Come nei migliori horror, all’inizio sembra tutto molto semplice, qualcuno crea il gruppo WhatsApp della classe, aggiunge gli altri genitori e scrive un innocuo “Ciao a tutti!”. Poi, nel giro di pochi giorni, compaiono le prime domande sui compiti, le comunicazioni per le attività, le foto, i sondaggi, i messaggi scritti alle undici di sera e, quasi inevitabilmente, la prima discussione sulla cosa più apparentemente innocua del mondo.
Il gruppo di WhatsApp dei genitori nasce come un luogo in cui scambiarsi informazioni pratiche ma si trasforma in una piccola società con tutti i suoi difetti e, fortunatamente, i suoi tanti pregi.
Vederli più da vicino può aiutarci a riflettere sull’importanza di essere cittadini e genitori.
Benvenuti nel gruppo Whatsapp dei genitori: un mondo reale
Il fenomeno della creazione di gruppi Whatsapp dei genitori è talmente diffuso da essere stato oggetto di diversi studi scientifici.
Cino, Gigli e Demozzi (2021) hanno studiato questo fenomeno attraverso un'indagine esplorativa su 302 genitori italiani, osservando come i “Parenting WhatsApp Groups” siano diventati i principali spazi di interazione tra genitori intorno alla vita scolastica dei figli. Questi gruppi permettono di condividere informazioni su compiti, attività ed eventi, ma anche di chiedere consigli, confrontarsi e costruire forme di supporto tra pari.
Gli autori sottolineano come il gruppo WhatsApp, grazie alla comunicazione di gruppo, alle notifiche di lettura e alla possibilità di essere raggiunti in qualsiasi momento, possa creare nuove aspettative rispetto alla partecipazione e alla risposta degli altri membri.
La chat, insomma, può diventare un vero e proprio spazio sociale, con proprie regole, aspettative e modalità di partecipazione (Cino et al., 2021). Ed è proprio qui che la questione diventa interessante, perché quando una ventina di genitori entra nella stessa chat, insieme alle informazioni possono arrivare anche ruoli, alleanze, silenzi, influenze e, prima o poi, qualcuno che scrive “Scusate, intervengo solo un secondo”.
Proviamo a spiegarci alcune di queste dinamiche!

Il rappresentante del gruppo WhatsApp
“Ragazzi, visto che nessuno lo sta facendo, scrivo io all'insegnante”.
Una frase che potrebbe essere l’inizio di un'involontaria nuova carriera. Da quel momento quella persona potrebbe diventare il riferimento per la raccolta delle informazioni, la proposta dei sondaggi, la notifica delle scadenze e il riassunto delle decisioni di un intero anno! Così, senza che nessuno l’abbia formalmente nominata, può assumere progressivamente il ruolo di punto di riferimento per il gruppo.
In psicologia sociale e organizzativa questo fenomeno può essere ricondotto alla leadership informale, cioè a una forma di influenza che non deriva da una posizione di potere ufficialmente assegnata. Leino (2025) descrive questa forma di leadership proprio come un processo nel quale l’influenza e l’azione di guida emergono senza che sia presente un ruolo formale ma basandosi su elementi come la conoscenza, la comunicazione, la capacità di agire e le relazioni all’interno del gruppo.
Non è quindi necessariamente il genitore che “comanda” di più, ma quello al quale gli altri iniziano spontaneamente a riconoscere una funzione di orientamento. La leadership informale, infatti, viene in parte concessa dagli altri membri del gruppo, attraverso una dinamica nella quale una persona assume un ruolo e gli altri contribuiscono a legittimarlo (Leino, 2025).
Il conformismo del “non ne vale la pena”
Una prima proposta riceve dodici “👍”, due “va bene” e nessuna obiezione. Qualcuno pensa che non sia una buona idea, ma decide di non scriverlo. Dopo qualche minuto arriva la frase che mette tutto a tacere:
“Direi che siamo tutti d’accordo”.
In realtà, quel consenso potrebbe essere meno compatto di quanto sembri. Il gruppo può infatti influenzare non soltanto ciò che pensiamo, ma anche ciò che scegliamo di esprimere agli altri. È uno dei fenomeni studiati da Levitan e Verhulst (2016), che hanno empiricamente osservato come l’esposizione alle opinioni degli altri possa favorire un adeguamento delle proprie risposte alle posizioni prevalenti nel gruppo.
L’effetto risulta particolarmente evidente quando il gruppo appare unanime: trovarsi di fronte a persone apparentemente tutte d’accordo aumenta la probabilità che i partecipanti modificassero la propria risposta per avvicinarla a quella degli altri. Ancora più interessante, in alcuni casi l’influenza non si limitava alla risposta data pubblicamente, ma continuava a emergere anche quando le persone venivano successivamente interrogate in privato (Levitan & Verhulst, 2016).
Nel gruppo WhatsApp, naturalmente, non significa che ogni “👍” sia il risultato di un processo di conformismo. Può però essere sufficiente a ricordarci che il silenzio di chi non è d’accordo non equivale necessariamente all’approvazione.

Il genitore che legge e giudica
C’è poi il genitore che non scrive mai, non mette emoji, non partecipa ai sondaggi, ma sa perfettamente cosa è successo nelle ultime 36 ore. “Visualizzato”, insomma, non significa assente. Anche chi non interviene fa parte della dinamica del gruppo: osservando gli altri, si costruisce progressivamente un’idea di chi siano gli altri membri e sa benissimo chi ha una vena più polemica, chi è disponibile, chi cerca sempre di avere ragione e chi, come sé, non risponde mai.
In una chat queste impressioni vengono però ricavate da segnali piuttosto poveri come il numero e la lunghezza dei messaggi, i tempi di risposta, le emoji, il tono percepito e persino i silenzi. Wilson et al. (2012), studiando le interazioni su Facebook, hanno evidenziato proprio la differenza tra i semplici legami sociali e le interazioni effettive tra gli utenti. Online essere collegati non significa necessariamente interagire allo stesso modo o con la stessa frequenza. Nel gruppo dei genitori, quindi, anche il genitore silenzioso può essere un attento osservatore tutt'altro che passivo o assente.
La polemica: un momento cruciale
Molto spesso la prima vera polemica potrebbe nascere da qualcosa di apparentemente innocuo, come ad esempio la foto di gruppo della classe. C’è chi la vorrebbe come ricordo dell’anno, chi chiede se tutti abbiano dato il proprio consenso, chi preferisce non essere fotografato e chi, più semplicemente, si domanda se quel clamore non sia eccessivo.
Dietro una discussione che può sembrare banale si introduce un tema centrale nelle dinamiche di gruppo, quello delle norme sociali, cioè delle regole, esplicite o implicite, che definiscono ciò che viene considerato accettabile e appropriato all’interno di una comunità. Anche una semplice fotografia, quindi, può richiedere al gruppo di stabilire quali comportamenti siano condivisi e quali invece necessitano del consenso dei singoli.
Ed è spesso proprio quando qualcuno mette in discussione una consuetudine che le regole del gruppo diventano visibili. La polemica sulla foto, in questo senso, non riguarda soltanto una fotografia, ma il modo in cui una classe costruisce e negozia ciò che considera normale.

Il Capro Espiatorio: una necessità di gruppo
Le dinamiche del gruppo possono diventare più delicate quando un problema organizzativo, inizialmente percepito come collettivo, viene progressivamente associato a una singola persona:
“È sempre lei che crea problemi”, “Lui non collabora mai”, “Se ci sono discussioni è perché interviene sempre quella mamma”.
È in situazioni di questo tipo che può essere utile introdurre il concetto di capro espiatorio, riferito al processo attraverso cui una parte delle tensioni e delle difficoltà di un gruppo viene concentrata in modo sproporzionato su un individuo.
Attribuire a una sola persona la responsabilità di una situazione complessa può infatti rendere più semplice individuare un presunto “problema” e dare al gruppo una spiegazione immediata di ciò che sta accadendo.
Questo non significa, naturalmente, che ogni critica, discussione o conflitto indichi la presenza di un capro espiatorio. Il punto è osservare come, in alcune dinamiche, una persona possa progressivamente diventare il bersaglio delle tensioni collettive, finendo per rappresentare agli occhi del gruppo difficoltà che in realtà hanno origini più ampie.
Dalla chat alla realtà: perché la classe non è solo dei bambini
Il gruppo WhatsApp non rimane necessariamente confinato allo smartphone poiché le impressioni costruite nella chat possono influenzare il modo in cui i genitori si comportano alle riunioni, davanti alla scuola o durante le attività dei bambini. Conformismo, leadership informale, norme sociali e capro espiatorio sono fenomeni diversi, ma possono intrecciarsi perché il gruppo produce regole, assegna implicitamente ruoli e costruisce appartenenze.
Questo non significa che ogni messaggio o ogni discussione debba essere analizzato come un caso di psicologia sociale e non serve diventare psicologi della chat per partecipare a un gruppo WhatsApp. Può però essere utile ricordare che il consenso non coincide necessariamente con il silenzio, che chi scrive di più non è automaticamente il leader e che un disaccordo non deve trasformarsi in una questione personale.
La chat, infatti, spesso amplifica dinamiche che esistono già nella vita quotidiana, più che crearle dal nulla. Dietro comunicazioni su merende, autorizzazioni, foto e messaggi scritti un po' troppo tardi si nascondono spesso risorse, bisogni e necessità reali.
Tenerlo sempre a mente può far sì che anche il prossimo “Buongiorno a tutti, una domanda…” verrà letto con occhi un po’ diversi. Anche se, davanti a un messaggio di 90 righe che inizia con “Scusate, intervengo solo un secondo”, mettere il telefono in modalità silenziosa resta una possibilità concreta!






