L’utilizzo dei social network ha indubbiamente numerosi intenti positivi. Per esempio, secondo i report digitali più recenti, nel 2025 circa il 69% della popolazione mondiale utilizza almeno una piattaforma social, pari a circa 5,66 miliardi di persone, in aumento rispetto a circa il 60% del 2023 (DataReportal, 2023; 2025).
Tra gli aspetti benefici vi è la possibilità di ricongiungere familiari, diffondere messaggi positivi e di solidarietà e persino contribuire a salvare vite, per esempio facilitando la ricerca di donatori di sangue o organi. Tuttavia, il loro utilizzo comporta anche implicazioni negative e, in alcuni casi, patologiche, come la dipendenza da social network, o social media addiction, che approfondiremo in questo articolo.
“Ci sono solo due industrie che chiamano i loro clienti ‘user’: quella delle droghe illegali e quella dei software”. — Edward Tufte
Cos’è la dipendenza da social network?
Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5-TR) l’unica dipendenza comportamentale formalmente riconosciuta è il disturbo da gioco d’azzardo, mentre il disturbo da gioco su internet è inserito nella sezione delle condizioni che necessitano di ulteriori studi.
La cosiddetta ‘social media addiction’ non è attualmente una diagnosi ufficiale, ma diversi autori propongono di concettualizzare l’uso eccessivo e compulsivo dei social network come una forma di dipendenza comportamentale, in continuità con altri comportamenti problematici come la dipendenza da sesso o lo shopping compulsivo.
Gli studiosi Andreassen e Pallesen (2014) definiscono la dipendenza dai social network come un “essere eccessivamente preoccupato dai social network, essere spinto da una forte motivazione a connetterti o a utilizzare i social network e devolvere loro così tanto tempo e sforzo da compromettere altre attività sociali, di studio o lavorative, relazioni interpersonali, e/o la salute psicologica e il benessere”.
Dati epidemiologici e trend attuali sulla dipendenza da social network
Negli ultimi anni, l’uso problematico dei social network ha mostrato una crescita significativa in diverse fasce d’età.
Secondo i dati della sorveglianza HBSC Italia 2022, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, circa il 13,5% degli adolescenti tra gli 11 e i 15 anni presenta un uso problematico dei social media, con prevalenze più elevate tra le ragazze (ISS, 2023).
Inoltre, i dati raccolti nel sondaggio per lo studio Dipendenze comportamentali nella Generazione Z riportano che il 2,5% del campione presenta caratteristiche compatibili con la presenza di una dipendenza da social media (circa 99.600 studenti), percentuale che nel genere femminile raggiunge il 3,1% nelle studentesse di 11-13 anni e il 5,1% nelle studentesse di 14-17 anni. Gli studenti a rischio nella popolazione 11-13 anni hanno 10,1 volte in più di probabilità di avere una ansia sociale grave o molto grave e 5,5 volte in più di presentare un carattere di alta impulsività” (ISS, 2023).
Il fenomeno non riguarda solo i più giovani: una ricerca Demoskopika del 2024 stima che oltre 1,1 milioni di under 35 italiani (circa il 10% dei giovani) siano a rischio elevato di dipendenza da social media (Demoskopika, 2024). Studi internazionali confermano che l’uso problematico dei social è associato a un aumento di sintomi ansiosi e depressivi e a un peggior benessere psicologico, soprattutto in età adolescenziale e nei giovani adulti (Marino et al., 2020).
Questi dati sottolineano l’importanza di monitorare le proprie abitudini digitali a tutte le età e di promuovere strategie di prevenzione e intervento mirate.

I sintomi della dipendenza da social network
In uno studio del 2015, Andreassen individua un’impressionante somiglianza tra dipendenze chimiche, dovute al consumo di droghe, e dipendenze comportamentali, analogia che può farci immaginare l’uso compulsivo dei social media come una “droga social”. Queste due tipologie di dipendenze hanno i seguenti sei sintomi in comune:
- Salienza: i social network diventano l'attività più importante nella vita della persona. Il pensiero è costantemente dominato dalla piattaforma (es. pianificare il prossimo post, controllare mentalmente le notifiche anche quando si fa altro).
- Tolleranza: il bisogno di aumentare progressivamente il tempo trascorso online e lo sforzo dedicato ai social per ottenere lo stesso livello di soddisfazione o sollievo emotivo che prima si otteneva in pochi minuti.
- Modificazioni dell’umore: si arriva a utilizzare i social network per ridurre senso di colpa, ansia, irrequietezza, impotenza e depressione, e per fare in modo di dimenticare i propri problemi personali.
- Astinenza: per il solo fatto di non poter accedere ai loro account social, le persone mostrano “astinenza da social” caratterizzata, come l’astinenza più in generale, da segni di stress, impazienza, disturbo o irritabilità.
- Ricaduta: la tendenza a tornare rapidamente ai pattern di utilizzo eccessivo e compulsivo del passato dopo un periodo di astinenza, disintossicazione o tentato controllo.
- Conflitto: il comportamento genera scontri accesi con l'ambiente circostante (relazioni di coppia, familiari, amici), compromette le performance accademiche o lavorative e crea un conflitto interno alla persona, che avverte una perdita di controllo ma non riesce a fermarsi.
È importante distinguere tra la dipendenza digitale e il normale coinvolgimento nell’utilizzo dei social network, che è quello che sperimentiamo più spesso. È bene ricordare che la dipendenza vera e propria è associata a conseguenze sfavorevoli, date dal fatto che l’essere connessi diventa incontrollato e compulsivo, con possibili ricadute:
- sui ritmi del sonno,
- sulle relazioni,
- sul benessere,
- su tante altre attività.
Questo tipo di dipendenza comportamentale è sicuramente un fenomeno in crescita, ma è prematuro trarre conclusioni sulla prevalenza e sui fattori di rischio, perché saranno necessari ulteriori studi.
Gli effetti psicologici dei social network
Cosa rende i social network così attraenti? The social dilemma è un documentario firmato Netflix, che apre una fondamentale discussione su social network e salute mentale. Nel documentario si spiega che l’obiettivo di Instagram, Facebook e tanti altri social analoghi è capire come ottenere l’attenzione degli utenti, vale a dire la nostra attenzione, per il maggior tempo possibile.
Il passo successivo è accrescere la rete sociale, aumentando il numero di inserzionisti che competono per gli spazi pubblicitari delle piattaforme: gli inserzionisti sono perciò i clienti delle piattaforme e noi utilizzatori siamo il prodotto a loro venduto.
Modificare il comportamento delle persone per indurle a utilizzare di più le piattaforme digitali è stato per diverso tempo l’oggetto di studio del Stanford Persuasive Technology Lab. Per esempio, non è un caso che la bacheca di Facebook si aggiorni costantemente grazie a un semplice movimento del nostro dito, mostrando ogni volta qualcosa di nuovo. Social media e slot machine hanno lo stesso sistema di ricompensa: ogni volta che prendiamo in mano il nostro telefono ci potrebbe essere qualcosa di nuovo che ci aspetta.
L'efficacia di questi sistemi evidenzia come la consapevolezza cognitiva non sia sufficiente per interrompere un comportamento nocivo o disfunzionale. Esattamente come la conoscenza dei danni causati dal fumo, dall'alcol o dalle sostanze stupefacenti non basta, da sola, a prevenire o curare una tossicodipendenza, allo stesso modo comprendere i meccanismi psicologici di persuasione digitale non rende immuni alla loro efficacia.
L'impulso alla ripetizione non risiede infatti nella razionalità, ma nell'attivazione dei circuiti subcorticali della ricompensa, che bypassano la logica e guidano l'azione in modo automatico e compulsivo.
L’uomo come animale social
Il dottor Yuval Noah Harari, storico, saggista e professore universitario israeliano specializzato in World History, nel suo libro Sapiens: A Brief history of humankind (2015) racconta di come 70.000 anni fa circa, l’Homo sapiens abbia iniziato a fare qualcosa di veramente speciale, che lo ha portato alla supremazia sulle altre specie umane: la rivoluzione cognitiva, lo sviluppo di nuovi modi di pensare e comunicare.
Non si sa con certezza cosa abbia dato luogo a tale rivoluzione. Secondo la teoria dell’uomo come animale sociale, la nostra capacità di linguaggio così unica si è evoluta per condividere informazioni riguardanti il mondo circostante e in particolare riguardanti gli altri esseri umani, vale a dire come forma di gossip.
Alla base di questa teoria, c’è il presupposto che la cooperazione sociale sia la nostra chiave per la sopravvivenza e la riproduzione. Per sopravvivere era molto più importante sapere, per esempio:
- chi odiava chi nella propria tribù,
- chi era alleato con chi,
- chi era onesto e chi invece un traditore.
Informazioni di questo tipo garantivano la fiducia necessaria per poter far progredire la propria tribù e sviluppare tipi di cooperazione sempre più sofisticati. Per l’Homo sapiens di oggi, la maggior parte della comunicazione umana, seppur mediata da strumenti digitali, gira ancora intorno agli stessi argomenti.

Cosa accade al nostro cervello?
Come illustra uno studio del 2017 (He et al., 2017), il bisogno biologico di connetterci con le altre persone ha effetti immediati sulle regioni chiave del cervello imputate al rilascio della dopamina e all’attivazione del sistema di ricompensa. Questo sistema è lo stesso che produce gli effetti della droga sul sistema nervoso.
Dai risultati dello studio è emerso che più il livello di dipendenza da Facebook era elevato, minore era il volume del cervello. In modo molto simile alla morte delle cellule cerebrali nelle persone dipendenti da cocaina, l’impiego della risonanza magnetica ha mostrato una significativa riduzione della materia grigia e dell’amigdala correlata al livello di dipendenza da Facebook.
Perché i social possono creare dipendenza?
I social media sono diventati una parte integrante della nostra vita quotidiana tanto da creare dipendenza: quali possono essere allora le cause di dipendenza da social network? Come abbiamo accennato, i social offrono una forma di gratificazione immediata. Ricevere like, commenti o condivisioni attiva il sistema di ricompensa nel nostro cervello, rilasciando neurotrasmettitori come la dopamina che ci fanno sentire bene.
Questa gratificazione istantanea può diventare facilmente una fonte di piacere e comfort, spingendoci a cercare costantemente l'approvazione e l'attenzione degli altri. Inoltre, i social media sono progettati per essere coinvolgenti e stimolanti. Le notifiche, le novità e i feed infiniti sono progettati per catturare la nostra attenzione e mantenerci connessi il più a lungo possibile. Questo design intenzionale può rendere difficile staccarsi dai social media e può contribuire alla dipendenza.
I social media possono fungere da potente meccanismo di evasione dalla realtà, offrendo un'opportunità concreta di fuga dai problemi e dallo stress della vita quotidiana. Questo fenomeno è particolarmente evidente tra gli adolescenti: il 62,5% di loro dichiara di utilizzare spesso i social media per sfuggire a sentimenti negativi, una percentuale che sale addirittura al 68,7% tra le ragazze di 15 anni (Lenzi et al., 2023). Immergersi in un mondo virtuale fatto di immagini e storie allettanti diventa così una strategia diffusa per cercare sollievo dalle pressioni quotidiane.
Questa fuga può diventare una via di scampo per molti, specialmente quando la vita reale diventa difficile da affrontare. Inoltre, la nostra naturale tendenza a confrontare le nostre vite con quelle degli altri può essere amplificata sui social, dove le persone tendono a mostrare solo i momenti migliori e più felici delle loro vite.
Dipendenza dai social: le conseguenze principali
Che si tratti di dipendenza da Facebook, da Instagram o da Tik Tok, cadere in questo circolo vizioso tipico delle dipendenze può alimentare, tra le altre cose:
- Inadeguatezza e bassa autostima: possono spingere a cercare costantemente conferme esterne per sentirsi degni e accettati.
- Isolamento sociale: la dipendenza dai social media può portare alla riduzione del contatto faccia a faccia con gli altri, contribuendo a un senso di isolamento e solitudine.
- Depressione: l'uso eccessivo dei social media, in parte a causa del confronto sociale negativo e della restrizione delle interazioni sociali offline, può contribuire all’insorgenza di disturbi depressivi.
- Ansia sociale: la dipendenza dai social può alimentare l'ansia sociale, poiché le persone possono diventare più insicure e preferire le interazioni online a quelle offline.
- Solitudine: la natura delle interazioni sui social media può portare a una sensazione di connessione sociale falsa o illusoria. Mentre possiamo avere molti amici online, la vita offline può diventare sempre più solitaria. Questa solitudine può spingerci a cercare ancora di più conforto nei social media.
- Disturbi del sonno: rappresentano uno dei sintomi più evidenti della dipendenza da social media: l’uso eccessivo di queste piattaforme, in particolare nelle ore precedenti al sonno, può compromettere significativamente la qualità del riposo e portare a problematiche come l’insonnia. In particolare, è stato osservato che la qualità del sonno risulta peggiore negli studenti che presentano una dipendenza dai social media, con una percentuale più elevata di sonno non buono e tempi di addormentamento più lunghi rispetto ai coetanei non dipendenti (Minutolo et al., 2022).
Dipendenza social: davvero solo i più giovani sono a rischio?
Verrebbe spontaneo pensare che le generazioni più giovani, cresciute a pane e internet, siano maggiormente esposte al rischio di sviluppare una dipendenza dai social network, ma non sono affatto le uniche. Uno studio del 2017 ha evidenziato che il 40% delle mamme e il 32% dei papà hanno dichiarato di utilizzare la tecnologia digitale, e in particolare i propri smartphone, in modo problematico (McDaniel et al., 2018).
Studi e revisioni più recenti confermano che l’uso percepito come problematico dei dispositivi digitali da parte dei genitori è tuttora diffuso ed è associato a maggiori livelli di “technoference”, stress genitoriale e difficoltà nella relazione con i figli (Píšová & Lukavská, 2024). Inoltre, la fascia di età più anziana, ovvero gli over 65, ha registrato la crescita relativa più ampia nell’uso dei social: su Facebook, per esempio, si è osservato un aumento del 25% rispetto al 2020 (Minutillo & Berretta, 2022). In entrambi i genitori, l’interferenza della tecnologia nelle attività con i loro figli era associata:
- a una peggiore percezione della condivisione dei compiti genitoriali,
- a sintomi depressivi,
- a stress genitoriale.
Secondo altri studi (Myruski et al., 2018), quando i genitori utilizzano il cellulare di fronte ai loro bambini, la presenza fisica non è abbastanza, perché essi tendono a essere maggiormente distratti e meno responsivi, faticando a destreggiarsi tra i loro smartphone e le richieste dei loro figli. Questi comportamenti possono avere conseguenze negative per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini che, sentendosi più trascurati, tendono ad attirare l’attenzione provocando talvolta rabbia e frustrazione nei genitori.
Quindi, che si tratti di dipendenza da social da adulti o da giovani, è importante non sottovalutare i sintomi e i comportamenti legati ai social, così da poter correre ai ripari prima che insorga una dipendenza.
Ma siamo davvero connessi?
È paradossale come delle piattaforme nate per facilitare la condivisione e la connessione tra le persone possano, non solo nei casi più estremi ma anche in quelli all’ordine del giorno, portare all’effetto opposto. Esse sono in grado di farci sentire ancora più isolati, non all’altezza degli standard irraggiungibili di quella vita perfetta e perennemente felice che vediamo nelle bacheche virtuali e che possono farci sperimentare la cosiddetta fear of missing out.

Dipendenza da social: come uscirne?
Si può dire che la maggior parte delle persone abbia un certo grado di dipendenza dai social, anche se non patologico. Pensiamo solo a quanto sia difficile mettere via il proprio telefono durante una cena o a quante volte abbiamo sperimentato la sensazione di non essere veramente presenti o ascoltati durante una conversazione.
I social network rischiano di diventare sempre di più un modo per evadere e disconnettersi dalle proprie emozioni, andando a ricercare gratificazioni istantanee e temporanee, che non esistono nella realtà offline.
Nei casi di dipendenza vera e propria possono essere consigliati gruppi di mutuo-aiuto e percorsi psicoterapeutici, ma in generale, anche per chi non è gravemente dipendente e sente comunque di passare gran parte del proprio tempo sui social network, può compiere una serie di azioni per riappropriarsi di quel tempo che i social network così facilmente possono sottrarci.
Come trattare la dipendenza da social network con l’aiuto di un esperto
La lotta alla dipendenza dai social network è una sfida sempre più diffusa nell'era digitale. Dalla nostra parte, però, ci sono psicologi e psicoterapeuti che possono supportare chi sta vivendo una simile esperienza.
La psicologia infatti gioca un ruolo fondamentale nel comprendere le radici della dipendenza dai social network. Abbiamo visto infatti che le cause possono essere di varia natura, e che la social media addiction può essere associata a una serie di fattori psicologici, tra cui la ricerca di gratificazione immediata, la mancanza di autostima, la solitudine e l'ansia sociale.
Un professionista, come per esempio uno psicologo con esperienza in dipendenza da social network, potrà allora intervenire per individuare le cause sottostanti del comportamento dipendente e sviluppare strategie mirate per affrontarlo. Tra gli strumenti a sua disposizione, oltre i colloqui clinici, ci sono i test psicologici di screening come la Bergen social media addiction scale, uno strumento sviluppato per misurare il rischio di dipendenza dai social network e altri comportamenti online.
Con consapevolezza, impegno, il giusto supporto professionale e strategie adeguate, è possibile ridurre l’uso eccessivo dei social media e ritrovare un equilibrio sano tra la vita online e offline. È stato dimostrato che una sola settimana di riduzione dell’uso dei social network tra i giovani adulti può portare a una diminuzione significativa, pari al 16,1%, dei sintomi di ansia (Calvert et al., 2025).
Strategie pratiche e interventi validati per la dipendenza da social network
Affrontare la dipendenza da social network può richiedere un approccio strutturato e personalizzato, che tenga conto delle esigenze individuali e delle evidenze scientifiche. Le strategie di intervento più efficaci si basano su metodi validati e possono essere applicate sia in autonomia che con il supporto di un professionista.
La Terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è una delle terapie più studiate per le dipendenze comportamentali, inclusa quella da social network. Questo approccio può aiutare a identificare i pensieri disfunzionali che alimentano l’uso compulsivo dei social e a sostituirli con schemi più sani. Per esempio, si può lavorare su:
- Riconoscere i trigger: individuare le situazioni o emozioni che spingono a connettersi in modo compulsivo.
- Sviluppare alternative: trovare attività gratificanti offline che possano sostituire il tempo trascorso sui social.
- Gestione delle emozioni: apprendere tecniche per affrontare ansia, noia o solitudine senza ricorrere ai social.
La pratica della mindfulness può aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri comportamenti online. Imparare a notare quando si sta per accedere ai social in modo automatico può permettere di interrompere il ciclo della dipendenza. Esempi pratici includono:
- Pianificare momenti di disconnessione: stabilire orari precisi in cui non si utilizzano i social.
- Notifiche consapevoli: disattivare le notifiche push per ridurre le interruzioni e la tentazione di controllare continuamente il telefono.
Per i più giovani, il ruolo degli adulti è fondamentale. Alcune indicazioni utili per genitori e adulti di riferimento possono essere:
- Dare il buon esempio: mostrare un uso equilibrato dei social nella vita quotidiana.
- Stabilire regole condivise: concordare insieme limiti di tempo e spazi senza dispositivi, come durante i pasti o prima di dormire.
- Dialogo aperto: parlare dei rischi e delle emozioni legate all’uso dei social, senza giudizio.
Queste strategie, se applicate con costanza, possono contribuire a ridurre l’impatto della dipendenza da social network e a favorire un rapporto più sano con la tecnologia.
Segnali di allarme e checklist per un uso consapevole dei social network
Riconoscere i segnali di una possibile dipendenza da social network può essere il primo passo per intervenire in modo efficace. Vediamo una checklist di segnali di allarme che possiamo tenere sotto controllo:
- Pensieri ricorrenti sui social: ti capita spesso di pensare a cosa pubblicare o a cosa stanno facendo gli altri online?
- Difficoltà a limitare il tempo online: provi a ridurre l’uso dei social ma non ci riesci, o ti senti frustrato quando non puoi connetterti?
- Trascuri attività importanti: il tempo sui social interferisce con studio, lavoro, relazioni o hobby?
- Cambiamenti d’umore legati ai social: noti irritabilità, ansia o tristezza quando non puoi accedere ai social?
- Uso dei social per gestire emozioni: ti rifugi online per sfuggire a stress, noia o solitudine?
Se ti riconosci in diversi di questi segnali, può essere utile riflettere sulle tue abitudini digitali e valutare la possibilità di chiedere supporto. Ricorda che un uso consapevole dei social network non significa necessariamente rinunciare del tutto, ma trovare un equilibrio che tuteli il tuo benessere psicologico.
Se senti che l’uso dei social network sta influenzando negativamente il tuo benessere o quello di una persona cara, ricorda che non sei solo/a. Un percorso di supporto psicologico può aiutarti a comprendere meglio le tue abitudini digitali e a ritrovare un equilibrio tra vita online e offline.
Su Unobravo puoi trovare uno psicologo adatto alle tue esigenze e iniziare il tuo percorso verso un rapporto più sano con la tecnologia.





