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Crescita personale
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minuti di lettura

Il diritto di non partire: quando l’estate degli altri diventa pressione

Il diritto di non partire: quando l’estate degli altri diventa pressione
Monica Margiotta
Psicologa ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
21.8.2026
Il diritto di non partire: quando l’estate degli altri diventa pressione
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  • Il confronto sociale è un meccanismo naturale, ma diventa problematico quando sostituisce il criterio personale nel valutare la qualità della propria vita.
  • L'estate rende il tempo libero particolarmente visibile, trasformando le vacanze in un simbolo di libertà, appartenenza o realizzazione personale.
  • I social media mostrano frammenti selezionati delle esperienze altrui, che vengono spesso confrontati ingiustamente con l'interezza della propria quotidianità.
  • Non partire in vacanza può essere una scelta autentica e coerente con i propri bisogni, non necessariamente una rinuncia o un segnale di insufficienza.
  • Riconoscere la differenza tra desiderio autentico e pressione sociale aiuta a vivere il tempo libero, con o senza viaggio, in modo più libero e sereno.

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Arriva l’estate e, quasi senza accorgercene, il tempo libero diventa improvvisamente molto visibile. Le conversazioni iniziano a riempirsi di partenze, destinazioni, weekend organizzati e programmi per agosto; sui social compaiono aeroporti, traghetti, spiagge, tramonti, montagne, tavole apparecchiate e fotografie accompagnate da frasi che raccontano leggerezza, libertà e pausa dalla quotidianità.

Anche chi non stava pensando particolarmente alle vacanze può cominciare a chiedersi dove andrà, cosa farà e, soprattutto, se quello che ha programmato sia “abbastanza”.

Per alcune persone questa esposizione rimane semplicemente una parte piacevole della stagione: osservare i viaggi altrui può incuriosire, ispirare o suggerire luoghi da visitare in futuro. Per altre, invece, può attivare qualcosa di molto diverso. Non partire, partire per pochi giorni, scegliere una destinazione vicina o semplicemente trascorrere l’estate nella propria città può iniziare a essere vissuto come una mancanza, quasi come se il proprio tempo libero fosse meno valido rispetto a quello degli altri.

Il punto interessante è che questo disagio può comparire anche quando non esiste un autentico desiderio di partire. Una persona può aver scelto consapevolmente di risparmiare, aver bisogno di riposo dopo mesi impegnativi, trovarsi bene a casa oppure non sentire alcuna particolare necessità di organizzare un viaggio. Eppure, osservando ciò che fanno gli altri, può iniziare a percepire la propria estate come insufficiente.

È qui che il tema delle vacanze smette di riguardare semplicemente il viaggio e diventa un tema psicologico più ampio: quanto il valore che attribuiamo alle nostre esperienze dipende da ciò che vediamo fare agli altri?

Il confronto sociale: perché abbiamo bisogno di sapere come stiamo rispetto agli altri

Confrontarsi è un comportamento profondamente umano. Già nella teoria del confronto sociale formulata da Leon Festinger negli anni Cinquanta, veniva evidenziata la tendenza delle persone a valutare opinioni, capacità e risultati anche attraverso il confronto con gli altri (Festinger, 1954). Non si tratta necessariamente di un meccanismo negativo.

Il confronto può aiutarci a orientarci, comprendere ciò che desideriamo, individuare possibilità e costruire aspettative realistiche. Osservare qualcuno che realizza un progetto interessante può motivarci; vedere come altri affrontano una determinata fase della vita può offrirci informazioni utili.

Il problema emerge quando il confronto smette di essere uno strumento e diventa il criterio principale con cui misuriamo la qualità della nostra esperienza. Questo accade in particolare nel cosiddetto confronto verso l’alto, quello che facciamo con persone che percepiamo come più fortunate, più soddisfatte, più attraenti, più realizzate o, nel caso dell’estate, semplicemente più impegnate in esperienze che ci sembrano desiderabili. In queste situazioni l’esperienza dell’altro può trasformarsi implicitamente in uno standard rispetto al quale valutiamo noi stessi.

Non pensiamo più soltanto: “Sta facendo un bel viaggio”; può comparire un secondo pensiero, molto più personale: “Io invece cosa sto facendo?”. Ed è proprio questo passaggio a modificare il significato della situazione. Una vacanza altrui non è più semplicemente una vacanza altrui, ma diventa un’informazione sulla nostra vita.

Una persona con una felpa e occhiali rossi guarda fuori attraverso una finestra in un giorno d'inverno nevoso, catturando un momento di pace all'interno.
Erik Mclean – Pexels

Perché l’estate rende il confronto più intenso

Il confronto sociale esiste durante tutto l’anno, ma l’estate possiede alcune caratteristiche che possono renderlo particolarmente evidente.

Le vacanze introducono qualcosa di diverso. Il tempo libero diventa una sorta di spazio bianco in cui dovrebbe emergere ciò che scegliamo di fare quando finalmente non siamo obbligati a fare altro. Ed è proprio per questo che può assumere un valore simbolico molto più ampio. Dove andiamo, con chi partiamo, per quanto tempo possiamo permetterci di stare lontani, quali esperienze facciamo: tutto può iniziare a essere percepito non soltanto come una scelta organizzativa, ma come una rappresentazione della nostra vita.

Un viaggio sembra raccontare libertà, una vacanza con molti amici può comunicare appartenenza, una destinazione lontana può essere associata alla possibilità economica, un’estate piena di eventi può sembrare la prova di una vita sociale intensa. Naturalmente queste associazioni sono estremamente semplificate, ma il confronto non funziona sempre attraverso ragionamenti razionali e approfonditi. Spesso bastano pochi elementi visibili perché la mente costruisca una storia molto più ampia.

Sui social non vediamo semplicemente vacanze: vediamo vite selezionate

I social media amplificano ulteriormente questo processo perché aumentano enormemente il numero di persone con cui possiamo confrontarci e, soprattutto, ci espongono a versioni altamente selezionate della loro esperienza.

La letteratura sul confronto sociale online mostra che i social network possono favorire confronti verso l’alto ed emozioni come l’invidia, anche se gli effetti non sono uniformemente negativi e dipendono molto dalle caratteristiche individuali, dal tipo di contenuto e dal modo in cui viene interpretato (Verduyn et al., 2020; Meier & Johnson, 2022). Questo aspetto è particolarmente importante quando osserviamo contenuti legati alle vacanze. Raramente vediamo la totalità dell’esperienza. Non vediamo necessariamente il costo economico sostenuto per quel viaggio, i ritardi, i momenti di noia, le discussioni, la stanchezza, il caldo, le aspettative deluse o il fatto che magari quella persona avrebbe preferito essere altrove. E, soprattutto, la selezione che noi vediamo la confrontiamo con l’interezza della nostra vita.

Questa asimmetria è fondamentale: mettiamo spesso a confronto il dietro le quinte della nostra esperienza con il momento migliore scelto da qualcun altro per rappresentare la propria. Non significa che ciò che vediamo sia falso. Una persona può essere realmente felice durante una vacanza e desiderare sinceramente di condividere quel momento. Il problema nasce quando dimentichiamo che quello che osserviamo è comunque un frammento.

Una donna che guarda il suo telefono cellulare di notte con le luci della città sfocate sullo sfondo.
mikoto.raw Photographer – Pexels

La vacanza come segnale di riuscita

Nella cultura contemporanea, inoltre, viaggiare ha acquisito un significato che supera ampiamente il semplice riposo, in quanto il viaggio può essere associato a curiosità, libertà, apertura mentale, disponibilità economica, indipendenza e realizzazione personale.

Questo rende particolarmente difficile riconoscere che, talvolta, non voler partire è semplicemente una preferenza.

Una persona può non desiderare una vacanza impegnativa per diversi motivi:

  • può aver attraversato mesi in cui ha viaggiato molto per lavoro e desiderare silenzio e stabilità;
  • può preferire spendere il proprio denaro per altro;
  • può avere responsabilità familiari;
  • può attraversare un momento di fragilità psicologica;
  • oppure può semplicemente stare bene dove si trova. Eppure, quando esiste una rappresentazione culturale molto forte di ciò che “si dovrebbe” fare, una scelta personale rischia di trasformarsi in una deviazione dallo standard.

Non partire può quindi attivare domande che riguardano molto poco il viaggio in sé: “Sto sprecando l’estate?”, “Sono troppo sedentario?”, “Perché tutti hanno una vita più interessante?”, “Sto perdendo qualcosa?”, “Che cosa racconterò quando tornerò al lavoro?”. Il rischio è che il valore dell’esperienza venga definito non dalla soddisfazione reale, ma dalla sua confrontabilità con quella degli altri.

Quando il tempo libero deve essere produttivo

Esiste inoltre un paradosso culturale particolarmente interessante: abbiamo esteso la logica della performance persino al riposo. Durante l’anno dobbiamo essere produttivi sul lavoro. Quando finalmente arrivano le ferie, rischiamo di sentirci chiamati a essere produttivi anche nel tempo libero. Per questo motivo la vacanza dovrebbe essere memorabile: dovremmo visitare posti nuovi, fare esperienze, conoscere persone, approfittare di ogni giornata e tornare con la sensazione di aver utilizzato bene quel tempo.

Il riposo puro, invece, può sembrare quasi uno spreco. Una settimana trascorsa leggendo, dormendo, facendo passeggiate e incontrando poche persone può essere profondamente rigenerante, ma apparire poco significativa se confrontata con un itinerario attraverso quattro Paesi. Questo rivela qualcosa di interessante sul nostro rapporto contemporaneo con il tempo: anche quando non siamo obbligati a produrre, possiamo continuare a sentire che il tempo debba comunque essere riempito in modo visibile e valorizzabile.

In questo senso, il diritto di non partire è collegato a un diritto ancora più ampio: quello di non trasformare ogni spazio libero in un’esperienza da ottimizzare.

“Sto sprecando l’estate”: quando entra in gioco la FoMO

A rendere più intensa questa pressione può contribuire la Fear of Missing Out, comunemente abbreviata in FoMO. Il termine descrive la preoccupazione che gli altri stiano vivendo esperienze gratificanti dalle quali siamo esclusi e può accompagnarsi al desiderio di rimanere costantemente aggiornati su ciò che accade (Przybylski et al., 2013).

Durante l’estate, questa esperienza può diventare particolarmente evidente: vediamo amici a un concerto mentre noi siamo a casa, un collega pubblica una fotografia dalla Grecia, una persona che conosciamo vagamente sta facendo un viaggio negli Stati Uniti, un’altra passa tutti i weekend al mare. Ognuna di queste informazioni può generare un piccolo interrogativo: “Dovrei esserci anch’io?”. La FoMO non riguarda semplicemente il desiderio di fare qualcosa di piacevole. Può riguardare la sensazione che, mentre noi siamo fermi, la vita stia accadendo altrove.

È questa percezione a rendere particolarmente difficile il confronto. La persona non pensa più soltanto di aver scelto una vacanza diversa, ma può iniziare a sentirsi esclusa da un’esperienza collettiva di felicità.

Quando non partire sembra significare essere rimasti indietro

Per alcune persone il confronto estivo entra in contatto con un vissuto ancora più ampio: la paura di essere rimasti indietro rispetto agli altri. Questa sensazione può riguardare diversi ambiti:

  • chi vede coppie in viaggio può sentire maggiormente il peso di essere single;
  • chi osserva gruppi di amici può interrogarsi sulla propria vita sociale;
  • chi non può permettersi una vacanza può vivere più intensamente la differenza economica rispetto alle persone che conosce;
  • chi attraversa un periodo di difficoltà può percepire il contrasto tra il proprio stato interno e l’apparente leggerezza degli altri.

L’estate diventa così una sorta di lente che amplifica differenze che esistevano già. Il tema non è più: “Io non sono partito”, bensì “Gli altri stanno andando avanti e io no”. Questo passaggio è psicologicamente importante perché trasforma una condizione temporanea in un giudizio globale sulla propria vita. Eppure, le due cose non sono equivalenti. Non essere in viaggio ad agosto non dice nulla, da solo, sul livello di realizzazione, ricchezza relazionale o soddisfazione di una persona.

Il confronto economico che spesso rimane invisibile

C’è poi un elemento che rischia di essere facilmente trascurato quando si parla della pressione delle vacanze: partire ha un costo. Viaggiare richiede denaro, possibilità organizzative, ferie, condizioni familiari compatibili e, in alcuni casi, una stabilità economica che non tutti possiedono. Quando però i contenuti di viaggio vengono osservati fuori da questo contesto, le differenze materiali possono sembrare differenze personali.

È un vissuto interessante perché mostra quanto il confronto sociale possa agire persino quando la parte razionale della persona possiede già tutte le informazioni necessarie.

“Lo so che sarebbe assurdo spendere quei soldi.” E subito dopo: “Però mi sembra che tutti possano permetterselo tranne me.” Questa seconda frase non parla soltanto di denaro. Può toccare autostima, status, appartenenza e percezione del proprio percorso di vita.

Un micro-esempio clinico: “Prima di Instagram stavo bene”

Nel lavoro clinico può capitare di incontrare una persona che racconta di aver deciso consapevolmente di non partire durante l’estate. Ha affrontato mesi faticosi, desidera riposare e ha scelto di utilizzare le ferie per stare nella propria casa, leggere e trascorrere tempo con poche persone. Nei primi giorni si sente bene, poi inizia a guardare con maggiore frequenza i social. Vede amici al mare, colleghi in viaggio, conoscenti che pubblicano fotografie da località lontane.

Progressivamente compare un senso di disagio: “Mi sembra di stare sprecando le ferie.” Quando le viene chiesto cosa desidererebbe realmente fare, però, risponde ancora: “A dire la verità, non avrei voglia di partire”. La contraddizione è solo apparente. Il bisogno personale non è cambiato, è cambiato il parametro con cui viene valutato.

La domanda iniziale era: “Cosa mi farebbe stare bene in queste settimane?”. Il confronto l’ha trasformata in: “Quello che sto facendo è abbastanza rispetto a ciò che stanno facendo gli altri?”.

L’invidia non è necessariamente un’emozione di cui vergognarsi

Il confronto con le vacanze degli altri può generare anche invidia, un’emozione spesso vissuta con particolare disagio perché culturalmente associata a cattiveria, egoismo o incapacità di essere felici per gli altri. In realtà, l’invidia può contenere informazioni utili.

Vedere qualcuno che parte per un lungo viaggio può far emergere un desiderio che avevamo trascurato. Osservare un gruppo di amici può farci accorgere che sentiamo la mancanza di maggiore socialità. La ricerca sul confronto online mostra, infatti, che l’invidia non produce necessariamente un unico esito: a seconda del modo in cui viene elaborata, il confronto può essere associato tanto a peggior benessere quanto a ispirazione e motivazione (Meier & Johnson, 2022).

La domanda utile, quindi, non è semplicemente “perché sono invidioso?”, ma “cosa mi sta mostrando questa emozione?”. Sto realmente desiderando quell’esperienza? Oppure desidero ciò che sembra rappresentare: libertà, compagnia, leggerezza, disponibilità economica?

Questa distinzione è importante perché possiamo desiderare il significato simbolico di una vacanza senza desiderare realmente quel viaggio.

Vista in bianco e nero di persone che camminano su una spiaggia attraverso un arco di pietra, catturando silhouette serene a Mont Saint-Michel.
LIZHI LIANG – Pexels

Quando partiamo soltanto per non sentirci esclusi

La pressione del confronto non influenza soltanto chi rimane a casa, ma può condizionare anche le scelte di chi parte. Una persona può organizzare un viaggio non perché lo desideri davvero, ma perché sente che “non può stare ferma”. Può spendere più di quanto vorrebbe, inserire troppe attività o scegliere una destinazione soprattutto perché appare prestigiosa o socialmente desiderabile. La ricerca specifica sul turismo ha mostrato che il confronto sociale e la cosiddetta travel envy possono essere associati al desiderio di visitare destinazioni viste sui social (Hajli et al., 2018).

Questo non significa naturalmente che i social determinino le nostre scelte di viaggio. Possono ispirarci e farci conoscere luoghi che altrimenti non avremmo mai scoperto. È però interessante chiedersi, almeno qualche volta, da dove provenga un desiderio.

“Voglio davvero partire?” è una domanda diversa da “Voglio poter dire di essere partito?”. E ancora diversa da: “Ho paura di come mi sentirò se rimarrò a casa mentre tutti gli altri sono via?”.

Il diritto di avere un’estate poco raccontabile

Forse uno degli aspetti più difficili della pressione estiva riguarda il fatto che alcune forme di benessere producono pochissimo materiale da mostrare. Riprendersi da mesi di stanchezza può significare dormire di più. Avere bisogno di tranquillità può significare trascorrere intere giornate senza programmi. Coltivare una relazione può voler dire cenare più volte nello stesso posto, senza fotografare nulla. Ritrovare un po’ di equilibrio può significare annoiarsi, rallentare e lasciare che le giornate non abbiano necessariamente un momento memorabile. Sono esperienze poco spettacolari, ma non necessariamente meno significative.

La difficoltà nasce quando iniziamo a valutare la qualità di ciò che viviamo attraverso la sua capacità di essere raccontato. Se non c’è una fotografia, una destinazione, un evento o una storia interessante da condividere, può sembrare che non sia successo nulla. Eppure una parte essenziale del benessere umano è fatta proprio di esperienze che non avrebbero alcun valore particolare osservate dall’esterno.

Come accorgersi che stiamo vivendo l’estate degli altri

Il confronto non può e non deve essere eliminato completamente, in quanto costituisce una modalità naturale attraverso cui interpretiamo il mondo sociale. Possiamo però iniziare ad accorgerci di quando sta diventando il principale criterio con cui valutiamo le nostre scelte.

Può essere utile osservare come cambia il nostro stato emotivo prima e dopo l’esposizione ai contenuti degli altri. Se una giornata ci sembrava piacevole e inizia a sembrarci insufficiente solo dopo aver visto ciò che fanno altre persone, forse vale la pena fermarsi prima di concludere che la nostra esperienza abbia davvero perso valore.

Un’altra domanda importante riguarda il desiderio: se nessuno potesse vedere come trascorro queste ferie, cosa sceglierei di fare? È una domanda semplice ma interessante, perché elimina per qualche istante il pubblico immaginario. Forse sceglieremmo comunque quel viaggio, oppure ci accorgeremmo che una parte della pressione proviene proprio dal bisogno di sentirci all’altezza di un’immagine dell’estate che non abbiamo scelto davvero.

Il ruolo della psicoterapia

Quando il confronto sociale diventa molto pervasivo, può essere utile comprendere quali significati personali attiva. Per alcune persone il problema riguarda soprattutto l’autostima: l’esperienza degli altri viene interpretata come prova della propria insufficienza. Per altre tocca il tema dell’appartenenza e della paura di esclusione. In altri casi, le vacanze rendono visibili differenze economiche, relazionali o biografiche che durante il resto dell’anno riescono a rimanere più sullo sfondo.

La psicoterapia può aiutare a distinguere tra un desiderio autentico e uno costruito prevalentemente attraverso il confronto, e soprattutto a comprendere perché la vita degli altri diventi così facilmente un metro di giudizio per la propria. L’obiettivo non è diventare indifferenti a ciò che fanno gli altri. È costruire un criterio personale sufficientemente stabile da poter osservare esperienze diverse senza trasformarle immediatamente in una valutazione di sé.

L'estate non è una prova da superare

Le vacanze possono essere un’esperienza meravigliosa. Viaggiare può aprire prospettive, creare ricordi, interrompere routine e offrirci occasioni che difficilmente incontreremmo restando nel quotidiano. Non è necessario svalutare il viaggio per difendere il diritto di non partire. È necessario, piuttosto, separare due cose che durante l’estate rischiano facilmente di confondersi: il desiderio e la pressione.

Il problema nasce quando l’estate diventa una verifica della qualità della nostra vita e le esperienze degli altri vengono utilizzate come risposta alla domanda: “Sto vivendo abbastanza?”. Forse il diritto di non partire comincia proprio da qui: dalla possibilità di riconoscere che una vita non diventa meno piena solo perché, per qualche settimana, non produce immagini da mostrare. E che il tempo libero, per essere davvero libero, dovrebbe poter essere anche questo: tempo che non ha bisogno di dimostrare nulla.

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FAQ

Il diritto di non partire indica la possibilità di scegliere consapevolmente di non fare un viaggio durante l'estate senza che questo venga vissuto come una mancanza o un fallimento personale. Significa riconoscere che il valore del proprio tempo libero non dipende dal fatto di viaggiare, ma dalla coerenza tra ciò che si sceglie e ciò che realmente si desidera. Spesso questo diritto viene messo in discussione dalla pressione sociale e dal confronto con le esperienze altrui. Recuperarlo significa dare pari dignità a tutte le forme di riposo, comprese quelle meno visibili o raccontabili.
Sì, è un vissuto piuttosto comune, soprattutto quando si è esposti costantemente a immagini di viaggi e vacanze altrui sui social media. Questo disagio può comparire anche quando non esiste un reale desiderio di partire, semplicemente perché il confronto con gli altri trasforma una scelta personale in un parametro di valutazione della propria vita. Non significa che qualcosa non vada nella persona, ma che il confronto sociale sta agendo più della realtà dei propri bisogni. Riconoscere questo meccanismo è il primo passo per ridimensionarlo.
Il confronto sociale si intensifica in estate perché il tempo libero, a differenza degli impegni quotidiani più simili per tutti, diventa uno spazio molto visibile in cui si manifestano scelte personali come dove andare, con chi e per quanto tempo. Questa visibilità fa sì che le vacanze assumano un valore simbolico che va oltre il semplice riposo, arrivando a rappresentare libertà, appartenenza o successo economico. I social media amplificano ulteriormente questo fenomeno mostrando versioni selezionate e parziali delle esperienze altrui. Il risultato è che elementi visibili e frammentari vengono interpretati come informazioni complete sulla vita di una persona.
Un segnale utile è osservare come cambia il proprio stato emotivo prima e dopo l'esposizione ai contenuti degli altri: se una giornata sembrava soddisfacente e diventa improvvisamente insufficiente solo dopo aver visto le vacanze altrui, probabilmente è il confronto a parlare, non la realtà. Un'altra domanda efficace è chiedersi cosa si sceglierebbe di fare se nessuno potesse vederlo, eliminando così il pubblico immaginario dalla decisione. Se la risposta cambia rispetto a quello che si sta effettivamente facendo, può essere un segnale di pressione sociale più che di desiderio autentico. Questo tipo di consapevolezza aiuta a distinguere ciò che si vuole davvero da ciò che si pensa di dover volere.
La FoMO, Fear of Missing Out, è la paura di essere esclusi da esperienze gratificanti che gli altri starebbero vivendo, e si associa spesso al bisogno di rimanere costantemente aggiornati su ciò che accade attorno a noi. Durante l'estate questa sensazione si intensifica perché si moltiplicano le occasioni di vedere amici, colleghi o conoscenti impegnati in viaggi e attività che sembrano desiderabili. La FoMO non riguarda soltanto il desiderio di fare qualcosa di piacevole, ma può generare la sensazione di essere fermi mentre la vita accade altrove. Riconoscerla aiuta a distinguere un reale desiderio personale da un disagio indotto dal confronto.
No, l'invidia non è necessariamente un'emozione di cui vergognarsi, anche se culturalmente viene spesso associata a cattiveria o incapacità di essere felici per gli altri. Può infatti contenere informazioni preziose su desideri che avevamo trascurato, come il bisogno di maggiore socialità, libertà o leggerezza. La domanda utile non è quindi perché si provi invidia, ma cosa questa emozione stia effettivamente segnalando. A seconda di come viene elaborata, l'invidia può portare tanto a un peggioramento del benessere quanto a ispirazione e motivazione al cambiamento.
Può essere utile rivolgersi a uno psicoterapeuta quando il confronto sociale diventa molto pervasivo e inizia a condizionare in modo significativo l'autostima, le scelte quotidiane o il benessere generale. La psicoterapia aiuta a distinguere tra un desiderio autentico e uno costruito principalmente attraverso il confronto con gli altri, esplorando i significati personali che questo meccanismo attiva, come paure di esclusione o insicurezze legate all'autostima. Non si tratta di diventare indifferenti alle esperienze altrui, ma di costruire un criterio di valutazione personale più stabile. Un percorso terapeutico può quindi offrire strumenti concreti per vivere il confronto in modo meno doloroso e più consapevole.
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