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Dai libri di storia alla realtà: un dizionario che cambia

Dai libri di storia alla realtà: un dizionario che cambia
Enrico Reatini
Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il
30.10.2026
Ultimo aggiornamento il
30.10.2026
Dai libri di storia alla realtà: un dizionario che cambia
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Parole come guerra, carestia e remigrazione sembravano appartenere a un passato lontano, conservato nei documentari, nei manuali scolastici e nei ricordi familiari. Oggi, tuttavia, risaltano in grassetto sui quotidiani, nei notiziari e sui social.

Il loro riemergere è un fenomeno linguistico molto interessante poiché le parole portano con sé immagini, emozioni e significati che si sono consolidati nel tempo. Il loro effetto, infatti, non dipende esclusivamente da ciò che indicano, ma anche dalle associazioni che evocano e dal contesto in cui le incontriamo. Uno studio di Pankonin, Schneider e Abel (2026), pubblicato sulla rivista Psychology of Language and Communication, ha esplorato proprio alcuni dei meccanismi attraverso cui le parole vengono codificate e riconosciute, mostrando come la forma linguistica e le informazioni semantiche possano essere elaborate in modi differenti.

La ricerca offre uno spunto per riflettere su quanto sia complesso il rapporto tra parole, significati e memoria, ispirando domande come: che effetto ci fa incontrare nuovamente termini che credevamo relegati alla storia? E come cambia la nostra percezione della realtà quando il presente comincia ad assomigliare, almeno nel linguaggio, a epoche che consideravamo superate?

Parole, consapevolezza e responsabilità

Prima di affrontare questo tema, è utile distinguere tra l'uso di parole che descrivono un rischio concreto e l’uso di parole legate a significati storicamente definiti in nuovi contesti. Se parlare di carestia può essere necessario per descrivere una situazione documentata di grave insicurezza alimentare, parole come remigrazione richiedono una riflessione ulteriore sul significato che assumono nel dibattito pubblico attuale.

Quando vengono ripetute, presentate come soluzioni ordinarie o inserite in discorsi politici senza un confronto con le loro implicazioni, espressioni di questo tipo rischiano infatti di cambiare la percezione del loro significato fino a riscriverlo.

È un processo che riguarda il linguaggio: ciò che inizialmente può suscitare allarme o indignazione, attraverso la ripetizione e la familiarità, può finire per sembrare una possibilità come le altre. Questo non significa che ogni parola debba essere evitata o che il suo utilizzo implichi necessariamente un'intenzione precisa, ma che sia importante interrogarsi su ciò che le parole rendono pensabile, legittimo o persino desiderabile.

Prestare attenzione al linguaggio significa riconoscere che questo non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a ridefinire i confini di ciò che una società è disposta ad accettare.

Persona che digita su un laptop in uno spazio di lavoro luminoso con vista all'aperto, gustando un caffè.
Julia Khalimova – Pexels

Le parole influenzano la narrazione e quindi la comprensione

Le parole non si limitano a descrivere ciò che accade, ma contribuiscono a orientare il modo in cui interpretiamo la realtà. Alcune possono richiamare immagini e racconti tramandati nel tempo, mentre altre assumono significati nuovi a seconda del contesto in cui vengono utilizzate. Il loro senso, infatti, non dipende soltanto dalla definizione letterale, ma anche dagli aspetti della realtà che portano in primo piano e da quelli che, al contrario, lasciano sullo sfondo.

De Ruiter et al. (2024), analizzando il discorso politico sulla vulnerabilità durante la pandemia di COVID-19 nei Paesi Bassi, mostrano come le parole impiegate per descrivere una crisi possano influenzare l'attenzione collettiva e il modo in cui vengono interpretati i problemi. Sebbene la ricerca si concentri su un contesto specifico, offre uno spunto utile per comprendere come il linguaggio contribuisca a costruire il significato degli eventi, anziché limitarsi a raccontarli. È anche per questo che incontrare nelle notizie termini associati a epoche passate può rendere eventi lontani, conosciuti attraverso i libri di storia, improvvisamente più vicini e rilevanti per il nostro presente.

Parole, memorie ed emozioni

Le parole con cui interpretiamo le crisi del presente sono legate anche alle storie ascoltate in famiglia, ai racconti dei nonni e alla memoria collettiva dei conflitti. Anche un'esperienza mai vissuta direttamente può influenzare il nostro modo di immaginare il pericolo, soprattutto quando viene raccontata attraverso episodi, immagini e ricordi carichi di significato. Fioretti e Smorti (2015), studiando il rapporto tra memoria autobiografica e narrazione, hanno osservato che raccontare un ricordo permette di esprimere una gamma più ampia di emozioni, comprese quelle più complesse. Il racconto, quindi, non si limita a conservare il passato, ma contribuisce a organizzarne il significato.

In modo complementare, Bucci, Maskit e Murphy (2016) descrivono come le parole possano evocare in chi ascolta immagini, sensazioni e schemi emotivi associati alle esperienze narrate. La parola guerra, per esempio, può assumere un'intensità particolare per chi l'ha vissuta direttamente, come i nostri nonni, richiamando esperienze concrete di paura, perdita e insicurezza. Per le generazioni successive, può invece rimandare soprattutto a racconti familiari, immagini e conoscenze storiche.

Non ereditiamo necessariamente le emozioni dei nostri antenati, ma possiamo ricevere le loro narrazioni e i significati attraverso cui hanno interpretato il mondo. Distinguere tra testimonianza, ricostruzione storica e immaginario collettivo diventa quindi importante, ricordando che una stessa parola può evocare vissuti molto diversi e che ciascuno attribuisce al passato significati personali.

Primo piano di mani che sfogliano un album fotografico al chiuso, evocando nostalgia e ricordi.
cottonbro studio – Pexels

Tra allarmismo e rimozione: usare le parole con consapevolezza

Ora che parole come guerra, carestia o remigrazione tornano nel dibattito pubblico, è importante interrogarsi non solo sulla loro correttezza, ma anche sul modo in cui vengono utilizzate.

Nel discorso mediatico, infatti, la paura può diventare uno strumento per orientare le percezioni e alimentare divisioni, soprattutto quando alcuni gruppi vengono rappresentati come una minaccia da cui difendersi. Marko (2013), analizzando il discorso mediatico in Serbia, descrive meccanismi come la commercializzazione della paura e la rappresentazione negativa di gruppi esterni, che possono favorire insicurezza e manipolazione.

Questo non significa che ogni allarme sia ingiustificato ma che occorre valutare con attenzione i termini che utilizziamo, verificando le fonti e distinguendo i fatti dalle interpretazioni.

Sviluppare uno sguardo critico significa imparare a tollerare l'incertezza senza cercare rassicurazioni assolute né rifugiarsi nella rimozione. L'obiettivo non è avere meno paura a ogni costo, ma riuscire a comprendere ciò che ci spaventa senza lasciare che sia la paura a decidere come interpretare la realtà.

Le parole durante i conflitti

Le parole, soprattutto nei momenti di crisi, possono contribuire a orientare il modo in cui una collettività interpreta gli eventi e immagina le possibili risposte. Oneț (2024), analizzando alcuni celebri discorsi pronunciati in tempo di guerra, evidenzia il ruolo delle strategie retoriche nel mobilitare le persone e costruire narrazioni condivise. Anche nel dibattito politico contemporaneo, il linguaggio può contribuire a definire chi appartiene alla comunità e chi viene rappresentato come una minaccia. Phelan (2023), riflettendo sulle cosiddette culture wars, mette in luce come la contrapposizione tra gruppi e identità possa restringere l'immaginazione politica e alimentare dinamiche di esclusione.

Questi contributi invitano a prestare attenzione non soltanto a ciò che viene detto, ma anche alle divisioni che certe parole contribuiscono a costruire e alle soluzioni che fanno apparire legittime.

Di fronte a espressioni che suscitano paura, indignazione o consenso immediato, può essere utile fermarsi e chiedersi quale rappresentazione della realtà propongano, chi includano e chi lascino ai margini.

La consapevolezza linguistica consiste nel rispettare le parole, nel non accettarle automaticamente e soprattutto nel conservare lo spazio per comprenderle, discuterle e valutarne le conseguenze.

Vecchie parole, nuovi contesti e significati da scegliere insieme

Le parole del passato non tornano mai nel vuoto, per questo motivo è importante interrogarsi non soltanto su ciò che viene raccontato, ma anche sulle parole scelte per farlo e sulle idee che, attraverso la ripetizione, rischiano di diventare familiari senza essere davvero messe in discussione.

Termini come guerra, carestia o remigrazione richiamano significati, implicazioni e visioni del mondo che meritano di essere esaminati con attenzione. Quando il linguaggio semplifica problemi complessi, alimenta contrapposizioni o presenta determinate soluzioni come inevitabili, l'abitudine può prendere il posto della riflessione critica.

Questo non significa rifiutare ogni allarme o sospettare di qualsiasi discorso politico, ma valutare le parole alla luce dei fatti, del contesto e delle conseguenze che possono produrre. Perché il significato delle parole non dipende soltanto dalla storia che portano con sé, ma anche dall'uso che ne facciamo oggi e dal valore che, come società, scegliamo di attribuire loro.

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  • Bucci, W., Maskit, B., & Murphy, S. (2016). Connecting emotions and words: The referential process. Phenomenology and the Cognitive Sciences, 15(3), 359-383.
  • De Ruiter, A., Dekking, S., Leget, C., & Dronkers, P. (2024). Balancing words, balancing lives: Framing vulnerability in times of crisis. International Journal of Care and Caring, 8(2), 365–383.
  • Fioretti, C., & Smorti, A. (2015). How emotional content of memories changes in narrating. Narrative Inquiry, 25(1), 37-56.
  • Marko, D. (2013). Fear control in media discourse. Southeastern Europe, 37(2), 200-219.
  • Oneț, A.-E. (2024). Rhetoric in times of conflict: A study of famous war-time speeches. International Conference KNOWLEDGE-BASED ORGANIZATION, 30(2).
  • Pankonin, A. H., Schneider, J. M., & Abel, A. D. Word wars: The role of form and semantic encoding in implicit and explicit recognition of nouns and verbs. Psychology of Language and Communication, 30(1), 57-109.
  • Phelan, S. (2023). Seven theses about the so-called culture war(s) (or some fragmentary notes on ‘cancel culture’). Cultural Studies, 37(1), 63–88.

Collaboratori

Enrico Reatini
Professionista selezionato dal nostro team clinico
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