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minuti di lettura

“Ho preso 30, ma sono stato fortunato”: perchè fatichiamo a riconoscere i meriti?

“Ho preso 30, ma sono stato fortunato”: perchè fatichiamo a riconoscere i meriti?
Enrico Reatini
Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
4.10.2026
“Ho preso 30, ma sono stato fortunato”: perchè fatichiamo a riconoscere i meriti?
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Il risultato di un esame universitario è un numero, ma raramente lo processiamo come un'informazione neutra.

Immaginiamo due studenti che, nello stesso giorno, aprono la piattaforma e leggono il voto appena pubblicato. Il primo trova un 30 e dopo qualche secondo di soddisfazione comincia a pensare che sia stato soprattutto merito della fortuna. Le domande erano proprio quelle che aveva ripassato, l’esame non era particolarmente difficile e il professore sembrava di buon umore.

Il secondo trova invece un 21 e interpreta immediatamente quel risultato in modo diverso. Potrebbe pensare che forse non è abbastanza preparato o che non è portato per quella materia, forse potrebbe anche pensare che anche gli esami successivi andranno male.

I voti raccontano qualcosa della prestazione, ma le conclusioni che gli studenti ricavano da quelle informazioni possono andare in direzioni molto diverse. Un risultato positivo può essere ridimensionato fino a diventare un’eccezione, mentre uno negativo può trasformarsi in una conferma di un giudizio più generale su di sé. Tra il dato che leggiamo sullo schermo e il significato che gli attribuiamo, infatti, c’è un passaggio che avviene quasi automaticamente attraverso cui interpretiamo le informazioni disponibili per costruire una spiegazione lineare di ciò che è accaduto.

Un vivace corridoio universitario con studenti di diverse etnie che interagiscono e si muovono.
Caleb Oquendo – Pexels

La storia che costruiamo partendo da un numero

Un voto può velocemente assumere un significato molto diverso dal suo valore immediato. Dopo aver letto un 30, un 24 o un 18, lo studente può iniziare a chiedersi che cosa quel risultato dica realmente sulla propria prestazione e, soprattutto, su di sé.

Il passaggio dal risultato alla sua interpretazione è interessante anche alla luce di quanto osservato da Battistelli et al. (2009), che hanno studiato la capacità degli studenti universitari di valutare le proprie prestazioni in prove di matematica, abilità linguistiche e ragionamento formale.

Nonostante gli autori abbiano rilevato una buona consapevolezza delle prestazioni effettive, hanno anche osservato differenze nelle valutazioni comparative: gli studenti con prestazioni più basse tendevano a sovrastimarle, mentre quelli con prestazioni più elevate tendevano a sottostimarle.

Secondo gli autori, questi risultati possono essere compresi considerando l'interazione tra processi cognitivi e metacognitivi e aspetti legati alla rappresentazione che la persona ha di sé. Le valutazioni della propria prestazione, quindi, non sembrano dipendere esclusivamente dal risultato ottenuto, ma possono essere influenzate anche dal modo in cui quel risultato viene integrato nell'immagine che abbiamo di noi stessi (Battistelli et al., 2009). Il voto diventa così il punto di partenza di una storia che raccontiamo su ciò che è successo e sul significato che quell'esperienza può avere per noi.

"È stata solo fortuna"

Prendiamo lo studente che, dopo aver ottenuto un 30, pensa: “Sono stato fortunato: erano proprio gli argomenti che avevo ripassato”. La spiegazione può sembrare plausibile, ma rischia di trasformare un risultato concreto in una casualità, come se quel voto dicesse poco o nulla sulle sue capacità.

In realtà, il rendimento universitario è influenzato da una pluralità di fattori. Helal et al. (2018), analizzando i dati relativi a studenti universitari australiani, sottolineano come caratteristiche demografiche, accademiche e modalità di partecipazione alle attività formative possano contribuire a spiegare le differenze nella performance meglio di altri fattori.

Un voto difficilmente può essere ricondotto a una sola causa. Dire “è andata bene o male perché sono stato fortunato o sfortunato” potrebbe quindi cogliere una parte della storia, ma non necessariamente tutta. La fortuna può aver avuto un ruolo, così come la preparazione, le caratteristiche dell’esame o altri elementi legati alla situazione. Il problema nasce quando una spiegazione possibile diventa l’unica spiegazione, soprattutto quando serve a ridimensionare un risultato positivo o aggravare uno negativo: “questa volta è andata bene, ma non significa che io sia davvero capace”. In questo modo, un’informazione favorevole viene reinterpretata fino a perdere gran parte del suo significato e una negativa può diventare identitaria.

L’inferenza arbitraria: il rischio di semplificare la realtà

Quando tra un voto e il significato che gli attribuiamo mancano alcune informazioni, la mente tende a colmare quei vuoti costruendo rapidamente una spiegazione. Nella prospettiva cognitivo-comportamentale, questo processo può portare all’inferenza arbitraria, cioè ad arrivare a una conclusione senza disporre di elementi sufficienti per sostenerla.

Lo studente che prende 30 e pensa “sono stato fortunato” potrebbe avere effettivamente incontrato domande favorevoli, ma dal solo voto non è possibile stabilire che la fortuna spieghi interamente il risultato. Allo stesso modo, un 21 non permette automaticamente di concludere “non sono portato per questa materia”.

Gilbert (2011) invita però a non considerare le distorsioni cognitive come semplici errori di funzionamento del pensiero, ma a vederle secondo la sua prospettiva evoluzionistica: molti di questi processi derivano da modalità rapide di elaborazione particolarmente sensibili alla minaccia, che possono essere state adattive in determinati contesti.

In situazioni percepite come rischiose, infatti, il sistema cognitivo può privilegiare una risposta rapida rispetto a una valutazione completamente accurata delle informazioni.

Nel caso dello studente, il problema non è quindi semplicemente “pensare male”, ma trasformare una possibile interpretazione in una certezza “sono stato fortunato, quindi quel 30 non dimostra nulla” oppure “ho preso 21, quindi non sono abbastanza bravo”. Lavorare su questi pensieri significa allora non sostituirli automaticamente con pensieri positivi, ma tornare alle informazioni disponibili e chiedersi quanto la conclusione che ne abbiamo ricavato sia realmente sostenuta dai dati.

Donna seduta a una scrivania di legno che rivede un copione in un ambiente d'ufficio.
Ron Lach – Pexels

Da inferire in modo arbitrario a dedurre per porre quesiti

Non tutte le interpretazioni che diamo a un voto sono necessariamente arbitrarie. Dire “ho avuto fortuna” dopo un 30 può essere ragionevole se, per esempio, sono uscite proprio le domande ripassate poco prima. Allo stesso modo, un voto basso può dipendere realmente da una preparazione insufficiente, dalla difficoltà dell'esame o da circostanze contingenti. Il punto, quindi, non è stabilire se l'interpretazione sia positiva o negativa, ma quanto sia proporzionata alle informazioni disponibili.

Dire “sono stato fortunato in questa domanda” è diverso dal concludere “quel 30 non dimostra nulla sulle mie capacità”; così come riconoscere “non ero abbastanza preparato su questo argomento” è diverso dal pensare “non sono portato per questa materia”.

Questa distinzione è rilevante anche considerando il ruolo della self-efficacy, cioè la percezione delle proprie capacità di organizzare e gestire efficacemente le attività accademiche. Girelli et al. (2018), studiando 388 studenti universitari italiani al primo anno, hanno osservato che una maggiore self-efficacy accademica era associata a un migliore adattamento universitario e a una minore intenzione di abbandonare gli studi.

Di fronte a un voto, può quindi essere utile fermarsi e chiedersi: quali elementi mi fanno pensare che sia stata fortuna? Quali indicano invece che ero preparato? Sto descrivendo ciò che è accaduto in questo esame o sto utilizzando questo risultato per confermare un giudizio generale sulle mie capacità? L'obiettivo non è sostituire un pensiero negativo con uno positivo, ma costruire una conclusione proporzionata ai dati disponibili.

Il ruolo della self-efficacy nell’adattamento universitario

Un esame dovrebbe fornire un’informazione circoscritta riassumibile in “come è andata una determinata prestazione, in una determinata situazione?”. A volte, però, il significato attribuito a quel risultato diventa molto più ampio. Un 21 può trasformarsi rapidamente in “non sono intelligente” o “non sono portato per questa facoltà”, così come un 30 può diventare “sono bravo” oppure, al contrario, “quando verrà fuori che sono solo fortunato”.

In questo passaggio, un singolo episodio viene utilizzato per formulare un giudizio generale sulle proprie capacità. L’inferenza arbitraria può quindi intrecciarsi con altri bias cognitivi, come la generalizzazione di un’esperienza particolare o la tendenza a dare meno peso ai risultati positivi.

Questo aspetto è rilevante soprattutto considerando il ruolo della self-efficacy nell’esperienza universitaria. Valenti e Faraci (2021), in uno studio condotto su 204 studenti italiani al primo anno, hanno trovato un’associazione positiva tra self-efficacy e adattamento universitario. La convinzione di essere capaci di affrontare le richieste dell’università, quindi, sembra influenzare il modo in cui gli studenti vivono il proprio percorso.

Questo non significa che un singolo voto determini la percezione che una persona ha di sé, ma aiuta a comprendere perché il significato attribuito a una prestazione possa andare oltre quella specifica prova. “Questo esame è andato male” descrive un’esperienza mentre “sono incapace” definisce invece la persona. Riconoscere questa differenza permette di lasciare al voto il suo significato reale: un’informazione sulla prestazione, non una misura complessiva del proprio valore.

Un terapeuta che partecipa a una sessione di consulenza con un paziente maschile per supportare la salute mentale.
cottonbro studio – Pexels

Una prestazione non ci dirà mai chi siamo

Con l’inizio di un nuovo anno accademico, molti studenti si troveranno nuovamente davanti a voti, con esami superati e prove che a volte potrebbero non andare come sperato. Ogni risultato porterà con sé delle informazioni, ma anche il rischio di attribuirgli un significato più ampio di quello che realmente possiede.

Un 30 non dimostra da solo di essere infallibili, così come un 21 non dimostra di essere incapaci. Può essere utile, allora, fermarsi davanti alle proprie conclusioni e chiedersi quali elementi le sostengono davvero.

Un esame racconta qualcosa di quella prova, non necessariamente qualcosa di definitivo sulla persona che siamo o sul professionista che diventeremo. Affrontare il nuovo anno accademico significa anche imparare a leggere i propri risultati con maggiore equilibrio, riconoscendo gli errori senza trasformarli in etichette e valorizzando i successi senza attribuirli soltanto alla fortuna.

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  • Battistelli, P., Cadamuro, A., Farneti, A., & Versari, A. (2009). Do university students know how they perform?. International electronic journal of elementary education, 2(1), 180-198.
  • Gilbert, P. (1998). The evolved basis and adaptive functions of cognitive distortions. British Journal of Medical Psychology, 71(4), 447-463.
  • Girelli, L., Alivernini, F., Lucidi, F., Cozzolino, M., Savarese, G., Sibilio, M., & Salvatore, S. (2018, November). Autonomy supportive contexts, autonomous motivation, and self-efficacy predict academic adjustment of first-year university students. In Frontiers in education (Vol. 3, p. 95). Frontiers Media SA.
  • Helal, S., Li, J., Liu, L., Ebrahimie, E., Dawson, S., Murray, D. J., & Long, Q. (2018). Predicting academic performance by considering student heterogeneity. Knowledge-Based Systems, 161, 134-146.
  • Valenti, G. D., & Faraci, P. (2021). Predicting university adjustment from coping-styles, self-esteem, self-efficacy, and personality: Findings from a survey in a sample of Italian students. European journal of investigation in health, psychology and education, 11(3), 894-907.

Collaboratori

Enrico Reatini
Professionista selezionato dal nostro team clinico
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