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Disturbi psichici
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Hikikomori: isolamento sociale volontario e come uscirne

Hikikomori: isolamento sociale volontario e come uscirne
Daniela Lombardo
Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico-Relazionale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
27.1.2026
Hikikomori: isolamento sociale volontario e come uscirne
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Negli anni Novanta, in Giappone, ha iniziato a emergere un fenomeno sociale e psicologico allora poco conosciuto: l’isolamento sociale volontario di adolescenti e giovani adulti che, in risposta alle forti pressioni psicologiche, scolastiche e sociali della società nipponica, hanno progressivamente smesso di uscire di casa, ritirandosi da ogni forma di vita sociale.

Questo tipo di ritiro prolungato è stato definito sindrome di Hikikomori, un termine giapponese che indica letteralmente lo “stare in disparte” (da hiku, “tirare indietro”, e komoru, “ritirarsi”).
La prima definizione sistematica del fenomeno si deve allo psichiatra giapponese Tamaki Saitō, che nel suo libro Hikikomori: Adolescence Without End descrive gli Hikikomori come:

“Coloro che si ritirano completamente dalla società e rimangono nelle proprie case per più di sei mesi, con esordio verso la seconda metà dei vent’anni, e per i quali altri disturbi psichiatrici non spiegano meglio le cause primarie di questa condizione.”

Ma chi sono davvero gli Hikikomori? Cosa significa vivere in una condizione di ritiro sociale estremo? Si tratta di una malattia psichiatrica, di una forma di disagio psicologico, o di una risposta adattiva disfunzionale a un contesto percepito come insostenibile?

Le domande che ruotano attorno alla sindrome di Hikikomori sono molte e complesse, soprattutto per quanto riguarda le ragioni psicologiche che spingono alcuni giovani a isolarsi completamente, l’impatto sul funzionamento emotivo e relazionale, e le possibili strategie di intervento. Negli ultimi anni, inoltre, il fenomeno ha smesso di essere confinato al solo contesto giapponese, mostrando una diffusione crescente anche nei Paesi occidentali, Italia compresa.

In questo articolo proveremo a fare luce sul fenomeno dell’Hikikomori, analizzandone cause, sintomi e conseguenze, con uno sguardo specifico anche alla realtà degli Hikikomori italiani. Infine, esploreremo come aiutare una persona in ritiro sociale volontario, quali sono le strategie di intervento più efficaci e quali prospettive di cambiamento possono aprirsi quando il disagio viene riconosciuto e accompagnato in modo adeguato.

Hikikomori: da sindrome giapponese a problema globale

Come accennato in precedenza, il termine Hikikomori viene utilizzato per descrivere persone colpite da una sindrome di isolamento sociale volontario, che le induce a ritirarsi nella propria abitazione, spesso confinandosi nella propria stanza, senza quasi mai uscirne.
La definizione di Hikikomori inizia a diffondersi in Giappone tra gli anni Ottanta e Novanta, in un contesto caratterizzato da forti pressioni sociali, scolastiche e lavorative, che hanno contribuito a rendere il ritiro una possibile risposta di adattamento disfunzionale al disagio psicologico.

Nel 2010, una ricerca epidemiologica ha stimato la diffusione del fenomeno nell’1,2% della popolazione giapponese. Sei anni più tardi, nel 2016, le stime parlavano di circa 541.000 persone nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 39 anni, confermando la rilevanza clinica e sociale del problema (Kato, Kanba & Teo, 2018).

Nello stesso anno, il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponese ha pubblicato specifiche linee guida sulla sindrome da Hikikomori, con l’obiettivo di favorirne il riconoscimento precoce e orientare gli interventi di supporto. Il documento individuava alcuni criteri diagnostici fondamentali della sindrome di isolamento sociale, tra cui:

  • stile di vita fortemente incentrato sulla casa;
  • assenza di interesse o disponibilità a frequentare la scuola o il lavoro;
  • persistenza dei sintomi per oltre sei mesi.

Negli anni successivi, la definizione è stata ulteriormente precisata anche a livello internazionale. Un criterio diagnostico più recente descrive l’Hikikomori come una forma di ritiro sociale patologico, caratterizzata da:

  1. marcato isolamento sociale all’interno della propria abitazione;
  2. isolamento continuo per almeno sei mesi;
  3. significativa compromissione del funzionamento personale o disagio clinicamente rilevante associato all’isolamento 

In una prima fase, si riteneva che la sindrome dell’Hikikomori fosse limitata esclusivamente al contesto giapponese, interpretandola come una sindrome culturalmente correlata, fortemente legata ai valori e alle dinamiche della società nipponica. Questa posizione è stata oggetto di riflessione critica da parte di diversi autori, che hanno messo in discussione l’idea di un fenomeno esclusivamente “culture-bound”, interrogandosi piuttosto sulla natura psicologica e relazionale del ritiro sociale volontario (Loscalzo, Nannicini & Giannini, 2016).

Grazie a una crescente attenzione clinica e scientifica, è emerso che l’Hikikomori non rappresenta un fenomeno esclusivamente giapponese, ma una condizione riscontrabile anche in altre società industrializzate, inclusi i Paesi occidentali. Studi internazionali hanno infatti evidenziato come il ritiro sociale prolungato possa manifestarsi in contesti diversi, pur assumendo caratteristiche specifiche in base ai fattori culturali, sociali ed economici di riferimento (Kato et al., 2018).
Questo ha portato a riconoscere l’Hikikomori come una problematicità globale, legata a dinamiche condivise quali l’ipercompetizione, la fragilità dei legami sociali, il senso di fallimento e le difficoltà nei processi di costruzione dell’identità.

Ike Louie Natividad - Pexels

Chi sono i ragazzi Hikikomori

Un Hikikomori è una persona che vive una condizione di isolamento sociale volontario e prolungato, messa in atto come tentativo di sottrarsi a dinamiche relazionali, scolastiche, lavorative o sociali vissute come eccessivamente pressanti o insostenibili. Il ritiro non rappresenta una semplice scelta di solitudine, ma una modalità di adattamento disfunzionale al disagio psicologico.

Quella che, in modo riduttivo e superficiale, viene spesso definita la “malattia di chi non esce di casa”, si manifesta prevalentemente a partire dai 14 anni, durante l’adolescenza o nella prima età adulta, fasi di vita particolarmente sensibili sul piano identitario, relazionale ed evolutivo. Tuttavia, non è raro che il ritiro sociale compaia anche dopo i 30 anni e che riguardi non solo giovani studenti, ma anche casalinghe, adulti e persone anziane, purché siano soddisfatti i criteri di isolamento sociale prolungato.

Proprio perché tende facilmente a cronicizzarsi nel tempo, soprattutto in assenza di un intervento adeguato, è possibile riscontrare numerosi casi di Hikikomori in età adulta, spesso caratterizzati da un progressivo impoverimento delle competenze sociali, dell’autonomia e della qualità della vita.

Diversi studi evidenziano inoltre come il ritiro sociale volontario riguardi più frequentemente i maschi rispetto alle femmine, con un rapporto che può arrivare fino a 4:1. Questo dato suggerisce una possibile influenza di fattori culturali, sociali ed educativi legati ai modelli di genere, che renderebbero più difficile per i maschi esprimere apertamente il disagio emotivo, favorendo invece forme di chiusura e ritiro (Tateno et al., 2015).

Tipologie psicologiche di hikikomori

In letteratura clinica sono state descritte diverse modalità di ritiro hikikomori, utili per comprendere meglio cosa può stare vivendo la persona e come intervenire.

  • Hikikomori reazionale: il ritiro arriva dopo eventi vissuti come insopportabili (bullismo, fallimenti scolastici, umiliazioni). L’isolamento è una risposta difensiva a un dolore percepito come ingestibile.
  • Hikikomori dimissionario: prevale la sensazione di aver "rinunciato" alla competizione sociale. Il ragazzo o la ragazza si sente fuori gioco rispetto a scuola, lavoro, relazioni e sceglie di ritirarsi.
  • Hikikomori alternativo: la persona non rifiuta ogni relazione, ma costruisce una vita quasi esclusivamente online o in mondi immaginari (gaming, fandom, community virtuali), percepiti come più sicuri e controllabili.
  • Hikikomori “a crisalide”: il ritiro è vissuto come una pausa per "ricaricarsi" o reinventarsi, ma rischia di cronicizzarsi se non è accompagnato da un supporto adeguato.

Queste tipologie non sono categorie rigide: uno stesso ragazzo può passare da una forma all’altra nel corso del tempo.

Le possibili cause della sindrome di Hikikomori

Come abbiamo visto, il binomio Hikikomori–adolescenza ricorre frequentemente nella descrizione del fenomeno dell’isolamento sociale volontario. Questo dato, tuttavia, rischia di diventare fuorviante se lo si interpreta in modo lineare: l’adolescenza non è la causa del ritiro, ma una fase di vita in cui fragilità preesistenti possono trovare una forma di espressione più evidente. La domanda centrale, dunque, non è quando si manifesta l’Hikikomori, ma da cosa nasce il disagio che conduce al ritiro. La sindrome di Hikikomori è un fenomeno multifattoriale, che può essere compreso considerando l’interazione tra fattori individuali, familiari e sociali. Questa suddivisione, pur semplificativa, consente di coglierne la complessità senza ridurla a una singola causa.

Fattori individuali

Sul piano individuale, le persone in ritiro sociale presentano spesso tratti di introversione marcata e una particolare vulnerabilità nelle relazioni interpersonali. In contesti sociali possono sperimentare vergogna, senso di inadeguatezza e paura del giudizio, vissuti che nel tempo contribuiscono a costruire una bassa autostima.
È importante sottolineare che introversione e timidezza, di per sé, non spiegano l’Hikikomori: il ritiro emerge quando queste caratteristiche si combinano con fallimenti relazionali ripetuti e con l’incapacità percepita di farvi fronte.

Fattori familiari

I fattori familiari rappresentano un’area cruciale nello sviluppo e nel mantenimento del ritiro sociale volontario. Sebbene il conflitto genitori–figli sia frequente in adolescenza, nel caso degli Hikikomori emergono spesso dinamiche più strutturate e persistenti, tra cui:

  • stili di attaccamento insicuro, in particolare di tipo ambivalente, caratterizzati da una forte dipendenza emotiva e da difficoltà nella regolazione dell’autonomia;
  • familiarità con disturbi mentali, che può influenzare sia la vulnerabilità individuale sia il clima emotivo familiare;
  • dinamiche familiari disfunzionali, come una comunicazione povera, incoerente o ipercontrollante, e una carenza di empatia emotiva nei confronti del figlio;
  • esperienze di maltrattamento o abuso, che possono compromettere profondamente il senso di sicurezza e di fiducia nelle relazioni.

In questi contesti, il ritiro può diventare una soluzione paradossale: chiudersi in casa permette di ridurre il conflitto e l’esposizione al dolore emotivo, ma al prezzo di una progressiva perdita di autonomia.

Fattori sociali

Alle vulnerabilità individuali e familiari si sommano infine i fattori sociali, che fungono spesso da elementi scatenanti o amplificatori del ritiro. Tra i principali si annoverano:

  • i cambiamenti economici e occupazionali, che rendono più incerto il passaggio all’età adulta;
  • una crescente solitudine collettiva, favorita dalla diffusione massiccia dei social media e da una vita sempre più digitalizzata, che può facilitare forme di ritiro relazionale e dipendenza da internet, soprattutto in adolescenza;
  • le esperienze traumatiche legate al bullismo, in particolare in ambito scolastico, frequentemente riportate nella storia degli Hikikomori e spesso associate a un vissuto di umiliazione e fallimento.

In quest’ottica, il ritiro sociale non va letto come una scelta improvvisa, ma come l’esito di un processo graduale, in cui la casa diventa l’unico spazio percepito come sicuro.

‍La voglia di isolamento sociale: i sintomi della sindrome di Hikikomori

Che cosa fanno gli Hikikomori e quali sono i sintomi del ritiro sociale volontario?
Contrariamente a quanto spesso si pensa, il ritiro non è dovuto a semplice pigrizia o disinteresse, ma rappresenta una scelta difensiva, messa in atto per proteggersi da vissuti di paura, fallimento o sopraffazione emotiva. Gli Hikikomori tendono a chiudersi in casa, e talvolta a confinarsi esclusivamente nella propria stanza, evitando attivamente qualsiasi contatto sociale e mostrando una forte determinazione a non voler vedere nessuno.

Nonostante l’isolamento venga vissuto come una soluzione, esso non è privo di sofferenza. Molti Hikikomori sperimentano ansia intensa, attacchi di panico e un profondo senso di solitudine, pur continuando a evitare le relazioni. In alcuni casi, a questi vissuti si associano anche scoppi di rabbia, irritabilità e, più raramente, comportamenti aggressivi o violenti, soprattutto all’interno del contesto familiare. È importante sottolineare che tali manifestazioni non sono la regola, ma espressioni di una forte tensione emotiva non mentalizzata né espressa verbalmente.

Il ritiro sociale si accompagna frequentemente a una serie di comportamenti e stati emotivi caratteristici, tra cui:

  • rifiuto persistente di frequentare la scuola o il lavoro;
  • apatia, perdita di motivazione e progressivo disinvestimento dalle attività quotidiane;
  • alterazione dei ritmi sonno-veglia, con tendenza a vivere di notte;
  • riduzione drastica delle relazioni faccia a faccia.

Un elemento ricorrente è la dipendenza da internet. Molti giovani con sintomi di Hikikomori trascorrono oltre 12 ore al giorno davanti al computer, utilizzando il web come unico canale di relazione e di regolazione emotiva. Secondo i dati riportati dall’Istituto Superiore di Sanità, circa il 10% delle persone in ritiro sociale soddisfa i criteri diagnostici per una dipendenza da Internet.

Le conseguenze dell’isolamento sociale volontario

Le conseguenze dell’Hikikomori possono incidere in modo profondo e progressivo sulla vita della persona che sperimenta una condizione di emarginazione sociale attraverso l’autoreclusione. Il ritiro, inizialmente vissuto come una strategia di protezione dal disagio, tende nel tempo a produrre un circolo vizioso che compromette il funzionamento emotivo, relazionale e adattivo.

Il rifiuto persistente di uscire di casa può infatti determinare una serie di effetti secondari, tra cui:

  • inversione del ritmo sonno–veglia e disturbi del sonno, spesso con attività notturna prevalente;
  • sintomi depressivi, quali apatia, perdita di interesse, senso di vuoto e disperazione;
  • fobia sociale o altri disturbi d’ansia, che rendono sempre più difficile il reinserimento nel contesto sociale;
  • sviluppo di dipendenze comportamentali, in particolare la dipendenza da internet o dai social network.

La dipendenza da internet e l’isolamento sociale volontario risultano spesso strettamente interconnessi. Le piattaforme digitali diventano per l’Hikikomori l’unico canale di contatto con il mondo esterno, oltre che uno strumento per riempire il tempo, modulare l’ansia e mantenere una parvenza di relazione senza esporsi al rischio del confronto diretto.

È tuttavia fondamentale evitare un errore frequente: internet non è la causa dell’Hikikomori. La dipendenza da internet rappresenta una condizione clinica distinta, che può coesistere con il ritiro sociale ma non lo determina automaticamente. Non tutte le persone che sviluppano una dipendenza dal web diventano Hikikomori, così come non tutti gli Hikikomori presentano una vera e propria dipendenza patologica.

Nel tempo, se non intercettato e trattato, l’isolamento sociale volontario può condurre a una progressiva perdita di competenze sociali, a una riduzione dell’autonomia personale e a una cronicizzazione del ritiro, rendendo sempre più complesso il processo di riavvicinamento alla vita sociale.

dipendenza da internet Hikikomori
Tima Miroshnichenko - Pexels

La patologia dell’Hikikomori: la diagnosi differenziale

In ambito psicologico e psichiatrico, la sindrome di Hikikomori è tuttora oggetto di studio e non è riconosciuta come categoria diagnostica autonoma. Per questo motivo, l’inquadramento clinico richiede un’attenta diagnosi differenziale, poiché il ritiro sociale marcato e persistente rappresenta un elemento transdiagnostico comune a diverse condizioni psicopatologiche.

Come evidenziato dallo psichiatra Alan R. Teo, l’isolamento sociale può essere riscontrato in disturbi psicotici (come la schizofrenia), disturbi d’ansia (in particolare il disturbo d’ansia sociale e il disturbo post-traumatico da stress), disturbi dell’umore (come il disturbo depressivo maggiore) e disturbi di personalità, tra cui il disturbo schizoide e il disturbo evitante di personalità.

Ciò che caratterizza l’Hikikomori non è la semplice presenza dell’isolamento, ma la funzione che il ritiro assume nel funzionamento della persona. In molti casi, l’isolamento viene vissuto come una strategia difensiva, messa in atto per ridurre l’esposizione al disagio emotivo, alla vergogna o al senso di fallimento, piuttosto che come sintomo diretto di un disturbo primario.

In linea con l’impostazione del DSM-5-TR, la valutazione clinica deve quindi chiarire se il ritiro sociale sia primario o secondario a un’altra condizione psicopatologica, considerando il livello di compromissione del funzionamento sociale, la storia evolutiva e il contesto relazionale della persona.

Isolamento sociale e sindrome di Hikikomori in italia

Anche in Italia, il fenomeno dell’Hikikomori ha raggiunto dimensioni rilevanti. Secondo l’Associazione Hikikomori Italia, il numero di giovani in isolamento sociale volontario si avvicina alle centomila unità, confermando che non si tratta di una condizione circoscritta alla sola cultura giapponese, ma di una realtà che riguarda da vicino anche il nostro contesto sociale (Bellini et al., 2024). Un’indagine condotta dall’Associazione Hikikomori Italia Genitori Onlus ha mostrato che l’87,85% delle famiglie partecipanti ha un figlio in ritiro sociale; l’età media è di circa 20 anni, con esordio dei sintomi già intorno ai 14–15 anni. Il cosiddetto isolamento totale, in cui vengono evitati anche i genitori e le relazioni virtuali, risulta meno frequente e riguarda solo il 6,69% del campione, spesso in associazione a una condizione psicopatologica concomitante.

Accanto ai dati, le testimonianze dei genitori raccolte nei forum dell’associazione restituiscono la dimensione concreta del disagio e pongono interrogativi ricorrenti: come aiutare un figlio Hikikomori? Esiste una terapia efficace per il ritiro sociale volontario?

terapia online per Hikikomori
Julia M. Cameron - Pexels

La sindrome degli Hikikomori e la terapia psicologica

Come si cura la sindrome Hikikomori? Quali sono le strategie efficaci contro l’isolamento sociale volontario? E soprattutto, come aiutare una persona in ritiro senza aumentare la chiusura?

La psicologia può offrire un supporto fondamentale sia quando l’isolamento viene vissuto in prima persona anche se, nella pratica clinica, è raro che una persona Hikikomori chieda aiuto spontaneamente sia quando il sostegno è rivolto ai genitori e alla famiglia, che spesso si sentono disorientati, impotenti o incerti su come comportarsi.

La letteratura scientifica concorda sul fatto che l’Hikikomori debba essere affrontato attraverso un approccio multidimensionale, in cui il coinvolgimento attivo del contesto familiare rappresenta un elemento centrale del percorso di cura. Il lavoro con la famiglia permette infatti di ridurre le dinamiche di pressione, controllo o collusione che possono contribuire al mantenimento del ritiro (Bin Dong et al., 2022).

Gli psicologi esperti nel trattamento lavorano per:

  • indagare le cause del ritiro sociale,
  • valutare i sintomi e il funzionamento emotivo e relazionale,
  • analizzare il contesto familiare e sociale,

La terapia psicologica per l’Hikikomori può svolgersi in modalità diverse, a seconda della fase e della disponibilità della persona: interventi a domicilio, psicoterapia online o, in un secondo momento, incontri in presenza. In alcuni casi selezionati, la psicoterapia può essere affiancata da una terapia farmacologica, prescritta esclusivamente dallo psichiatra, qualora siano presenti sintomi depressivi, ansiosi o altre condizioni psicopatologiche concomitanti.

L’obiettivo non è forzare l’uscita dall’isolamento, ma costruire gradualmente condizioni di sicurezza, fiducia e autonomia, rispettando i tempi della persona e favorendo un lento riavvicinamento alla vita relazionale.

Come supportare un figlio hikikomori: indicazioni pratiche per i genitori

Nel ritiro Hikikomori, il ruolo della famiglia è centrale. Spesso sono proprio i genitori a intercettare per primi i campanelli d’allarme, che possono includere: ritiro progressivo dalle attività extrascolastiche, assenze ripetute da scuola, inversione del ritmo sonno–veglia, chiusura prolungata in camera e forte irritabilità o oppositività quando viene proposta l’idea di uscire o di riprendere contatti sociali.

Per costruire un’alleanza efficace con il figlio ed evitare un’escalation del ritiro, è importante che i genitori adottino alcune strategie fondamentali:

  • Modificare lo stile comunicativo, passando da rimproveri, pressioni e interrogatori a messaggi che esprimano interesse, ascolto e disponibilità (ad esempio: “Vorrei capire come ti senti”, “Possiamo pensare insieme a un aiuto?”).
  • Evitare coercizione e minacce, come togliere con la forza il computer o obbligare a uscire di casa: interventi di questo tipo, seppur mossi dalla preoccupazione, tendono ad aumentare la chiusura e la sfiducia.
  • Riconoscere e validare la sofferenza, anche quando le ragioni del ritiro non sono chiare o condivise, dando priorità all’ascolto delle emozioni prima di proporre soluzioni.
  • Procedere per piccoli passi, concordando obiettivi realistici e graduali (ad esempio: alzarsi a un orario condiviso, consumare un pasto insieme, fare brevi uscite), senza aspettarsi cambiamenti immediati o lineari.

Un percorso di supporto psicologico può essere di grande aiuto anche per i genitori, offrendo uno spazio in cui comprendere meglio la dinamica del ritiro, gestire il quotidiano, ridurre i conflitti e sostenere in modo più efficace e graduale il riavvicinamento del figlio alla vita sociale, nel rispetto dei suoi tempi e delle sue risorse.‍

Prendersi cura di sé è possibile: chiedere aiuto può rappresentare un primo passo

Se ti riconosci in alcune delle dinamiche descritte, o se sei un genitore che si preoccupa per un figlio che si sta chiudendo sempre di più in casa, non sei solo e spesso non è “troppo tardi”. Il ritiro sociale non è una colpa, ma può essere un segnale di sofferenza che può essere accolto e compreso: con il supporto giusto, in alcuni casi è possibile ricostruire, passo dopo passo, un ponte verso l’esterno.

Un percorso psicologico può aiutare a dare un nome a ciò che si prova, può contribuire a ridurre il senso di vergogna e fallimento, a lavorare sulle relazioni familiari e a trovare modalità potenzialmente più sostenibili per stare nel mondo, rispettando i propri tempi e limiti.

Su Unobravo puoi trovare uno psicologo o una psicologa esperti di adolescenza, ritiro sociale e dinamiche familiari, e iniziare un lavoro delicato ma concreto che può aiutare a ridurre l’isolamento. Se senti che è il momento di farti aiutare – per te o per qualcuno a cui vuoi bene – puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e valutare di fare oggi un primo passo verso un possibile cambiamento.


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