Forse ti è capitato di osservare tuo figlio passare ore davanti a un videogioco e chiederti se si tratti solo di un passatempo o di qualcosa di più. Oppure sei tu che, entrando in gioco "solo per dieci minuti", ti ritrovi a guardare l'orologio e scoprire che è notte fonda, con la sensazione di aver perso la cognizione del tempo.
I videogiochi fanno parte della vita di milioni di persone, giovani e adulti, e nella maggior parte dei casi si tratta semplicemente di un passatempo, un modo per rilassarsi o connettersi con gli altri. Ma a volte, quasi senza accorgersene, il rapporto con il gioco può cambiare forma e diventare qualcosa di più difficile da gestire.
Quando questo accade, le domande che emergono sono spesso le stesse: è davvero un problema, o sto esagerando? Da dove viene questa difficoltà a smettere? E soprattutto, cosa si può fare?
Nelle prossime sezioni troverai degli strumenti per riconoscere i segnali che possono indicare un rapporto problematico con i videogiochi, per capire le cause che possono alimentarlo e per orientarti verso le strade più utili per affrontarlo, che tu stia cercando risposte per te stesso/a o per qualcuno a cui vuoi bene.
Cos'è la dipendenza da videogiochi
La dipendenza da videogiochi, conosciuta in ambito clinico come gaming disorder, è oggi un disturbo ufficialmente riconosciuto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Dal 2022, con l'entrata in vigore dell'ICD-11 (la Classificazione Internazionale delle Malattie, undicesima edizione), il gaming disorder è stato inserito tra i disturbi da comportamenti di dipendenza, alla stregua del gioco d'azzardo patologico.
Ma cosa significa, concretamente? L'ICD-11 descrive questo disturbo come un pattern persistente o ricorrente di comportamento legato al gioco, caratterizzato dalla perdita di controllo, dalla priorità data al gioco rispetto ad altre attività e interessi, e dalla continuazione del comportamento nonostante le conseguenze negative. Per parlare di diagnosi, questi elementi devono essere presenti per almeno 12 mesi.
Anche il DSM-5-TR (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione riveduta), il principale riferimento diagnostico in ambito psichiatrico, include l'internet gaming disorder come condizione che richiede ulteriori studi, riconoscendone la rilevanza clinica.
Vale la pena notare una distinzione importante: il gaming disorder si riferisce principalmente al gioco in rete e in modalità online, dove la dimensione sociale e competitiva può amplificare il coinvolgimento, ma il fenomeno può riguardare anche il gioco offline.
In ogni caso, questo disturbo si inserisce nel quadro più ampio delle dipendenze comportamentali, un insieme di comportamenti problematici legati all'uso di tecnologia, che includono, ad esempio, l'uso compulsivo dei social media o di internet in generale.
Passione intensa o dipendenza? Come capire la differenza
Giocare molte ore ai videogiochi non significa automaticamente avere un problema. È una distinzione importante, e vale la pena fermarsi a rifletterci.
Il punto cruciale non è quante ore passi a giocare, ma se il gioco sta iniziando a compromettere la tua vita al di fuori dello schermo. In altre parole, il discrimine tra un uso intenso e un uso patologico è la compromissione del funzionamento: nelle relazioni, a scuola, al lavoro, nella cura di sé.
Per orientarsi, gli esperti individuano tre segnali chiave a cui prestare attenzione:
- Perdita di controllo sul gioco: fai fatica a smettere quando vuoi, o quando dovresti, e i tentativi di ridurre il tempo davanti allo schermo non portano a nulla di concreto.

- Priorità crescente data al gaming: il gioco occupa sempre più spazio nella tua testa e nelle tue giornate, scalzando progressivamente altre attività, interessi e persone che prima avevano importanza.
- Escalation nonostante le conseguenze: continui a giocare anche quando ti rendi conto che sta creando problemi reali, come conflitti con chi ti vuole bene, rendimento scolastico in calo o difficoltà sul lavoro.
Il momento in cui qualcosa cambia è quando il gioco smette di essere svago e diventa un bisogno difficile da ignorare, qualcosa a cui senti di non poter rinunciare senza disagio.
I segnali da riconoscere: sintomi emotivi e fisici
Riconoscere questi segnali può fare una grande differenza, sia per chi gioca sia per le persone che gli stanno accanto. Il problema, infatti, non sono i videogiochi in sé, ma il momento in cui il gioco inizia a occupare uno spazio sempre più centrale, interferendo con altri aspetti importanti della vita.
Sul piano emotivo e psicologico, i segnali a cui prestare attenzione includono:
- irritabilità e agitazione quando non si riesce a giocare o si viene interrotti;
- ansia anticipatoria o legata all'impossibilità di accedere al gioco;
- umore depresso e senso di vuoto nelle ore lontane dallo schermo;
- pensieri ossessivi sul gioco, anche durante attività completamente diverse;
- sintomi di astinenza reale, come irrequietezza, difficoltà di concentrazione e nervosismo, quando si prova a smettere;
- tolleranza crescente: il bisogno di sessioni sempre più lunghe per provare lo stesso livello di soddisfazione o sollievo.
Sul piano fisico, il corpo può dare segnali altrettanto chiari:
- disturbi del sonno, come difficoltà ad addormentarsi o ritmi completamente invertiti;
- cefalee frequenti e affaticamento oculare;
- dolori alle mani o ai polsi, talvolta riconducibili alla sindrome del tunnel carpale;
- alterazioni del peso legate a sedentarietà e alimentazione irregolare.
Ci sono poi i segnali comportamentali, spesso i più visibili dall'esterno: mentire sul tempo trascorso a giocare, minimizzare o nascondere le sessioni, e un calo progressivo del rendimento scolastico o lavorativo.
Vedere questi segnali non significa etichettare nessuno, ma iniziare a fare le domande giuste.

Sintomi negli adolescenti e negli adulti: cosa cambia
Il gaming disorder può manifestarsi in modo diverso a seconda dell'età. Negli adolescenti è più frequente tra i ragazzi, ma può riguardare anche le ragazze. Una recente revisione internazionale ha stimato che circa l'8,6% degli adolescenti presenta un quadro compatibile con il disturbo da gaming, mentre una quota ancora più ampia si trova in una condizione di rischio (Satapathy et al., 2024).
In questa fascia d'età, i segnali più comuni includono un calo del rendimento scolastico, la perdita di interesse per attività precedentemente gratificanti e un progressivo ritiro dalle relazioni sociali.
Negli adulti, invece, il problema tende a manifestarsi attraverso un crescente isolamento, difficoltà nelle relazioni di coppia o familiari e un impatto negativo sulla vita lavorativa. Possono inoltre comparire difficoltà di concentrazione, attenzione e gestione delle responsabilità quotidiane.
Indipendentemente dall'età, quando il gioco occupa uno spazio sempre più centrale a discapito di altre aree importanti della vita, può essere utile fermarsi e chiedersi se sia il momento di cercare un supporto.
Cause e meccanismi della dipendenza da videogiochi
Se hai mai provato a ridurre il tempo trascorso a giocare senza riuscirci, è importante sapere che non si tratta semplicemente di una mancanza di forza di volontà. Dietro la dipendenza da videogiochi esistono meccanismi psicologici e biologici ben documentati.
Ogni volta che giochiamo, il cervello attiva il circuito della ricompensa, rilasciando sostanze come la dopamina, coinvolta nella motivazione e nella sensazione di gratificazione. Livelli superati, obiettivi raggiunti e ricompense virtuali diventano stimoli che spingono a ripetere l'esperienza.
Per questo motivo, le dipendenze comportamentali condividono molte caratteristiche con le dipendenze da sostanze. Non a caso, il DSM-5 ha riconosciuto il disturbo da gioco d'azzardo come dipendenza comportamentale e ha inserito l'Internet Gaming Disorder tra le condizioni che meritano ulteriori approfondimenti clinici.
Con il tempo, il gioco può diventare progressivamente più importante rispetto ad altre fonti di soddisfazione, facendo apparire meno gratificanti attività quotidiane come lo studio, il lavoro, le relazioni o gli hobby.
Spesso il videogioco non rappresenta il vero problema, ma una strategia per affrontare un disagio più profondo. Per alcune persone diventa un modo per gestire:
- ansia;
- tristezza o umore depresso;
- solitudine;
- noia persistente;
- bassa autostima;
- ansia sociale;
- difficoltà nella gestione delle emozioni.
In psicologia si parla di coping disadattivo: una strategia che nel breve periodo offre sollievo, ma che nel lungo termine rischia di mantenere o amplificare il disagio.
Anche caratteristiche come impulsività, difficoltà di autoregolazione e scarsa tolleranza alla frustrazione possono rendere più difficile interrompere il comportamento di gioco.
Le ricerche mostrano che chi presenta sintomi di ansia, depressione, ADHD o difficoltà relazionali ha un rischio maggiore di sviluppare un rapporto problematico con i videogiochi. In molti casi, queste fragilità precedono la comparsa del disturbo e il gioco diventa il tentativo di gestirle.
Anche il contesto familiare e le esperienze di vita possono avere un ruolo importante. Esperienze infantili difficili, relazioni poco sicure o un ambiente familiare poco supportivo possono aumentare la vulnerabilità, mentre una rete di sostegno solida rappresenta un importante fattore di protezione.
La difficoltà a smettere di giocare, quindi, non è una debolezza né una mancanza di carattere. Spesso è il segnale di un bisogno emotivo che merita di essere compreso e affrontato con gli strumenti adeguati.

Cosa possono fare i genitori
Se sei un genitore e stai leggendo questo articolo, probabilmente hai già notato qualcosa che ti preoccupa: tuo/a figlio/a che gioca per ore, che si arrabbia in modo sproporzionato quando lo chiami a cena, che sembra sempre più distante da tutto ciò che non riguarda lo schermo.
Quei segnali meritano attenzione. Non devi aspettare che la situazione peggiori per iniziare a fare qualcosa.
Un aspetto che spesso sorprende i genitori è la reazione intensa ai limiti imposti: urla, porte sbattute, silenzi prolungati. Ma quella reazione, per quanto difficile da gestire, ha un senso. Se il gioco è diventato il modo principale in cui tuo/a figlio/a regola le emozioni difficili, toglierlo, anche solo temporaneamente, può sentirsi come togliergli l'unico strumento che conosce per stare meglio. Non è capriccio: è disagio che cerca un'uscita.
Questo non significa che non si debbano stabilire dei confini. Significa che il modo in cui si stabiliscono fa tutta la differenza.
Ecco alcune indicazioni pratiche da cui puoi partire:
- Definisci regole chiare e condivise, possibilmente costruite insieme a tuo figlio, non imposte dall'alto: un accordo negoziato ha molte più probabilità di essere rispettato.
- Prova a giocare con lui, anche solo per qualche minuto: capire cosa lo appassiona in quel mondo ti dà accesso a un dialogo autentico, e a lui manda un messaggio potente, ovvero che non stai giudicando, stai cercando di capire.
- Proponi alternative reali e significative, non punitive: uno sport, un hobby, un'attività sociale che risponda agli stessi bisogni di competenza, connessione e divertimento che il gioco soddisfa.
- Evita di demonizzare i videogiochi in quanto tali: farlo rischia di chiudere il dialogo proprio quando ne hai più bisogno.
Gli strumenti di controllo parentale possono essere utili, soprattutto con i più giovani, ma da soli non risolvono nulla. Ciò che fa davvero la differenza è la qualità della relazione: chi si sente visto, ascoltato e supportato ha meno bisogno di rifugiarsi altrove.

Giocare in modo sano è possibile: i videogiochi non sono il nemico
I videogiochi, di per sé, non sono un problema. Possono favorire la creatività, il pensiero strategico, la capacità di risolvere problemi e persino rappresentare uno spazio di socializzazione e condivisione, soprattutto per chi fatica a sentirsi a proprio agio nelle interazioni dal vivo.
La domanda, quindi, non è se giocare sia giusto o sbagliato, ma: che rapporto hai con il gioco?
Giocare per divertimento, relax o per trascorrere del tempo con altre persone è un'attività sana e legittima. La difficoltà nasce quando il gaming diventa l'unica fonte di gratificazione o l'unico modo per gestire emozioni difficili come stress, ansia, tristezza o solitudine.
Per mantenere un rapporto equilibrato con il gioco può essere utile:
- stabilire limiti di tempo realistici e sostenibili;
- alternare il gaming ad altre attività piacevoli, come sport, lettura, uscite o momenti di socialità;
- prestare attenzione alle ragioni per cui si gioca, chiedendosi se il gioco sia una scelta o una fuga da qualcosa che si fatica ad affrontare;
- mantenere vivi interessi, relazioni e obiettivi anche al di fuori del mondo virtuale.
L'obiettivo non è smettere di giocare, ma fare in modo che il gioco rimanga una parte della propria vita, senza diventare l'unica. La differenza non la fa il tempo trascorso davanti allo schermo, ma l'equilibrio tra il gaming e le altre aree importanti della vita.

Quando chiedere aiuto e come funziona il percorso terapeutico
Se ti accorgi di pensare spesso al gioco anche quando non stai giocando, se hai provato più volte a ridurre il tempo trascorso davanti allo schermo senza riuscirci, o se il gaming sta influenzando il rendimento scolastico, il lavoro o le relazioni, potrebbe essere utile confrontarti con un professionista.
Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un passo concreto verso una maggiore comprensione di ciò che stai vivendo.
Tra gli approcci che hanno mostrato maggiore efficacia nel trattamento del gaming disorder vi è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), che aiuta a riconoscere e modificare i pensieri e i comportamenti che mantengono il problema. Ad esempio, può essere utile lavorare su convinzioni come "valgo solo quando gioco bene" o "il gioco è l'unico posto in cui mi sento davvero competente".
La ricerca suggerisce inoltre che molte persone con gaming disorder presentano difficoltà preesistenti, come ansia, depressione, ADHD o problemi relazionali. Per questo motivo, intervenire precocemente sul disagio emotivo sottostante può contribuire a ridurre il rischio che il problema si sviluppi o si intensifichi.
Accanto alla CBT, possono essere utilizzati altri strumenti terapeutici, tra cui:
- il colloquio motivazionale, utile per rafforzare la motivazione al cambiamento;
- gli interventi basati sulla mindfulness, che aiutano a gestire emozioni e impulsi senza ricorrere automaticamente al gioco;
- il coinvolgimento della famiglia, particolarmente importante nel lavoro con adolescenti e giovani adulti.
In alcuni casi è possibile modificare autonomamente le proprie abitudini, soprattutto quando il problema è ancora nelle fasi iniziali. Tuttavia, il supporto professionale può rendere il percorso più efficace, offrendo strumenti concreti e uno spazio di ascolto in cui comprendere cosa si nasconde dietro il bisogno di giocare.
I primi segnali di cambiamento spesso non riguardano semplicemente il tempo trascorso online, ma una maggiore qualità della vita: ritrovare interesse per attività abbandonate, migliorare il sonno, recuperare energie, sentirsi più presenti nelle relazioni e riuscire a gestire le emozioni difficili senza dover necessariamente rifugiarsi nel gioco.
Un passo alla volta, verso una vita più libera
Rendersi conto che qualcosa nel proprio rapporto con il gioco non sta funzionando come si vorrebbe non è una sconfitta. Al contrario, è spesso il primo passo verso un cambiamento possibile.
Che tu sia una persona che si interroga sulle proprie abitudini di gioco o un genitore preoccupato per il benessere di un figlio, fermarti a riflettere su ciò che sta accadendo è già un segnale importante di consapevolezza.
Il cambiamento raramente avviene da un giorno all'altro. È un percorso fatto di piccoli passi, momenti di difficoltà e progressi graduali. Non serve essere perfetti per stare meglio.
Quando il gioco inizia a occupare troppo spazio nella vita quotidiana, confrontarsi con uno/a psicologo/a può aiutare a comprendere le ragioni profonde di questa difficoltà, a sviluppare strategie più efficaci per gestire emozioni e stress e a ritrovare un equilibrio tra il mondo virtuale e quello reale.
Con il giusto supporto è possibile costruire un rapporto più libero e consapevole con il gioco, recuperando spazio per le relazioni, gli interessi personali e tutto ciò che contribuisce al proprio benessere.
Se senti che è arrivato il momento, puoi trovare un professionista che fa per te e fare il primo passo da uno spazio sicuro, senza giudizio.




