In Italia, il pasto rappresenta un momento a cui viene attribuito un forte valore relazionale: il 77% degli italiani intervistati dichiara di considerare importante condividere i pasti con altre persone. Tuttavia, questa preferenza non sempre trova riscontro nella quotidianità. Più della metà degli intervistati (53%) afferma infatti che vorrebbe mangiare in compagnia più spesso, mentre tra i giovani il 37% riesce a condividere almeno un pasto principale al giorno con altre persone.
La condivisione del pasto, inoltre, non è sempre vissuta allo stesso modo.Tra i più giovani, il 39% ritiene che i pasti condivisi in famiglia possano talvolta essere fonte di stress o pressione. Anche la qualità della presenza può risentire delle distrazioni digitali: il 73% degli intervistati considera telefoni e altri dispositivi un elemento capace di ridurre l’attenzione e il coinvolgimento durante i pasti.
Il team di psicologi esperti di Unobravo commenta: “I risultati mostrano che molte persone attribuiscono valore ai pasti condivisi, anche se non sempre riescono a viverli con la frequenza desiderata. Gli impegni e i ritmi quotidiani possono ridurre le occasioni di mangiare insieme , mentre la presenza di dispositivi digitali può incidere sul modo in cui si vive il momento del pasto, sia in termini di qualità dell’attenzione che di partecipazione. È importante, però, ricordare che la convivialità può assumere significati diversi a seconda delle persone, delle relazioni e dei contesti.”
La ricerca evidenzia inoltre alcune differenze nella durata dei pasti. Quelli consumati con gli amici durano in media 55,6 minuti, circa 2,8 volte più a lungo rispetto ai pasti consumati da soli, che hanno una durata media di 19,9 minuti. Il dato descrive un’associazione tra il contesto in cui si mangia e il tempo trascorso a tavola, ma non permette di stabilire, da solo, la qualità dell’esperienza o il suo rapporto con il benessere psicologico.
Il tempo dedicato al cibo emerge come una caratteristica rilevante delle abitudini italiane anche nel confronto internazionale. Secondo l'OECD Time Use Database, gli italiani trascorrono in media 2 ore e 7 minuti al giorno mangiando e bevendo, , rispetto a poco più di di un'ora registrata in Paesi come il Regno Unito e la Germania. Il dato si riferisce al tempo complessivo dedicato a mangiare e bere nell'arco della giornata e non alla durata di un singolo pasto.
Per approfondire queste abitudini, Unobravo ha intervistato 1.670 adulti italiani, analizzando la frequenza con cui consumano i pasti da soli o in compagnia, le persone con cuicondividono la tavola, la durata dei pasti nei diversi contesti e il significato attribuito a questi momenti.
I risultati sono stati analizzati e interpretati dagli psicologi di Unobravo con l'obiettivo di descrivere le abitudini legate ai pasti e il modo in cui vengono vissute dagli italiani. I dati restituiscono tendenze generali, ma non consentono di stabilire rapporti causali tra queste abitudini e il benessere psicologico, né di rappresentare in modo uniforme la varietà delle esperienze individuali.
I principali risultati del sondaggio
- Gli italiani attribuiscono un forte valore relazionale ai pasti condivisi: il 77% ritiene che mangiare insieme aiuti a rafforzare i legami familiari.
- Il desiderio di maggiore convivialità non sempre trova spazio nella quotidianità: il 53% vorrebbe condividere i pasti più spesso.
- La presenza fisica non coincide necessariamente con una piena attenzione reciproca: il 73% ritiene che smartphone e distrazioni digitali riducano attenzione e coinvolgimento durante i pasti.
- Mangiare da soli può essere vissuto in modi diversi: il 38% consuma ogni giorno almeno un pasto principale da solo, il 36% afferma che questo può talvolta far sentire isolati.
- I pasti con gli amici durano in media 55,6 minuti, lasciando potenzialmente più spazio alla conversazione e alla socialità rispetto ai pasti consumati da soli.
Il valore percepito dei pasti condivisi per le relazioni e il benessere
I dati dello studio mostrano che gli italiani attribuiscono alla tavola un importante valore relazionale ed emotivo. Più di tre quarti del campione (77%) concorda sul fatto che condividere i pasti sia un modo importante per rafforzare il legame familiare. Tra i genitori, il 78% ritiene inoltre che i pasti condivisi rappresentino un’importante occasione per creare connessione con i propri figli.
La dimensione sociale del pasto emerge anche al di fuori del contesto familiare. Il 73% degli intervistati ritiene che consumare frequentemente pasti insieme ad altre persone possa contribuire al benessere sociale ed emotivo, mentre il 74% considera i pasti condivisi un modo importante per entrare in relazione con gli altri. Questi risultati possono aiutare a il significato attribuito al tempo trascorso a tavola con amici e familiari, vissuto da molte persone come un’occasione di dialogo, vicinanza e condivisione.
Anche nelle relazioni di coppia alla tavola viene attribuito un valore positivo: il 73% dei partecipanti al sondaggio ritiene che cucinare o mangiare insieme possa rafforzare la relazione mentre il 69% concorda sul fatto che mangiare con altre persone possa avere un impatto positivo sul benessere mentale. Nel complesso, i dati descrivono il pasto condiviso percepito non soltanto come un'abitudine quotidiana, ma come un momento durante il quale molti intervistati associano cura delle relazioni e al benessere personale.
L’esperienza di condividere un pasto, però, non è sempre vissuta in modo positivo, soprattutto tra i più giovani. Quasi quattro giovani su dieci tra i 18 e i 24 anni (39%) affermano che i pasti condivisi in famiglia possono talvolta essere fonte di stress o pressione, rispetto al 16% degli over 65. Il dato evidenzia come il significato della convivialità possa variare in base all’età, alle relazioni e al contesto in cui il pasto viene vissuto.
Mangiare da soli non significa necessariamente sentirsi soli
Sebbene i pasti condivisi abbiano un forte valore relazionale per molti italiani intervistati, mangiare da soli non deve essere interpretato automaticamente come un'esperienza negativa. I dati mostrano infatti che il 38% degli intervistati dichiara di consumare ogni giorno almeno un pasto principale da solo, mostrando come il pasto individuale sia un’esperienza diffusa nella quotidianità. A seconda delle circostanze, può rispondere a esigenze pratiche oppure essere vissuto come un momento di autonomia, tranquillità o pausa personale.
Allo stesso tempo, il pasto in solitudine può assumere anche un significato emotivo diverso. Il 36% degli intervistati ritiene che mangiare da soli possa talvolta far sentire isolati, mentre il 34% non è d’accordo. Questo dato non significa che chi mangia da solo provi necessariamente solitudine, né che le persone che consumano quotidianamente pasti da sole coincidano con quelle che riferiscono una possibile sensazione di isolamento.
Il significato dell’esperienza può variare in base alle circostanze personali, alla possibilità di scegliere e alla qualità delle relazioni presenti nella propria vita. Per alcune persone mangiare da sole può essere piacevole o neutro; per altre, soprattutto quando la solitudine non è desiderata, può accompagnarsi a una sensazione di distanza dagli altri. In questi casi, il pasto condiviso può rappresentare una delle possibili occasioni di relazione e connessione.
Essere a tavola insieme non significa sempre essere davvero presenti
La condivisione del pasto non dipende soltanto dalla presenza fisica delle persone intorno allo stesso tavolo, ma anche il modo in cui quel momento viene vissuto. Il 73% degli italiani intervistati ritiene che telefoni e altre distrazioni digitali possano ridurre l’attenzione e la presenza durante i pasti. Il dato evidenzia una tensione sempre più comune nella vita quotidiana: anche quando si condivide lo stesso spazio, infatti, l’interazione può essere limitata se l’attenzione è rivolta altrove.
Il dato suggerisce che, per molti intervistati, il valore del pasto condiviso non risieda unicamente nel mangiare insieme, ma anche nella possibilità di dedicare tempo alla conversazione, all’ascolto e alla presenza reciproca. In questo senso, ridurre le distrazioni digitali in alcuni momenti può aiutare a creare maggiore spazio per l’interazione con le persone presenti, senza che sia necessario eliminare del tutto telefoni e dispositivi dalla quotidianità.
Quanto spazio trovano i pasti condivisi nella quotidianità degli italiani
Il 46% degli intervistati dichiara di condividere ogni giorno almeno un pasto principale con altre persone, mentre il 38% ne consuma quotidianamente almeno uno da solo. Le due abitudini non si esludono a vicenda e possono convivere nella stessa routine: una persona potrebbe, ad esempio, pranzare da sola e cenare con il partner, la famiglia o gli amici. Più della metà degli italiani intervistati (53%) afferma inoltre che vorrebbe condividere i pasti con altre persone più spesso.
Il team clinico di Unobravo aggiunge: "Il pasto può rappresentare un’occasione quotidiana di relazione e condivisione. Mangiare insieme non garantisce automaticamente un'esperienza di maggiore benessere, ma può creare uno spazio per la connessione, l’ascolto e il confronto. Allo stesso tempo, mangiare da soli non è necessariamente un'esperienza negativa: per molte persone può essere una scelta consapevole, una necessità pratica o un momento di pausa. L’esperienza può diventare emotivamente più difficile quando la solitudine non è desiderata o viene vissuta con disagio."
La frequenza dei pasti condivisi varia anche in base all’età. Tra gli italiani di almeno 65 anni, il 53% consuma ogni giorno un pasto principale con altre persone, rispetto al 37% dei giovani tra i 18 e i 24 anni. Fattori come la c omposizione del nucleo familiare e le diverse routine quotidiane potrebbero contribuire a spiegare questa differenza, che non indica necessariamente un diverso valore attribuito alla convivialità.
Emergono anche alcune differenze di genere, seppur contenute: le donne dichiarano una maggiore frequenza di pasti condivisi rispetto agli uomini (48% contro 45% ogni giorno), , mentre tra gli uomini è lievemente più alta la quota di chi consuma quotidianamente almeno un pasto da solo (40% contro 37%). Le stesse differenze, di entità limitata, si osservano anche nella frequenza media settimanale.
Con chi gli italiani condividono i momenti a tavola
Le abitudini legate ai pasti variano in relazione alla composizione del nucleo familiare e alla situazione abitativa. I dati mostrano che chi vive con un partner o con altri familiari dichiara più frequentemente di condividere ogni giorno almeno un pasto con altre persone, mentre chi vive da solo riferisce più spesso di consumare pasti in solitudine. Questo non significa, tuttavia, che vivere da soli coincida necessariamente con una minore vita sociale, poiché i pasti condivisi possono avvenire anche al di fuori della propria abitazione.
La frequenza dei pasti condivisi varia in relazione alla composizione del nucleo domestico. Chi vive con un partner o con altri familiari ha generalmente più occasioni di mangiare in compagnia, mentre chi vive da solo consuma più spesso i pasti in solitudine.
Le differenze più evidenti emergono nel confronto tra chi vive con un partner e chi vive da solo. Il 60% delle persone che vivono esclusivamente con il proprio partner condivide ogni giorno almeno un pasto principale con altre persone, una quota che raggiunge il 55% tra chi vive con il partner e i figli.
Tra chi vive con i genitori, il 47% mangia ogni giorno in compagnia, mentre la percentuale si attesta al 40% tra le persone che vivono esclusivamente con i propri figli.
La situazione cambia per chi vive da solo: sette persone su dieci (70%) consumano quotidianamente almeno un pasto principale da sole, mentre il 10% ne condivide uno ogni giorno con altre persone. Questo dato non implica necessariamente una condizione di isolamento sociale, poiché i pasti condivisi possono avvenire anche al di fuori dell’abitazione.
Secondo gli psicologi di Unobravo: “È importante distinguere tra il vivere soli e il sentirsi soli. Una persona che vive da sola può avere una rete di relazioni ricca e soddisfacente, mentre chi condivide la casa con altre persone può comunque sperimentare sentimenti di isolamento. La frequenza dei pasti condivisi, quindi, descrive soprattutto alcune caratteristiche della quotidianità e delle possibilità di incontro legate ai diversi contesti abitativi, ma non consente, da sola, di valutare la qualità delle relazioni o il benessere psicologico delle persone.”
Quando si mangia insieme, può esserci più spazio per la relazione
I pasti consumati con gli amici o in un contesto sociale durano in media 55,6 minuti, rispetto ai 19,9 minuti dei pasti consumati da soli. In altre parole, gli italiani riferiscono di trascorrere a tavola con gli amici circa 2,8 volte il tempo dedicato a un pasto in solitudine.
Un tipico pasto a casa durante un giorno feriale dura invece 31 minuti, mentre un pasto sul luogo di lavoro dura mediamente 24,7 minuti. Le durate sono stime riferite dagli intervistati e riguardano una singola occasione. Possono comprendere anche il tempo eventualmente dedicato alla conversazione o alla socialità, ma non permettono, da sole, di valutare la qualità dell’interazione.
La durata dichiarata varia sensibilmente a seconda del contesto. Il maggiore tempo trascorso a tavola con amici o conviventi può lasciare più spazio alla conversazione e alla socialità, ma la durata, da sola, non determina la qualità o il significato dell’interazione.
Il team clinico di Unobravo commenta: “Il tempo trascorso a tavola può rappresentare un’occasione per rallentare i ritmi quotidiani e dedicare attenzione alle relazioni. Durante i pasti può crearsi uno spazio per l’ascolto reciproco, il dialogo e la condivisione emotiva. Non è però la durata del pasto, di per sé, a determinarne il valore, ma il modo in cui quel momento viene vissuto e il significato che assume per le persone coinvolte.”
Le città che trascorrono più tempo a tavola
La durata media dei pasti varia anche tra le città incluse nell’analisi. Per confrontarle, è stata calcolata, per ciascuna città, una media semplice del tempo dichiarato in cinque diversi contesti: durante un tipico pasto a casa, al lavoro, con i membri del proprio nucleo domestico, con gli amici e quando si mangia da soli. Il valore ottenuto rappresenta una sintesi delle situazioni considerate e non corrisponde né alla durata di un singolo pasto tipico né al tempo complessivamente trascorso a tavola nell’arco della giornata. Le differenze tra città devono quindi essere interpretate come indicative delle esperienze riportate dal campione e non come una misura diretta delle rispettive culture alimentari.
Dal punto di vista psicologico, il tempo trascorso a tavola può offrire occasioni di pausa, conversazione e condivisione. Una maggiore durata, tuttavia, non costituisce di per sé un indicatore della qualità delle relazioni o del benessere psicologico: uno stesso intervallo di tempo può assumere significati molto diversi in base alle persone, alle relazioni e al contesto.
Interessante notare che, se la media nazionale rimanesse costante nel corso di una vita di 90 anni, gli italiani trascorrerebbero circa 782 giorni a tavola, l'equivalente di oltre due anni della propria vita dedicati ai pasti.
Considerando la media complessiva del tempo dedicato ai pasti nei diversi contesti (a casa, al lavoro, con i familiari, con gli amici e da soli), Taranto risulta quella in cui si trascorre più tempo a tavola, con una media di 40,9 minuti, seguita da Trieste (40,7 minuti) e Modena (39,6 minuti). Anche Ferrara (37,5 minuti) e Venezia (36,7 minuti) si collocano ai vertici della classifica, suggerendo una maggiore presenza di momenti alimentari vissuti con ritmi più rilassati e una forte componente conviviale.
All'estremità opposta della classifica si trovano città in cui il tempo medio dedicato ai pasti risulta più contenuto: Genova registra la media più bassa tra le città con oltre 20 risposte (29,2 minuti), seguita da Messina (29,4) e Rimini (29,7). I risultati relativi alle città si basano su un numero limitato di risposte e devono essere interpretati con cautela. Descrivono le differenze emerse tra gli intervistati inclusi nell’analisi, ma non consentono di rappresentare in modo definitivo le abitudini della popolazione delle singole città, né di attribuire tali differenze a specifiche caratteristiche culturali o territoriali.
In quali città i pasti con gli amici durano di più?
Tra le città incluse nell’analisi, Modena registra i pasti con gli amici più lunghi, con una durata media di 68,9 minuti. Ferrara segue con 67,6 minuti, mentre Cagliari occupa la terza posizione con 63,3 minuti. Completano le prime cinque posizioni Trieste e Taranto, dove un pasto con gli amici dura rispettivamente 61,5 e 61,4 minuti.
Anche alcune delle città più grandi registrano durate superiori alla media nazionale di 55,6 minuti. A Milano e Torino, i pasti con gli amici durano mediamente 57,9 minuti, seguite da Firenze con 57,8 minuti e Roma con 56,5 minuti. Se questa media rimanesse costante nel tempo, un italiano trascorrerebbe l'equivalente di oltre tre anni e mezzo della propria vita (circa 1.282 giorni) condividendo pasti con gli amici.
I risultati mostrano differenze nella quantità di tempo che gli intervistati trascorrono a tavola con gli amici nelle città analizzate. Un tempo maggiore trascorso a tavola può lasciare più spazio alla conversazione e alla socialità, ma non permette, da solo, di valutare la qualità delle relazioni o il significato attribuito all’esperienza. Il pasto con gli amici può rappresentare un’occasione per coltivare le relazioni, ma il suo valore dipende dal modo in cui viene vissuto e dal contesto personale e relazionale.
Piccoli gesti per favorire la presenza durante i pasti condivisi
Secondo gli psicologi esperti di Unobravo, i momenti condivisi a tavola possono rappresentare un'opportunità per coltivare connessione e presenza nella vita quotidiana, senza che debbano necessariamente diventare occasioni perfette o prive di distrazioni.
“La condivisione di un pasto può offrire un’occasione per entrare in relazione con gli altri, ma non sono la durata o la frequenza, da sole, a determinarne il valore. Piccoli gesti, come ascoltare con attenzione, mostrare interesse per ciò che l’altro racconta o creare uno spazio per il dialogo, possono contribuire a rendere più significativa un’esperienza quotidiana.”
Anche la gestione delle distrazioni digitali può essere affrontata in modo realistico e senza rigidità. Telefoni e dispositivi fanno parte della vita quotidiana e non rappresentano necessariamente un ostacolo alla relazione, ma in alcuni momenti potrebbero ridurre la qualità della presenza reciproca. Come suggerisce il team clinico:
“Non si tratta di eliminare completamente la tecnologia dalla tavola, ma di individuare modalità compatibili con le esigenze delle persone coinvolte. Per alcune famiglie o gruppi potrebbe essere utile sperimentare piccoli accordi condivisi, come dedicare i primi minuti del pasto alla conversazione o prevedere alcuni momenti senza schermi. Non esiste, però, una regola valida per tutti.
“Infine, è importante ricordare che il rapporto con i pasti condivisi e con la solitudine a tavola può variare molto da persona a persona. Mangiare da soli può essere un’esperienza neutra o piacevole, mentre in alcuni periodi della vita potrebbe coincidere con una sensazione di maggiore distanza dagli altri. L’obiettivo non è rendere ogni pasto un momento sociale, ma riconoscere il valore che, quando possibile e desiderato, piccoli momenti di connessione possono avere sul benessere quotidiano.”



