Sempre più spesso i genitori costruiscono routine molto strette per i loro figli al fine di tenerli “occupati”.
In questo modo, le giornate si riempiono di attività strutturate, stimoli continui e opportunità di apprendimento. In una dinamica così propositiva, la noia che fino a pochi anni fa era considerata una parte inevitabile dell’infanzia, viene spesso letta come un’esperienza da evitare, quasi fosse un segnale di inefficienza o di mancanza.
Sembrerebbe che gradualmente gli adulti, per primi, stiano cambiando il modo in cui vedono la noia attribuendole un pesante carico di preoccupazione.
Sempre più spesso, questa emozione viene interpretata, semplicisticamente, come un rischio per lo sviluppo, un fallimento educativo o un vuoto da colmare il più rapidamente possibile.
Come spesso accade, però, la realtà è più complessa e, soprattutto, è profondamente legata al modo in cui i bambini costruiscono il loro rapporto con il mondo.
Cosa si intende per noia nei bambini
La noia può essere definita come uno stato emotivo caratterizzato da una percezione di mancanza di stimoli significativi o di coinvolgimento.
In termini psicologici, rientra tra gli stati affettivi che segnalano una difficoltà di ingaggio con l’ambiente e con le attività in corso, più che una semplice assenza di occupazione. Come sottolineato da Scherer (2005), comprendere cosa sia un’emozione implica considerarla come un processo complesso che coinvolge componenti cognitive, fisiologiche e motivazionali. In questo senso, la noia è sia una sensazione soggettiva che un segnale che orienta l’azione.
Descrive quindi una difficoltà temporanea a trovare senso, interesse o direzione nell’esperienza presente.
Alcuni modelli contemporanei descrivono la noia proprio come un segnale funzionale di autoregolazione. In questa visione la noia indica che le risorse cognitive non sono adeguatamente coinvolte e che è necessario un cambiamento per ristabilire un livello ottimale di ingaggio (Danckert et al., 2018).
La noia non valuta negativamente ciò che stiamo facendo, ma segnala che qualcosa, nel rapporto tra persona e attività, non sta funzionando.
È perciò importante distinguere tra:
- una noia transitoria, fisiologica, che emerge in momenti di pausa o di assenza di stimoli;
- una noia persistente, associata a disinteresse generalizzato, apatia o difficoltà più ampie nella regolazione emotiva.
Questa distinzione è fondamentale perché cambia completamente il significato psicologico dell’esperienza.
Nel primo caso, la noia rappresenta una condizione potenzialmente generativa, un segnale che può orientare verso nuove forme di coinvolgimento; nel secondo, può riflettere una difficoltà più stabile nel rispondere a questo segnale, indicando un possibile disallineamento tra bisogni, contesto e modalità di regolazione, e meritando quindi maggiore attenzione.
La difficoltà, infatti, non nasce nell’esperienza emotiva ma da risposte inadeguate ad essa.

Il ruolo funzionale della noia durante lo sviluppo
Quando osservata da una prospettiva evolutiva, la noia svolge diverse funzioni importanti nello sviluppo del bambino.
Una prima funzione riguarda la creatività. Alcune ricerche suggeriscono che l’esperienza della noia possa favorire l’emergere di processi creativi proprio perché interrompe l’accesso immediato a stimoli strutturati.
In uno studio sperimentale, attività percepite come noiose sono state associate a un aumento della performance in compiti creativi successivi.
Questo avviene probabilmente perché facilitano stati mentali come il mind-wandering e il fantasticare, che a loro volta ampliano lo spazio delle associazioni possibili (Mann & Cadman, 2014).
Un secondo aspetto riguarda l’autonomia e l’autoregolazione. Studi recenti sull’infanzia mostrano come la noia sia strettamente legata ai processi di regolazione. È stato osservato come i bambini che sperimentano e tollerano la noia mettano in atto strategie per gestirla, quali cercare interazioni sociali o attivarsi in modo autonomo attraverso il gioco (Anderson & Perone, 2024). Questo suggerisce che la noia può rappresentare uno spazio in cui il bambino esercita competenze fondamentali, imparando progressivamente a orientarsi senza una guida esterna immediata.Un terzo elemento riguarda la regolazione emotiva. Imparare a stare nella noia significa anche sviluppare la capacità di tollerare stati interni non immediatamente gratificanti, senza evitarli o eliminarli rapidamente. Questa competenza, che si costruisce nel tempo, è alla base di molte abilità di autoregolazione che risultano centrali anche nelle fasi successive dello sviluppo.
L’esperienza della noia durante l’infanzia, in questo senso, rappresenta un contesto in cui i bambini possono apprendere l’uso della creatività, dell'autonomia e della capacità di regolazione.
Regolare la noia: annoiando s’impara
La capacità di regolare la noia non è innata, ma si costruisce progressivamente nel tempo attraverso l’interazione tra caratteristiche individuali e ambientali. Modelli recenti suggeriscono che la tendenza a sperimentare e tollerare la noia (la cosiddetta trait boredom) abbia radici precoci, legate a differenze temperamentali e alle competenze di controllo esecutivo, e che venga poi modellata dalle esperienze relazionali e contestuali, come il rapporto con i genitori, la scuola e l’ambiente sociale (Anderson & Perone, 2024). In questa prospettiva, la regolazione della noia non riguarda solo il bambino, ma il sistema di relazioni in cui è inserito.
Durante lo sviluppo, e in particolare nell’adolescenza, la noia tende ad aumentare e ad assumere un ruolo ancora più centrale. Studi longitudinali mostrano come i livelli di noia siano cresciuti nel tempo tra gli adolescenti e siano associati a maggiori difficoltà nel benessere psicologico, suggerendo che la capacità di gestirla rappresenti un fattore rilevante per la salute mentale (Weybright et al., 2019). Questo dato evidenzia come la regolazione della noia non sia solo una competenza individuale, ma anche un obiettivo importante in termini di prevenzione.
Un ulteriore elemento riguarda il modo in cui la noia interagisce con altri tratti, come la ricerca di sensazioni. In adolescenza, livelli elevati di noia, soprattutto quando combinati con una forte tendenza al sensation seeking, sono associati a maggiori comportamenti a rischio e a difficoltà emotive, come sintomi depressivi o comportamenti esternalizzanti (Freund et al., 2021). Questo suggerisce che, in assenza di strategie efficaci di regolazione, la noia può spingere verso modalità disfunzionali di gestione.
Quando viene riconosciuta e tollerata, invece, essa può orientare verso strategie più adattive, come la ricerca di attività significative, coinvolgimento sociale o esplorazione creativa. In questo senso, aiutare i bambini a sviluppare competenze di regolazione della noia significa offrire loro strumenti per rispondere a questo segnale in modo flessibile, senza evitarlo automaticamente né esserne sopraffatti.
Nel complesso, la regolazione della noia si configura come una competenza evolutiva complessa, che nasce dall’incontro tra predisposizioni individuali e qualità dell’ambiente. Più che eliminare la noia, l’obiettivo diventa allora quello di imparare a leggerla e a utilizzarla come guida per orientare il comportamento in modo più consapevole e adattivo.

La posizione (scomoda) dei genitori
Il ruolo dei genitori nella gestione della noia è centrale e si colloca all’incrocio tra supporto emotivo e promozione dell’autoregolazione.
Le evidenze più recenti mostrano che il modo in cui i genitori accompagnano i figli nelle esperienze di noia è associato ai processi neurofisiologici implicati nella regolazione, suggerendo che non è solo ciò che il bambino prova a essere rilevante, ma anche come l’adulto risponde a tale esperienza (Perone et al., 2026).
Un atteggiamento comprensivo e validante — che riconosce la noia come emozione legittima, senza negarla o evitarla immediatamente — favorisce lo sviluppo di strategie più efficaci di autoregolazione.
In questa prospettiva, accogliere la noia del bambino non significa lasciarlo solo, ma aiutarlo a dare significato a ciò che prova. I genitori possono sostenere questo processo offrendo una presenza regolativa, ad esempio nominando l’emozione, normalizzandola e accompagnando il bambino nella ricerca di alternative, senza sostituirsi completamente a lui. Questo tipo di supporto contribuisce a costruire rappresentazioni interne più adattive delle proprie competenze e possibilità, in linea con modelli che sottolineano il ruolo delle percezioni genitoriali e delle aspettative nello sviluppo delle traiettorie di competenza del bambino (Eccles, 2005).
Un aspetto particolarmente delicato riguarda le reazioni emotive dei genitori di fronte ai comportamenti del figlio, inclusi quelli che possono emergere in contesti di noia (ad esempio disinteresse, oppositività o comportamenti disfunzionali).
La letteratura distingue tra emozioni come vergogna e senso di colpa: mentre il senso di colpa è associato a risposte genitoriali più costruttive e orientate alla riparazione, la vergogna tende a generare reazioni più rigide, critiche o difensive (Scarnier et al., 2009). Questo implica che la capacità del genitore di riconoscere e regolare le proprie emozioni è fondamentale per offrire un contenimento efficace al bambino.
Un approccio genitoriale sensibile alla noia implica anche tollerare una certa dose di frustrazione, evitando di intervenire immediatamente per “riempire” ogni vuoto. È proprio in questi spazi che il bambino può sperimentare iniziativa, creatività e autonomia. Il compito dell’adulto diventa quindi quello di bilanciare vicinanza e distanza: essere disponibili senza essere invasivi, guidare senza controllare, e soprattutto trasmettere il messaggio che la noia, pur essendo scomoda, è un’esperienza gestibile e potenzialmente trasformativa.

Accompagnare senza giudizio
Essere genitori significa muoversi ogni giorno in un equilibrio complesso, fatto di tempo limitato, molte richieste e inevitabili fatiche. In questo contesto, accompagnare i figli nella gestione della noia può risultare particolarmente impegnativo, e non sempre lineare. È importante riconoscere che non esiste una risposta perfetta: la regolazione della noia nasce dall’intreccio di fattori biologici, psicologici e sociali, che coinvolgono sia il bambino sia l’ambiente in cui cresce. Anche piccoli momenti di presenza, ascolto e comprensione possono fare la differenza. Più che “fare tutto giusto”, ciò che conta è offrire uno spazio sufficientemente sicuro in cui il bambino possa sperimentare, sbagliare e imparare, sentendosi accompagnato.





