Che cos'è la cleptomania secondo la psicologia
La cleptomania è un disturbo del controllo degli impulsi in cui la persona prova un bisogno ricorrente e difficilmente controllabile di rubare oggetti che non le servono realmente e che spesso hanno scarso valore.
In psicologia clinica non viene interpretata come "semplice disonestà" o come un furto premeditato per trarne vantaggio, ma come un comportamento compulsivo che serve, nel breve periodo, ad alleviare una tensione interna. Molte persone con cleptomania descrivono il furto come qualcosa che "scappa di mano", più vicino ad un impulso che a una scelta lucida.
Questo non significa che il comportamento non abbia conseguenze, anche legali, ma che alla base ci sono cause psicologiche complesse. Comprendere questa cornice può essere fondamentale per ridurre la colpa distruttiva, riconoscere il problema come trattabile e orientarsi verso un aiuto professionale adeguato.
I criteri diagnostici DSM-5-TR per la cleptomania
Secondo il DSM-5-TR, la cleptomania può essere definita da alcuni criteri specifici che possono aiutare a distinguerla da altre forme di furto.
I punti centrali sono:
- Fallimenti ricorrenti nel resistere all'impulso di rubare: non si tratta di un episodio isolato, ma di una tendenza che si ripete nel tempo, spesso nonostante le conseguenze negative sperimentate dalla persona.
- Crescente tensione prima del furto: la persona potrebbe avvertire ansia, agitazione o un senso di pressione interna che aumenta man mano che l'impulso cresce.
- Piacere, gratificazione o sollievo durante il furto: il gesto di rubare riduce temporaneamente la tensione, generando una sensazione di scarico o di eccitazione.
- Il furto non è motivato da un bisogno reale o da un tornaconto economico: gli oggetti non servono davvero, possono essere nascosti, regalati o persino restituiti.
- Il comportamento non è meglio spiegato da altri disturbi: ad esempio, non avviene solo in un episodio maniacale all’interno di un disturbo dell’umore o come espressione di un disturbo antisociale di personalità.
Cosa significa "non necessario per uso personale o valore economico"
Uno degli aspetti chiave del DSM-5-TR è che, nella cleptomania, gli oggetti rubati non sono necessari per soddisfare bisogni concreti o per ottenere un vantaggio economico.
In pratica, questo si traduce spesso in comportamenti come:
- Accumulo di oggetti inutili: gli oggetti vengono nascosti in casa, dimenticati o lasciati in luoghi poco visibili, senza un reale utilizzo.
- Regalare o buttare via ciò che si ruba: il valore sta nel gesto, non nell'oggetto; una volta passato l'impulso, l'interesse per ciò che è stato preso cala rapidamente.
- Scelta di oggetti di scarso valore: non è raro che vengano rubate piccole cose facilmente sostituibili, più che beni costosi.
Questo criterio aiuta a distinguere la cleptomania dal furto intenzionale, in cui la scelta dell'oggetto è guidata da un obiettivo pratico o economico.
Differenza tra cleptomania e furto intenzionale
Dal punto di vista psicologico, è importante distinguere la cleptomania dal furto intenzionale o pianificato.
Nella cleptomania:
- L'impulso può essere vissuto come intrusivo: la persona spesso non vuole rubare, ma sente di non riuscire a fermarsi.
- Manca una pianificazione complessa: il furto può essere più impulsivo che strategico, con assente o poca attenzione a massimizzare il guadagno.
- Prevalgono vergogna e senso di colpa: dopo il gesto, molte persone si sentono profondamente in colpa e spaventate dalle conseguenze.
Nel furto intenzionale, invece:
- L'obiettivo è il vantaggio materiale: il gesto è finalizzato a ottenere denaro o beni desiderati.
- C'è maggiore premeditazione: si scelgono tempi, luoghi e modalità per ridurre il rischio di essere scoperti.
Queste differenze non cancellano la responsabilità personale, ma orientano la comprensione clinica e il tipo di trattamento più indicato.
Cleptomania e disturbo antisociale di personalità: come distinguerli
Il disturbo antisociale di personalità è caratterizzato da una modalità pervasiva di inosservanza e violazione dei diritti degli altri, che può includere furti ripetuti. Non tutti i furti ricorrenti, però, indicano cleptomania.
Nella cleptomania:
- L'atto è vissuto come problematico: la persona soffre per ciò che fa, prova rimorso e spesso tenta invno di smettere.
- Non c'è un pattern generale di violazione delle regole: al di fuori dei furti, il funzionamento sociale può essere relativamente adeguato.
Nel disturbo antisociale di personalità:
- Il furto è parte di uno stile di vita: si associa ad altre condotte come aggressività, truffe, irresponsabilità cronica.
- Manca spesso il rimorso autentico: le conseguenze sugli altri vengono minimizzate o giustificate.
Questa distinzione può essere importante perché orienta la diagnosi e il progetto terapeutico: nella cleptomania il focus è sul controllo degli impulsi e sulla regolazione emotiva, più che sulla ristrutturazione di un intero stile di vita antisociale.
Neurobiologia del controllo degli impulsi nella cleptomania
La ricerca neuropsicologica suggerisce che nella cleptomania possono essere coinvolti i circuiti del controllo degli impulsi e della ricompensa.
In particolare, gli studi di neuroimaging (Grant et al., 2007) indicano un ruolo di:
- Circuiti fronto-striatali: collegano le aree frontali (legate al controllo e alla pianificazione) con i gangli della base (coinvolti nelle abitudini e nei comportamenti ripetitivi). Un loro funzionamento alterato può rendere più difficile inibire l'impulso.
- Corteccia prefrontale e orbitofrontale: partecipano alla valutazione delle conseguenze e alla capacità di "fermarsi a pensare" prima di agire. Una ridotta attivazione può favorire scelte impulsive.
- Sistemi serotoninergico e dopaminergico: la serotonina è legata alla regolazione degli impulsi, la dopamina alla sensazione di piacere e ricompensa. Squilibri nella produzione di questi neurotrasmettitori possono contribuire al craving prima del furto e al sollievo immediato dopo il gesto.
Questi dati non spiegano tutto, ma aiutano a vedere la cleptomania come un disturbo complesso, che coinvolge cervello, emozioni e comportamento.
Cause psicologiche, neurobiologiche e familiari della cleptomania
Le cause della cleptomania possono essere multifattoriali: non esiste un'unica spiegazione valida per tutti, ma il risultato dell’incontro di diversi livelli biologici, psicologici e ambientali. Le evidenze cliniche, i dati sulla trasmissione familiare e le risposte ai trattamenti suggeriscono infatti che la cleptomania condivida importanti somiglianze sia con i disturbi da uso di sostanze sia con i disturbi dell’umore, oltre che con il disturbo ossessivo-compulsivo (Grant, 2006). Questa prospettiva aiuta a comprendere come il disturbo non sia una semplice “mancanza di volontà”, ma una condizione complessa che merita attenzione clinica e supporto mirato.
Sul piano psicologico, spesso si possono osservare:
- Impulsività elevata: difficoltà a rimandare la gratificazione e a tollerare la tensione interna.
- Disregolazione emotiva: il furto può diventare un modo rapido per scaricare emozioni intense come ansia, rabbia o vuoto.
- Pattern simili alle dipendenze comportamentali: il ciclo tensione–atto–sollievo–colpa ricorda quello di altre condotte compulsive.
Sul piano neurobiologico, come visto, possono esserci alterazioni funzionali in aree cerebrali coinvolte nel controllo e nella ricompensa. Infine, alcuni studi clinici riportano una maggiore frequenza di storia familiare di disturbi dell'umore, dipendenze o altri disturbi del controllo degli impulsi (Grant, 2003), suggerendo una possibile componente genetica e di apprendimento. Questi fattori possono interagire tra loro, contribuendo sia all'esordio sia al mantenimento del disturbo.
Cleptomania: dati e numeri
Le ricerche disponibili indicano che la cleptomania è un disturbo relativamente raro, ma probabilmente sottostimato: una revisione critica della letteratura suggerisce infatti che la sua frequenza sia maggiore di quanto ritenuto in passato (Goldman, 1991). Molte persone che ne soffrono, pur vivendo una marcata sofferenza emotiva e relazionale, raramente cercano un trattamento di propria iniziativa, spesso per timore del giudizio o di possibili conseguenze legali.
Secondo una revisione citata nel DSM-5-TR, la prevalenza nella popolazione generale è stimata in una piccola percentuale, con una maggiore presenza di donne nei campioni clinici che arrivano all'osservazione specialistica.
L'esordio avviene spesso in adolescenza o prima età adulta, anche se il disturbo può rimanere nascosto per anni. La letteratura scientifica riporta alti tassi di comorbidità con altre forme di psicopatologia, in particolare con i disturbi dell’umore, d’ansia e dell’alimentazione, che risultano frequentemente associati alla cleptomania (McElroy et al., 1991). In questo quadro, l’umore depresso e l’ansia possono sia precedere sia seguire gli episodi di furto, contribuendo a un circolo complesso di sofferenza emotiva. Allo stesso modo, i disturbi alimentari e l’uso di sostanze condividono con la cleptomania aspetti di impulsività e difficoltà nella regolazione delle emozioni, che possono rendere più faticosa la gestione quotidiana del proprio benessere psicologico.
Una parte significativa delle persone che vivono con la cleptomania ha avuto almeno un problema legale legato ai furti, con un impatto importante su lavoro, relazioni e autostima.
Trattamento psicoterapeutico: focus sulla CBT
La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è tra gli approcci più utilizzati nel trattamento della cleptomania, perché lavora sia sui pensieri sia sui comportamenti che mantengono il disturbo. Inoltre, la cleptomania può rispondere positivamente non solo alla CBT, ma anche a diversi interventi farmacologici, tra cui litio, farmaci antiepilettici e antagonisti degli oppioidi (Grant & Odlaug, 2008).
In psicoterapia, alcune tecniche specifiche includono:
- Esposizione con prevenzione della risposta: la persona viene gradualmente esposta a contesti a rischio (ad esempio, negozi) imparando a restare nella situazione senza mettere in atto il furto, finché la tensione diminuisce.
- Ristrutturazione cognitiva: si lavora sui pensieri che giustificano o minimizzano il gesto ("tanto non è grave", "me lo merito"), sostituendoli con valutazioni più realistiche.
- Training di problem solving: si imparano modi alternativi per affrontare stress, conflitti o bisogni materiali senza ricorrere al furto.
- Regolazione emotiva: si sviluppano strategie per riconoscere e gestire emozioni intense (respirazione, tecniche di grounding, auto-dialogo) prima che sfocino nell'impulso.
Il percorso viene adattato alla storia personale, al livello di consapevolezza e alle eventuali comorbidità presenti.
Psicoeducazione pratica per chi convive con la cleptomania e per i familiari
Un elemento centrale del lavoro psicologico sulla cleptomania può essere la psicoeducazione, cioè comprendere bene come funziona il disturbo.
Un primo passo può essere riconoscere il ciclo tipico:
- Tensione o malessere iniziale: emozioni spiacevoli, pensieri ripetitivi, senso di vuoto.
- Crescita dell'impulso a rubare: l'idea del furto diventa sempre più presente e sembra l'unico modo per stare meglio.
- Furto e sollievo immediato: durante e subito dopo il gesto si prova scarico, eccitazione o calma.
- Colpa, vergogna e paura: emergono pensieri autocritici e timore delle conseguenze.
Per i familiari può essere utile:
- Ridurre il controllo punitivo (perquisizioni, umiliazioni), che spesso aumenta la segretezza.
- Favorire il dialogo sul problema, mantenendo fermezza sui limiti ma evitando etichette svalutanti.
- Sostenere la richiesta di aiuto professionale, accompagnando la persona, se lo desidera, ai primi colloqui.
Comprendere che si tratta di un disturbo trattabile può ridurre l'isolamento e aprire la strada al cambiamento.
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