Parlare di espatrio significa confrontarsi con un compito identitario delicato: abitare due mondi senza perdere il senso di continuità personale. Quando il passaggio da un contesto culturale a un altro è netto e ci si trova a vivere all'estero, il filo che collega passato e presente può temporaneamente indebolirsi, generando disorientamento, estraneità e bisogno di ridefinizione di sé.
Come costruire la propria identità?
“…la rabbia e la frustrazione derivano invece dalla sensazione di non appartenere a nessuna cultura perché sei lacerato tra culture diverse, tra simboli incompatibili. Come puoi esistere se non sai dove sei, se devi accogliere nello stesso tempo la cultura dei pescatori thailandesi e quella dell’alta borghesia parigina, quella dei figli immigrati e quella dei membri di una vecchia nazione conservatrice?
Allora bruci le macchine, perché non appartieni a nessuna cultura..." —Tratto da: Muriel Burbery, L’eleganza del riccio
Le parole riportate appartengono a una delle protagoniste del libro L’eleganza del riccio che, in una sala da tè dell’alta borghesia parigina, nota un bambino asiatico in compagnia dei suoi genitori adottivi, membri della nobiltà di Parigi, e inizia a porsi delle domande. In particolare, si chiede come questo bambino possa accogliere dentro di sé e integrare due culture totalmente differenti, sperimentando una continuità “identitaria”, dal momento che condizioni esterne gli hanno presentato esperienze fatte di discontinuità, interruzioni e perdita.
Nel libro si accenna alla storia di questo bambino “adottato, che aveva 15 mesi quando lo hanno portato a Parigi dalla Thailandia, che i suoi genitori erano morti durante lo tsunami assieme a tutti i suoi fratelli e le sue sorelle”.
Espatrio ed esperienze di rottura
Lo scenario che ci viene raccontato, sebbene sia una storia di fantasia, ha molto in comune con situazioni reali di cui sono spesso testimoni gli psicologi per italiani all'estero: persone che, in età più o meno precoce e per vari motivi, hanno lasciato il proprio luogo di origine per essere incluse in una nuova famiglia, in un nuovo Paese, in un tessuto socio-culturale differente da quello da cui provengono.
Sono persone che portano con sé esperienze di rottura e di sradicamento culturale; esperienze di perdita di quella funzione di sostegno che è affidata anche al quadro culturale di riferimento; esperienze di disorientamento e spaesamento a cui, spesso, può risultare complesso attribuire un senso.
Alcuni studiosi pensano alla cultura non solo in termini di contenuti, ma anche di cornice, attribuendole una funzione di contenimento, di limite e di sostegno necessaria per la nascita e l’evoluzione psichica della persona. La cultura non è soltanto un insieme di valori a cui aderire, ma è una “cornice” che, interiorizzata, risponde alla domanda tipicamente umana di dare senso e significato all’esperienza, sia individuale che collettiva.

Identità in espatrio: continuità, appartenenza e riconoscimento
Nell’espatrio l’identità non “si perde” e non “si ricrea da zero”: più spesso entra in una fase di ri-organizzazione, in cui può diventare anche una risorsa e non solo un “problema”.
Un riferimento utile, in questo senso, è l’idea di capitale identitario, proposta in una ricerca sulla mobilità intra-UE per chiarire come tale capitale possa sostenere lo sviluppo personale proprio perché legato a identità e identificazioni multiple (personali, professionali, europee vs nazionali) nel contesto della mobilità (Launikari, 2019).
Da un lato c’è il bisogno di continuità (sentirsi la stessa persona nel tempo), dall’altro la necessità di adattarsi a codici nuovi (lingua, norme sociali, ruoli): la tensione può nascere quando questi due movimenti sembrano incompatibili, ma può anche trasformarsi in un lavoro di integrazione che valorizza ciò che già siamo e ciò che stiamo diventando.
Lo psicologo Erik Erikson, che ha studiato lo sviluppo dell’identità, descriveva l’identità come un senso di coerenza interna e di riconoscimento sociale: mi percepisco “io” e, allo stesso tempo, vengo riconosciuto dagli altri in un certo modo. Nell’espatrio può incrinarsi proprio questo doppio binario: internamente posso sentirmi cambiato e, all’esterno, posso essere letto attraverso etichette (“lo straniero”, “l’italiano”, “l’expat”) che non mi rappresentano.
Per molte persone, quindi, la domanda non è solo “chi sono?”, ma “chi posso essere qui senza tradire ciò che ero prima?”.
Acculturazione e identità: quattro modi di stare tra due culture
Un riferimento utile per capire cosa accade all’identità è il modello di acculturazione dello psicologo John W. Berry (1997), che descrive come le persone si posizionano rispetto a due domande: “mantengo la cultura d’origine?” e “mi avvicino alla cultura del Paese in cui vivo?”. Dall’incrocio emergono quattro orientamenti, che non sono etichette fisse ma strategie che possono cambiare nel tempo:
- Integrazione: mantengo parti importanti della cultura d’origine e costruisco legami nel nuovo contesto. Spesso può favorire un senso di identità più stabile perché non richiede di “tagliare” il passato.
- Assimilazione: mi adatto molto al nuovo contesto riducendo il legame con l’origine. Può funzionare nel breve periodo, ma a volte lascia un senso di vuoto o di “recita”.
- Separazione: mi tengo vicino quasi solo alla cultura d’origine. Può proteggere dall’estraneità, ma in alcuni casi può aumentare isolamento e rigidità identitaria.
- Marginalizzazione: non mi sento parte né dell’una né dell’altra. È spesso vissuta come una delle posizioni più dolorose, perché può mancare un luogo simbolico di appartenenza.
Questo schema aiuta a leggere l’esperienza senza giudizio: non esiste una scelta “giusta” per tutti, ma esistono costi e benefici identitari diversi.
In questa prospettiva, anche l’interculturalità può essere compresa come una competenza che si costruisce nel tempo e che richiede cura, perché la capacità di gestire la diversità, attraverso sensibilità e competenze interculturali,dovrebbe essere coltivata idealmente fin dall’infanzia tramite educazione e formazione, e non soltanto una volta entrati nel mondo del lavoro (Launikari, 2019).

Identità biculturale: sentirsi “due” o sentirsi “interi”
Quando si vive tra due mondi, il punto non è solo avere due appartenenze, ma capire come stanno insieme. Le psicologhe Veronica Benet-Martínez e colleghi hanno proposto il concetto di Bicultural Identity Integration (BII): alcune persone percepiscono le due culture come compatibili e integrabili, altre come in conflitto (Benet-Martínez & Haritatos, 2005).
Sul piano soggettivo, questa differenza può manifestarsi così:
- BII alta (integrazione): “posso essere italiano e anche parte di questo Paese”. Le identità dialogano; cambiare registro non è vissuto come tradimento.
- BII bassa (conflitto): “se mi adatto, perdo me stesso”. Le culture sembrano richiedere scelte esclusive; aumenta la fatica di spiegarsi e di sentirsi legittimati.
Questa lente può essere utile perché sposta l’attenzione dal “quanto mi sono integrato” al “quanto mi sento coerente” mentre mi muovo tra contesti diversi, aiutando a riconoscere che il disagio identitario non dipende solo dalla volontà individuale, ma anche da quanto l’ambiente renda concretamente possibile una doppia appartenenza.
Cultura e benessere psicologico: quale legame?
Come la pelle, la cultura costituirebbe un contenitore dello psichismo umano: nascere e crescere in una specifica cultura contribuirebbe a strutturare il funzionamento psichico di una persona, ossia la capacità di pensare, percepire e sentire emozionalmente il mondo. Ogni persona lo fa in modo diverso rispetto ad altre, anche in riferimento alla cultura di appartenenza.
L’esperienza culturale viene interiorizzata e la cultura vissuta diventa una sorta di cornice interna, che permette all’individuo di decodificare le situazioni, di anticipare il senso di ciò che può capitare e quindi di padroneggiare l’impatto dell’imprevisto.
Secondo questa prospettiva, la migrazione può rappresentare un fattore di vulnerabilità quando comporta una frattura significativa tra cornice culturale interiorizzata e nuovo contesto di vita. Il cambiamento non è di per sé traumatico, ma può diventarlo quando la persona non dispone di risorse relazionali e simboliche sufficienti a integrare il passaggio.
In questa perdita risiede la potenziale traumaticità dei fenomeni migratori e la complessità nel costruire un senso di continuità della propria storia tra passato, presente e futuro anche quando le nuove situazioni ambientali risultano accoglienti e adeguate.

Come può manifestarsi la crisi identitaria nell’espatrio
La crisi identitaria nell’espatrio non è sempre evidente: può presentarsi come un malessere “diffuso” che però ruota attorno a appartenenza, continuità e riconoscimento. Alcuni segnali tipici sono:
- Senso di estraneità persistente: anche in contesti accoglienti, ci si sente “fuori posto”, come se mancasse un codice implicito per stare nelle relazioni.
- Perdita di continuità narrativa: la propria storia sembra spezzata in un “prima” e un “dopo” difficili da collegare; si fatica a dare un significato al cambiamento.
- Vergogna linguistica o culturale: paura di sbagliare lingua, accento o norme sociali; può portare a silenzio, ritiro o autocensura.
- Iperadattamento: ci si modella sul contesto fino a non riconoscersi più; spesso è accompagnato da stanchezza e irritabilità.
- Nostalgia ambivalente: non è solo mancanza di casa, ma anche rabbia o colpa (“non dovrei sentirmi così”) che complicano l’appartenenza.
- Identità “a compartimenti”: una versione di sé nel Paese d’origine e un’altra all’estero, con poca comunicazione tra le due.
Riconoscere questi segnali aiuta a dare un nome al problema: non è “debolezza”, ma un lavoro identitario in corso.
Fattori che possono intensificare la sensazione di frattura identitaria
Non tutte le esperienze di espatrio producono la stessa “rottura”: alcune condizioni rendono più probabile sentirsi divisi o non riconosciuti, anche perché la comprensione scientifica di come le famiglie espatriate si adattino non è sempre lineare. Alcuni fattori possono essere:
- Isolamento sociale: senza legami significativi, l’identità perde specchi in cui riconoscersi e si riduce a prestazione (lavoro, burocrazia, efficienza).
- Discriminazione e microaggressioni: commenti, esclusioni o stereotipi ripetuti possono spingere a nascondere parti di sé o a vivere la propria origine come un problema.
- Pressione assimilativa: quando il messaggio implicito è “sei accettato solo se diventi come noi”, l’adattamento può trasformarsi in rinuncia identitaria.
- Idealizzazione dell’espatrio: se l’esperienza è narrata come “solo opportunità”, il malessere identitario diventa indicibile e quindi più solitario.
- Transizioni ripetute: cambi frequenti di Paese, città o gruppo sociale impediscono di stabilizzare ruoli e appartenenze.
- Ruoli familiari sbilanciati: ad esempio, chi diventa “traduttore” o mediatore per la famiglia può sentirsi adulto troppo presto o, al contrario, bloccato in un ruolo funzionale.
Questi fattori non determinano il destino di una persona, ma spiegano perché, a parità di motivazione, alcuni percorsi risultano più faticosi sul piano identitario.
Quando la fatica identitaria può diventare un campanello d’allarme
Un certo grado di disorientamento è fisiologico: l’identità si adatta quando cambiano lingua, relazioni e status. Diventa però importante fermarsi quando la fatica identitaria smette di essere transitoria e inizia a restringere la vita; anche la ricerca sottolinea che l’adattamento è un processo che si sviluppa nel tempo e che, per comprenderlo davvero, servono più studi longitudinali che includano tutti i membri della famiglia, perché gli studi trasversali (cross-sectional) non riescono a spiegarlo in modo sufficiente (Filipić Sterle et al., 2018).
Può essere utile chiedersi:
- Sto evitando contesti per paura di “non essere all’altezza”? Se l’evitamento cresce, l’identità si riduce e il senso di competenza cala.
- Mi sento costantemente “in scena”? Se ogni interazione richiede performance e controllo, l’iperadattamento può portare a esaurimento emotivo.
- Ho perso accesso a parti di me che prima erano vive? Umorismo, spontaneità, desideri, interessi: quando si spengono, spesso non è solo stress pratico.
- La mia storia mi sembra incomprensibile o vergognosa? La vergogna è un segnale forte di frattura tra identità interna e sguardo percepito degli altri.
In questi casi, un percorso psicologico può aiutare a rimettere in dialogo le diverse appartenenze, lavorando su continuità narrativa, autostima culturale e confini tra adattamento e rinuncia.

Ricostruire continuità: strategie pratiche centrate sull’identità
Quando l’identità è in transito, può essere utile lavorare su strumenti che creano ponti tra passato e presente, invece di forzare una scelta “o/o”. Alcune pratiche mirate possono essere:
- Linea del tempo “prima/dopo”: disegnare una timeline con 5 eventi chiave prima dell’espatrio e 5 dopo. Per ciascuno, scrivere cosa si è imparato e quale qualità personale è emersa. L’obiettivo è vedere continuità di competenze e valori.
- Mappa delle appartenenze: elencare i gruppi a cui si sente di appartenere (origine, lavoro, hobby, comunità linguistica, amicizie). Accanto, scrivere cosa danno e cosa chiedono. Aiuta a distinguere appartenenza da conformismo.
- Diario bilingue: alternare lingua madre e lingua del Paese ospitante. Spesso emozioni e pensieri cambiano registro con la lingua: metterli entrambi su carta può ridurre la sensazione di “due persone”.
- Rituali di continuità culturale: piccoli gesti ripetuti (cucina, musica, feste, letture) non come nostalgia, ma come ancoraggi identitari che rendono il presente abitabile.
- Valori-ponte: scegliere 3 valori che si vuole portare ovunque (es. cura, autonomia, creatività) e definire come si traducono concretamente nel nuovo contesto.
Queste strategie non eliminano la fatica, ma possono aiutare a trasformare l’esperienza di espatrio da frattura a narrazione più integrabile.
Ritrovare continuità tra chi eri e chi stai diventando
Se vivere tra due culture ti fa sentire “in transito”, diviso tra appartenenza ed estraneità, non significa che ci sia qualcosa che non va in te: spesso è un lavoro identitario profondo, che merita spazio e ascolto.
Un percorso psicologico può aiutarti a dare senso alla tua storia, integrare passato e presente, e costruire un modo più autentico e sostenibile di stare nel nuovo contesto senza rinunciare a parti importanti di te. Se ti senti pronto/a, puoi fare il primo passo iniziando il questionario per trovare il tuo psicologo online.





