Crescita personale

Empatia: oltre le parole

Empatia: oltre le parole
Empatia: oltre le parolelogo-unobravo
Ivan Lombardi
Redazione
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Unobravo
Pubblicato il
13.6.2022

Cosa significa empatia? Una definizione

Cosa si intende con il termine empatia? La parola empatia deriva dal greco “en-pathos” e, tradotto letteralmente, significa “sentire dentro”. Provare empatia verso gli altri significa quindi "mettersi al loro posto" per comprenderli meglio. 

Più precisamente, empatizzare significa “mettersi nei panni degli altri”, condividere il loro stato emotivo comprendendo le emozioni che stanno vivendo e vivendole a propria volta cercando di capire le loro ragioni e intenzioni. Una persona empatica realizza quindi una "condivisione vicariante", che permette di provare un’emozione uguale o simile a quella dell’altro.

Ma come riconoscere un uomo o una donna empatici? Come si dimostra empatia? Per comprendere meglio cosa significa, facciamo alcuni esempi di empatia. Quante volte ti è capitato di parlare con un amico e di capire che qualcosa non va dal tono o dall’inflessione della sua voce? Quante volte ti è successo di sintonizzarti in modo quasi immediato con lo stato d’animo di una persona che ami, senza bisogno di usare tante parole? In tutti questi casi stai vivendo l’esperienza di entrare in empatia, costellata di emozioni che colorano con diverse sfumature la tua vita.

Empatia: caratteristiche

L’empatia, nel suo significato psicologico, ha tre componenti fondamentali:

  • empatia cognitiva: è l’abilità di comprensione a livello “razionale” del punto di vista e dei sentimenti di qualcun altro;
  • empatia affettiva o emotiva: è la capacità di “sentire come sente l’altro”, senza farsi travolgere dalle sue emozioni e mantenendo da esse il distacco necessario per potergli essere d’aiuto. 
  • empatia motivazionale: è la spinta ad agire comportamenti prosociali sulla base della comprensione di ciò che sente un altro essere umano.

Che rapporto c’è quindi tra empatia ed emozioni? In base a quanto detto finora, va da sé che le capacità empatiche includono non solo la condivisione delle emozioni, ma anche l’abilità di modulare l’esperienza affettiva, regolando l’intensità e la durata di ciò che si sperimenta in reazione al sentire dell’altro. Per poter comprendere le emozioni degli altri, inoltre, bisogna saper riconoscere le proprie. La difficoltà a riconoscere e verbalizzare le proprie emozioni in psicologia prende il nome di alessitimia.

Empatia e simpatia

Spesso i due termini vengono impropriamente considerati sinonimi. Ma empatia e simpatia in psicologia non sono la stessa cosa. Vediamo quali sono le differenze tra simpatia ed empatia

La simpatia si esplicita nel provare interesse, preoccupazione o dispiacere per qualcuno e si traduce nell’urgenza di agire per far star meglio l'altra persona. Facciamo un esempio: possiamo provare simpatia per la rabbia che qualcuno sta esprimendo per un torto subito: ciò significa che giudichiamo tale reazione legittima e comprensibile. 

La simpatia può tradursi quindi in una sollecitudine verso l’altro, ma, a differenza dell'empatia, non implica una condivisione dell'emozione dell'altra persona.

Breve storia dell’empatia

La parola “empatia” è stata utilizzata fin dall’antica grecia per indicare il legame emozionale che veniva a crearsi tra l’aedo e gli spettatori. In seguito il “mettersi nei panni dell’altro” è stato tradotto in ambito filosofico con i termini sympathy (utilizzato da Hume e Smith ) ed Einfühlung (introdotto da R. Vischer e poi da altri esponenti dell’estetica tedesca). In ambito filosofico autori quali Edmund Husserl, Edith Stein e Max Scheler misero l’empatia al centro delle loro teorie fenomenologiche dell’intersoggettività. 

Per quanto riguarda il concetto di empatia in psicologia, sono molti gli autori che se ne sono occupati, a partire da Edward B. Titchener e Sigmund Freud. George H. Mead, Wolfgang Köhler e Jean Piaget hanno inserito l’empatia nelle loro teorie socio-psicologiche, mentre altri studiosi quali Heinz Kohut e Carl Rogers hanno contribuito alla comprensione dell’importante ruolo dell’empatia in ambito terapeutico.

In anni più recenti lo psicologo Daniel Goleman ha inserito l'empatia tra le cinque componenti base dell'intelligenza emotiva, definendo in questo modo una componente dell’intelligenza empatica.

empatia significato
Josh Calabrese - Unsplash

Martin Hoffman e lo sviluppo dell’empatia

Come si sviluppa l'empatia? È stato lo psicologo americano Martin Hoffman a descrivere come nasce l’empatia e quando si sviluppa a partire dall’infanzia. 

Secondo Hoffman le prime manifestazioni di empatia sono rintracciabili nel cosiddetto “contagio emotivo”, quando il neonato non è in grado di distinguere tra sé e l’altro e ne sperimenta gli stati emotivi come se li vivesse in prima persona. Seguirebbero poi altri stadi di sviluppo, che l’autore definisce:

  • Distress empatico egocentrico: i bambini iniziano a distinguere tra sé e gli altri, ma non riescono a comprendere che altre persone potrebbero avere emozioni diverse dalle proprie. Se agiscono comportamenti di aiuto lo fanno per placare la propria sofferenza, piuttosto che quella altrui.
  • Distress empatico quasi-egocentrico: il bambino inizia a comprendere che le emozioni degli altri possono essere diverse dalle proprie, ma agisce ancora modalità autoriferite nel mostrare empatia. Se pensa che un adulto sia triste, ad esempio, potrebbe offrirgli il proprio lecca-lecca  o giocattolo preferito per consolarlo.
  • Vera empatia: è possibile sperimentarla solo grazie alla capacità di comprendere gli stati mentali degli altri, definita mentalizzazione. Questa capacità compare intorno al secondo anno di vita e va perfezionandosi con lo sviluppo del linguaggio, che migliora l’abilità del bambino di assumere la prospettiva altrui.
  • Empatia oltre la situazione: questo è il tipo di atteggiamento empatico che possiamo assumere non nei confronti di un individuo, ma nei confronti di coloro che possono trovarsi ad affrontare situazioni come una calamità naturale o una malattia cronica.

Empatia e neuroni specchio

Le neuroscienze hanno dimostrato l'esistenza di forme più o meno evolute di empatia anche in molte specie animali. È stato visto, ad esempio, che i topi esibiscono una sensibilità al dolore alla vista di simili in condizioni di disagio o sofferenza. Anche se questi studi non possono provare con certezza l'esistenza dell’empatia negli animali, avvalorano la tesi secondo cui la risposta empatica sarebbe connessa al ruolo svolto dai neuroni specchio.

I neuroni specchio sono una particolare classe di neuroni scoperta nel 2006 dai ricercatori italiani Rizzolatti e Sinigaglia, e che si attivano non solo quando eseguiamo una determinata azione, ma anche quando osserviamo un altro individuo compierla. Simulando nel nostro cervello ciò che provano gli altri, permettono di raggiungere una forte comprensione e sintonia empatica.

Quando siamo testimoni di un’azione, mettiamo in moto lo stesso sistema neurale che si attiva quando la eseguiamo. In altre parole, come in uno specchio, siamo in grado di comprendere le azioni che abbiamo osservato perché le rappresentiamo dentro di noi. Ma a cosa serve tutto questo? Perché si è empatici? Il sistema dei neuroni specchio, che l’uomo condivide anche con alcuni animali, avrebbe svolto un ruolo adattivo per la sopravvivenza stessa della specie.

empatia neuroni specchio
Francesco Ungaro - Unsplash

Il vantaggio dell’empatia nelle relazioni sociali

A cosa serve l’empatia? Si tratta di una capacità fondamentale, che sta alla base dei comportamenti prosociali e dell’altruismo. Una “sensibilità” empatica è un importante requisito per tutti coloro che svolgono le cosiddette professioni di aiuto: a insegnanti, infermieri, medici, psicologi e OSS è richiesta una buona  dose di empatia per poter svolgere al meglio il proprio lavoro, comprendendo la sofferenza altrui senza lasciarsi sopraffare da essa.

Essere in grado di condividere i punti di vista e i sentimenti altrui in una comprensione empatica può inoltre:

  • favorire la comunicazione assertiva e gli scambi sociali;
  • incoraggiare l’accoglienza della diversità;
  • facilitare la cooperazione nell’ambiente lavorativo;
  • regolare il flusso delle emozioni spiacevoli e delle condotte aggressive. 

Mettersi nei panni degli altri, come abbiamo visto, è fondamentale per poter agire una risposta empatica e dare conforto e aiuto a chi si trova in una condizione di bisogno, ma non solo. La comprensione e la sensibilità verso i sentimenti altrui ci spingerebbero anche a moderare le condotte aggressive, aiutandoci a immaginare le conseguenze negative che le nostre azioni potrebbero causare. Non è un caso che una delle caratteristiche principali della sociopatia è proprio la mancanza di empatia.

L’empatia nella relazione terapeutica

Quella che si viene a creare tra psicologo e paziente è la relazione empatica per eccellenza. Un rapporto fatto di fiducia, assenza di giudizio ed empatia è il prerequisito per il successo di ogni percorso psicologico, a prescindere da quale sia l’orientamento teorico dell professionista.

Lo psicologo umanista Carl Rogers riteneva che l’empatia fosse tra le principali abilità che uno psicologo e psicoterapeuta dovrebbe possedere. Molti di voi si saranno chiesti “come è possibile che uno psicologo mi capisca davvero senza aver mai vissuto sulla propria pelle la mia stessa esperienza?”. Per comprendere i reali sentimenti del paziente è necessario che lo psicologo assuma un “approccio empatico”, in altre parole che veda una situazione o esperienza esattamente così come il suo paziente la vede.

Cosa vuol dire essere empatico per un professionista della salute mentale come per uno psicoterapeuta online? “Essere empatico” o “essere empatica” per uno o una psicoterapeuta significa fare proprio il punto di vista del paziente, «senza però perdere mai di vista questa qualità del “come se”… Sentire l’ira, la paura, il turbamento del cliente come se fossero “nostri” senza però aggiungervi la propria ira, la propria paura, il proprio turbamento» (tratto da Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze 1970, p. 28).

Come coltivare l'empatia

Abbiamo visto come essere empatici sia un’importante competenza sociale, mentre una carenza di empatia può essere alla base di condotte aggressive o antisociali. Ma come si fa ad essere empatici? La buona notizia è che l’empatia può essere migliorata. Uno dei modi per farlo è allenarsi all’ascolto attivo. Secondo Thomas Gordon le regole principali per realizzare un ascolto autentico sono:

  1. prestare attenzione ai dettagli della comunicazione, cogliendo sia il linguaggio verbale che il linguaggio del corpo;
  2. mostrare comprensione, sia attraverso brevi espressioni verbali che la postura, i gesti, i sorrisi e altre espressioni facciali;
  3. mostrare interesse, ad esempio facendo domande di approfondimento
  4. rispecchiare: si tratta di riformulare con parole proprie quanto espresso dall’altro, emozioni comprese.

Empatia: libri per approfondire

Essere empatici ci permette di fronteggiare situazioni emotivamente difficili con un orecchio sempre teso alle difficoltà altrui, ma anche di creare nel nostro mondo interiore uno spazio su misura per cogliere i significati più profondi dei rapporti umani. 

Per approfondire la teoria dell’empatia in psicologia e le sue applicazioni pratiche, ecco alcune letture consigliate:



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