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Dipendenza da social network: cause, sintomi e cura

Dipendenza da social network: cause, sintomi e cura
Dipendenza da social network: cause, sintomi e curalogo-unobravo
Redazione
Unobravo
Pubblicato il
12.7.2022



L’utilizzo dei social network ha indubbiamente innumerevoli intenti positivi. Tra questi il poter ricongiungere familiari, salvare vite (trovando più facilmente donatori di sangue o organi) e aiutare a diffondere messaggi positivi e di solidarietà. Tuttavia, il loro utilizzo ha anche implicazioni negative e patologiche, che approfondiremo in questo articolo.

“Ci sono solo due industrie che chiamano i loro clienti ‘user’: quella delle droghe illegali e quella dei software”. Edward Tufte


Cos’è la dipendenza da social network?

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) considera solo il disturbo da gioco su internet e, nonostante l’utilizzo eccessivo e compulsivo dei social network non sia formalmente annoverato tra le patologie delle attuali malattie psichiatriche, è ormai considerato a tutti gli effetti una dipendenza comportamentale (come la dipendenza da sesso, lo shopping compulsivo o la dipendenza da gioco d'azzardo).

Gli studiosi Andreassen e Pallesen definiscono la dipendenza dai social network, come un “essere eccessivamente preoccupato dai social network, essere spinto da una forte motivazione a connetterti o a utilizzare i social network e devolvere loro così tanto tempo e sforzo da compromettere altre attività sociali, di studio o lavorative, relazioni interpersonali, e/o la salute psicologica e il benessere”.


I sintomi della dipendenza da social network

In un loro recente studio, individuano un’impressionante somiglianza tra dipendenze chimiche, dovute al consumo di droghe, e dipendenze comportamentali, quali il gioco d’azzardo patologico. Queste due tipologie di dipendenze hanno i seguenti sette sintomi in comune:

  • salienza: le persone passano molto tempo sui social network e pensano a come trovare ancora più tempo per poter rimanere connessi;
  • tolleranza: nelle persone dipendenti dai social network, a questo iniziale comportamento, segue una crescente sensazione di urgenza a rimanere connessi per raggiungere il medesimo livello di piacere;
  • modificazioni dell’umore: si arriva a utilizzare i social network per ridurre sensazioni di colpa, ansia, irrequietezza, impotenza e depressione, e per fare in modo di dimenticare i propri problemi personali;
  • astinenza: qualora venga proibito l’utilizzo dei social network, le persone mostrano tipicamente segni di stress, impazienza, disturbo o irritabilità per il solo fatto di non poter accedere ai loro account social;
  • ricaduta: chi usa molto i social network rifiuta i consigli di chi suggerisce di ridurre il loro tempo online e solitamente cerca di utilizzare meno i loro account, fallendo;
  • conflitto: le priorità non sono più gli hobby, le attività all’aperto, lo sport, lo studio, il lavoro, i familiari o gli amici;
  • problemi: l’utilizzo smodato ed eccessivo dei social network porta, infine, a soffrire per la propria salute.
Julia M Cameron - Pexels


Ritengo importante distinguere tra la dipendenza e il normale coinvolgimento nell’utilizzo dei social network, che è quello che sperimentiamo più spesso. È bene ricordare che la dipendenza vera e propria è associata a conseguenze sfavorevoli, date dal fatto che l’essere connessi diventa incontrollato e compulsivo, con ricadute:

  • sui ritmi del sonno;
  • sulle relazioni;
  • sul benessere;
  • su tante altre attività

senza più riuscire a condurre vite multidimensionali. Questo tipo di dipendenza comportamentale è sicuramente un avvenimento in crescita, ma è prematuro trarre conclusioni sulla prevalenza e sui fattori di rischio, perché saranno necessari ulteriori studi.


Cosa rende i social network così attraenti?

The social dilemma è un documentario firmato Netflix, che apre una fondamentale discussione su social network e salute mentale. Nel documentario si spiega che l’obiettivo di Instagram, Facebook e tanti altri social analoghi è capire come ottenere l’attenzione degli utenti – vale a dire la nostra attenzione – per il maggior tempo possibile.

Il passo successivo è accrescere la nostra rete sociale, aumentando il numero di inserzionisti che competono per gli spazi pubblicitari delle piattaforme: gli inserzionisti sono perciò i clienti delle piattaforme e noi utilizzatori siamo il prodotto a loro venduto.

Modificare il comportamento delle persone per indurle a utilizzare di più le piattaforme digitali è stato per diverso tempo l’oggetto di studio del Stanford Persuasive Technology Lab. Ad esempio, non è un caso che la bacheca di Facebook si aggiorni costantemente grazie a un semplice movimento del nostro dito, mostrando ogni volta qualcosa di nuovo. È lo stesso sistema di ricompensa alla base delle slot machine: ogni volta che prendiamo in mano il nostro telefono ci potrebbe essere qualcosa di nuovo che ci aspetta.

Le stesse persone che hanno collaborato alla creazione e al perfezionamento di queste piattaforme sono diventate dipendenti da questi meccanismi, pur essendone consapevoli. Questo ci dice come la consapevolezza non sia sufficiente per modificare un comportamento nocivo, così come non basta sapere che il consumo di droghe o alcol fa male, per non abusarne.

cottonbro - Pexels


Cosa accade al nostro cervello quando si diventa dipendenti dai social network?

Il dottor Yuval Noah Harari, storico, saggista e professore universitario israeliano specializzato in World History, nel suo libro Sapiens: A Brief history of humankind racconta di come 70.000 anni fa circa, l’Homo sapiens abbia iniziato a fare qualcosa di veramente speciale, che lo ha portato alla supremazia sulle altre specie umane: la rivoluzione cognitiva, lo sviluppo di nuovi modi di pensare e comunicare.

Non si sa con certezza cosa abbia dato luogo a tale rivoluzione. Secondo la teoria dell’uomo come animale sociale,  la nostra capacità di linguaggio così unica si è evoluta per condividere informazioni riguardanti il mondo circostante e in particolare riguardanti gli altri esseri umani, vale a dire come forma di gossip.

Alla base di questa teoria, c’è il presupposto che la cooperazione sociale sia la nostra chiave per la sopravvivenza e la riproduzione. Per sopravvivere era molto più importante sapere, ad esempio:

  • chi odiava chi nella propria tribù;
  • chi era alleato con chi;
  • chi era onesto e chi invece un traditore. 

Informazioni di questo tipo garantivano la fiducia necessaria per poter far progredire la propria tribù e sviluppare tipi di cooperazione sempre più sofisticati. Per l’Homo sapiens di oggi, la maggior parte della comunicazione umana, seppur mediata da strumenti digitali, gira ancora intorno agli stessi argomenti.


Le alterazioni del cervello e l’uso dei social network

Come illustra un recente studio, il bisogno biologico di connetterci con le altre persone ha effetti immediati sulle regioni chiave del cervello imputate al rilascio della dopamina e all’attivazione del sistema di ricompensa.

Dai risultati dello studio è emerso che più il livello di dipendenza da Facebook era elevato, minore era il volume del cervello. In modo molto simile alla morte delle cellule cerebrali nelle persone dipendenti da cocaina, l’impiego della risonanza magnetica ha mostrato una significativa riduzione della materia grigia e dell’amigdala correlata al livello di dipendenza da Facebook.


Davvero solo i più giovani sono a rischio?

Le generazioni più giovani, cresciute a pane e internet, sicuramente sono più a rischio di sviluppare una dipendenza da social network, ma non sono le uniche. In un recente studio, il 40% delle mamme e il 32% dei papà hanno dichiarato di utilizzare la tecnologia digitale e, nello specifico, i propri smartphone in modo problematico. In entrambi i genitori, l’interferenza della tecnologia nelle attività con i loro figli era associata:

  • a una peggiore percezione della condivisione dei compiti genitoriali;
  • a sintomi depressivi;
  • a stress genitoriale.

Secondo altri studiosi, quando i genitori utilizzano il cellulare di fronte ai loro bambini, la presenza fisica non è abbastanza, perché essi tendono a essere maggiormente distratti e meno responsivi, faticando a destreggiarsi tra i loro smartphone e le richieste dei loro figli. Questi comportamenti possono avere conseguenze negative per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini che, sentendosi più trascurati, tendono ad attirare l’attenzione provocando talvolta rabbia e frustrazione nei genitori.

cottonbro - Pexels

Cosa si può fare per riacquistare il controllo?

Si può dire che la maggior parte delle persone abbia un certo grado di dipendenza dai social, anche se non patologico. Pensiamo solo a quanto sia difficile mettere via il proprio telefono durante una cena o a quante volte abbiamo sperimentato la sensazione di non essere veramente presenti o ascoltati durante una conversazione.

I social network rischiano di diventare sempre di più un modo per evadere e disconnettersi dalle proprie emozioni, andando a ricercare gratificazioni istantanee e temporanee, che non esistono nella realtà offline e che cedono il passo, una volta caduti nella dipendenza, a disagio e stress.

Nei casi di dipendenza vera e propria si consigliano gruppi di mutuo-aiuto e percorsi psicoterapeutici, ma in generale, anche per chi non è gravemente dipendente e sente comunque di passare gran parte del proprio tempo sui social network, il Center for Human Technology propone una serie di azioni per riappropriarsi di quel tempo che i social network così facilmente ci sottraggono.


Ma siamo davvero connessi?

È paradossale come delle piattaforme nate per facilitare la condivisione e la connessione tra le persone possano, non solo nei casi più estremi ma anche in quelli all’ordine del giorno, portare all’effetto opposto.

Esse sono in grado di farci sentire ancora più isolati, non all’altezza degli standard irraggiungibili, perché artefatti, di quella vita perfetta e perennemente felice che gli utenti propongono e vedono nelle bacheche virtuali.

Oggi, gli stessi termini “comunicare” e “connessione” hanno forse perso quel significato che avevano quando i nostri antenati di 70.000 anni fa si sedevano insieme attorno al fuoco per fare lunghe conversazioni, guardandosi negli occhi.


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