Il fiore di loto è da sempre un simbolo dello stile di vita spirituale e della trasformazione: nasce nel fango, eppure non ne viene contaminato. Affonda le sue radici in un ambiente torbido e ostile, ma riesce a emergere in superficie come uno dei fiori più belli, puri e fragranti. Proprio per questo rappresenta la capacità di trasformare condizioni avverse in possibilità di crescita. È, a tutti gli effetti, un fiore resiliente.
La resilienza è la capacità che le persone hanno di affrontare lo stress e le avversità, riuscendo a mantenere o recuperare livelli adeguati di benessere psicologico. Non coincide con l’assenza di sofferenza, né con una forza eroica o costante: al contrario, implica il riconoscimento della difficoltà. La persona resiliente sa di vivere una situazione stressante, ma sviluppa nel tempo la possibilità di adattarsi in modo flessibile, di modificare le proprie risposte e di agire con maggiore efficacia, anche quando le condizioni esterne non cambiano.
È importante sottolineare che la resilienza non è una dote innata né una prestazione da raggiungere, ma un processo che si costruisce attraverso l’esperienza, le relazioni e il contatto con le proprie risorse interne. In questo senso, la vera forza non risiede nel controllo totale delle circostanze, ma nella capacità di riconoscere e utilizzare ciò che è già presente dentro di sé. Come scrive Anne Freud: “Cercavo sempre al di fuori di me la forza e la fiducia, ma queste vengono da dentro. Sono sempre state lì tutto il tempo.”
Le caratteristiche della resilienza
Gli psicologi Roger M. Solomon e Francine Shapiro sottolineano come la resilienza si basi sulla capacità della persona di fare un uso pieno delle informazioni adattive immagazzinate nella memoria. Questo significa riuscire a elaborare, integrare e riattivare risorse e abilità già presenti, rendendole disponibili nella vita attuale per fronteggiare le situazioni difficili che si incontrano.
In questo processo, anche un evento traumatico può, in alcune condizioni, favorire una crescita positiva. Superare un’avversità può infatti rafforzare la percezione di sé, migliorando la capacità di affrontare difficoltà future. È importante però precisare che non è il trauma in sé a generare crescita, ma il modo in cui viene elaborato. Quando ciò avviene, questa nuova consapevolezza diventa una fonte di forza, permettendo di apprezzare maggiormente la vita, di sviluppare un senso di competenza e di sentirsi più capaci di rispondere attivamente alle sfide, anziché subirle.

Resistenza e cambiamento
La resistenza personale, intesa come capacità di reggere l’impatto delle difficoltà e di orientarsi al cambiamento, è influenzata da alcuni fattori fondamentali, tra cui:
- l’impegno
- la sensazione di controllo
Questi fattori incidono in modo diretto sulla motivazione e sul senso di efficacia personale nel perseguimento degli obiettivi.
L’impegno
Nei momenti di crisi, l’impegno consapevole rispetto a ciò che sta accadendo favorisce una risposta attiva. Reagiamo non solo perché “dobbiamo”, ma perché scegliamo di farlo, mobilitando risorse interne spesso insospettate. In questo senso, anche la paura, se riconosciuta e focalizzata, può trasformarsi in una leva di forza.
Quando una persona si impegna in modo concreto per migliorare la propria condizione, si apre uno spazio di possibilità: il cambiamento diventa pensabile e, talvolta, realizzabile, anche in contesti inizialmente percepiti come bloccati.
“Un eroe è colui che, nonostante la debolezza, i dubbi, il fatto di non conoscere sempre le risposte, va avanti e vince comunque.” Christopher Reeve
Il controllo
La percezione di controllo sui propri obiettivi favorisce un maggiore investimento personale. In una sfida, tendiamo a impegnarci di più quando il nostro locus of control è interno, ovvero quando sentiamo che le nostre azioni possono influenzare l’esito degli eventi. In questo modo, grazie agli sforzi e alla determinazione, aumenta la probabilità di raggiungere ciò che desideriamo.
È però fondamentale distinguere tra controllo funzionale e controllo rigido. Di fronte a un evento negativo o a una difficoltà, sentire di avere un margine di controllo non significa dominare la realtà, ma orientarsi alle soluzioni, concentrandosi su ciò che è possibile fare. Quando il controllo resta flessibile, diventa una risorsa; quando invece si irrigidisce, rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di stress.

11 passi verso la resilienza
La resilienza non è un atteggiamento necessariamente innato: è una capacità che può essere coltivata nel tempo, anche a partire da piccole scelte quotidiane. Le persone resilienti tendono a mostrare alcune caratteristiche ricorrenti: un orientamento ottimistico ma realistico, la capacità di attribuire significato anche alle esperienze difficili, l’attenzione ai propri punti di forza, l’uso costruttivo della critica, la presenza di relazioni strette e significative, buone abilità sociali e una discreta consapevolezza emotiva (Babić et al., 2020).
È importante precisare che questi elementi non sono prerequisiti, ma esiti di un processo. In quest’ottica, possono essere utili i seguenti passi:
- Instaurare e coltivare una rete sociale di supporto
La forza emotiva deriva dal sostegno di relazioni significative e basate sulla fiducia reciproca. Sentirsi visti e compresi riduce l’isolamento e rende le difficoltà più affrontabili. - Essere ottimisti
Coltivare la fiducia che le cose possano migliorare, senza negare la fatica del presente. L’ottimismo resiliente non è ingenuità, ma apertura alla possibilità di cambiamento. - Sviluppare una flessibilità cognitiva
Allenarsi a reinquadrare gli eventi stressanti, tollerare l’incertezza e abbandonare strategie inefficaci quando non funzionano più. - Trovare un modello resiliente
Individuare una figura ispirante e chiedersi: “Cosa fa questa persona quando è sotto pressione? Cosa posso adattare alla mia storia?”. Il modello non va imitato, ma tradotto. - Imparare ad affrontare le proprie paure in modo adattivo
Riconoscere le emozioni intense, legittimarle e usarle come segnali informativi, anziché combatterle o evitarle sistematicamente. - Sviluppare fiducia nelle proprie capacità
Rafforzare l’idea di continuità dell’impegno: non rinunciare al primo ostacolo, valorizzare i piccoli successi e trasformare gli errori in occasioni di apprendimento. - Essere altruisti
La resilienza non è solo individuale. Prendersi cura degli altri può rafforzare il senso di connessione e di utilità, purché non diventi auto-sacrificio. - Coltivare il senso dell’umorismo
Quando possibile, saper sorridere delle difficoltà aiuta a creare distanza emotiva e a ridimensionare l’impatto dello stress. - Mantenersi in forma
Il benessere psicologico è sostenuto anche dal corpo. Movimento, riposo e alimentazione equilibrata rendono più accessibili le risorse emotive e cognitive. - Pianificare il futuro restando nel presente
Avere obiettivi e progetti, senza perdere il contatto con il qui e ora, mantenendo consapevolezza di ciò che si prova nel momento presente. - Accettazione
Riconoscere che alcune cose non andranno come vorremmo. Accettare non significa rassegnarsi, ma integrare l’esperienza e continuare ad andare avanti, nonostante le emozioni dolorose.
Il fiore di loto simboleggia, come ci dice la Psicologa Suzanne C. Kobasa, il potere della resistenza psicologica in quanto capacità di trasformare le avversità in potenzialità.
La trasformazione non è obbligatoria, né immediata. La resilienza non impone di “sbocciare”, ma di restare in relazione con la propria esperienza, anche quando è ancora fango.
Dall'etimologia al significato attuale
Il termine resilienza deriva dal latino resilire, che significa “rimbalzare indietro”, “saltare all’indietro”. In origine, il concetto è stato utilizzato nell’ambito della scienza dei materiali per indicare la capacità di un corpo di assorbire un urto e tornare alla forma iniziale senza spezzarsi.
Trasferito alla psicologia, questo significato si è trasformato in una metafora potente. La persona resiliente non è quella che non viene mai colpita, ma quella che, pur attraversando l’impatto della difficoltà, riesce a non spezzarsi. Tuttavia, a differenza dei materiali, l’essere umano non torna semplicemente “come prima”. Dopo un evento critico può cambiare forma, riorientare il proprio funzionamento e, in alcuni casi, uscire dall’esperienza con nuove risorse, con valori ridefiniti e priorità più chiare.
In questo senso, la resilienza non coincide con il ripristino dello stato precedente, ma con un processo di riorganizzazione, che permette alla persona di adattarsi in modo diverso a ciò che la vita pone sul suo cammino..
Un processo dinamico, non un tratto fisso
La resilienza non è una dote con cui si nasce né una qualità che si possiede una volta per tutte. Nella pratica clinica e nella sanità pubblica viene sempre più considerata come un processo dinamico, che si modifica lungo l’intero arco di vita e non come un tratto stabile della personalità (Herrman et al., 2011).
Questo processo evolve nel tempo e nelle diverse fasi della vita: può essere più solido in alcuni periodi e più fragile in altri, in funzione delle esperienze vissute, della qualità delle relazioni e delle risorse interne ed esterne disponibili. Parlare di resilienza, dunque, significa parlare di contesto, storia e possibilità, non di forza individuale astratta.
Le esperienze stressanti, soprattutto quando sono intense, prolungate o ripetute, non lasciano soltanto un segno psicologico, ma possono modificare in modo duraturo il funzionamento biologico e cerebrale. In questi casi non si ritorna a una semplice omeostasi stabile, bensì a un equilibrio dinamico, definito allostasi. Questo nuovo equilibrio può risultare più o meno resiliente in base alla qualità delle esperienze, alle strategie di adattamento e alle risorse che la persona ha potuto attivare.
La resilienza, intesa come processo, coinvolge diversi livelli interconnessi:
- Comportamenti: le azioni concrete attraverso cui cerchiamo aiuto, ci prendiamo cura di noi stessi e affrontiamo i problemi.
- Pensieri: il modo in cui interpretiamo ciò che accade, il dialogo interno e le aspettative sul futuro.
- Atteggiamenti: la postura emotiva di fondo, come l’apertura al cambiamento o, al contrario, la tendenza alla rinuncia.
Vederla come processo e non come etichetta aiuta a riconoscere che la resilienza può essere allenata, sostenuta e accompagnata, e non giudicata come qualcosa che “manca”. Ciò che viviamo, le risorse che incontriamo e il supporto che riceviamo possono realmente contribuire, nel tempo, a trasformare il nostro modo di stare di fronte alle difficoltà, rendendo possibile un adattamento più flessibile e meno doloroso.
Cosa significa essere resilienti nella vita quotidiana
La resilienza non implica essere sempre forti o positivi. Si tratta, piuttosto, della capacità di:
- Mantenere o ritrovare un equilibrio psico-fisico dopo una scossa, concedendosi tempo per elaborare ciò che è accaduto.
- Usare le risorse interne ed esterne: capacità personali, relazioni di supporto, servizi e strumenti disponibili.
- Regolare le emozioni, riconoscendo paura, rabbia o tristezza senza esserne travolti in modo permanente.
- Restare flessibili mentalmente, sapendo cambiare prospettiva o strategia quando quella abituale non funziona.
- Dare un significato all’esperienza, integrando anche il dolore nella propria storia, invece di viverlo solo come una frattura senza senso.
In questo senso, il simbolo del fiore di loto aiuta a visualizzare la resilienza, ma il significato psicologico riguarda soprattutto questi processi interni, spesso silenziosi e poco visibili dall’esterno.
Fattori che possono influire sulla resilienza
Comprendere il significato della resilienza implica anche vedere cosa può renderla più fragile, ma anche perché è così importante coltivarla: livelli più elevati di resilienza sono infatti associati a una minore vulnerabilità e a un rischio ridotto di sviluppare diverse malattie (Babić et al., 2020). Alcuni fattori che tendono a indebolirla possono essere:
- Isolamento sociale: la mancanza di relazioni di fiducia rende più difficile regolare le emozioni e trovare soluzioni.
- Stress cronico non gestito: vivere a lungo sotto pressione può consumare le energie necessarie per reagire in modo flessibile.
- Esperienze traumatiche ripetute, soprattutto in età precoce, che possono minare il senso di sicurezza di base.
- Autocritica severa e senso di impotenza: credere di non avere alcun potere sugli eventi riduce la motivazione ad agire.
Questi elementi non annullano la possibilità di essere resilienti, ma spiegano perché, in certi momenti, “rimbalzare” sia più difficile. Riconoscerli è un primo passo per cercare sostegno, proteggere la propria salute e ricostruire gradualmente le proprie risorse interiori.
Cosa significa resilienza in psicologia
In psicologia, resilienza indica la capacità di una persona di affrontare eventi stressanti o traumatici, riorganizzare in modo positivo la propria vita e, in alcuni casi, arrivare a funzionare meglio di prima. Non significa non soffrire o non provare paura, ma riuscire, nel tempo, a trovare un nuovo equilibrio. In questo senso, la resilienza viene spesso descritta come una capacità di adattamento positivo, ovvero di mantenere o recuperare una buona salute mentale nonostante l’esposizione ad avversità significative (Herrman et al., 2011). Secondo l'American Psychological Association, la resilienza è un processo attivo che coinvolge comportamenti, pensieri e atteggiamenti che possono essere appresi e allenati. Questo processo permette di attraversare le difficoltà, integrare l'esperienza dolorosa nella propria storia e continuare a dare un senso alla propria vita, invece di restare bloccati solo sulla perdita o sul danno subito.
Inizia a coltivare la tua resilienza con l'aiuto giusto
Come il fiore di loto che affonda le radici nel fango per poter sbocciare, anche tu puoi trasformare le difficoltà in terreno fertile per crescere. La resilienza non è qualcosa che devi avere “già pronta”: è un processo che si può allenare, passo dopo passo, e non è necessario farlo da solo. Un percorso psicologico può aiutarti a riconoscere le tue risorse, dare un significato a ciò che stai vivendo, ritrovare equilibrio e costruire nuove modalità per affrontare lo stress e il cambiamento. Se senti che è il momento di prenderti cura di te e di iniziare a sbocciare, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e scoprire il professionista più adatto ad accompagnarti in questo cammino.





