Apriamo un articolo e dopo pochi paragrafi sentiamo l’impulso di controllare il telefono. Iniziamo un film e, senza quasi accorgercene, prendiamo in mano lo smartphone. Al lavoro passiamo da una mail a un documento, poi a una notifica, poi di nuovo alla mail, e alla fine della giornata abbiamo la sensazione di essere stati continuamente impegnati senza essere riusciti a concentrarci davvero su nulla.
Da qui nasce una domanda sempre più comune: stiamo davvero perdendo la capacità di concentrarci?
La risposta è meno catastrofica, ma anche più interessante, di quanto suggeriscano molti discorsi sui social media. Non esiste una prova scientifica che l’essere umano contemporaneo abbia improvvisamente sviluppato un’“attenzione di otto secondi”, come sostiene una delle varie statistiche diffuse online.
L’attenzione, inoltre, non è una singola abilità misurabile con un numero universale: possiamo parlare di attenzione sostenuta, selettiva, divisa, controllo delle distrazioni e capacità di riportare il focus sul compito, processi che cambiano in base alla situazione e alle richieste cognitive (Bradbury, 2016).
Ciò che sembra essere cambiato molto più chiaramente è l’ambiente nel quale chiediamo alla nostra attenzione di funzionare. E-mail, chat, notifiche, finestre aperte, contenuti brevi, richieste simultanee e possibilità di interrompere qualsiasi attività in pochi secondi rendono estremamente frequente il passaggio da uno stimolo all’altro. Forse, quindi, non siamo semplicemente “diventati tutti distratti”: abbiamo costruito giornate nelle quali concentrarsi richiede una quantità di protezione intenzionale che prima era meno necessaria.
Durata e interruzioni della concentrazione
Quando immaginiamo una persona distratta pensiamo spesso a qualcuno incapace di prestare attenzione. Nella quotidianità contemporanea, però, il problema può essere diverso: riusciamo a concentrarci, ma lo facciamo per intervalli continuamente interrotti.
Leggere una pagina, rispondere a un messaggio, tornare alla pagina, controllare una mail, ricordarsi di qualcosa da cercare online e infine riprendere il testo non equivale a svolgere tutte queste attività contemporaneamente.
La sensazione soggettiva può essere quella di essere molto efficienti perché stiamo gestendo molte cose, mentre dal punto di vista attentivo la giornata è composta da una lunga sequenza di cambi di contesto. Questo diventa particolarmente evidente con il cosiddetto media multitasking, cioè l’utilizzo simultaneo o rapidamente alternato di più flussi di informazione. La letteratura non permette di concludere che questo comportamento stia producendo un deterioramento generalizzato dell’attenzione, ma diversi studi hanno trovato associazioni tra un uso più intenso del media multitasking e prestazioni peggiori in alcuni compiti di attenzione sostenuta e controllo cognitivo, anche se altri lavori hanno ottenuto risultati più deboli o non replicato completamente questi effetti (Uncapher & Wagner, 2018; Rioja et al., 2023).
Probabilmente vale la pena concentrarsi meno sulla domanda “quanto è diventato corto il nostro span attentivo?” e più su un’altra: quanto spesso permettiamo a qualcosa di interrompere ciò che stavamo facendo prima che la nostra attenzione abbia avuto il tempo di stabilizzarsi?

Non solo smartphone
È molto facile attribuire ogni difficoltà di concentrazione al telefono, anche perché lo smartphone rappresenta la forma più visibile della distrazione contemporanea. Anche la ricerca recente sui segnali legati alle notifiche mostra risultati variabili, suggerendo che non sia sufficiente vedere un’icona o avere un dispositivo vicino perché la nostra capacità cognitiva venga automaticamente compromessa (Skowronek et al., 2023; Wiradhany et al., 2024).
Il punto, quindi, non è trattare il telefono come un oggetto intrinsecamente tossico; bensì osservare il rapporto che abbiamo costruito con la possibilità permanente di interromperci. Se ogni momento di lieve noia viene riempito immediatamente scorrendo qualcosa, se mentre guardiamo un film controlliamo altri contenuti e se durante un lavoro impegnativo rispondiamo in tempo reale a ogni messaggio, il nostro sistema attentivo viene allenato soprattutto a cambiare.
Quando siamo abituati ad avere sempre un’alternativa più immediata a disposizione, quel piccolo disagio può essere interpretato come un segnale: “non riesco a concentrarmi”. In realtà potremmo semplicemente avere perso un po’ di familiarità con il tempo necessario perché la concentrazione si approfondisca.
Questo aiuta anche a comprendere perché possiamo sentirci capaci di guardare per ore una serie che ci coinvolge e, nello stesso periodo, non riuscire a leggere dieci pagine. Non è una contraddizione: l’attenzione dipende anche dall’interesse, dalla motivazione, dalla difficoltà del compito e dalla quantità di competizione presente nell’ambiente.
A volte non siamo distratti: siamo sovraccarichi
C’è però un rischio opposto: attribuire alla tecnologia qualcosa che riguarda soprattutto il nostro stato psicofisico.
Una persona che dorme male da settimane, attraversa un periodo di forte stress, rimugina continuamente su un problema o deve tenere mentalmente aperte decine di incombenze può sperimentare una marcata riduzione della propria capacità di rimanere concentrata. L’attenzione non funziona indipendentemente dal resto della nostra vita mentale.
Lo stress, per esempio, interagisce con processi esecutivi come memoria di lavoro, flessibilità cognitiva e capacità di inibire informazioni irrilevanti, anche se la relazione è complessa e dipende dall’intensità dello stress, dalle caratteristiche individuali e dal tipo di compito (Plieger & Reuter, 2020).
Ancora più solida è la relazione con il sonno: una meta-analisi su 70 studi ha mostrato che la privazione acuta di sonno compromette diversi domini cognitivi, con effetti particolarmente evidenti sui lapsus di attenzione semplice (Lim & Dinges, 2010).
Anche il mind wandering, cioè il momento in cui l’attenzione si sgancia spontaneamente da ciò che stiamo facendo per dirigersi verso pensieri interni, è una caratteristica normale della mente e non un difetto moderno. Può interferire con lettura, memoria e prestazioni attentive, ma svolge anche funzioni legate alla pianificazione autobiografica e alla creatività (Mooneyham & Schooler, 2013).

Difficoltà di concentrazione e ADHD
La maggiore diffusione di contenuti psicologici online ha reso anche più comune un passaggio molto rapido: noto che mi distraggo, dimentico ciò che stavo facendo, apro continuamente nuove schede e concludo di avere probabilmente un disturbo da deficit di attenzione e iperattività.
Naturalmente l’ADHD può comprendere importanti difficoltà attentive, anche nell’età adulta, ma la distraibilità è un sintomo estremamente poco specifico. Problemi di sonno, ansia, depressione, stress prolungato, alcuni farmaci, condizioni mediche e semplicemente un ambiente estremamente frammentato possono produrre esperienze soggettivamente simili.
La differenza non si stabilisce attraverso un singolo comportamento, né attraverso la capacità di concentrarsi o meno su attività noiose. Una valutazione clinica dell’ADHD prende in considerazione la storia dello sviluppo, la presenza persistente di un insieme di sintomi, la loro comparsa in più contesti e l’impatto sul funzionamento quotidiano. Allo stesso modo, se una difficoltà di concentrazione compare improvvisamente, persiste nel tempo o rappresenta un cambiamento significativo rispetto al proprio funzionamento abituale, ha più senso cercarne le possibili cause che attribuirla automaticamente alla nostra “generazione distratta”.
Possiamo recuperare la capacità di concentrarci?
Pensare alla concentrazione come a qualcosa che abbiamo irrimediabilmente perso può essere scoraggiante e, soprattutto, poco utile. L’attenzione è sensibile al contesto e modificare il contesto può cambiare notevolmente il modo in cui riusciamo a utilizzarla.
Questo non richiede necessariamente detox digitali estremi o ore di concentrazione perfetta. Può significare ridurre il numero di stimoli concorrenti quando svolgiamo un’attività importante, evitare di utilizzare ogni breve pausa come occasione per aprire un nuovo flusso di informazioni e concederci il tempo necessario per entrare realmente dentro un compito.
Anche accettare che l’attenzione oscilli può aiutare. Concentrarsi non significa non distrarsi mai, ma accorgersi che l’attenzione è uscita dal compito e riuscire a riportarla indietro. Pretendere uno stato di concentrazione assoluta per ore può farci interpretare normali fluttuazioni come la prova che qualcosa non funziona.
Obiettivo: meno interruzioni, più concentrazione
La sensazione collettiva di essere diventati più distratti contiene probabilmente qualcosa di reale, ma non necessariamente nel senso di un cervello umano che avrebbe perso improvvisamente una capacità fondamentale.
Sappiamo però che una parte crescente della nostra quotidianità rende semplice, gratificante e spesso socialmente richiesto interrompere continuamente ciò che stiamo facendo. Allo stesso tempo chiediamo alla stessa mente di gestire carichi elevati, disponibilità quasi costante, sonno non sempre adeguato e un flusso molto ampio di informazioni.
Forse la domanda più utile, quindi, non è soltanto “perché non riesco più a concentrarmi?”, ma “in quali condizioni sto chiedendo alla mia attenzione di funzionare?”.
Perché concentrarsi non è esclusivamente una qualità individuale, qualcosa che possediamo oppure abbiamo perso; è anche il risultato dello spazio che costruiamo intorno a ciò che vogliamo davvero seguire.





