Ricevere la diagnosi di malattia di un figlio è un’esperienza profondamente dolorosa per i genitori. La capacità di affrontare i compiti e le difficoltà che la malattia impone, sia sul piano pratico che su quello emotivo, può aiutare il genitore a gestire in modo sensibile e appropriato le sfide della genitorialità, senza essere sopraffatto dalle emozioni negative. In questo articolo esploriamo le principali sfide psicologiche che un genitore può trovarsi ad affrontare quando un figlio si ammala.
Comunicazione della diagnosi
La gestione dei primi momenti successivi alla comunicazione della diagnosi è particolarmente delicata e può comportare il rischio che il genitore si faccia carico, da solo, dell’impegno, della responsabilità e delle intense emozioni che questa notizia porta con sé.
Quando un genitore si trova ad affrontare la diagnosi di una malattia del figlio, spesso emergono sentimenti intensi come shock, impotenza, perdita di controllo, stress, senso di colpa, tristezza e rabbia. Queste emozioni possono rendere ancora più complesso assumere una posizione di sostegno nei confronti del figlio. In particolare, è stato osservato che le madri riportano livelli di stress significativamente più elevati rispetto ai padri (Sinha et al., 2016), e che un maggiore disagio psicologico materno, così come la percezione paterna di problemi comportamentali nel bambino piccolo, possono predire una successiva disfunzione percepita della famiglia (Pu & Rodriguez, 2023). In questo contesto, il bambino può incontrare ulteriori difficoltà nell’affrontare la malattia e i cambiamenti che essa comporta, trovandosi in un ambiente familiare già segnato da tensioni emotive.
Cosa significa convivere con una diagnosi di malattia?
Quando si affronta una malattia cronica, si è chiamati a convivere con una condizione che persiste nel tempo, influenzando profondamente il benessere quotidiano e le dinamiche familiari. Ad esempio, i genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico (ASD) riportano livelli di stress più elevati rispetto ai genitori di bambini con disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) e rispetto ai genitori di bambini senza disturbi psichiatrici (Deoraj Sinha et al., 2016).
Dal punto di vista psicologico, emerge la necessità di gestire le emozioni nel “qui e ora” della fase acuta, ma anche di promuovere, nel tempo, il raggiungimento di un equilibrio psico-fisico attraverso l’attivazione delle risorse personali e il sostegno dell’ambiente familiare.
In particolare, le risorse intrapersonali dei genitori, come la capacità di coping, la regolazione delle emozioni e l’empatia, sono associate a un funzionamento familiare percepito come più adattivo (Pu & Rodriguez, 2023). Questo sottolinea quanto sia importante valorizzare tali competenze sia a livello individuale che nel contesto relazionale.
Fasi di elaborazione dell’esperienza di malattia
Come nelle situazioni di lutto, anche nel caso della comunicazione della diagnosi di malattia di un figlio sono state individuate delle fasi che caratterizzano il processo di elaborazione di questa esperienza dolorosa:
- stordimento e confusione
- negazione della diagnosi
- rabbia
- accettazione della realtà.
Quando il genitore fatica a passare dalla fase iniziale di confusione ai passaggi successivi, può rimanere intrappolato nel dolore e nella rabbia, arrivando talvolta a negare la malattia del figlio.

Il meccanismo della negazione
La negazione è un meccanismo di difesa, ovvero un’operazione mentale inconsapevole che ha la funzione di proteggere la persona dal provare un’ansia eccessiva. In questi casi, si agisce come se un evento, un sentimento o un pensiero doloroso non esistessero o non appartenessero alla propria esperienza, anche di fronte a tutte le evidenze.
In risposta a eventi di vita stressanti e destabilizzanti, come ricevere la diagnosi di malattia cronica di un figlio, il meccanismo della negazione può inizialmente avere una valenza adattiva, facendo ricorso alle proprie risorse e alla capacità di resilienza.
Tuttavia, rimanere "bloccati" nella fase di negazione della malattia del proprio figlio può impedire al genitore di vederlo in modo realistico, di accogliere i suoi bisogni e di riconoscerne le risorse. Questi aspetti di negazione possono rendere difficile prendersi cura del figlio e influenzare negativamente la relazione con lui.
L’elaborazione della diagnosi è un work in progress che può influenzare in modo sia positivo che negativo la relazione genitore-bambino.
La condivisione del vissuto traumatico nella coppia
La possibilità di condividere l’esperienza della malattia di un figlio rappresenta una risorsa preziosa per la coppia genitoriale, ma non sempre questo avviene in modo adeguato e funzionale.
La comunicazione tra i genitori può essere complicata da un effetto di rispecchiamento dell’angoscia: si evita di parlare per proteggere l’altro dalle proprie ansie o per timore che l’altro possa restituirle amplificate. Questo meccanismo di evitamento può minare la comunicazione nella coppia e, a volte, deteriorare il rapporto coniugale.
Soprattutto nelle prime fasi, la paura e l’ansia possono diventare pervasive e generalizzate, circolare nel nucleo familiare e, se non adeguatamente gestite, dare luogo a veri e propri cortocircuiti che mettono a rischio:
- la gestione della patologia da parte del figlio;
- l’armonia e il benessere familiare.

Quando chiedere aiuto: segnali di crisi nella coppia genitoriale
Riconoscere i segnali di una crisi nella coppia genitoriale può essere fondamentale per intervenire tempestivamente e prevenire un deterioramento del rapporto. Spesso, la difficoltà ad ammettere di avere bisogno di supporto può ritardare la richiesta di aiuto, aggravando la sofferenza di entrambi i partner.
Ecco alcuni segnali che possono indicare la necessità di un supporto professionale:
- Comunicazione bloccata o ostile: quando il dialogo si interrompe o si trasforma in conflitto costante, senza possibilità di confronto costruttivo.
- Isolamento emotivo: uno o entrambi i partner si sentono soli, non compresi o esclusi dalla vita dell’altro.
- Persistente senso di colpa o inadeguatezza: la convinzione di non essere all’altezza come genitori o come coppia diventa pervasiva e paralizzante.
- Difficoltà a prendere decisioni insieme: la gestione della malattia del figlio diventa motivo di scontro o di evitamento, invece che di collaborazione.
Miti e aspettative irrealistiche sulla coppia genitoriale
Quando un figlio si ammala, molte coppie si confrontano con aspettative irrealistiche su come “dovrebbero” reagire o su cosa significhi essere un buon genitore o partner. Questi miti possono aumentare il senso di inadeguatezza e la pressione psicologica.
Alcuni miti comuni includono:
- "Dovremmo essere sempre forti": credere che non sia permesso mostrare fragilità o paura può portare a reprimere le emozioni, aumentando lo stress e la distanza nella coppia.
- "L’amore basta a superare tutto": anche le coppie più unite possono attraversare momenti di crisi; chiedere aiuto non significa fallire, ma prendersi cura della relazione.
- "Se litighiamo, stiamo sbagliando qualcosa": i conflitti sono normali in situazioni di forte stress. L’importante è imparare a gestirli in modo costruttivo.
Riconoscere che la sofferenza, la rabbia o la paura sono reazioni umane e condivise può aiutare a normalizzare le difficoltà e a ridurre il senso di colpa. Accettare i propri limiti e quelli del partner è un passo fondamentale per affrontare insieme la sfida della malattia del figlio.
Sfide quotidiane e strategie pratiche per la coppia genitoriale
Le difficoltà che possono incontrare i genitori che devono affrontare la malattia di un figlio possono riguardare la comunicazione, la gestione delle emozioni e la riorganizzazione dei ruoli familiari. In alcuni casi, la pressione costante può portare a incomprensioni, senso di solitudine o conflitti, anche tra partner che prima si sentivano uniti.
Esempi di difficoltà quotidiane:
- Comunicazione interrotta: il timore di ferire l’altro o di essere fraintesi può portare a evitare il dialogo, lasciando spazio a fraintendimenti e distanza emotiva.
- Divisione dei compiti sbilanciata: uno dei due genitori può sentirsi sopraffatto dal carico pratico e psicologico, mentre l’altro può percepire di essere escluso o non abbastanza coinvolto.
- Gestione del tempo personale: la malattia del figlio può assorbire tutte le energie, lasciando poco spazio per la coppia e per il benessere individuale.
Per affrontare queste sfide, alcune strategie pratiche possono aiutare la coppia a ritrovare equilibrio e collaborazione:
- Ritualizzare momenti di confronto: dedicare un tempo specifico, anche breve, per parlare apertamente delle proprie emozioni e delle difficoltà, senza giudizio.
- Condividere le responsabilità: suddividere i compiti legati alla cura del figlio e della casa in modo equo, riconoscendo i limiti e le risorse di ciascuno.
- Sostenersi reciprocamente: imparare a chiedere aiuto e a offrire supporto, anche solo ascoltando l’altro senza cercare soluzioni immediate.
- Mantenere piccoli spazi di coppia: anche brevi momenti di intimità o condivisione, come una passeggiata o una cena insieme, possono rafforzare il legame e ridurre la tensione.
Queste strategie non eliminano le difficoltà, ma possono aiutare la coppia a sentirsi meno sola e più capace di affrontare insieme la complessità della situazione.
Il colloquio psicologico per l'attribuzione di senso
Ricevere la diagnosi di malattia di un figlio può avere l’effetto di un vero e proprio terremoto, che sconvolge gli equilibri familiari e i progetti futuri. In questi casi, l’opportunità di un sostegno psicologico per i genitori è auspicabile fin dai momenti immediatamente successivi alla comunicazione della diagnosi.
La terapia di coppia permette ai genitori di narrare l’esperienza vissuta per poterle attribuire un senso con l’aiuto del professionista. Una funzione fondamentale dell’intervento psicologico in questo ambito riguarda la regolazione emozionale, che si realizza:
- nell’accogliere il vissuto della coppia
- nel legittimare angoscia e paura
- nel contenere le quote di angoscia.
In questo percorso, è fondamentale rafforzare le risorse già presenti nei genitori e promuovere la prevenzione e lo screening precoce dei sintomi depressivi tra i genitori (Pu & Rodriguez, 2023). Abbassando i livelli di angoscia, diventa possibile per i genitori attingere sia alle risorse individuali che di coppia, favorendo una gestione più adeguata dell’evento malattia.
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