinvolge attenzione, memoria, immaginazione, anticipazione, interpretazione e risposta emotiva. Lo spettatore costruisce continuamente significati a partire da ciò che vede. Per questo il cinema può diventare uno spazio nel quale l'attività psichica si esercita in modo particolarmente intenso.
La Mostra del Cinema di Venezia celebra ogni anno la possibilità di trasformare l'esperienza umana in immagini e permettere a quelle immagini di tornare, attraverso lo sguardo dello spettatore, dentro la vita psichica. Perché vedere un'emozione rappresentata significa anche scoprire che quella emozione può essere condivisa, pensata e, almeno per un momento, abitata insieme agli altri.






