Espatrio e vita all'estero

Gli expat e la speranza nel progetto migratorio

Gli expat e la speranza nel progetto migratorio
Gli expat e la speranza nel progetto migratoriologo-unobravo
Eva Guarnaccia
Redazione
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Unobravo
Pubblicato il
9.2.2021

Gli psicologi per italiani all'estero notano spesso che, durante il percorso di migrazione, è comune il desiderio di ritornare definitivamente nel proprio paese d’origine. Desideri e speranze sono a volte silenziosi, altre sono esplicitati con un generico “voglio star meglio”. In questo articolo rifletteremo sulla speranza del ritorno e sulle dimensioni ad essa collegate.

Sviluppare la consapevolezza sui motivi profondi e sulle fantasie che si celano dietro la speranza di far rientro è importante per non correre il rischio di mettere in atto vissuti non elaborati. Tornando a casa potremmo avere un nuovo percorso, ma non sempre un maggiore benessere. Le prime domande che possiamo porci a riguardo sono:

  • far rientro nel paese d’origine è una fuga consolatoria nell'immaginazione?
  • si tratta di un'immagine dove il proprio territorio e le relazioni sono idealizzate?

In questi casi risulta evidente il lato oscuro della speranza, che si nutre di illusioni e acceca il presente, perché rimanda incessantemente ad un futuro in cui rifugiarsi. Ne sono un esempio le visite di ritorno che gli italiani emigrati in Australia, nel periodo delle due guerre mondiali, facevano nel proprio paese. Tornare in Italia li portava a contatto con la realtà esterna del luogo d’origine e con quella interna del luogo immaginato. Le visite di ritorno avevano il duplice effetto di rafforzare il senso di appartenenza all’Italia e allo stesso tempo, sentendosi spaesati nel luogo d’origine, rafforzava il senso di appartenenza al nuovo paese.



Speranza e nostalgia

A volte la speranza può nascere dalla nostalgia (dal greco nostos “ritorno” e algos “dolore”), che può esprimersi in due modi: 

  • come il forte desiderio di tornare nel luogo dove si è vissuti e che ora è lontano;
  • come uno stato d’animo melanconico, il desiderare una persona lontana (o deceduta), una cosa non più posseduta, il rimpianto di condizioni passate, l’aspirazione a uno stato lontano diverso dall’attuale.
Gustavo Fring - Pexels

Ecco che la nostalgia equivale alla sensazione di perdita della patria, costruita nell’immaginario dei ricordi. Essa:

  • ci fa vivere nel presente l’esperienza affettiva di un passato che ci abita e che esiste anche quando guardiamo al futuro;
  • coniuga il pianto con la gioia, il dolore col desiderio, il ricordo con ciò che è attuale;
  • facendoci rifugiare nel passato, permette di aprirci alla nostra interiorità, scoprendola e riscoprendola.

Intesa in questo modo la nostalgia è, come indica la filosofa Maria Zambrano, un “desiderio di far nascere”: riconosciamo che il presente non è più sufficiente per il nostro benessere e partoriamo un nuovo progetto di vita più autentico. Il sentimento di perdita attivato dalla nostalgia può mostrare così nuovi possibili scenari.


La speranza e il possibile

La Zambrano afferma che le situazioni di sofferenza possono favorire il sorgere della speranza, grazie alla quale ci apriamo al possibile, rappresentato dalla trasformazione personale e dalla costruzione di un nuovo senso.  La speranza è quindi un’attesa attiva che ci fa agire nel tempo, diversa dall’attesa passiva nella quale aspettiamo che qualcosa e il tempo vengano verso di noi.

La speranza non è guardare avanti solo con ottimismo, ma soprattutto guardare al nostro passato e comprendere come giocarlo in nuove possibilità. Anche la psicologia positiva, nata con Martin Seligman negli anni Novanta, guarda alla speranza come un atto di motivazione positiva, basato su tre componenti:

  • obiettivi da raggiungere;
  • strategie per il raggiungimento degli obiettivi (pathways thinking);
  • motivazione a raggiungerli (agency thinking).

L’ottimismo è, invece, la tendenza a credere che si possano raggiungere risultati positivi piuttosto che negativi. È quindi basato sui risultati, a differenza della speranza che è legata al senso profondo di qualcosa.

Karolina Grabowska - Pexels


La speranza e il progetto individuale o familiare

Quando il progetto di migrazione coinvolge il partner e i figli bisogna ampliare la riflessione. Capita che i familiari possano solo accettare la realtà migratoria, vivendola come scelta subita per garantire un’unità relazionale e familiare, dovuta a volte alle scarse possibilità di restare nel paese d’origine. I familiari, in questo caso, potrebbero sviluppare:

  • una speranza ricca di illusioni;
  • un’attesa passiva verso un immaginario rientro;
  • una forte difficoltà ad integrarsi nel paese ospitante, senza riuscire ad arricchire la propria identità con le diversità incontrate.

Altre volte la speranza di un rientro nasce dal senso di colpa, non solo verso i figli o il coniuge, ma verso i genitori (o altri affetti) che sono rimasti nel paese d’origine, che invecchiano o sono bisognosi di assistenza. Sorge così il desiderio di star loro vicino, restituendo quell’accudimento ricevuto nel proprio processo di crescita.

Tuttavia, il debito che spesso si sente nei confronti dei genitori, può essere affrontato e alleggerito anche andando in avanti, prendendosi cioè cura della generazione futura. Ecco che il progetto di rientro si costruisce a partire dall’accoglienza del bisogno familiare e la speranza diventa un motore condiviso e potente, teso alla ricerca di un nuovo equilibrio.


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