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Nichilismo: tra posizione filosofica e disagio psicologico

Nichilismo: tra posizione filosofica e disagio psicologico
Redazione
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Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
5.9.2026
Nichilismo: tra posizione filosofica e disagio psicologico
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  • Il nichilismo è una posizione filosofica che nega valori assoluti e scopi universali, ma quando diventa un vissuto psicologico pervasivo può sovrapporsi a depressione o burnout e richiedere supporto professionale.
  • Nietzsche distingueva nichilismo passivo (rassegnazione al vuoto) e nichilismo attivo (costruzione di nuovi significati personali): questa distinzione è utile anche in chiave psicologica per capire se si sta cedendo al vuoto o elaborandolo creativamente.
  • Quando i pensieri nichilisti sono persistenti, intrusivi e interferiscono con la vita quotidiana (sonno, relazioni, motivazione), è il segnale per rivolgersi a un professionista della salute mentale, indipendentemente dall'etichetta filosofica che si usa.
  • La terapia esistenziale, la logoterapia e la CBT sono gli approcci più indicati per chi vive il nichilismo come sofferenza: l'obiettivo non è 'guarire' dalla riflessione sul senso, ma trovare significati autentici e ridurre il peso del vuoto.

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“A cosa serve tutto questo?”

Forse ti è capitato di pensarlo in un momento di profonda stanchezza. Oppure è una domanda che ti accompagna da tempo, silenziosa e persistente, sullo sfondo delle tue giornate.

Il nichilismo è una parola che può fare un certo effetto: richiama il vuoto, l’assenza di significato, una posizione radicale che spesso tendiamo a guardare con diffidenza. Eppure, merita di essere compresa senza paura e senza semplificazioni.

C’è infatti una differenza importante tra il nichilismo come posizione filosofica, una riflessione sul senso dell’esistenza e sull’idea che la vita abbia o meno un significato intrinseco.

E il nichilismo come vissuto psicologico: quella sensazione dolorosa e pervasiva per cui nulla sembra avere valore, nulla entusiasma e persino ciò che un tempo contava può apparire improvvisamente privo di senso.

Questo spazio nasce per chi si interroga sul significato della propria vita, per chi attraversa un periodo in cui qualcosa sembra essersi spento e per chi vuole comprendere meglio una domanda complessa: quando interrogarsi sul senso dell’esistenza appartiene alla filosofia e quando, invece, può essere il segnale di una sofferenza psicologica?

Che cos'è il nichilismo e da dove viene

La parola nichilismo viene dal latino nihil, che significa “nulla”. Già l’etimologia ci introduce al tema centrale: il nichilismo mette in discussione l’esistenza di valori assoluti, verità universali o significati intrinseci capaci di orientare l’esistenza.

Come posizione filosofica, ha una storia complessa e radici che precedono il termine stesso. Pensatori come Arthur Schopenhauer hanno messo al centro della riflessione la sofferenza, l’insoddisfazione e il carattere irrazionale della volontà umana, contribuendo a creare il terreno filosofico su cui, in seguito, il nichilismo avrebbe trovato una delle sue espressioni più radicali.

Sarà soprattutto Friedrich Nietzsche a portare il problema del nichilismo al centro della filosofia occidentale, interrogandosi su cosa accade quando i valori e le certezze che per secoli hanno orientato l’uomo perdono la loro forza. Un tema così importante e complesso da meritare un discorso a parte.

Una scena contemplativa di un uomo che guarda attraverso una finestra con il suo riflesso catturato in bianco e nero.
Inayat Ullah – Pexels

Nichilismo nel quotidiano

Non significa necessariamente aver letto Nietzsche o identificarsi consapevolmente con una corrente filosofica. Può manifestarsi anche come una forma di disincanto profondo: la sensazione che ciò che prima sembrava importante come il lavoro, il successo, le relazioni, i progetti, persino il futuro, abbia perso la capacità di orientarti o di sembrarti davvero significativo.

Può assumere la forma di pensieri come:

  • “Tanto è tutto uguale”;
  • “Che senso ha?”;
  • “Perché dovrei fare tutta questa fatica, se alla fine non cambia nulla?”.

Ma è importante fare una distinzione: non ogni esperienza di vuoto, disillusione o perdita di motivazione è nichilismo. A volte dietro queste sensazioni può esserci una sofferenza psicologica, un periodo di crisi o un momento in cui i significati che ci hanno guidato fino a quel momento non funzionano più.

Ed è proprio in questo punto di confine che vale la pena fermarsi a osservare cosa sta realmente accadendo.

Nietzsche e la morte di Dio: cosa significa per noi

Quando Nietzsche scrive “Dio è morto”, non sta semplicemente annunciando la fine della religione, né sta celebrando la scomparsa della fede. Sta descrivendo un cambiamento molto più profondo: il venir meno della forza delle certezze e dei valori assoluti che, per secoli, avevano rappresentato un punto di riferimento per la cultura occidentale.

“Dio”, in questo senso, non riguarda soltanto la fede religiosa, ma anche il sistema di valori e di significati che da essa traeva legittimità: una morale, una visione del mondo, un’idea di verità e uno scopo dell’esistenza considerati validi per tutti.

La modernità, secondo Nietzsche, porta alla crisi di questi fondamenti. Ma se le vecchie certezze non riescono più a sostenerci, cosa rimane?

È qui che emerge il problema del nichilismo. Di fronte alla perdita dei valori tradizionali, possiamo sperimentare il vuoto, il disorientamento e la sensazione che nulla abbia più un significato.

Nietzsche individua, in questo processo, anche una differenza tra un atteggiamento passivo e uno attivo. Il nichilismo passivo si manifesta quando, di fronte alla perdita dei valori, prevalgono la rassegnazione, l’inazione e il desiderio di non cercare più. Il nichilismo attivo, invece, rappresenta una forza capace di mettere in discussione e superare i vecchi valori, aprendo la possibilità di una nuova creazione di valori.

Non si tratta, quindi, semplicemente di “trovare un nuovo senso” già pronto. Quando vengono meno le certezze, non rimane necessariamente soltanto il nulla. Può aprirsi anche lo spazio della possibilità.

Quando il nulla diventa un peso quotidiano

Parlare di nichilismo come posizione filosofica è una cosa. Ma cosa succede quando questa riflessione entra nella vita quotidiana? Come si manifesta, concretamente, nel modo in cui pensiamo, scegliamo e guardiamo alla nostra vita?

Può manifestarsi come quella sensazione di alzarsi dal letto senza un perché, di andare al lavoro senza sentire che conti davvero, di stare in mezzo alle persone e sentirsi comunque altrove. Non è necessariamente tristezza, almeno non nel senso classico del termine. È qualcosa di più sottile: un distacco emotivo, una specie di vetro invisibile tra te e il resto del mondo.

Alcuni segnali di un vissuto nichilistico quotidiano possono essere:

  • la perdita di interesse per progetti o relazioni che prima sembravano importanti;
  • la difficoltà a trovare motivazioni anche per cose piccole e concrete;
  • la sensazione che i propri sforzi non portino da nessuna parte;
  • un'apatia diffusa, non sempre spiegabile con eventi specifici;
  • il pensiero ricorrente che “tanto non cambia nulla”.

Attraversare una fase di questo tipo è profondamente umano. Dopo un lutto, un fallimento o una delusione profonda, può accadere di chiedersi se valga ancora la pena investire nel mondo. Non è necessariamente fragilità: può essere il modo in cui cerchiamo di dare un senso a ciò che ci è accaduto.

La difficoltà nasce quando questa sensazione non passa, ma si radica e diventa la lente attraverso cui guardiamo noi stessi, gli altri e il futuro. Esperienze dolorose, bisogni rimasti inascoltati e delusioni possono contribuire a costruire, nel tempo, la convinzione che nulla abbia davvero valore.

Ma non è solo una questione individuale. Viviamo in un contesto segnato da individualismo, cambiamenti rapidi, indebolimento dei legami e sovrabbondanza di stimoli, in cui non sempre è facile trovare riferimenti condivisi e duraturi.

Per questo, sentirsi senza senso non significa necessariamente che ci sia qualcosa che non va in te. A volte racconta anche la difficoltà, sempre più comune, di trovare un posto e un significato in un mondo che offre molte possibilità, ma poche certezze.

Nichilismo, depressione o burnout: come distinguerli

Parlare di nichilismo non significa necessariamente parlare di sofferenza psicologica. Interrogarsi sul senso dell'esistenza può essere una riflessione filosofica, anche profonda e inquieta, senza compromettere la capacità di vivere, relazionarsi e progettare.

La situazione cambia quando il vuoto diventa pervasivo e paralizzante. Alcune esperienze possono allora assomigliare a quelle presenti nella depressione: perdita di interesse e piacere, apatia, ritiro, senso di inutilità. Nella depressione, però, questi vissuti si inseriscono generalmente in un quadro più ampio e persistente, che può coinvolgere anche sonno, alimentazione, concentrazione ed energia.

Anche il burnout può portare a una crisi di senso. In questo caso, però, il punto di partenza è soprattutto un esaurimento legato a uno stress prolungato, spesso lavorativo: ci si sente svuotati, distaccati e incapaci di continuare a sostenere le richieste che prima si riuscivano a gestire.

Per orientarti, puoi chiederti:

  • Questo senso di vuoto è legato a un periodo di particolare stress o sofferenza?
  • Riesci ancora a provare interesse o piacere per qualcosa?
  • Riesci a immaginare un futuro diverso, anche solo in parte?
  • Sonno, energia, concentrazione o appetito sono cambiati?
  • Da quanto tempo ti senti così e quanto sta interferendo con la tua vita?

Queste domande non servono a fare una diagnosi da soli, ma ad ascoltare meglio ciò che sta accadendo.

Perché c'è una differenza importante tra chiedersi “che senso ha?” e arrivare a sentire che “nulla ha senso, e non potrà mai essere diverso”. Nel secondo caso, soprattutto se la sensazione persiste e compromette la vita quotidiana, può essere importante non rimanere soli e parlarne con un professionista.

Quando preoccuparsi davvero

Interrogarsi sul senso della vita non è, di per sé, un problema. La domanda diventa importante quando non lascia più spazio ad altro e il senso di vuoto inizia a logorare la quotidianità.

Può essere utile prestare attenzione quando compaiono:

  • pensieri ricorrenti sull'assenza di senso, difficili da interrompere;
  • isolamento e progressivo allontanamento dalle persone e dalle attività;
  • ansia o sofferenza persistente legate alle domande esistenziali;
  • difficoltà a immaginare un futuro, anche nel breve periodo;
  • pensieri di farsi del male o la convinzione di essere un peso per gli altri.

A volte questo disagio viene minimizzato proprio perché assume una forma apparentemente “intellettuale”: “È solo filosofia”, “Sto solo riflettendo”, “Non è niente di grave”. Ma il modo in cui chiamiamo ciò che stiamo vivendo non ne riduce necessariamente la sofferenza.

La ricerca ha evidenziato che la perdita di significato può intrecciarsi con diverse forme di sofferenza psicologica, come ansia, depressione, isolamento e difficoltà a immaginare un futuro. Questo non significa che ogni interrogativo esistenziale indichi un disturbo o una condizione clinica: è importante considerare la durata, l'intensità e l'impatto di questi vissuti sulla vita quotidiana. Per questo è fondamentale ascoltare l'esperienza della persona e comprendere ciò che sta vivendo, senza ridurla immediatamente a un'etichetta diagnostica (Klar & Northoff, 2021).

Chiedere aiuto non significa smettere di interrogarsi sul senso della vita. Significa, piuttosto, non dover affrontare da soli una domanda che è diventata troppo pesante da sostenere.

Due adulti seduti e che chiacchierano vicino a una finestra, godendosi il tempo libero al chiuso.
cottonbro studio – Pexels

Come aiutare chi dice che niente ha valore

Stare vicino a qualcuno che sembra aver perso ogni senso delle cose può essere, allo stesso tempo, un atto d'amore e una fonte di grande fatica.

Il primo istinto, spesso, è cercare di aggiustare la situazione: trovare le parole giuste, convincere l’altra persona che vale la pena andare avanti, riportarla rapidamente verso una visione più positiva. Ma, per quanto comprensibili, alcune reazioni possono finire per allontanare invece di avvicinare.

Anche la ricerca mostra quanto sia facile associare automaticamente il nichilismo a caratteristiche negative. Uno studio condotto su oltre 1.600 persone ha rilevato che chi esprime convinzioni nichiliste viene spesso percepito attraverso stereotipi negativi, in parte proprio perché viene considerato più depresso rispetto a chi non condivide queste convinzioni (Scott & Cohen, 2021).Questo ci ricorda qualcosa di importante: di fronte a chi dice che nulla ha valore, possiamo essere tentati di giudicare, minimizzare o prendere le distanze, proprio quando quella persona potrebbe avere maggiormente bisogno di sentirsi ascoltata e compresa.

Quando qualcuno dice che niente ha valore, è naturale cercare di trovare le parole giuste per aiutarlo. Ma alcuni tentativi, anche se nascono dalle migliori intenzioni, possono farlo sentire ancora più solo. È meglio evitare di:

  • minimizzare con frasi come “vedrai che passa” o “è solo un momento”;
  • giudicare con commenti come “sei solo pigro” o “dovresti reagire”;
  • cercare di convincere con argomentazioni logiche sul perché la vita “ha senso”.

A volte non serve avere una risposta. Serve ascoltare senza correggere, lasciare spazio a ciò che l'altra persona sta vivendo e farle sentire che può parlarne senza essere giudicata.

Questo, però, non significa assumersi il compito di salvarla. Stare accanto a qualcuno non significa annullare i propri confini: puoi esserci senza diventare l'unica fonte di sostegno.

Se il disagio persiste, si intensifica o inizia a compromettere la vita quotidiana, puoi incoraggiare con delicatezza il ricorso a un professionista. Ad esempio: “Mi sembra che tu stia portando un peso molto grande. Hai mai pensato di parlarne con qualcuno?”.

Chiedere aiuto non significa arrendersi né rinunciare alle proprie domande. Significa riconoscere che, a volte, non abbiamo bisogno di trovare da soli la risposta: abbiamo bisogno di qualcuno con cui poter attraversare la domanda.

Convivere con i pensieri nichilisti senza esserne travolti

L’obiettivo non è necessariamente eliminare le domande sul senso della vita, ma imparare a stare con esse senza lasciare che occupino tutto lo spazio.

Alcune pratiche possono aiutare:

  • Mindfulness: osservare i pensieri senza prenderli automaticamente per verità, imparando a creare una distanza tra ciò che pensiamo e ciò che siamo.
  • Scrittura espressiva: mettere nero su bianco ciò che si prova può aiutare a dare forma a pensieri ed emozioni che, quando restano indistinti, possono sembrare ancora più opprimenti.
  • Attività creative e significative: fare, costruire, creare o dedicarsi a qualcosa che ci coinvolge permette di tornare dall’astratto al concreto e di sperimentare che le proprie azioni possono ancora avere un effetto sul mondo.

C'è poi un possibile cambio di prospettiva: non avere una risposta definitiva sul significato dell'esistenza non significa necessariamente che la propria vita sia priva di valore.

Il significato, infatti, non deve per forza essere una verità universale da trovare. Può anche emergere, nel tempo, dalle relazioni che scegliamo di coltivare, dalle esperienze che consideriamo importanti e dal modo in cui decidiamo di abitare la nostra vita.

Forse, allora, la domanda non è soltanto “Qual è il senso di tutto questo?”, ma anche “Cosa, nonostante tutto, continua ad avere valore per me?”.

Come la terapia può aiutare

Se le domande sul senso dell’esistenza sono diventate una fonte di sofferenza, parlarne in psicoterapia può aiutare. Non per convincerti che la vita abbia un significato prestabilito, ma per comprendere cosa c’è dietro quel senso di vuoto e ritrovare uno spazio in cui poter scegliere come stare nella propria vita.

A seconda di ciò che stai vivendo, diversi approcci possono offrire strumenti differenti. La terapia esistenziale affronta direttamente temi come libertà, responsabilità, finitezza e significato. La logoterapia, sviluppata da Viktor Frankl, pone invece la ricerca di senso al centro del percorso terapeutico. Altri approcci, come la terapia cognitivo-comportamentale, possono essere utili quando pensieri rigidi e pervasivi contribuiscono ad alimentare il senso di vuoto o di inutilità.

In alcuni casi può essere utile anche un percorso di gruppo, perché condividere le proprie domande con altre persone può ridurre il senso di isolamento e permettere di scoprire prospettive diverse.

L’obiettivo, però, non è “guarire dal nichilismo”, come se interrogarsi sul senso della vita fosse qualcosa da correggere.

È capire quando quella domanda è diventata troppo pesante da sostenere, e trovare un modo per tornare a vivere senza dover necessariamente avere tutte le risposte.

Dare un senso è ancora possibile

Sentire che nulla ha senso può essere spaventoso e profondamente solitario. Ma non significa necessariamente essere arrivati a un punto senza ritorno.

A volte, proprio quando i significati che ci hanno guidato fino a quel momento non bastano più, si apre la possibilità di fermarsi e chiedersi cosa abbia davvero valore per noi: quali relazioni, esperienze, desideri e scelte vogliamo continuare a coltivare.

Non è necessario trovare una risposta definitiva. Il senso può anche cambiare nel tempo, insieme a noi e alla nostra storia.

E questo percorso non deve essere affrontato necessariamente da soli. Chiedere il supporto di un professionista può essere un modo per dare spazio a queste domande, comprendere ciò che sta accadendo e ritrovare, passo dopo passo, un orientamento che sentiamo davvero nostro.

Qui, su Unobravo, puoi iniziare un percorso per esplorare queste domande, comprendere meglio ciò che stai vivendo e ritrovare, passo dopo passo, ciò che per te può avere ancora valore.

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FAQ

Il nichilismo è una posizione filosofica che nega l'esistenza di valori assoluti, verità universali e scopi condivisi. Deriva dal latino 'nihil' (niente) e mette in discussione il senso dell'esistenza umana.
Una persona “nichilista” guarda il mondo con profondo disincanto: sente che le grandi narrazioni collettive (lavoro, successo, relazioni) abbiano perso significato e non riescano più a dare orientamento alla propria vita.
I nichilisti sono persone che, in ambito filosofico o esistenziale, negano l'esistenza di valori o significati oggettivi. Tra i pensatori più noti: Friedrich Nietzsche e Arthur Schopenhauer, che hanno esplorato il non-senso dell'esistenza.
La visione nichilistica è una prospettiva che nega l'esistenza di scopi condivisi, verità assolute e valori universali. Può manifestarsi come riflessione filosofica attiva o come sensazione psicologica opprimente che nulla abbia valore.
Il nichilismo passivo, caratterizzato da apatia e ritiro, può sovrapporsi all'anedonia tipica della depressione. La differenza sta nella pervasività: nella depressione il vuoto è persistente e compromette sonno, alimentazione e concentrazione in modo stabile.
Il nichilismo filosofico mantiene la capacità di funzionare; il nichilismo passivo si avvicina alla depressione per apatia e ritiro; il burnout nasce dall'esaurimento fisico ed emotivo prolungato, spesso legato al lavoro, e solo secondariamente diventa crisi di senso.
Questa sensazione può dipendere da fattori personali (traumi non elaborati, delusioni profonde) o dal contesto sociale (crisi delle istituzioni, iperconnessione digitale). Non è necessariamente patologica, ma se persiste e interferisce con la vita quotidiana merita attenzione professionale.
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