Cosa significa empatia? Una definizione
Cosa si intende con il termine empatia? La parola empatia deriva dal greco “en-pathos” e, tradotto letteralmente, significa “sentire dentro”. Provare empatia verso gli altri significa quindi "mettersi al loro posto" per comprenderli meglio.
Più precisamente, empatizzare significa “mettersi nei panni degli altri”, condividere il loro stato emotivo comprendendo le emozioni che stanno vivendo e vivendole a propria volta, cercando di capire le loro ragioni e intenzioni. Una persona empatica realizza quindi una "condivisione vicariante", che permette di provare un’emozione uguale o simile a quella dell’altro.
Ma come riconoscere una persona empatica? Come si dimostra empatia? Per comprendere meglio cosa significa, facciamo alcuni esempi di empatia. Quante volte ti è capitato di parlare con un amico e di capire che qualcosa non va dal tono o dall’inflessione della sua voce? Quante volte ti è successo di sintonizzarti in modo quasi immediato con lo stato d’animo di una persona che ami, senza bisogno di usare tante parole? In tutti questi casi stai vivendo l’esperienza di entrare in empatia, costellata di emozioni che colorano con diverse sfumature la tua vita.
In psicologia l’empatia viene spesso definita come la capacità di vedere il mondo come lo vede l’altro, comprendendo i suoi stati interni, sospendendo il giudizio e mantenendo chiara la distinzione tra “io” e “tu” (ad es. Morelli e Poli, psicologi clinici, 2020). Allo stesso tempo, non esiste un consenso univoco su cosa sia esattamente l’empatia: in letteratura è stata descritta come un processo emotivo e spontaneo, come un processo cognitivo e deliberato, oppure come una combinazione di entrambi, generando una certa confusione concettuale e terminologica (Dohrenwend, 2018).
Questa definizione mette comunque in luce alcuni aspetti chiave del significato di empatia:
- Prospettiva dell’altro: implica uno sforzo attivo per assumere il punto di vista altrui, andando oltre le proprie categorie abituali.
- Comprensione degli stati interni: non ci si limita a osservare il comportamento, ma si cerca di cogliere emozioni, pensieri, bisogni sottostanti.
- Sospensione del giudizio: l’attenzione è rivolta a capire, non a valutare o correggere l’altro.
- Distinzione sé–altro: si sente ciò che l’altro prova “come se” fosse nostro, ma senza confondere le sue emozioni con le proprie.
In questo senso, pur nelle diverse sfumature teoriche, l’empatia non è solo “sentire con l’altro”, ma un processo complesso di comprensione emotiva e cognitiva che può rendere possibile una relazione autentica, in cui la persona si sente vista, ascoltata e rispettata nella sua unicità.
Empatia: caratteristiche
L’empatia, nel suo significato psicologico, comprende tre componenti fondamentali che lavorano insieme. L’empatia cognitiva è l’abilità di comprendere, a livello “razionale”, il punto di vista e i sentimenti di qualcun altro, cioè di cogliere come l’altra persona sta vivendo una situazione. L’empatia affettiva o emotiva è la capacità di “sentire come sente l’altro”, lasciandosi toccare dalle sue emozioni ma senza farsi travolgere, mantenendo quel distacco interno che permette di restare presenti e di essere davvero d’aiuto. Infine, l’empatia motivazionale è la spinta ad agire comportamenti prosociali sulla base della comprensione di ciò che sente un altro essere umano.
Queste dimensioni si intrecciano con ciò che la ricerca scientifica ha messo in luce: una revisione di 52 articoli pubblicati tra il 1980 e il 2019 ha individuato quattro elementi ricorrenti nella maggior parte delle concettualizzazioni di empatia:
- comprendere l’altro,
- provare sentimenti in relazione all’altro,
- condividere il mondo dell’altro e
- mantenere una chiara differenziazione tra sé e l’altro (Håkansson & Meranius, 2021).
In altre parole, essere empatici significa entrare in contatto con l’esperienza dell’altro senza perdere il senso di chi si è.
Che rapporto c’è quindi tra empatia ed emozioni? Le capacità empatiche includono non solo la condivisione delle emozioni, ma anche l’abilità di modulare l’esperienza affettiva, regolando l’intensità e la durata di ciò che si sperimenta in risposta a ciò che vive l’altro. Per poter comprendere le emozioni degli altri, inoltre, è fondamentale saper riconoscere le proprie: quando questo risulta difficile, fino al punto da non riuscire a identificare e a mettere in parole ciò che si prova, in psicologia si parla di alessitimia.
Empatia e simpatia
Spesso i due termini vengono impropriamente considerati sinonimi. Ma empatia e simpatia in psicologia non sono la stessa cosa. Vediamo quali sono le differenze tra simpatia ed empatia.
La simpatia si esplicita nel provare interesse, preoccupazione o dispiacere per qualcuno e si traduce nell’urgenza di agire per far star meglio l'altra persona. Facciamo un esempio: possiamo provare simpatia per la rabbia che qualcuno sta esprimendo per un torto subito: ciò significa che giudichiamo tale reazione legittima e comprensibile.
La simpatia può tradursi quindi in una sollecitudine verso l’altro, ma, a differenza dell'empatia, non implica una condivisione dell'emozione dell'altra persona.
Breve storia dell’empatia
La parola “empatia” è stata utilizzata fin dall’antica Grecia per indicare il legame emozionale che veniva a crearsi tra l’aedo e gli spettatori. In seguito il “mettersi nei panni dell’altro” è stato tradotto in ambito filosofico con i termini sympathy (utilizzato da Hume e Smith) ed Einfühlung (introdotto da R. Vischer e poi da altri esponenti dell’estetica tedesca). In ambito filosofico autori quali Edmund Husserl, Edith Stein e Max Scheler misero l’empatia al centro delle loro teorie fenomenologiche dell’intersoggettività.
Per quanto riguarda il concetto di empatia in psicologia, sono molti gli autori che se ne sono occupati, a partire da Edward B. Titchener e Sigmund Freud. George H. Mead, Wolfgang Köhler e Jean Piaget hanno inserito l’empatia nelle loro teorie socio-psicologiche, mentre altri studiosi quali Heinz Kohut e Carl Rogers hanno contribuito alla comprensione dell’importante ruolo dell’empatia in ambito terapeutico.
In anni più recenti lo psicologo Daniel Goleman ha inserito l'empatia tra le cinque componenti base dell’intelligenza emotiva, definendo in questo modo una componente dell’intelligenza empatica.

Martin Hoffman e lo sviluppo dell’empatia
Come si sviluppa l'empatia? È stato lo psicologo americano Martin Hoffman a descrivere come nasce l’empatia e quando si sviluppa a partire dall’infanzia.
Secondo Hoffman le prime manifestazioni di empatia sono rintracciabili nel cosiddetto “contagio emotivo”, quando il neonato non è in grado di distinguere tra sé e l’altro e ne sperimenta gli stati emotivi come se li vivesse in prima persona. Seguono poi altri stadi di sviluppo, che l’autore definisce:
- Distress empatico egocentrico: i bambini iniziano a distinguere tra sé e gli altri, ma non riescono a comprendere che altre persone potrebbero avere emozioni diverse dalle proprie. Se agiscono comportamenti di aiuto lo fanno per placare la propria sofferenza, piuttosto che quella altrui.
- Distress empatico quasi-egocentrico: il bambino inizia a comprendere che le emozioni degli altri possono essere diverse dalle proprie, ma agisce ancora modalità autoriferite nel mostrare empatia. Se pensa che un adulto sia triste, ad esempio, potrebbe offrirgli il proprio lecca-lecca o giocattolo preferito per consolarlo.
- Vera empatia: è possibile sperimentarla solo grazie alla capacità di comprendere gli stati mentali degli altri, definita mentalizzazione. Questa capacità compare intorno al secondo anno di vita e va perfezionandosi con lo sviluppo del linguaggio, che migliora l’abilità del bambino di assumere la prospettiva altrui.
- Empatia oltre la situazione: questo è il tipo di atteggiamento empatico che possiamo assumere non nei confronti di un individuo, ma nei confronti di coloro che possono trovarsi ad affrontare situazioni come una calamità naturale o una malattia cronica.
Empatia e neuroni specchio
Le neuroscienze hanno dimostrato l'esistenza di forme più o meno evolute di empatia anche in molte specie animali. È stato osservato, ad esempio, che i topi esibiscono una sensibilità al dolore alla vista di simili in condizioni di disagio o sofferenza, suggerendo l’attivazione di meccanismi di risonanza emotiva che ricordano quelli umani. Anche se questi studi non possono provare con certezza l'esistenza dell’empatia negli animali, avvalorano la tesi secondo cui la risposta empatica sarebbe connessa al ruolo svolto dai neuroni specchio.
I neuroni specchio sono una particolare classe di neuroni, descritta in modo sistematico da Rizzolatti e Sinigaglia, che si attiva non solo quando eseguiamo una determinata azione, ma anche quando osserviamo un altro individuo compierla. Simulando nel nostro cervello ciò che fanno e, in parte, ciò che provano gli altri, questi neuroni ci permettono di raggiungere una forte comprensione e sintonia empatica, ponendo le basi neurobiologiche per “sentire dall’interno” l’esperienza altrui. Quando siamo testimoni di un’azione, mettiamo in moto lo stesso sistema neurale che si attiva quando la eseguiamo. In altre parole, come in uno specchio, siamo in grado di comprendere le azioni che abbiamo osservato perché le rappresentiamo dentro di noi.
La neurobiologia e le neuroscienze del comportamento distinguono, in questo quadro, tre tipi principali di empatia:
- emotiva (sentire ciò che l’altro sente),
- cognitiva (comprendere mentalmente lo stato dell’altro) e
- motivazionale (essere spinti ad agire in risposta a ciò che l’altro vive),
tutte funzionali alle relazioni interpersonali complesse e alla sopravvivenza della specie, in particolare nelle relazioni transgenerazionali genitori–figli (Esagian et al., 2019).
Il sistema dei neuroni specchio, che l’uomo condivide anche con alcuni animali, avrebbe quindi svolto un ruolo adattivo per la sopravvivenza stessa della specie, facilitando cooperazione, cura e protezione reciproca.

Il vantaggio dell’empatia nelle relazioni sociali
A cosa serve l’empatia? Si tratta di una capacità fondamentale, che sta alla base dei comportamenti prosociali e dell’altruismo. Una “sensibilità” empatica è un importante requisito per tutti coloro che svolgono le cosiddette professioni di aiuto: a insegnanti, infermieri, medici, psicologi e OSS è richiesta una buona dose di empatia per poter svolgere al meglio il proprio lavoro, comprendendo la sofferenza altrui senza lasciarsi sopraffare da essa.
Essere in grado di condividere i punti di vista e i sentimenti altrui in una comprensione empatica può inoltre:
- favorire la comunicazione assertiva e gli scambi sociali
- incoraggiare l’accoglienza della diversità
- facilitare la cooperazione nell’ambiente lavorativo
- regolare il flusso delle emozioni spiacevoli e delle condotte aggressive.
Mettersi nei panni degli altri, come abbiamo visto, è fondamentale per poter agire una risposta empatica e dare conforto e aiuto a chi si trova in una condizione di bisogno, ma non solo. La comprensione e la sensibilità verso i sentimenti altrui ci spingerebbero anche a moderare le condotte aggressive. Nella prevenzione del cyberbullismo e del bullismo a scuola, ad esempio, apprendere l'empatia ci aiuta a immaginare le conseguenze negative che le nostre azioni potrebbero causare. Non è un caso che una delle caratteristiche principali della sociopatia è proprio la mancanza di empatia.
L’empatia nella relazione terapeutica
Quella che si viene a creare tra psicologo e paziente è una relazione empatica per eccellenza. Un rapporto fatto di fiducia, assenza di giudizio ed empatia rappresenta il prerequisito per il successo di ogni percorso psicologico, a prescindere dall’orientamento teorico del professionista. Numerose ricerche mostrano infatti che l’empatia del terapeuta è un predittore moderatamente forte dell’esito della psicoterapia, con una correlazione media r = 0,28 (p < 0,001; IC 95% [0,23; 0,33]), equivalente a una dimensione dell’effetto d = 0,58, su 82 campioni indipendenti e 6.138 pazienti (Elliott et al., 2018). In altre parole, sentirsi davvero compresi non è solo “bello”: può fare una differenza concreta nel percorso di cura.
Lo psicologo umanista Carl Rogers riteneva che l’empatia fosse una delle principali abilità che uno psicologo o psicoterapeuta dovrebbe possedere. È naturale chiedersi: “Come è possibile che uno psicologo mi capisca davvero senza aver mai vissuto sulla propria pelle la mia stessa esperienza?”. La risposta sta proprio nella qualità dell’empatia clinica che non richiede di aver vissuto le stesse situazioni del paziente, ma di saper:
- comprendere la sua situazione, la sua prospettiva e i suoi sentimenti, insieme ai significati che vi attribuisce;
- comunicare questa comprensione e verificarne l’accuratezza;
- agire sulla base di tale comprensione in modo utile e terapeutico per lui o lei (Mercer & Reynolds, 2002).
Cosa vuol dire, allora, essere empatici per un professionista della salute mentale, anche per uno psicoterapeuta online? “Essere empatico” o “essere empatica” significa fare proprio il punto di vista del paziente, «senza però perdere mai di vista questa qualità del “come se”… Sentire l’ira, la paura, il turbamento del cliente come se fossero “nostri” senza però aggiungervi la propria ira, la propria paura, il proprio turbamento» (Rogers, 1970). In questo equilibrio delicato tra vicinanza e professionalità, il paziente può sentirsi visto, ascoltato e accompagnato, senza essere mai giudicato o sopraffatto dalle reazioni emotive dell’altro.
Come coltivare l'empatia
Abbiamo visto come essere empatici sia un’importante competenza sociale, mentre una carenza di empatia può essere alla base di condotte aggressive o antisociali. Ma come si fa ad essere empatici? La buona notizia è che l’empatia può essere migliorata. Uno dei modi per farlo è allenarsi all’ascolto attivo. Secondo Thomas Gordon le regole principali per realizzare un ascolto autentico sono:
- prestare attenzione ai dettagli della comunicazione, cogliendo sia il linguaggio verbale che il linguaggio del corpo
- mostrare comprensione, sia attraverso brevi espressioni verbali che la postura, i gesti, i sorrisi e altre espressioni facciali
- mostrare interesse, ad esempio facendo domande di approfondimento
- rispecchiare: si tratta di riformulare con parole proprie quanto espresso dall’altro, emozioni comprese.
Anche la pet therapy può essere utile per migliorare l'empatia. In uno studio che ha utilizzato la terapia assistita con animali in carcere è stato osservato un aumento dell'empatia autoriferita in entrambi i gruppi di ragazzi coinvolti. Il primo ha addestrato dei cani due volte alla settimana per dieci settimane, mentre il secondo si è limitato a passeggiare con i cani per lo stesso periodo di tempo.
Empatia: libri per approfondire
Essere empatici ci permette di fronteggiare situazioni emotivamente difficili con un orecchio sempre teso alle difficoltà altrui, ma anche di creare nel nostro mondo interiore uno spazio su misura per cogliere i significati più profondi dei rapporti umani.
Per approfondire la teoria dell’empatia in psicologia e le sue applicazioni pratiche, ecco alcune letture consigliate:
- Il problema dell'empatia, di Edith Stein, Studium editore, 2012.
- Il mondo dell’empatia, di Federico Fortuna, Antonio Tiberio, Franco Angeli, 2001.
- Empatia: capire le emozioni, di Gill Hasson, Unicomunicazione editore, 2019.
- Empatia. Perché è importante e come metterla in pratica, di Roman Krznaric, Armando Editore, 2019.
- Effetto Empatia, di Helen Riess, Erickson, 2020.
Coltivare l’empatia, anche con l’aiuto di uno psicologo
Allenare l’empatia significa imparare a riconoscere le proprie emozioni, dare spazio a quelle degli altri e costruire relazioni spesso percepite come più autentiche e sicure. A volte, però, non è semplice farlo da soli: può esserci confusione, fatica nel “sentire”, o la paura di essere travolti da ciò che proviamo. In questi momenti, il supporto di uno psicologo o una psicologa può diventare un alleato prezioso per aiutarti a comprendere meglio il tuo mondo interno, rafforzare le tue capacità empatiche e, in alcuni casi, migliorare il modo in cui ti relazioni con chi ti sta vicino.
Se senti che è il momento di prenderti cura di te e delle tue relazioni, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e scoprire il professionista Unobravo più adatto alle tue esigenze. Un piccolo passo oggi può contribuire ad aprire la strada a un modo nuovo, più consapevole e gentile, di stare in relazione con te stesso e con gli altri.









