Potremmo pensare al nostro percorso di vita come a una costellazione di passi che ci consentono di muoverci più o meno agevolmente nel mondo. Durante i primi anni di vita, compiamo questi passi insieme alle nostre figure di attaccamento, i caregiver.
Il primo studioso del rapporto tra caregiver e bambino, e in particolare del legame madre-figlio, fu John Bowlby, il padre fondatore della Teoria dell’Attaccamento.
La Teoria dell’attaccamento: bambino e caregiver
Bowlby si chiese quali potessero essere le motivazioni insite in questo legame e si rese conto che l’obiettivo del bambino è ottenere:
- vicinanza fisica (funzione biologica, legata alla sopravvivenza)
- benessere e sicurezza (funzione psicologica).
Per questo motivo, quando il bambino sperimenta una minaccia al legame di attaccamento, reale o ipotetica, può provare ansia da separazione.
I compiti specifici del caregiver (o figura di riferimento) sono molteplici: è essenziale essere sensibili alle richieste del bambino, poiché la sensibilità genitoriale, intesa come la capacità di percepire e interpretare accuratamente i segnali del bambino e di rispondere in modo tempestivo, è fondamentale per la formazione di un attaccamento sicuro (De Luca, 2024). Inoltre, il caregiver dovrebbe essere fonte di sollievo e di risorse adeguate, offrendo sostegno nei momenti di difficoltà, e rappresentare una base sicura a cui il bambino possa rivolgersi ogni volta che ne sente il bisogno.

Modelli operativi interni: le strade per muoversi nel mondo
Durante la crescita e l’esplorazione, il bambino costruisce una moltitudine di strade per muoversi nel mondo: sono i comportamenti di attaccamento che organizza in modelli operativi interni (M.O.I.), i quali:
- forniscono al bambino informazioni su di sé e sui caregiver;
- consentono di prevedere le risposte più probabili in una determinata situazione relazionale e in determinate condizioni ambientali;
- mantengono stabile il raggiungimento degli obiettivi di vicinanza, sostegno e protezione ottenuti fino a quel momento.
L’insieme dei Modelli Operativi Interni (M.O.I.) rappresenta lo stile di attaccamento. In base al fallimento o al successo delle risposte del bambino e della capacità del caregiver di mettere in atto i compiti specifici, Bowlby distinse due principali modalità. Le recenti scoperte in psicologia dello sviluppo hanno identificato che la responsività, la sintonizzazione e la modulazione dell'affetto nelle interazioni genitore-bambino sono elementi chiave che portano alla formazione di uno stile di attaccamento sicuro o insicuro (Holmes, 1993). In particolare, si parla di attaccamento sicuro quando bambino e caregiver assolvono ai loro compiti relazionali in modo ottimale; al contrario, si parla di attaccamento insicuro quando queste dinamiche risultano compromesse. Quest’ultimo stile si sviluppa in circa un terzo dei bambini e tende a trasmettersi di generazione in generazione, influenzando comportamento, pensieri, emozioni, relazioni, ma anche autostima, benessere fisico e sviluppo morale del bambino.

Il ruolo dei modelli operativi interni nelle relazioni adulte
I modelli operativi interni (M.O.I.), concetto centrale nella teoria di Bowlby, sono rappresentazioni mentali che guidano il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri nelle relazioni.
Questi modelli possono influenzare:
- Le aspettative verso gli altri: Se abbiamo sperimentato un attaccamento sicuro, spesso tenderemo a fidarci degli altri e a credere di meritare amore e supporto.
- La gestione delle emozioni: I M.O.I. possono influenzare il modo in cui affrontiamo la paura, la rabbia o la tristezza nelle relazioni, incidendo sulla nostra capacità di chiedere aiuto o di regolare lo stress.
- La scelta dei partner e degli amici: Spesso, inconsapevolmente, possiamo tendere a ricercare relazioni che confermino i nostri modelli interni, anche quando questi non sono funzionali al nostro benessere.
Ricerche longitudinali, come lo studio Minnesota Longitudinal Study of Risk and Adaptation (Sroufe et al., 2005), hanno evidenziato che i modelli di attaccamento sviluppati nell’infanzia possono predire la qualità delle relazioni intime e sociali in età adulta, pur lasciando spazio a cambiamenti e trasformazioni nel corso della vita.
Gli stili di attaccamento: tipologie e manifestazioni
La Teoria dell’attaccamento è stata ulteriormente sviluppata grazie agli studi di Mary Ainsworth, psicologa e collaboratrice di John Bowlby, che ha identificato diversi stili di attaccamento osservando il comportamento dei bambini nella "Strange Situation", un esperimento che ha permesso di distinguere le modalità con cui i piccoli reagiscono alla separazione e al ricongiungimento con il caregiver.
Secondo Ainsworth e successivi ricercatori come Mary Main, esistono quattro principali stili di attaccamento:
- Attaccamento sicuro: Il bambino si sente protetto e supportato dal caregiver, esplora l’ambiente con fiducia e cerca conforto in caso di bisogno. Da adulto, tende spesso a instaurare relazioni stabili e a gestire in modo equilibrato le emozioni.
- Attaccamento insicuro-evitante: Il bambino appare indipendente e sembra non cercare il contatto con il caregiver, anche dopo una separazione. Questo stile può essere associato ad adulti che faticano a esprimere i propri bisogni emotivi e tendono a evitare l’intimità.
- Attaccamento insicuro-ambivalente (o resistente): Il bambino mostra ansia intensa alla separazione e difficoltà a calmarsi al ritorno del caregiver, alternando ricerca di vicinanza e comportamenti di resistenza. Da adulto, può essere associato a paura dell’abbandono e relazioni caratterizzate da alti e bassi emotivi.
- Attaccamento disorganizzato: Identificato da Mary Main, questo stile si osserva in bambini che mostrano comportamenti contraddittori o disorientati di fronte al caregiver, spesso in contesti di trascuratezza o esperienze traumatiche. In età adulta, può essere associato a difficoltà nella regolazione emotiva e nella costruzione di relazioni sicure.
Secondo una revisione di studi condotti in Europa e Nord America, circa il 60-65% dei bambini sviluppa un attaccamento sicuro, mentre le forme insicure (evitante, ambivalente e disorganizzato) rappresentano il restante 35-40% (Bakermans-Kranenburg & van IJzendoorn, 2009).
Questi stili non sono configurazioni statiche, ma tendenze relazionali che possono modificarsi nel tempo grazie a esperienze correttive significative e percorsi di sviluppo personale. Inoltre, studi condotti su popolazioni adulte hanno evidenziato una correlazione tra attaccamento insicuro e un maggior numero di sintomi fisici riportati (Ciechanowski et al., 2002). Questo dato suggerisce come il modo in cui ci relazioniamo agli altri possa influenzare anche la nostra salute percepita.
L’adolescenza: tra riorganizzazione e costruzione identitaria
Crescendo, il bambino entra in relazione con un numero sempre maggiore di persone e tende a riproporre ciò che ha imparato con i caregiver, anche con altri che non sono ancora figure significative.
Quando si affaccia all’età adolescenziale, inizia una riorganizzazione strutturale e relazionale all’interno della famiglia e all’esterno, con il gruppo dei pari. Man mano che l’adolescente acquisisce autonomia rispetto al mondo emotivo, comportamentale e identitario, ha la possibilità di testare diversi aspetti di sé e del proprio ruolo sociale anche al di fuori della realtà familiare.
Le funzioni di attaccamento si trasferiscono così dai caregivers ai coetanei e poi a eventuali relazioni sentimentali, anche in base alle credenze che si strutturano rispetto a intimità e identità. Queste nuove relazioni presentano un carattere più simmetrico e paritario, di maggiore reciprocità.
L’età adulta: destino o scelta?
Quando si parla di attaccamento, si corre spesso il rischio di considerarlo come un marchio indelebile che accompagna la persona per tutta la vita. È vero che un bambino che sviluppa un attaccamento insicuro ha maggiori probabilità di diventare un adulto con lo stesso stile relazionale: questo perché le prime esperienze affettive contribuiscono a costruire i modelli operativi interni che guideranno il modo di stare con gli altri. Tuttavia, questa traiettoria non è affatto un destino immutabile. Con l’ingresso nell’età adulta, la persona si trova a confrontarsi con contesti e relazioni nuove, che possono confermare il modello appreso nell’infanzia oppure, al contrario, metterlo in discussione e favorire cambiamenti profondi. Partner affettivi disponibili e stabili, figure amicali significative, relazioni professionali supportive e, naturalmente, percorsi terapeutici mirati, rappresentano esperienze correttive in grado di promuovere l’evoluzione verso forme di attaccamento più sicure.
In questo senso, l’attaccamento non va inteso come un’etichetta, ma come una strategia appresa che può essere aggiornata quando la persona sperimenta relazioni diverse da quelle che l’hanno formata. Nell’adulto, lo stile di attaccamento si intreccia strettamente con lo sviluppo della personalità. Qui entrano in gioco due dimensioni fondamentali: il temperamento e il carattere. Il temperamento rappresenta l’insieme delle predisposizioni biologiche e innate, come la reattività emotiva o la sensibilità agli stimoli sociali, che possono rendere più probabile l’adozione di alcune modalità relazionali. Il carattere, invece, riflette l’influenza dell’ambiente, della cultura e dell’apprendimento: racconta quanto la persona è riuscita a dare un senso alle proprie esperienze, a mentalizzare le emozioni e a costruire narrazioni più funzionali di sé e degli altri. La personalità adulta, quindi, non è mai il semplice prolungamento dell’infanzia, ma nasce dall’incontro dinamico tra ciò che ereditiamo e ciò che impariamo. Da questa prospettiva, l’attaccamento non determina rigidamente chi saremo, ma partecipa a delineare il modo in cui ci avviciniamo agli altri, lasciando comunque spazio alla possibilità di scegliere nuove strade quando le vecchie non ci permettono più di stare bene.

Verso la consapevolezza, con la terapia
Dalla ricerca scientifica emerge che nell’essere umano non siano plausibili trasmissioni ed evoluzioni lineari, ma sia più probabile che a determinare un esito o un altro sia una combinazione di diversi elementi considerati nella loro totalità, come:
- ambiente;
- cultura;
- famiglia;
- genetica.
Il percorso terapeutico mira a sviluppare consapevolezza rispetto ai fattori costituenti e a modificare, dove possibile e ragionevole, quei fattori che potrebbero produrre cambiamento.
Riusciamo a immaginare quanto margine di cambiamento può esserci ancora per ognuno di noi?
Riconoscere il proprio stile di attaccamento: spunti pratici
Comprendere il proprio stile di attaccamento può rappresentare un primo passo verso una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie relazioni. Alcune domande di auto-riflessione possono aiutare a individuare le proprie tendenze:
- Come reagisco quando una persona a cui tengo si allontana o non è disponibile?
- Mi sento a mio agio nel chiedere aiuto o nel mostrare vulnerabilità?
- Tendo a evitare il confronto emotivo o a temere l’abbandono nelle relazioni?
Rispondere con sincerità a queste domande può offrire spunti utili per riconoscere i propri schemi relazionali. In ambito clinico, strumenti come l’Adult Attachment Interview (AAI) sono utilizzati per valutare in modo approfondito i modelli di attaccamento negli adulti (George, Kaplan & Main, 1985).
Lavorare sul proprio stile di attaccamento è possibile attraverso percorsi terapeutici basati sull’evidenza, che favoriscono l’integrazione di nuove esperienze relazionali e una migliore regolazione emotiva. Ricerche recenti hanno dimostrato che interventi psicoterapeutici specifici possono modificare i modelli operativi interni e promuovere un funzionamento relazionale più sicuro.
Scegliere il cambiamento: il tuo percorso può iniziare da qui
Comprendere il proprio stile di attaccamento può essere un passo importante per costruire relazioni più serene e autentiche, ma non è sempre facile farlo da soli. Se senti il desiderio di rompere vecchi schemi, migliorare la qualità delle tue relazioni o semplicemente conoscerti meglio, il supporto di un professionista può fare la differenza. Con Unobravo puoi iniziare un percorso su misura per te, guidato da psicologi e psicoterapeuti pronti ad accompagnarti verso una maggiore consapevolezza e benessere. Non lasciare che il passato definisca il tuo futuro: inizia il questionario per trovare il tuo psicologo online e scopri quanto puoi cambiare, a partire da oggi.









