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Disturbi psichici
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Fallimenti della memoria: quando preoccuparsi davvero?

Fallimenti della memoria: quando preoccuparsi davvero?
Nicole Donato
Psicoterapeuta ad orientamento Analitico Transazionale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
17.4.2026
Fallimenti della memoria: quando preoccuparsi davvero?
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Sempre più spesso ci capita di dimenticare dove abbiamo parcheggiato la macchina: ci ritroviamo immobili fuori dal portone di casa cercando di ricordare, di ripercorrere il tragitto fatto la sera precedente prima di rientrare, ma niente. Oppure amici e familiari si lamentano perché dimentichiamo eventi importanti, compleanni, celebrazioni.

Insomma, i fallimenti della nostra memoria diventano più frequenti. Ma quando dovremmo iniziare a preoccuparci? E soprattutto, quali possono essere le cause? Scopriamolo in questo articolo.

La memoria

La memoria, per quanto comune a tutti gli esseri umani, è dinamica: può subire variazioni nel corso del tempo e, come tutte le funzioni cognitive, risente di fattori personali. Come da definizione, la memoria è “la capacità di immagazzinare e conservare nel tempo le informazioni apprese e di recuperarle quando ci servono”. Il processo di elaborazione delle informazioni si articola in tre importanti fasi:

  • la codifica: l’informazione viene acquisita e appresa dal soggetto,
  • l’immagazzinamento: permette di mantenere l’informazione in memoria finché serve,
  • il recupero: permette, appunto, di recuperare l’informazione precedentemente immagazzinata.

Inoltre distinguiamo la memoria in:

  • memoria a breve termine (MBT), che riesce a immagazzinare nozioni per circa mezzo minuto e ha una capacità limitata,
  • memoria a lungo termine (MLT), che presenta una capacità di contenuti e una durata illimitata.

Tipi di fallimento della memoria

Quando diciamo “ho un vuoto di memoria”, spesso stiamo descrivendo fallimenti diversi che avvengono in fasi differenti del processo mnestico. Capirlo può aiutarci a non allarmarci e a scegliere strategie mirate.

  • Fallimento di codifica: l’informazione non entra davvero in memoria perché l’attenzione era altrove. Esempio: appoggi le chiavi mentre rispondi a un messaggio e poi “spariscono”.
  • Fallimento di immagazzinamento (consolidamento): l’informazione è stata appresa, ma non si stabilizza nel tempo. Esempio: ricordi un nome appena presentato, ma il giorno dopo non lo recuperi più.
  • Fallimento di recupero: l’informazione c’è, ma non trovi la “strada” per raggiungerla. Esempio: hai “sulla punta della lingua” una parola e ti viene in mente solo più tardi.

Molte dimenticanze quotidiane rientrano soprattutto in codifica e recupero, più che in una vera perdita del contenuto: in altre parole, spesso l’informazione non è “sparita”, ma in quel momento risulta difficile da richiamare. In linea con questa idea, una review conclude che la maggior parte dell’oblio è dovuta a un fallimento di recupero (retrieval failure) più che a una cancellazione irreversibile della traccia mnestica (Miller, 2021).

I fallimenti della memoria nella vita quotidiana possono essere compresi alla luce di quattro grandi famiglie di meccanismi:

  • Interferenza associativa: quando nuove o vecchie informazioni competono tra loro.
  • Decadimento spontaneo con l’aumentare dell’intervallo di ritenzione: quando il ricordo si indebolisce col passare del tempo.
  • Spiazzamento dalla memoria a breve termine da parte di informazioni irrilevanti: quando distrazioni e dettagli non pertinenti “occupano spazio” e sostituiscono ciò che ci serve.
  • Segnali di recupero inadeguati al momento del test: quando il contesto o gli indizi disponibili non sono quelli giusti per riattivare il ricordo.

In altre parole, i fallimenti della memoria non dipendono solo da “quanto siamo bravi a ricordare”, ma da meccanismi prevedibili studiati dalla psicologia cognitiva:

  • Decadimento: se un’informazione non viene riattivata, tende a indebolirsi. Esempio: un codice o una password usati raramente diventano più difficili da richiamare.
  • Interferenza proattiva: il vecchio ostacola il nuovo. Esempio: continui a digitare il vecchio PIN anche dopo averlo cambiato.
  • Interferenza retroattiva: il nuovo “copre” il vecchio. Esempio: dopo aver imparato un nuovo numero di telefono, fai fatica a ricordare quello precedente.
  • Fallimento dei cue (indizi di recupero): mancano gli agganci giusti (contesto, odori, luoghi, parole associate). Esempio: non ricordi dove hai parcheggiato finché non ripercorri la stessa strada.
  • Errori di codifica per distrazione: multitasking e fretta riducono la qualità della traccia mnestica. Esempio: “non ricordo se ho chiuso la porta” perché l’azione era automatica e non registrata consapevolmente.

Perché dimentichiamo così in fretta? La curva dell’oblio

Una parte dei fallimenti della memoria è “normale”: il cervello seleziona cosa mantenere e cosa lasciare andare. Un modello classico è la curva dell’oblio descritta dallo psicologo tedesco Hermann Ebbinghaus (1885), che mostrò come la perdita di informazioni sia più rapida nelle prime ore/giorni dopo l’apprendimento e poi rallenti. In pratica, se non ripassiamo o non riutilizziamo ciò che abbiamo appreso, la probabilità di recuperarlo cala velocemente.

Questo non significa che la memoria “si stia rompendo”: spesso indica che l’informazione non è stata consolidata con ripetizioni, collegamenti di significato o richiami nel tempo. La buona notizia è che, proprio perché il meccanismo è prevedibile, possiamo contrastarlo con strategie semplici come per esempio ripassi distanziati e indizi di recupero.

Qual'è la differenza tra memoria e ricordo?

La memoria e la capacità di apprendere fanno parte di noi fin da piccolissimi: ci aiutano a crescere, a progettare, a costruire un bagaglio culturale che ci permetterà di acquisire un ruolo, un’identità. Memoria e ricordo sono due termini che hanno affinità, ma in sostanza indicano due effetti del nostro mondo interiore:

  • Memoria: capacità di immagazzinare e recuperare nel tempo le informazioni, scollegandole però del tutto dal nostro vissuto emotivo.
  • Ricordo: tutto quello che, della nostra memoria, assume un’accezione nostalgica.

Memoria e ricordo quindi viaggiano di pari passo e sono necessari l’uno all’altro. Se non vivessimo di ricordi probabilmente saremmo come i nostri computer: pieni di informazioni, ma incapaci di vivere emozioni.

Tuttavia, proprio questa natura “viva” ed emotiva rende la nostra memoria meno precisa di un hard disk: essa non si limita a conservare i dati, ma li rielabora continuamente, influenzata dal tempo e dalle suggestioni esterne. È in questa fessura tra ciò che è accaduto e ciò che rievochiamo che possono nascere delle piccole crepe. Altre volte, invece, il ricordo può essere contaminato da informazioni false: questo fenomeno prende il nome di "effetto Mandela".

Lisa Fotios - Pexels

Quando preoccuparsi per i fallimenti della memoria e a chi rivolgersi?

Se percepiamo frequenti “fallimenti della memoria”, può essere utile rivolgersi a un neurologo: attraverso una valutazione specialistica e test neuropsicologici, lo specialista potrà capire se si tratta di un problema di natura neurologica (e quindi di sua competenza) oppure di una alterazione dello stato psicologico legata, per esempio, a un periodo di demotivazione o a sintomi depressivi.

Dimenticare un nome, perdere il filo di un discorso o non ricordare dove si sono messe le chiavi può far nascere preoccupazione, ma non sempre ciò che percepiamo come “vuoto di memoria” indica un problema reale. Uno studio ha infatti dimostrato che il modo in cui valutiamo la nostra memoria spesso non coincide con quanto questa funzioni davvero. Molte persone che riferivano grandi difficoltà cognitive hanno poi ottenuto ottimi risultati nei test di laboratorio (Rabbitt & Abson, 1990).

Proprio per questo, per capire se si tratti di semplici sviste o di veri segnali d'allarme, possiamo osservare come si comportano queste dimenticanze nel tempo e quanto pesano sulla giornata. Più che il singolo episodio, infatti, conta la continuità: è importante chiederti se le difficoltà stiano peggiorando, se rendano complicato gestire il lavoro e gli impegni quotidiani, o se le persone che ti stanno vicino abbiano iniziato a notare cambiamenti insoliti.

In fondo, non tutte le dimenticanze hanno lo stesso valore. Di solito, i piccoli vuoti di memoria sono passeggeri, legati a periodi di forte stress o distrazione, e si risolvono facilmente adottando qualche piccola strategia o una routine più ordinata. Altri segnali, invece, meritano un’attenzione diversa e un parere professionale, perché potrebbero indicare un affaticamento più profondo del nostro cervello:

  • Progressione: i vuoti aumentano nel tempo e non oscillano più.
  • Impatto funzionale: la memoria compromette lavoro, gestione della casa, farmaci, denaro.
  • Ripetizione di domande o racconti: non è solo “dimenticare un dettaglio”, ma non ricordare di aver già chiesto/detto.
  • Disorientamento: difficoltà a orientarsi in luoghi familiari o a seguire percorsi abituali.
  • Nuove difficoltà di apprendimento: fatica marcata a imparare informazioni semplici e recenti anche con calma e ripetizione.

Se riconosci più segnali insieme, ha senso parlarne con il medico e valutare un approfondimento neuropsicologico.

L'influenza di stress e umore sulla memoria

Stress, ansia e umore possono “spengere” la nostra capacità di codificare e recuperare le informazioni: quando la mente è appesantita, l’attenzione si frammenta, diventa più difficile fissare ciò che viviamo nel momento presente e, in seguito, richiamarlo con chiarezza. È importante ricordare che anche il modo in cui ci sentiamo può modificare la percezione dei nostri vuoti di memoria. Uno studio, infatti, suggerisce che umore depresso e/o una peggiore autostima possano farci credere di avere più problemi di memoria (Rabbitt & Abson, 1990).

Quando siamo sotto stress o in uno stato di ansia, il problema spesso non è “perdere” i ricordi, ma non registrarli bene o non riuscire a recuperarli al momento giusto. L’attenzione si restringe su ciò che preoccupa (rimuginio, allerta, urgenze) e lascia meno risorse per codificare dettagli come dove abbiamo messo un oggetto o cosa ci è stato detto.

Nell’umore depresso, invece, possono comparire lentezza mentale, ridotta iniziativa e difficoltà di concentrazione: anche qui la memoria può sembrare peggiorata perché l’informazione entra in modo più “sbiadito” e viene richiamata con più fatica. Lavorare su stress e sintomi emotivi può quindi avere un effetto diretto anche sulla memoria quotidiana.

Cosa fare subito: strategie pratiche per affrontare i fallimenti della memoria

Se i fallimenti della memoria sono soprattutto di codifica e recupero, alcune tecniche possono ridurre gli “incidenti” quotidiani migliorando attenzione e organizzazione:

  • Attenzione intenzionale (10 secondi): quando appoggi un oggetto, fermati e “nomina” l’azione. Esempio: “Chiavi nel cassetto dell’ingresso”.
  • Chunking: raggruppa informazioni in unità significative. Esempio: un numero lungo diventa 3 blocchi, più facile da mantenere.
  • Cueing (indizi): crea un aggancio sensoriale o semantico. Esempio: associare un nome a un dettaglio (“Marco con la maglia verde”).
  • Spaced repetition: ripassi brevi e distanziati nel tempo, invece di uno solo lungo. Esempio: ripetere un nome dopo 1 minuto, poi dopo 1 ora, poi il giorno dopo.
  • Intenzioni di implementazione: automatizza il recupero. Esempio: “Se entro in casa, allora metto subito le chiavi nel gancio”.

Queste strategie non “potenziano” magicamente la memoria ma possono ridurre le condizioni che la fanno fallire.

Esempio guidato: tre fallimenti tipici, tre strategie mirate

Vediamo tre situazioni comuni che ti possono aiutare a vedere come cambiano le strategie in base al tipo di fallimento:

  • Parcheggio (cue di recupero): appena scendi, crea 2 indizi. Esempio: “Secondo piano, colonna B, vicino all’uscita” + una foto rapida del cartello. Quando non ricordi, prova a non “forzare” a vuoto: ricostruisci il contesto (da quale ingresso sei entrato? che negozio hai visto?).
  • Chiavi (codifica distratta): riduci il multitasking nel momento critico. Esempio: prima di rispondere al telefono, appoggia le chiavi nel posto fisso e verbalizza: “gancio ingresso”. La verbalizzazione può migliorare la traccia perché aggiunge un canale linguistico.
  • Nomi (interferenza e consolidamento): puoi ripetere il nome subito e collegalo a un significato. Esempio: “Piacere Luca, come mio cugino Luca” e poi usalo una seconda volta nella conversazione. Un richiamo precoce riduce l’oblio iniziale.

L’obiettivo non è ricordare tutto, ma rendere più affidabili i ricordi che ti servono davvero.

Prendersi cura delle emozioni per ritrovare la memoria

È naturale spaventarsi di fronte a un vuoto di memoria, ma prima di proiettarsi verso diagnosi allarmanti, è utile fermarsi un istante e ascoltarsi davvero. Spesso il nostro cervello usa la dimenticanza come un segnale di "sovraccarico": ci sta dicendo che lo stress è troppo, che l’umore è ai minimi o che c'è un nodo emotivo che richiede attenzione.

Puoi chiederti: C’è qualcosa che mi turba in questo periodo? Sono sottoposto a una pressione eccessiva? Il mio umore è spesso basso?” Se la risposta è sì, il passo successivo non è convivere con l'ansia, ma prendersi cura di sé. Rivolgersi a uno/a psicologo/a può fare la differenza: non solo per ritrovare serenità e benessere, ma anche per restituire alla mente la lucidità e la prontezza di un tempo.

Se senti il bisogno di parlarne, puoi trovare il professionista più adatto a te su Unobravo. Iniziare un percorso significa dare spazio a ciò che provi, per permettere alla tua memoria, e alla tua vita, di tornare a scorrere con leggerezza.


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