Gli psicologi per italiani all’estero notano spesso che, durante il percorso di migrazione, è comune il desiderio di ritornare definitivamente nel proprio Paese d’origine: a volte come pensiero silenzioso, altre come bisogno espresso con un generico “voglio star meglio”.
In questo articolo rifletteremo sulla speranza del ritorno e sulle dimensioni ad essa collegate nelle persone che scelgono di vivere all’estero.
Speranza e nostalgia
Sviluppare la consapevolezza sui motivi profondi e sulle fantasie che si celano dietro la speranza di far rientro è importante per non correre il rischio di mettere in atto vissuti non elaborati. Tornare a casa può aprire un nuovo percorso, ma non sempre coincide con un maggiore benessere.
Le prime domande che possiamo porci a riguardo sono:
- Far rientro nel paese d’origine è una fuga consolatoria nell'immaginazione?
- Si tratta di un'immagine dove il proprio territorio e le relazioni sono idealizzate?
In questi casi può emergere il lato oscuro della speranza, che si nutre di illusioni e rischia di accecare il presente, perché rimanda incessantemente a un futuro in cui rifugiarsi.
A volte la speranza può nascere dalla nostalgia, che può esprimersi in due modi:
- come il forte desiderio di tornare nel luogo dove si è vissuti e che ora è lontano;
- come uno stato d’animo melanconico, il desiderare una persona lontana o deceduta, una cosa non più posseduta, il rimpianto di condizioni passate, l’aspirazione a uno stato lontano diverso dall’attuale.

Ecco che la nostalgia equivale alla sensazione di perdita della patria, costruita nell’immaginario dei ricordi. Essa:
- ci fa vivere nel presente l’esperienza affettiva di un passato che ci abita e che esiste anche quando guardiamo al futuro;
- coniuga il pianto con la gioia, il dolore col desiderio, il ricordo con ciò che è attuale;
- facendoci rifugiare nel passato, permette di aprirci alla nostra interiorità, scoprendola e riscoprendola.
Intesa in questo modo, la nostalgia è, come indica la filosofa Maria Zambrano, un “desiderio di far nascere”: riconosciamo che il presente non è più sufficiente per il nostro benessere e “partoriamo” un nuovo progetto di vita più autentico. Il sentimento di perdita attivato dalla nostalgia può mostrare così nuovi possibili scenari.
Quando la speranza può diventare idealizzazione del ritorno
Nel progetto migratorio la speranza del rientro può trasformarsi in idealizzazione: non si spera “di tornare”, ma di tornare in un luogo che, nel frattempo, è diventato soprattutto un’immagine interna. In questa dinamica la mente può selezionare ricordi coerenti con il bisogno di sollievo e mettere in ombra ciò che era faticoso, ambiguo o doloroso.
Alcuni segnali tipici sono:
- Memoria selettiva: si ricordano soprattutto calore, appartenenza e semplicità, mentre si dimenticano conflitti, limiti e frustrazioni che avevano contribuito alla partenza.
- Confronto svalutante: il paese ospitante viene letto solo attraverso ciò che manca, rendendo difficile vedere risorse e legami costruiti.
- Futuro “in sospeso”: si rimanda l’investimento nel presente, con il rischio di sentirsi sempre provvisori.
Speranza come continuità: portare con sé la propria storia
Una speranza più solida non chiede di cancellare la distanza, ma di costruire continuità tra ciò che si è stati e ciò che si sta diventando. Nel progetto migratorio, questo passaggio può essere cruciale: se la patria resta solo “là”, la vita rischia di restare sempre “altrove”.
La continuità si crea quando la nostalgia diventa un linguaggio per nominare bisogni profondi:
- Bisogno di riconoscimento: “lì mi sentivo visto” può indicare il desiderio di relazioni più intime, non necessariamente il bisogno di cambiare paese.
- Bisogno di radici: la mancanza di rituali, lingua e abitudini può spingere a ricrearli nel presente, invece di aspettare il rientro.
- Bisogno di coerenza: alcune scelte migratorie chiedono di integrare parti di sé che prima erano in conflitto.
In questo senso la speranza non è solo “tornare”, ma sentirsi a casa anche mentre si attraversa il cambiamento.
La speranza e il possibile
La Zambrano afferma che le situazioni di sofferenza possono favorire il sorgere della speranza, grazie alla quale ci apriamo al possibile, rappresentato dalla trasformazione personale e dalla costruzione di un nuovo senso. La speranza è quindi un’attesa attiva che ci fa agire nel tempo, diversa dall’attesa passiva nella quale aspettiamo che qualcosa e il tempo vengano verso di noi.
La speranza non è guardare avanti solo con ottimismo, ma soprattutto guardare al nostro passato e comprendere come trasformarlo in nuove possibilità. Anche la psicologia positiva, nata con Martin Seligman negli anni Novanta, guarda alla speranza come un atto di motivazione positiva, basato su tre componenti:
- obiettivi da raggiungere;
- strategie per il raggiungimento degli obiettivi (pathways thinking);
- motivazione a raggiungerli (agency thinking).
L’ottimismo è, invece, la tendenza a credere che si possano raggiungere risultati positivi piuttosto che negativi. È quindi basato sui risultati, a differenza della speranza che è legata al senso profondo di qualcosa.

Speranza realistica: obiettivi, strade e motivazione nel progetto migratorio
Nel progetto migratorio la speranza può diventare più efficace quando è realistica: non nega la fatica, ma può aiutare a organizzarla. In termini psicologici, sperare non è solo desiderare, ma significa costruire un ponte tra presente e futuro, fatto di scelte piccole e ripetute.
Per renderla più praticabile, può aiutare tradurre la speranza in tre elementi concreti:
- Obiettivi: chiarire cosa si vuole davvero (es. “sentirmi meno solo”, “trovare stabilità lavorativa”, “capire se restare o rientrare”) per non alimentare attese indefinite.
- Strade possibili: immaginare più percorsi, non uno solo, per ridurre la sensazione di trappola e aumentare la flessibilità.
- Motivazione/energia: riconoscere cosa sostiene l’impegno (valori, relazioni, autonomia) e cosa lo prosciuga (isolamento, perfezionismo, confronto continuo).
Quando questi tre aspetti sono più allineati, la speranza può smettere di essere un rifugio e diventare una direzione, anche se la meta finale (restare o tornare) non è ancora definita.
Dalla speranza “magica” alla speranza “matura”: tollerare l’incertezza
Nel percorso migratorio l’incertezza può essere inevitabile: lingua, lavoro, status, reti sociali, identità. In questo contesto può emergere una speranza “magica”, cioè l’idea che un evento futuro (un contratto, un rientro, una relazione) risolverà tutto. È comprensibile, ma rischia di rendere fragile l’equilibrio emotivo.
Una speranza più matura si riconosce perché:
- Accetta l’ambivalenza: si può desiderare il ritorno e, allo stesso tempo, riconoscere ciò che si è costruito altrove.
- Regge la frustrazione: non interpreta ogni difficoltà come la prova di aver sbagliato tutto, ma come parte del processo di adattamento.
- Resta nel presente: investe in legami, routine e competenze qui e ora, senza vivere in modalità provvisoria.
Tollerare l’incertezza non significa rassegnarsi, ma può significare smettere di chiedere al futuro di salvare il presente. In questo modo la speranza può diventare una risorsa che accompagna le scelte, invece di sostituirle.
Quando il progetto di migrazione coinvolge il partner e i figli, può essere utile ampliare la riflessione, perché la scelta non riguarda solo chi parte ma l’intero equilibrio affettivo e organizzativo della famiglia. Può accadere che i familiari finiscano per accettare la realtà migratoria vivendola come una decisione subita, sostenuta dal bisogno di preservare l’unità relazionale e familiare e, talvolta, dalle scarse possibilità di restare nel Paese d’origine.
In queste condizioni, i familiari potrebbero sviluppare:
- una speranza ricca di illusioni;
- un’attesa passiva verso un immaginario rientro;
- una forte difficoltà a integrarsi nel paese ospitante, senza riuscire ad arricchire la propria identità con le diversità incontrate.
Altre volte la speranza di un rientro nasce dal senso di colpa, non solo verso i figli o il coniuge, ma verso i genitori (o altri affetti) che sono rimasti nel paese d’origine, che invecchiano o sono bisognosi di assistenza. Sorge così il desiderio di star loro vicino, restituendo quell’accudimento ricevuto nel proprio processo di crescita.
Tuttavia, il debito che spesso si sente nei confronti dei genitori può essere affrontato e alleggerito anche andando in avanti, prendendosi cioè cura della generazione futura. Ecco che il progetto di rientro si costruisce a partire dall’accoglienza del bisogno familiare e la speranza diventa un motore condiviso e potente, teso alla ricerca di un nuovo equilibrio.

Speranze diverse nella stessa famiglia: come evitare che diventino un conflitto
Quando si migra in coppia o con figli, la speranza non è mai una sola: ogni membro può avere tempi e bisogni differenti. Il rischio è che la speranza del rientro diventi un terreno di scontro, invece che un tema da negoziare.
Spesso le speranze divergono perché rispondono a funzioni diverse:
- Speranza di stabilità: per qualcuno significa restare e consolidare; per altri significa tornare dove tutto è più familiare.
- Speranza di appartenenza: i figli possono sentirsi “di qui” più rapidamente, mentre un adulto può sentirsi sospeso tra due mondi.
- Speranza di riparazione: il rientro può essere vissuto come modo per recuperare tempo perso con la famiglia d’origine o con parti di sé trascurate.
La speranza del ritorno può diventare più utile quando si trasforma in progetto, cioè in una decisione preparata e verificabile: un passaggio che aiuta a distinguere ciò che consola nel breve periodo da ciò che orienta davvero le scelte nel lungo periodo. In un contesto che cambia, il rientro rischia altrimenti di restare un’ancora emotiva che allevia la fatica, ma non sostiene una decisione consapevole e sostenibile.
Un progetto di rientro più solido tiene insieme tre piani:
- Identitario: cosa significa “casa” oggi? Tornare può essere un modo per ritrovare appartenenza, ma anche un confronto con il cambiamento proprio e altrui.
- Relazionale: quali legami si vogliono recuperare e quali confini servono? Il rientro può riattivare ruoli familiari antichi che non corrispondono più alla persona che si è diventati.
- Pratico: lavoro, abitazione, scuola, rete di supporto. La speranza regge meglio quando incontra passi concreti e tempi realistici.
In questa prospettiva, restare o tornare non è una prova di successo o fallimento: è l’esito di un percorso in cui la speranza ha guidato scelte coerenti con i propri valori.
Quando il ritorno non “cura”: elaborare la delusione senza perdere speranza
A volte si torna e ci si accorge che il benessere atteso non arriva. Non perché il rientro sia sbagliato, ma perché la speranza aveva caricato il ritorno di una funzione impossibile: riparare solitudini, fallimenti, lutti o fratture identitarie.
Quando il ritorno delude, possono emergere vissuti intensi:
- Estraneità: sentirsi fuori posto nel luogo che si chiamava casa, perché nel frattempo si è cambiati.
- Rabbia o vergogna: “ho sbagliato”, “non ce l’ho fatta”, soprattutto se il rientro è letto come sconfitta.
- Lutto: perdita dell’immagine idealizzata del paese d’origine e, insieme, del sé che si pensava di ritrovare.
Elaborare questa delusione può significare restituire alla speranza una dimensione più umana: non la promessa di un luogo perfetto, ma la capacità di ricostruire senso anche quando le aspettative si infrangono. In questo modo la speranza può non finire con una scelta: può trasformarsi e continuare ad accompagnare il percorso.
Trasforma la speranza in un passo concreto
Se la speranza del ritorno ti accompagna come nostalgia, dubbio o bisogno di ritrovare un senso di casa, parlarne può aiutarti a distinguere ciò che desideri davvero da ciò che potresti star idealizzando, e a costruire un progetto più realistico, che tu scelga di restare o rientrare.
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