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La generatività condivisa: quando la coppia diventa famiglia

La generatività condivisa: quando la coppia diventa famiglia
Giulia Commissari
Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
28.5.2026
La generatività condivisa: quando la coppia diventa famiglia
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  • La transizione alla genitorialità richiede interiorizzazione dei modelli familiari e incontro di coppia per costruire un progetto comune.
  • La cogenitorialità è la qualità della collaborazione tra genitori e può essere fragile anche se il legame genitore-bambino è buono.
  • Rimandare la genitorialità senza un pensiero progettuale aumenta il rischio di sospensione decisionale, evitamento del conflitto e confini confusi con le famiglie d’origine.
  • Aspettative rigide, comunicazione evitante e sovraccarico sono fattori di rischio, mentre alleanza di coppia, supporto sociale e flessibilità sono fattori protettivi.
  • La generatività condivisa non è solo desiderare un figlio, ma costruire e sostenere nel tempo un significato e una responsabilità genitoriale condivisi.

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Il passaggio alla genitorialità rappresenta una sfida complessa ma potenzialmente evolutiva per la persona e per la coppia. La generatività può essere un obiettivo del sistema familiare. In questo sistema, ogni transizione è un passaggio da una condizione data a una nuova, che ripropone la necessità di:

  • rielaborare le relazioni che si sono instaurate;
  • dare loro nuovi significati alla luce delle mutate condizioni.

Verso la genitorialità

Nel momento del passaggio e del cambiamento verso una condizione di genitorialità, è possibile comprendere:

  • quale sia il patto su cui si basa una certa organizzazione familiare;
  • quali sono i modelli di relazione consolidati;
  • quali aspetti del legame sono fonte di benessere e quali fonte di disagio.

Per comprendere il senso complessivo delle transizioni, la loro possibile riuscita e un conseguente incremento del benessere familiare, è necessario adottare uno sguardo intergenerazionale, attento ai processi di trasmissione tra le generazioni.

Due momenti della transizione alle genitorialità

Nella società contemporanea, diventare genitori può rappresentare un rito di passaggio all’età adulta, ponendo le basi per il superamento dei confini gerarchici tra genitori e figli. La coppia costruisce un proprio percorso maturativo soprattutto quando riesce a distinguersi dalle famiglie di origine.

È possibile distinguere due momenti nella transizione alla genitorialità:

  1. il processo di interiorizzazione delle funzioni genitoriali che ciascun coniuge compie a partire dalle relazioni con la propria famiglia di origine;
  2. l’incontro che si realizza tra i coniugi e che dà vita all’esercizio concreto delle funzioni genitoriali come nuovo elemento della coppia.

Quando la coppia si riconosce nella propria rete parentale, e da lì parte per differenziarsi, può attivare un processo sano ed efficace di acquisizione della funzione genitoriale, che permette di costruire un proprio stile coniugale nell’esercizio delle funzioni genitoriali. Quando, al contrario, l’esito di forme di legame sfavorevoli è l’inibizione alla generatività, può essere trasmesso il rifiuto e l’impossibilità di esercitare la responsabilità genitoriale.

I due momenti descritti (interiorizzazione e incontro) si influenzano a vicenda.

L’interiorizzazione non è una “copia” del modello ricevuto, ma un lavoro di selezione, rifiuto e trasformazione di ciò che si è vissuto come figli. L’incontro di coppia, invece, è il punto in cui due storie familiari diverse devono diventare un progetto comune, traducendosi in scelte quotidiane: è qui che prende forma anche la cogenitorialità, che non coincide con la semplice somma di maternità e paternità.

Infatti, può esistere una buona relazione genitore-bambino (diadica) ma una cogenitorialità fragile, con genitori emotivamente connessi al figlio ma disconnessi tra loro. Per questo motivo, intervenire solo sulle relazioni diadiche non è considerato sufficiente se non si lavora anche sulla qualità della cogenitorialità.

Artem Beliaikin - Pexels

Difficoltà nella transizione alla genitorialità

Alcune difficoltà tipiche possono nascere quando:

  • I modelli interiorizzati sono rigidi: “si fa così e basta”, con poca flessibilità nel negoziare con il partner.
  • Le lealtà familiari restano prioritarie: il bisogno di approvazione dei genitori può pesare più del patto di coppia.
  • Le aspettative sono implicite: ciascuno dà per scontato che l’altro “capisca” cosa significhi essere madre/padre.

Quando, invece, l’incontro di coppia riesce, i partner costruiscono un “terzo spazio”: non la famiglia di lui, non la famiglia di lei, ma la famiglia che stanno creando.

La transizione alla genitorialità non è solo “avere un figlio”, ma rappresenta una ridefinizione identitaria e relazionale. Il passaggio implica integrare il nuovo ruolo di genitore senza perdere del tutto quelli precedenti (partner, figlio/a dei propri genitori, lavoratore/trice).  In ottica evolutiva, lo psicologo Erik Erikson descrive la generatività come compito dell’età adulta: prendersi cura e contribuire alla crescita di altri, oltre il proprio interesse immediato (Erikson, 1950).

Sul piano di coppia, la nascita del figlio richiede rinegoziare tempo, intimità, priorità e potere decisionale e, non di rado, questa riorganizzazione si accompagna anche a un calo della soddisfazione coniugale: una meta-analisi su 49 studi ha rilevato una diminuzione media della soddisfazione tra la gravidanza e i 12 mesi dopo il parto, sia per le madri sia per i padri (Bogdan et al., 2022). La coppia passa così da un “Noi” centrato sul legame a un “Noi” che include un terzo, con il rischio di sentirsi meno visti o meno importanti.

Sul piano intergenerazionale, cambiano anche i confini: i partner diventano genitori e, contemporaneamente, i loro genitori diventano nonni. Se i confini restano confusi (intrusioni, aspettative non dette), la coppia può faticare a costruire uno stile genitoriale coerente e condiviso.

Il processo di transizione della coppia

Una ricerca condotta dalle psicologhe Scabini e Greco ha messo in relazione il processo di transizione in un campione di venti coppie, di cui dieci con figli e dieci senza figli, e i loro genitori, per un totale di sessanta coppie genitoriali appartenenti a due generazioni.

La ricerca ha valutato la specificità della posizione reciproca di coniugi giovani e dei loro genitori nelle due situazioni di “transizione effettuata” e “transizione rimandata”. Le coppie senza figli non erano rappresentative di un rifiuto volontario della genitorialità, ma rimanevano nell’ambito della transizione progettata o rimandata.

Dalla ricerca è emerso come il rischio fosse l’assenza di un pensiero progettuale che prevedesse una progettazione procreativa con una scadenza. Il rischio delle coppie senza figli era quello di un rimando indefinito della transizione di parenthood, che porta i coniugi a vivere a lungo una situazione autoreferenziale, che esalta aspetti pseudo-adolescenziali nel rapporto con i propri genitori.

Wallace Araujo - Pexe

La transizione alla genitorialità può essere rimandata per motivi diversi, tra cui quelli economici, lavorativi, di salute, di coppia e si inserisce in un contesto più ampio in cui, come attestano i dati Istat, le nascite continuano a diminuire.

Il punto critico, come suggerisce la ricerca citata, non è il “non avere ancora figli” in sé, ma l’assenza di un pensiero progettuale: quando il rimando diventa indefinito, la coppia rischia di restare in una posizione sospesa, con il peso emotivo di una scelta che non si chiarisce e che, nel tempo, può diventare sempre più difficile da affrontare insieme.

Questa sospensione può avere effetti specifici sulla relazione:

  • Autoreferenzialità di coppia: il “Noi” si chiude e fatica a immaginarsi come sistema aperto e generativo.
  • Dipendenza emotiva dalle famiglie d’origine: se non si compie un passo di differenziazione, i confini restano permeabili e la coppia fatica a sentirsi adulta.
  • Evitamento del conflitto: non decidere può diventare un modo per non affrontare divergenze su valori, ruoli e paure.

In questi casi, lavorare sul progetto non significa forzare una scelta, ma rendere pensabile e dicibile ciò che oggi è evitato.

Amina Filkins - Pexels

Forme disfunzionali di genitorialità

Oggi è possibile assistere al diffondersi di forme di vita familiari e di convivenza che si allontanano dai modelli delle generazioni precedenti. In questo scenario, anche la motivazione ad avere figli e la capacità di svolgere le funzioni genitoriali all’interno di nuovi gruppi sociali si manifestano in modo più complesso rispetto al passato, e può emergere una diffusa fatica adulta nel generare e crescere figli.

Questa trasformazione si intreccia con un dato demografico che aiuta a cogliere la portata del cambiamento: la fecondità media stimata nel 2024 era pari a 1,18 figli per donna, in calo rispetto al 2023 (1,20) (Istat, 2025).

Lo psicologo Franco Baldoni ha delineato tre forme disfunzionali della genitorialità, che evidenziano un possibile vissuto di perdita rispetto al ruolo genitoriale e a un progetto condiviso del “Noi” di coppia:

  1. la genitorialità ritardata, ovvero la ricerca della generatività in età avanzata, intorno ai quaranta anni, scontrandosi con limiti biologici e anagrafici;
  2. la genitorialità rifiutata, ovvero quando i bisogni narcisistici individuali o di coppia prevalgono su quelli generativi, ed è caratterizzata anche da una immaturità affettiva;
  3. la genitorialità negata, ovvero quando una coppia che ha dei figli rifiuta inconsciamente il proprio ruolo da genitore.

I membri della coppia possono mostrare differenti processi maturativi individuali, che rendono più complesso il passaggio intergenerazionale dallo status di figlio a quello di adulto/genitore, con tempi diversi rispetto al partner e con un impatto sul bisogno di una generatività condivisa.

Fattori di rischio e fattori protettivi nella coppia

Nella transizione alla genitorialità, alcuni fattori possono aumentare la probabilità di crisi, mentre altri possono favorire adattamento e benessere. Può essere utile leggere questi elementi collegandoli a due momenti: interiorizzazione (ciò che porto dalla mia storia) e incontro (ciò che costruiamo insieme).

Fattori di rischio:

  • Aspettative rigide (interiorizzazione): “una madre deve…”, “un padre non deve…”. Possono rendere difficile negoziare ruoli reali.
  • Comunicazione evitante (incontro): si tace per non litigare, ma il non detto si accumula e diventa distanza.
  • Confini permeabili con le famiglie d’origine (entrambi): consigli non richiesti, intrusioni, alleanze sbilanciate.
  • Sovraccarico e mancanza di recupero (incontro): la fatica cronica riduce tolleranza e capacità di mentalizzare.

Fattori protettivi:

  • Alleanza di coppia: sentirsi “nella stessa squadra” anche quando si è stanchi.
  • supporto sociale affidabile: aiuti concreti e non giudicanti, concordati e non imposti.
  • Flessibilità: capacità di aggiustare piani e ruoli senza viverlo come fallimento.

Questi elementi non eliminano lo stress, ma possono cambiarne l’impatto.

Anna Shvets - Pexels

Micro-azioni che possono aiutare la coppia

Nella transizione alla genitorialità, spesso può non servire “fare di più”, ma fare in modo diverso. Poche azioni ripetute con costanza possono contribuire a proteggere la relazione e sostenere la funzione genitoriale:

  • Check-in settimanale di 20 minuti: una volta a settimana, senza telefoni, per dirsi “cosa ha funzionato” e “cosa va cambiato” nei compiti e nei bisogni.
  • Contratto dei ruoli temporaneo: decidere chi fa cosa per le prossime due settimane (non “per sempre”), così la negoziazione resta flessibile e verificabile.
  • Una frase di riconoscimento al giorno: nominare un gesto concreto dell’altro (“ho visto che…”) può ridurre la sensazione di invisibilità.
  • Confini con le famiglie d’origine in due passaggi: prima accordo interno alla coppia (“cosa ci serve”), poi comunicazione esterna chiara (“grazie, faremo così”).
  • Richieste di aiuto specifiche: spesso è più utile “puoi portare la spesa martedì?” che “ci servirebbe una mano”, perché può ridurre fraintendimenti e frustrazione.

Queste micro-azioni tendono a essere più utili quando diventano routine, in quanto la transizione è un processo, non un singolo evento.

Domande guida per costruire un “Noi” genitoriale

Quando la transizione è in corso (o viene rimandata), può essere utile fermarsi e dare parole a ciò che spesso resta implicito. Queste domande non servono a trovare la risposta giusta, ma a rendere condivisibili aspettative, paure e desideri.

  • Che cosa temiamo di perdere diventando genitori? Tempo, libertà, intimità, identità personale: nominarlo può ridurre il rischio che diventi risentimento.
  • Che cosa vogliamo preservare della coppia? Un rituale, un modo di parlare, uno spazio settimanale: definire priorità può rendere più realistico proteggerle.
  • Quali modelli familiari vogliamo replicare o evitare? Chiarire cosa “portiamo” dalle famiglie d’origine aiuta a scegliere, non a ripetere.
  • Che cosa significa per noi essere un buon genitore? È importante discutere valori (cura, autonomia, regole) e stili educativi prima che diventino scontro.
  • Di quale supporto avremo bisogno e da chi? Distinguere aiuto pratico, emotivo e organizzativo permette richieste più efficaci.

Se emergono risposte molto distanti, il punto non è convincere l’altro, ma capire quale storia sostiene quella distanza.

Generatività condivisa: non basta “volere un figlio”

La generatività condivisa non coincide con il desiderio individuale di maternità o paternità, ma è la capacità della coppia di costruire un significato comune del diventare genitori e di sostenerlo nel tempo. Quando i tempi maturativi sono diversi, il rischio è che la genitorialità diventi un terreno di pressione invece che un progetto.

Alcuni segnali di generatività poco condivisa sono:

  • Asimmetria di investimento: uno pianifica e l’altro rimanda, con vissuti di solitudine o di invasione.
  • Figlio come soluzione: l’idea implicita che un bambino possa aggiustare distanza, crisi o vuoti di senso.
  • Ruoli non negoziati: aspettative tradizionali o familiari che entrano nella coppia senza essere discusse.

In ottica sistemica, la generatività condivisa si costruisce quando la coppia riesce a tenere insieme due compiti: differenziarsi dalle famiglie d’origine e allearsi come nuova unità genitoriale, capace di decisioni autonome e coerenti.

Costruire insieme una generatività condivisa

Se la transizione alla genitorialità (o il suo rimando) sta mettendo alla prova la coppia, non significa necessariamente che “non siete pronti”: spesso può indicare il bisogno di uno spazio sicuro per rendere dicibili aspettative, paure, confini con le famiglie d’origine e bisogni reciproci.

Intraprendere un percorso psicologico può aiutare a rendere più flessibili alcuni modelli e a portare alla luce i non detti, favorendo scelte più consapevoli e, in alcuni casi, rafforzando l’alleanza di coppia e il vostro “Noi” genitoriale.

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FAQ

La generatività condivisa è la capacità della coppia di costruire un significato comune del diventare genitori e di sostenerlo nel tempo con scelte coerenti.
Sono l’interiorizzazione delle funzioni genitoriali (a partire dalla propria famiglia d’origine) e l’incontro di coppia, in cui due storie diventano un progetto genitoriale comune.
La relazione genitore-bambino riguarda il legame diadico, mentre la cogenitorialità riguarda come i due genitori collaborano e si coordinano tra loro nel ruolo genitoriale.
Perché la coppia deve rinegoziare tempo, intimità, priorità e decisioni, passando da un “Noi” a due a un “Noi” che include un terzo.
Modelli interiorizzati rigidi, lealtà familiari che pesano sul patto di coppia e aspettative implicite non dette su ruoli e compiti.
Significa lasciare la scelta in sospeso senza una direzione condivisa, con il rischio di un rimando indefinito che aumenta evitamento del conflitto e dipendenza emotiva dalle famiglie d’origine.
Genitorialità ritardata (ricerca della genitorialità in età avanzata), rifiutata (prevalgono bisogni narcisistici e immaturità affettiva) e negata (rifiuto inconscio del ruolo pur avendo figli).
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