Il senso di appartenenza è la percezione di essere parte di un gruppo, di una comunità o di un luogo, sentendo che lì c’è spazio per chi siamo davvero. Non riguarda solo l’avere persone intorno, ma il sentirsi riconosciuti, accettati e significativi per gli altri. In questo senso, è stato descritto anche come un’esperienza di coinvolgimento personale in un sistema o ambiente tale per cui la persona si percepisce come parte integrante di quel sistema o ambiente (Hagerty et al., 1992).
Baumeister e Leary, psicologi sociali statunitensi, descrivono il bisogno di appartenenza come una motivazione umana fondamentale: tendiamo naturalmente a creare e mantenere legami stabili e positivi (Baumeister & Leary, 1995). Quando questi legami mancano o sono fragili, il benessere psicologico ne risente e ci si può sentire soli, disorientati o “fuori posto”.
In caso di espatrio questo bisogno viene messo alla prova: ci si allontana dai contesti in cui il senso di appartenenza era quasi “scontato” (lingua, abitudini, reti sociali) e ci si ritrova a doverlo ricostruire da zero, spesso in una cultura diversa. In questo processo, è comune chiedersi se si appartenga ancora al Paese d’origine, al nuovo Paese, o a una sorta di “terra di mezzo” difficile da definire. Per molte persone espatriate, la domanda implicita diventa allora: «Dove sento davvero di appartenere, adesso?».
Il bisogno di appartenenza secondo alcune teorie psicologiche
Diversi modelli teorici possono aiutare a comprendere perché il senso di appartenenza sia così centrale, soprattutto quando si vive all’estero.
- Piramide di Maslow: lo psicologo Abraham Maslow, noto per la sua gerarchia dei bisogni, colloca il bisogno di amore e appartenenza subito dopo i bisogni fisiologici e di sicurezza. In assenza di relazioni significative, può essere difficile sviluppare autostima e realizzazione personale.
- Belongingness come motivazione fondamentale: Baumeister & Leary (1995) mostrano che le persone cercano relazioni durature e positive e soffrono quando queste vengono interrotte. L’espatrio spesso comporta proprio una rottura o un indebolimento di questi legami.
- Self-Determination Theory: nella teoria dell’autodeterminazione, gli psicologi Edward Deci e Richard Ryan indicano la relazione (relatedness) come uno dei tre bisogni psicologici di base, insieme ad autonomia e competenza. Sentirsi connessi agli altri è essenziale per il benessere, anche, e forse soprattutto, in un nuovo Paese.
Le componenti del senso di appartenenza (e come possono cambiare con l’espatrio)
Il senso di appartenenza non è un blocco unico: è fatto di diverse componenti che, nell’espatrio, possono incrinarsi in modo diverso.
- Affiliazione: sentirsi parte di un gruppo (colleghi, vicini, comunità locale). All’estero, la lingua e le differenze culturali possono rendere più difficile entrare in questi cerchi.
- Accettazione: percepire di essere accolti così come si è, senza dover “recitare”. Molte persone che si trasferiscono all'estero raccontano la fatica di sentirsi sempre “ospiti” o “stranieri”.
- Supporto emotivo: sapere che qualcuno c’è nei momenti difficili. Con la distanza, le reti di supporto del Paese d’origine diventano meno accessibili, mentre quelle nuove non sono ancora solide.
- Condivisione di valori: riconoscersi in norme, abitudini e modi di vedere il mondo. Nel nuovo contesto, alcuni valori possono entrare in conflitto, generando un senso di sospensione: non più del tutto “di là”, ma non ancora “di qui”.
Senso di appartenenza e salute mentale: cosa ci dicono gli studi
La ricerca psicologica mostra un legame stretto tra appartenenza e salute mentale. Secondo una revisione classica, la mancanza di appartenenza è associata a maggiori livelli di ansia, depressione e stress (Baumeister & Leary, 1995).
Studi successivi hanno confermato che sentirsi esclusi o isolati aumenta il rischio di sintomi depressivi, ritiro sociale e solitudine, oltre a essere strettamente connesso a diversi indicatori del funzionamento sociale (come il supporto percepito, il conflitto interpersonale, la partecipazione ad attività comunitarie e la frequenza ai servizi religiosi) e del funzionamento psicologico (depressione, ansia, storia di trattamento psichiatrico, suicidalità) (Hagerty et al., 1996).
In altre parole, quando ci si sente parte di un contesto, è più probabile percepire la propria vita come dotata di significato: in quattro studi con metodologie diverse è emerso in modo convergente che il senso di appartenenza predice quanto la vita venga percepita come significativa (Lambert et al., 2013).
Per le persone migranti ed espatriate, alcune ricerche indicano che un basso senso di appartenenza al Paese ospite è collegato a più alti livelli di disagio psicologico e a una minore soddisfazione di vita. Al contrario, quando chi vive all’estero percepisce di avere legami significativi sia con la comunità di origine sia con quella di arrivo, i livelli di benessere soggettivo risultano più alti, i sintomi ansioso-depressivi più contenuti e la sensazione complessiva che la propria vita “abbia senso” tende a rafforzarsi.
Alcuni dati sul senso di appartenenza di chi vive all’estero
Diversi studi internazionali su expat e studenti fuori sede mostrano tendenze ricorrenti.
- In ricerche su studenti internazionali, una quota significativa riferisce sentimenti di solitudine e non appartenenza nel primo anno di permanenza, con un progressivo miglioramento quando si sviluppano amicizie locali e reti di supporto (ad esempio, studi condotti in università del Regno Unito e degli Stati Uniti).
- Indagini su lavoratori espatriati indicano che chi percepisce un basso sostegno sociale e una scarsa integrazione nella comunità ospite riporta più frequentemente sintomi di stress e burnout rispetto a chi sente di appartenere al nuovo contesto.
Questi dati, pur provenendo da campioni e Paesi diversi, convergono su un punto: il senso di appartenenza non è un “di più”, ma un fattore che può proteggere o, se carente, indebolire la salute psicologica di chi vive lontano da casa.
Micro‑protocollo 7 giorni: come iniziare a coltivare la sensazione di appartenenza in un nuovo contesto
Nei primi tempi all’estero, il senso di appartenenza può sembrare lontano. Un piccolo protocollo di 7 giorni può aiutare a muovere i primi passi, senza forzature.
- Giorno 1–2: mappa delle appartenenze. Scrivi a quali gruppi senti di appartenere oggi (anche online, anche nel Paese d’origine). Riconoscere ciò che c’è già può ridurre la sensazione di “vuoto totale”.
- Giorno 3–4: un luogo, un volto. Scegli un luogo da frequentare due volte (un bar, un parco, una biblioteca). L’obiettivo non è socializzare subito, ma iniziare a creare familiarità visiva.
- Giorno 5–6: un piccolo scambio. Prova un breve scambio con qualcuno (un saluto, una domanda pratica). Anche interazioni minime possono allenare il cervello a percepire meno estraneità.
- Giorno 7: bilancio gentile. Nota cosa è stato più difficile e cosa ti ha fatto sentire anche solo un po’ meno “fuori posto”. Questo diventa la base per i passi successivi.
Micro‑protocollo 1 mese: costruire legami che possono nutrire il senso di appartenenza
Dopo i primi orientamenti, un orizzonte di un mese può aiutare a trasformare i contatti in legami più significativi. Partecipare con continuità a una gamma di attività per te significative, che rafforzino il senso di appartenenza e di connessione, può infatti contribuire a promuovere ulteriormente il tuo benessere, sostenendo la sensazione di far parte di una rete di relazioni e di luoghi che ti rispecchiano (Haim-Litevsky et al., 2023).
- Settimana 1: scegliere due contesti. Identifica due spazi in cui potresti sentirti potenzialmente a tuo agio (un corso, un gruppo linguistico, un’associazione). L’obiettivo è la continuità, non la quantità: è più importante tornare negli stessi luoghi che moltiplicare i tentativi.
- Settimana 2: presenza regolare. Partecipa almeno due volte agli stessi contesti. La ripetizione favorisce il passaggio da “sconosciuto” a “volto noto”, primo mattone dell’appartenenza, e ti permette di sentirti progressivamente meno estraneo e più parte del gruppo.
- Settimana 3: condividere qualcosa di te. In una conversazione, prova a condividere un dettaglio personale (un interesse, un’abitudine, un ricordo del tuo Paese). Una vulnerabilità moderata, calibrata su ciò che ti fa sentire al sicuro, può favorire la connessione e aprire la strada a scambi più autentici.
- Settimana 4: nominare dove ti senti più “a casa”. Chiediti: in quale luogo o con quali persone, questo mese, mi sono sentito/a un po’ più me stesso/a? Dare un nome a questi spazi e a queste relazioni ti aiuta a riconoscerli come nuovi punti di appartenenza, da coltivare nel tempo come basi concrete del tuo benessere relazionale.
Vignetta clinica 1: dall’estraneità totale a una doppia appartenenza
Marta, 34 anni, si trasferisce in un Paese del Nord Europa per lavoro. Nei primi mesi riferisce in terapia di sentirsi “come sospesa nel vuoto”: non più parte della vita in Italia, ma neppure integrata nel nuovo contesto. Evita i colleghi fuori dall’orario di lavoro e passa molto tempo online con amici italiani, sentendosi però sempre più scollegata da entrambi i mondi.
Nel percorso psicologico, il focus diventa il senso di appartenenza: Marta esplora le sue appartenenze passate (famiglia, gruppo universitario, associazioni) e riconosce quali elementi le facevano sentire “casa” (ironia, spontaneità, rituali condivisi). Inizia a cercare questi ingredienti, in forma nuova, nel Paese ospite. Dopo alcuni mesi, racconta di sentirsi parte di un piccolo gruppo misto di colleghi e connazionali. Non si sente “meno italiana”, ma scopre una doppia appartenenza, più flessibile e meno colpevolizzante.
Vignetta clinica 2: ritrovare appartenenza a sé stessi prima che a un luogo
Karim, 28 anni, nato in Italia da genitori migranti, decide di trasferirsi in un altro Paese europeo. In terapia porta un forte senso di non appartenenza cronica: in Italia si è sempre sentito “troppo straniero”, nel Paese d’origine dei genitori “troppo occidentale”. All’estero spera di “ricominciare da zero”, ma si ritrova presto con la stessa sensazione di essere fuori posto.
Il lavoro psicologico si concentra sul costruire un senso di appartenenza interno: Karim esplora le parti della sua identità che non dipendono da un passaporto o da una lingua, ma da valori, interessi, relazioni significative. Impara a riconoscere che può appartenere a più culture senza dover scegliere una sola etichetta. Con il tempo, riferisce di sentirsi meno in dovere di “dimostrare” chi è e più libero di creare legami nel nuovo Paese. Il senso di appartenenza diventa così meno legato a un luogo fisico e più radicato in una continuità di sé.
Ritrovare il tuo posto nel mondo, con un supporto in più
Se ti riconosci in queste esperienze di sospensione, doppia appartenenza o “non appartenenza” da nessuna parte, non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in te: stai attraversando un passaggio complesso, che merita cura e sostegno. Lavorare con uno psicologo può aiutarti a dare un nome a ciò che provi, a ricostruire legami che ti somigliano e a coltivare, passo dopo passo, un senso di casa dentro e fuori di te, ovunque tu viva adesso. Con Unobravo puoi iniziare un percorso psicologico online pensato anche per chi vive all’estero, con professionisti che conoscono da vicino le sfide dell’espatrio e delle identità “tra più mondi”. Se senti che è il momento di non farcela più da solo/a, inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online e scopri chi potrebbe accompagnarti in questo viaggio verso un nuovo senso di appartenenza.







