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Disturbi psichici
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Disturbi psicotici: dal sintomo alla cura possibile

Disturbi psicotici: dal sintomo alla cura possibile
Cinzia Rienzi
Psicoterapeuta ad orientamento Gestaltico analitico
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
22.4.2026
Disturbi psicotici: dal sintomo alla cura possibile
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I disturbi psicotici sono condizioni complesse che, per diagnosi e trattamento, richiedono un approccio multiprofessionale e multidimensionale. Per comprenderli e affrontarli in modo adeguato è infatti necessario considerare più livelli: clinico, psicologico, relazionale e sociale.

Cosa sono i disturbi psicotici?

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5-TR) descrive i disturbi psicotici come quadri caratterizzati da alterazioni in uno o più dei seguenti ambiti:

  • deliri: convinzioni fortemente sostenute, non passibili di modifica alla luce di evidenze contrastanti;
  • allucinazioni: esperienze simili-percettive che si verificano senza uno stimolo esterno;
  • pensiero ed eloquio disorganizzato: passare da un argomento all’altro senza connessione;
  • comportamento motorio disorganizzato: postura e movimenti bizzarri, non coordinati, privi di finalità;
  • sintomi negativi: diminuzione dell’espressione delle emozioni, delle attività volontarie, della capacità di provare piacere, di interesse nelle relazioni.

Naturalmente, una lista di sintomi non basta da sola a spiegare la complessità di questi disturbi, né una diagnosi è sufficiente a comprendere fino in fondo la sofferenza della persona e le difficoltà di chi le sta accanto. Per i professionisti, conoscere a fondo questi disturbi nella loro eterogeneità può permettere di individuare più precocemente un piano di intervento mirato e individualizzato e, dove possibile, lavorare anche a livello preventivo.

Sintomi positivi, negativi e disorganizzazione: cosa possono significare nella vita quotidiana

Nei disturbi psicotici i sintomi non hanno tutti lo stesso “peso” sul funzionamento: alcuni sono più visibili, altri più silenziosi ma altrettanto invalidanti. Il DSM-5-TR e l’ICD-11 descrivono la psicosi come un insieme di dimensioni (deliri, allucinazioni, disorganizzazione, sintomi negativi) che possono combinarsi in modo diverso da persona a persona.

  • Sintomi positivi: includono deliri (es. sentirsi perseguitati) e allucinazioni (es. voci). Spesso portano a paura, ipervigilanza, conflitti e comportamenti di protezione che interferiscono con studio, lavoro e relazioni.
  • Sintomi negativi: come apatia/abulia, riduzione dell’espressività emotiva, anedonia e ritiro sociale. Possono far “sembrare” la persona svogliata, ma spesso si associano a una riduzione di energia, iniziativa e capacità di provare piacere, con un impatto significativo sull’autonomia.
  • Disorganizzazione: pensiero e linguaggio poco coerenti, difficoltà a pianificare e a mantenere un filo logico. Nella pratica può tradursi in problemi nel gestire compiti quotidiani, appuntamenti, denaro e routine.

All’interno dello spettro dei disturbi psicotici esistono quadri clinici diversi per durata, combinazione di sintomi e impatto sul funzionamento: comprendere queste differenze può aiutare a dare un senso a esperienze spesso confuse e faticose.

Quadri clinici nello spettro dei disturbi psicotici

Secondo DSM-5-TR e ICD-11, nello spettro dei disturbi psicotici rientrano diversi quadri clinici:

  • Schizofrenia: sintomi psicotici e/o disorganizzazione con compromissione del funzionamento; il quadro tende a essere persistente e spesso richiede un percorso di cura continuativo.
  • Disturbo schizoaffettivo: sintomi psicotici associati a episodi dell’umore (depressivi o maniacali). L’andamento può essere fluttuante e la cura integra spesso interventi su entrambe le componenti.
  • Disturbo schizofreniforme: quadro simile alla schizofrenia ma di durata più breve; può rappresentare un episodio circoscritto o l’inizio di un disturbo più stabile.
  • Disturbo delirante: presenza di deliri persistenti con funzionamento relativamente conservato in alcune aree, ma con possibili ricadute importanti su relazioni e scelte di vita.
  • Disturbo psicotico breve: esordio improvviso e durata limitata; può essere molto destabilizzante e in alcuni casi richiede una valutazione urgente.
  • Psicosi indotta da sostanze/condizione medica: sintomi psicotici legati a sostanze o a una condizione organica; è importante identificare e trattare la causa, oltre a gestire i sintomi.

In alcune persone l’esordio può essere preceduto da una fase prodromica, in cui compaiono cambiamenti graduali nel modo di pensare, percepire e stare con gli altri.

Tenere presente che alcune esperienze psicotiche possono comparire nella popolazione generale, può aiutare a riconoscere questi segnali con maggiore consapevolezza e meno allarmismo: nel campione multinazionale WHO World Mental Health Surveys (18 paesi; 31.261 adulti), la prevalenza media di aver avuto almeno un’esperienza psicotica è stata del 5,8%, e le esperienze allucinatorie sono risultate più comuni di quelle deliranti (5,2% vs 1,3%) (McGrath et al., 2015).

Intercettare questi segnali non significa “fare diagnosi da soli”, ma può contribuire ad arrivare prima a una valutazione clinica. Alcuni segnali precoci possibili sono:

  • Ritiro sociale: riduzione delle uscite, isolamento, perdita di interesse per amicizie e attività.
  • Calo del funzionamento: peggioramento a scuola/lavoro, difficoltà a mantenere routine e impegni.
  • Sospettosità crescente: interpretazioni malevole di eventi neutri, diffidenza non abituale.
  • Alterazioni percettive attenuate: sensazione di “sentire/vedere” qualcosa in modo vago o intermittente, senza piena convinzione.
  • Disorganizzazione lieve: discorsi più confusi, difficoltà di concentrazione, pensieri che “si accavallano”.

L’intervento precoce è importante perché può ridurre il rischio che i sintomi si consolidino e può permettere di costruire più rapidamente una rete di cura (farmaci quando indicati, psicoterapia, supporto familiare e riabilitazione), contribuendo a tutelare studio, lavoro e relazioni.

Cura dei disturbi psicotici

Con la Legge Basaglia 180/78 e la chiusura dei manicomi, la persona non è più emarginata e considerata irrecuperabile. Si passa alla presa in carico in un’ottica bio-psico-sociale: questo significa intervenire sulla persona nella sua totalità e, soprattutto, prendendo in considerazione il contesto in cui vive.

Recovery ‍

Come afferma la psicologa P. Carozza “Il concetto di recovery è stato definito e tradotto in molti modi, ma in nessuna accezione coincide con la scomparsa della malattia, piuttosto rispecchia lo sviluppo di abilità perdute con la malattia e il recupero di un ruolo valido e soddisfacente all’interno della società.”

Poiché il rapporto tra malattia e ambiente incide sia sul decorso che sugli esiti, lavorare nell’ottica del recovery significa sviluppare un percorso in cui una persona viene sostenuta affinché:

  • riesca a gestire il proprio disturbo;
  • possa vivere autonomamente imparando a fronteggiare gli eventi quotidiani;
  • abbia buone capacità relazionali e sociali servendosi di opportuni sostegni e riconoscendo i propri limiti.
Michael Burrows -Pexels

Percorso di cura

I disturbi psicotici vengono presi in carico all’interno dei Centri di Salute Mentale (CSM), dove professionisti diversi collaborano nelle varie fasi del percorso, modulando l’intensità dell’intervento in base ai bisogni della persona.

In questa cornice, il PANSM (Piano d’Azione Nazionale per la Salute Mentale, approvato il 24 gennaio 2013) descrive tre modelli clinico-organizzativi per governare i processi di cura:

  • la collaborazione/consulenza per utenti che non necessitano di cure specialistiche continuative;
  • l’assunzione in cura per chi richiede un trattamento specialistico ma non complesso e non necessariamente multiprofessionale;
  • la presa in carico per bisogni complessi, che prevede una valutazione multidimensionale e interventi multiprofessionali (Ministero della Salute, 2013)

In particolare l’iter segue specifiche fasi:

  • diagnosi: valutazione iniziale dei sintomi e valutazione della storia individuale e familiare attraverso la somministrazione di test psicologici specifici e il colloquio clinico;
  • progettazione di un percorso terapeutico individualizzato: sulla base del quadro clinico emerso, e basandosi sulle linee guida condivise all’interno dei Distretti di Salute Mentale, viene stilato un piano di intervento in cui vengono individuati gli obiettivi, gli strumenti per raggiungerli, i professionisti e i Servizi territoriali che possono essere coinvolti;
  • attuazione del percorso di cura riabilitativo.

Percorso multiprofessionale

L’equipe è composta da più figure, ognuna delle quali dovrà apportare il proprio contributo per offrire un supporto il più adatto possibile alla persona. All’interno di essa troviamo:

  • psichiatra: si occuperà principalmente del trattamento con psicofarmaci finalizzato alla riduzione dei sintomi;
  • psicologo e psicoterapeuta: offrirà un sostegno psicologico alla persona e alla famiglia attraverso percorsi di psicoterapia individuale o di gruppo. Si occuperà anche della psicoeducazione finalizzata a fornire informazioni rispetto al disturbo al fine di aumentare la consapevolezza e migliorare la gestione dei sintomi;
  • assistente sociale: si occuperà maggiormente della gestione degli aspetti pratici e fornirà supporto alle attività della vita quotidiana;
  • infermieri;
  • educatori: lavoreranno, ad esempio, nei Centri Diurni o nelle attività svolte sul territorio.

Nei CSM la presa in carico non riguarda solo “spegnere” i sintomi, ma costruire continuità e lavorare sulla prevenzione delle ricadute, che spesso si associano a interruzioni di cura, stress elevato e difficoltà nel riconoscere i segnali di peggioramento.

In questa prospettiva, il modello indicato dal PANSM prevede la definizione di un Piano di Trattamento Individuale e, in base ai bisogni, può includere l’individuazione di un case manager, una maggiore attenzione e integrazione del lavoro con le famiglie e lo sviluppo di programmi di prevenzione in collaborazione con enti locali e scuola (Ministero della Salute, 2007).

Un progetto ben strutturato tiene insieme più livelli:

  • Obiettivi clinici: riduzione di deliri/allucinazioni, gestione dell’ansia e del sonno, stabilizzazione del comportamento e della sicurezza.
  • Obiettivi di funzionamento: recupero di routine, autonomia domestica, ripresa di studio/lavoro, cura di sé e delle relazioni.
  • Piano di crisi: indicazioni condivise su cosa fare se i sintomi aumentano (chi chiamare, quali segnali monitorare, come ridurre stimoli e conflitti).
  • Monitoraggio e follow-up: appuntamenti regolari e coordinamento tra professionisti per adattare il trattamento nel tempo.

In questa logica, diagnosi e terapia non sono “etichette” o interventi isolati: diventano strumenti per proteggere la vita quotidiana e sostenere il percorso di recovery.

Interventi possibili

Proprio perché si tratta di condizioni, è necessario che l’equipe individui un piano terapeutico individualizzato, sulla base delle caratteristiche individuali e del contesto in cui vive la persona. Sommariamente possiamo individuare i seguenti interventi:

  • terapia farmacologica per la riduzione dei sintomi;
  • psicoterapia individuale e di gruppo per l’elaborazione emotiva e la gestione dei sintomi;
  • psicoeducazione per la consapevolezza e la conoscenza della malattia e dei servizi a cui rivolgersi;
  • percorsi riabilitativi nei Centri Diurni o nelle strutture comunitarie per la socializzazione, l’acquisizione di competenze, incremento dell’autonomia.
Tima Miroshnichenko - Pexels

Cosa dicono le linee guida: interventi efficaci e integrati

Nei disturbi psicotici, in molti casi gli interventi integrati e continuativi possono essere più utili rispetto a interventi frammentati. Le linee guida del NICE (National Institute for Health and Care Excellence) per psicosi e schizofrenia raccomandano di combinare, quando appropriato, trattamento farmacologico e interventi psicologici e familiari.

  • Antipsicotici: sono spesso centrali nella gestione di deliri, allucinazioni e agitazione. La scelta e il dosaggio vanno personalizzati, monitorando benefici ed effetti collaterali, e favorendo l’aderenza.
  • CBTp (terapia cognitivo-comportamentale per la psicosi): può aiutare a gestire l’impatto dei sintomi (es. paura legata alle voci, interpretazioni persecutorie), migliorare coping e ridurre stress.
  • Interventi familiari: utili per diminuire conflittualità, aumentare comprensione del disturbo e prevenire ricadute, soprattutto quando la persona vive con i familiari.
  • Riabilitazione e supporto al funzionamento: training di abilità, supporto allo studio/lavoro e interventi sul contesto riducono disabilità e favoriscono il recovery.

Queste indicazioni si traducono, nella pratica, in un progetto di cura che unisce sintomi, funzionamento e qualità di vita.

‍Presa in carico della famiglia

Per i familiari, convivere con un disturbo psicotico di una persona cara può comportare un carico emotivo e pratico molto pesante. Per questo può essere utile attivare anche per loro percorsi di supporto psicoeducativo o psicologico, che aiutino a comprendere meglio il disturbo, a gestire le fasi più critiche e a sentirsi meno soli. Quando l’intero sistema familiare riesce a funzionare in modo più stabile e sostenibile, anche la persona in cura può trarne beneficio.

Parlare di disturbi psichiatrici e psicotici può far paura, perché i pregiudizi sono ancora presenti e il timore dello stigma può essere forte. Tuttavia, la presa in carico precoce è sicuramente una modalità importante per prevenire un decorso faticoso e complicato. Oggi, per quanto esposto fino ad ora, per molte persone che soffrono di queste malattie e per le loro famiglie, può essere possibile vivere una vita dignitosa e adeguata.

Quando compaiono sintomi psicotici (deliri, allucinazioni, forte disorganizzazione), la priorità è ridurre il rischio e attivare rapidamente una valutazione clinica, evitando scontri o “prove di realtà” aggressive. Se la situazione richiede un ricovero, può essere utile sapere che la degenza media per ricoveri legati a disturbi psichici è di circa 7 giorni, ma può arrivare fino a 21 giorni nei disturbi legati alla schizofrenia (Istituto Superiore di Sanità, n.d.).

  • Mantenere calma e sicurezza: parlare con frasi brevi, tono non minaccioso, ridurre stimoli (rumore, folla). Se la persona è spaventata, validare l’emozione (“capisco che per te è molto reale e fa paura”) senza confermare il contenuto delirante.
  • Contattare i servizi: se già seguita, chiamare il CSM o lo psichiatra di riferimento; se è un primo episodio, rivolgersi al medico di base o ai servizi territoriali per una valutazione specialistica.
  • Quando chiamare 112/118: se c’è rischio immediato di auto/etero-aggressività, grave agitazione, confusione marcata, impossibilità a garantire la sicurezza o rifiuto totale di aiuto con pericolo imminente.
  • Cosa evitare: discussioni “a tutti i costi” sul fatto che le percezioni siano false, minacce, isolamento punitivo, uso di alcol o sostanze per “calmare”.

Intervenire tempestivamente non significa allarmarsi inutilmente, ma proteggere la persona e favorire un accesso più rapido alle cure.

In conclusione, affrontare sintomi psicotici, o stare accanto a chi li vive, può essere destabilizzante e faticoso: non devi farlo da solo/a. Un percorso psicologico può aiutarti a dare un senso a ciò che sta accadendo, riconoscere possibili segnali di peggioramento, costruire strategie per la vita quotidiana e sentirti più sostenuto, anche in integrazione con eventuali cure mediche e con la rete dei servizi sul territorio.

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