“Il tempo avanza a passo diverso con diverse persone. Ti dirò con chi il tempo va d’ambio, con chi va al trotto, con chi va al galoppo, e con chi sta fermo.” — William Shakespeare
Queste parole di Shakespeare sembrano riuscire a dare una voce sorprendentemente precisa ad una percezione universale.
Nonostante siamo consapevoli che il tempo degli orologi proceda sempre allo stesso ritmo, non possiamo fare a meno di notare che il vissuto della nostra mente può muoversi a velocità completamente diverse. E forse non c’è momento dell’anno in cui questa differenza diventa più evidente dell’estate.
Per un adolescente, l’estate può sembrare quasi infinita. Le giornate si allungano, le vacanze sembrano non finire mai, settembre è lontanissimo e tra un pomeriggio al mare e una serata con gli amici sembra esserci un tempo enorme. Poi, qualche anno dopo, la percezione cambia.
Eppure il tempo, oggettivamente, non è cambiato: giugno, luglio e agosto continuano ad avere la stessa durata. Quello che le teorie psicologiche e le neuroscienze ci suggeriscono è che sia cambiato il modo in cui li percepiamo.
Perché l'estate da adulti sembra durare meno
La psicologia della percezione temporale conferma che la percezione soggettiva della durata di un’esperienza non coincide necessariamente con quella misurata dall’orologio. Con l’età, intervengono diversi fattori che possono contribuire alla sensazione che gli anni e le stagioni scorrano più rapidamente.
Una teoria molto interessante in questo ambito è stata formulata dallo psicologo francese Paul Janet e prende il nome di proportional theory.
Secondo questa teoria un determinato intervallo di tempo rappresenta una porzione progressivamente più piccola della nostra vita man mano che accumuliamo anni di esperienza.
In altre parole, un’estate vissuta a quindici anni può rappresentare una parte enorme del tempo che abbiamo vissuto fino a quel punto; a trenta, la stessa estate costituisce una frazione molto più piccola della nostra storia personale.
Questa ovviamente non è l’unica spiegazione. A cambiare sono anche la novità delle esperienze, il livello di attenzione che dedichiamo a ciò che accade e il modo in cui, successivamente, la memoria ricostruisce quel periodo.
Dietro queste riflessioni apparentemente banali si nascondono domande più scomode, come: che cosa succede al nostro tempo quando, crescendo, cambia il modo in cui lo viviamo?

Come varia la percezione del tempo
La psicologia sperimentale suggerisce che la percezione del tempo non rimane uguale durante lo sviluppo, ma cambia insieme alle capacità cognitive, attentive e alla prospettiva con cui guardiamo alla nostra esperienza.
Infanzia
Già durante l’infanzia, infatti, il modo in cui viene elaborata la durata appare diverso rispetto all’età adulta.
Droit-Volet et al. (2007), studiando la risposta di bambini di 5 e 8 anni e giovani adulti alla percezione di stimoli, hanno osservato che la sensibilità alla durata del tempo aumenta con l’età e che la percezione degli intervalli temporali è influenzata dalle risorse attentive richieste dagli stimoli.
In particolare, i bambini mostravano una maggiore difficoltà nel mantenere stabile l’attenzione durante la valutazione degli stimoli visivi, suggerendo che lo sviluppo dei meccanismi attentivi contribuisca progressivamente a rendere più efficiente l’elaborazione del tempo.
Questo studio ha suggerito quindi che la percezione temporale non è una capacità completamente definita fin dall’infanzia, ma si affina nel corso dello sviluppo (Droit-Volet et al., 2007).
Adolescenza ed età adulta
Le differenze diventano ancora più interessanti quando si confrontano adolescenza ed età adulta. Lo studio di Siu et al. (2014), condotto su adolescenti di 15–25 anni e adulti di 35–55 anni, ha evidenziato che gli adolescenti erano più accurati degli adulti nei compiti di discriminazione e riproduzione delle durate. Gli adulti tendevano a sovrastimare la durata degli stimoli, mentre gli adolescenti tendevano maggiormente a sottostimarla.
Lo studio ha rilevato anche una diversa e fondamentale prospettiva temporale: gli adulti risultavano più orientati verso il futuro, mentre gli adolescenti erano maggiormente centrati sul presente (Siu et al., 2014).
Questi dati aiutano a comprendere perché infanzia, adolescenza ed età adulta possano essere associate a esperienze soggettive del tempo molto diverse.
Non significa, naturalmente, che esista una semplice regola secondo cui “da bambini il tempo è lento e da adulti è veloce”. La percezione del tempo è un fenomeno complesso, influenzato da attenzione, memoria, novità delle esperienze e prospettiva temporale. Tuttavia, questi studi suggeriscono che il nostro rapporto con il tempo cambia realmente nel corso dello sviluppo. E proprio questo cambiamento può aiutarci a capire perché un'estate vissuta nell'infanzia o nell'adolescenza possa sembrare molto più lunga di una trascorsa in età adulta.
Cosa succede in estate?
Se l’estate adulta ci sembra più breve, una parte della spiegazione potrebbe trovarsi proprio nel modo in cui, almeno in Italia, viviamo le vacanze. Non tutte le giornate vengono infatti registrate dalla nostra mente allo stesso modo poiché la quantità di routine, la novità delle esperienze, l’attenzione e persino l’attesa che precede una vacanza possono modificare la percezione soggettiva del tempo.
Un’interessante serie di esperimenti condotta da Avni-Babad e Ritov (2003) ha mostrato proprio il ruolo della routine nel modo in cui registriamo i ricordi in memoria. In diversi studi, gli autori hanno osservato che le attività svolte secondo schemi ripetitivi venivano successivamente ricordate come più brevi rispetto ad attività non routinarie. Lo stesso effetto è emerso anche in studi sul campo condotti con persone in vacanza. Quando il tempo è caratterizzato da maggiore varietà e da esperienze meno ripetitive, può lasciare nella memoria una traccia temporale più ampia, mentre la routine tende a comprimere retrospettivamente la durata percepita (Avni-Babad & Ritov, 2003).
Questo può aiutare a spiegare l’apparente contraddizione per cui una vacanza può sembrare velocissima mentre la stiamo vivendo, ma molto lunga quando la ricordiamo, soprattutto se è stata ricca di esperienze nuove e differenti.
L'attesa dell'estate..è essa stessa piacere
Anche il periodo che precede la vacanza può modificare il nostro rapporto con il tempo. Lahav et al. (2016), studiando il fenomeno della cosiddetta holiday euphoria, hanno osservato che l’attesa delle festività può rendere le persone maggiormente orientate verso il presente e favorire una maggiore propensione a comportamenti impulsivi. L’avvicinarsi della vacanza sembra quindi modificare temporaneamente il modo in cui attribuiamo valore alle ricompense immediate e al momento presente (Lahav et al., 2016). L’attesa, in altre parole, non è soltanto un conto alla rovescia sul calendario ma può cambiare il nostro modo di vivere psicologicamente il tempo.
Anche la durata stessa della vacanza sembra avere un ruolo nel modo in cui la interpretiamo. Mussalam e Tajeddini (2016), confrontando le caratteristiche considerate rilevanti dai turisti per vacanze brevi e lunghe in Svizzera, hanno evidenziato che le aspettative e gli attributi associati alla destinazione possono differire in funzione della durata del soggiorno.
Il dato ci aiuta a definire come la durata prevista di una vacanza (cioè il tempo che sappiamo avere a disposizione) contribuisca a modificare il modo in cui l’esperienza viene valutata e organizzata (Mussalam & Tajeddini, 2016).
Un’estate piena di novità, cambiamenti e occasioni diverse può produrre una memoria più ricca e articolata del periodo, mentre settimane trascorse seguendo schemi ripetitivi possono essere compresse retrospettivamente in un ricordo molto più breve. È possibile, allora, che ciò che chiamiamo “estate troppo corta” sia almeno in parte il risultato del modo in cui la nostra mente riempie, segmenta e successivamente ricostruisce il tempo vissuto.
Benessere psicologico e percezione del tempo
La percezione soggettiva del tempo può essere influenzata anche dal nostro stato emotivo e psicologico.
In alcune condizioni cliniche, infatti, la sensazione che il tempo scorra troppo velocemente o troppo lentamente può accompagnare specifiche modalità di elaborazione dell’esperienza.
Mioni et al. (2016), confrontando persone con sintomi ansiosi, persone con depressione e un gruppo di controllo attraverso compiti sperimentali di riproduzione e produzione temporale, hanno osservato pattern differenti: i partecipanti ansiosi tendevano a riprodurre intervalli temporali più brevi rispetto ai controlli, mentre quelli depressi tendevano a produrre intervalli più lunghi (Mioni et al., 2016).
Il ruolo dell’ansia è stato ulteriormente indagato da Sarigiannidis et al. (2020), che hanno mostrato sperimentalmente come uno stato di ansia possa portare a sottostimare la durata degli intervalli temporali.
Nello specifico, ansia e paura, pur condividendo alcune caratteristiche, possono avere effetti differenti sulla percezione della durata (Sarigiannidis et al., 2020).
Una revisione integrativa più recente di Morin e Grondin (2024), che ha preso in esame 47 studi e circa 5.800 partecipanti, suggerisce che il rapporto tra mindfulness e percezione temporale è complesso e multidimensionale, e che i risultati dipendono dal tipo di mindfulness, dal riferimento temporale e dal metodo utilizzato per misurare la percezione del tempo, invitandoci a non sottostimare quanto questa percezione sia personale.
Il ruolo dell'emotivo
Questi risultati introducono quindi una prospettiva clinicamente rilevante: il tempo psicologico può riflettere, almeno in parte, il modo in cui stiamo vivendo emotivamente il presente.
L’ansia, attraverso l’iperattivazione e l’allocazione attentiva verso la minaccia o l’incertezza, può contribuire a una percezione più rapida del tempo, mentre pratiche che favoriscono un’attenzione consapevole al momento presente possono invece ampliare la percezione della durata.
Non si tratta, naturalmente, di utilizzare la percezione del tempo come indicatore diagnostico autonomo: le evidenze mostrano piuttosto quanto strettamente siano intrecciati tempo, attenzione ed esperienza emotiva.
Anche quella sensazione estiva per cui “non ho fatto in tempo a godermela” può dunque essere letta, almeno in parte, alla luce del modo in cui la nostra mente distribuisce l’attenzione tra ciò che sta accadendo, ciò che è già successo e ciò che deve ancora accadere.
Riappropriarsi del proprio tempo
L’estate, dunque, non è ovviamente diventata più breve ma è cambiato il modo in cui la nostra mente vive e ricorda il tempo. Dall’infanzia all’età adulta, e nelle diverse condizioni emotive, attenzione, novità, routine e orientamento temporale contribuiscono a costruire una durata soggettiva diversa da quella del calendario.
Sicuramente non possiamo rallentare il tempo, ma possiamo modificare il modo in cui siamo presenti a ciò che accade. E, qualche volta, tornare ad abitare davvero il momento presente può essere un modo per sentirlo durare un po’ di più.






