La percezione di sé, o concetto di sé, riguarda il modo in cui una persona si rappresenta nelle diverse dimensioni della propria identità: fisica, sociale, psicologica e, quando presente, spirituale. È un insieme di credenze e valutazioni che influenza come interpretiamo gli eventi e come ci relazioniamo con gli altri.
Quando questa immagine risulta distorta o troppo negativa, possono emergere comportamenti disfunzionali: evitare situazioni per paura del giudizio, irrigidirsi nel controllo, ricercare costantemente approvazione o svalutarsi. Questi meccanismi, nati per proteggere, rischiano però di limitare le opportunità e alimentare il disagio.
Fattori come consapevolezza, relazioni di supporto e flessibilità psicologica possono invece ridurre l’impatto di tali percezioni e favorire un funzionamento più sano nelle diverse aree di vita.
Sviluppo del concetto di sé e relazioni familiari
La percezione di sé si sviluppa e si modifica nel tempo, modellata dalle esperienze che viviamo nei diversi contesti di vita e attraverso le relazioni significative. Fin dai primi mesi, i neonati sono in grado di individuare regolarità nelle proprie esperienze sensomotorie, riconoscendo un nucleo di continuità del proprio corpo e percependosi come entità distinte dall’ambiente (Rochat, 1998). Questa competenza rappresenta il primo passo verso la costruzione di un senso del sé. Nel corso dello sviluppo, tra le molteplici esperienze che contribuiscono a plasmare il concetto di sé, le relazioni familiari rivestono un ruolo particolarmente rilevante: costituiscono infatti i primi legami di attaccamento, forniscono modelli di riferimento e si ripetono con continuità in una fase estremamente plastica della vita. È proprio attraverso tali interazioni precoci che il bambino struttura aspettative su sé stesso e sugli altri, gettando le basi della propria identità psicologica e relazionale.
Le fasi evolutive della percezione di sé
La percezione di sé si sviluppa e si trasforma nel corso della vita, attraversando tappe fondamentali. Durante l’infanzia, il bambino inizia a riconoscersi come individuo distinto dagli altri, un processo che viene consolidato attraverso le interazioni con i caregiver, i quali offrono risposte affettive e feedback sulle sue azioni. Nell’adolescenza, la percezione di sé si fa più articolata: l’adolescente affronta nuove sfide identitarie, tra cui il bisogno di autonomia e il desiderio di appartenenza. È interessante notare che gli adolescenti con un alto livello di percezione di sé e autostima tendono a essere emotivamente stabili, socievoli e responsabili (Palenzuela-Luis et al., 2022). Secondo Erik Erikson, l’adolescenza rappresenta il periodo cruciale per la formazione dell’identità personale. Nell’età adulta, la percezione di sé continua a evolvere, integrando le esperienze vissute e i ruoli sociali assunti, come quello di lavoratore, genitore o partner. In questa fase, le persone possono rielaborare aspetti della propria identità e ridefinire il proprio valore personale. Queste tappe non sono rigide, ma costituiscono un percorso di crescita che può essere influenzato da eventi significativi e dalle relazioni che si instaurano nel tempo.
Le principali teorie psicologiche sulla percezione di sé
La percezione di sé è stata approfondita da numerosi studiosi, che hanno evidenziato come l’identità personale sia frutto di un continuo intreccio tra esperienza interna e interazioni sociali. Tra i contributi più significativi:
- William James, psicologo e filosofo statunitense, ha distinto tra Io e Me: l’Io rappresenta il soggetto attivo dell’esperienza, che pensa, agisce e riflette; il Me comprende ciò che la persona riconosce come parte di sé — caratteristiche fisiche, ruoli sociali, appartenenze e relazioni. Questa distinzione ha posto le basi per lo studio moderno del sé come costrutto multifattoriale.
- Charles Horton Cooley, sociologo statunitense, ha introdotto l’idea di sé riflesso (looking-glass self): la percezione che abbiamo di noi stessi nasce anche dal modo in cui crediamo di essere valutati dagli altri. In questo senso, le relazioni fungono da “specchio” sociale attraverso cui costruiamo il nostro valore personale.
- George Herbert Mead, filosofo e sociologo statunitense, ha approfondito la dimensione interattiva del sé: secondo il suo modello, il sé emerge gradualmente nel gioco e nell’assunzione di ruoli, imparando a considerare il proprio comportamento dal punto di vista dell’altro (taking the role of the other).
Queste prospettive mostrano come la percezione di sé sia un processo dinamico e relazionale: non soltanto ciò che pensiamo di noi stessi dall’interno, ma anche il modo in cui gli altri ci rispecchiano, contribuisce in modo decisivo alla costruzione della nostra identità.
In che occhi mi specchio?
La funzione del genitore è centrale nelle prime fasi della costruzione del sé. Attraverso il suo sguardo, le sue reazioni e le interpretazioni che attribuisce ai comportamenti del bambino, il piccolo inizia a riconoscere e dare significato ai propri stati interni. Il genitore, infatti, rispecchia al bambino ciò che sta vivendo:
- i suoi bisogni,
- le emozioni che prova,
- le intenzioni e le capacità che manifesta.
Quando queste informazioni vengono restituite in modo chiaro, sintonizzato e comprensibile — con le parole, il tono della voce, i gesti — il bambino può interiorizzarle e farle diventare parte dell’immagine di sé. È così che impara a dire, anche senza parole: “Se tu mi vedi in questo modo, allora forse anch’io sono così.” Questo processo consente al bambino di attribuirsi caratteristiche e competenze, non solo in base alle proprie esperienze, ma anche attraverso le valutazioni dell’ambiente esterno e, in particolare, degli atteggiamenti affettivi e comunicativi delle figure familiari.
Gli esiti di un’idea negativa di noi
Così come le caratteristiche positive, anche le percezioni negative su di sé possono radicarsi nel tempo e influenzare, in modo spesso inconsapevole, il modo in cui ci valutiamo e interagiamo con gli altri. Quando un tratto o un’esperienza svalutante viene vissuta ripetutamente, può trasformarsi in una sorta di “verità interna”, difficilmente messa in discussione.
Questo può condizionare diverse aree del funzionamento personale, come:
- l’autostima, ovvero il valore che ci attribuiamo;
- il senso di autoefficacia, cioè la fiducia nelle nostre capacità di riuscire;
- la capacità di trattarci con rispetto e cura, alla base dell’amore per sé.
Tuttavia, è importante ricordare che una percezione negativa di sé non porta automaticamente a esiti disfunzionali: alcuni individui sviluppano risorse protettive — relazioni supportive, flessibilità psicologica, consapevolezza emotiva — che permettono di riformulare gradualmente la propria immagine personale. È spesso la combinazione tra vulnerabilità interne e feedback ambientali svalutanti a generare un circolo che mantiene l’autosvalutazione nel tempo.
L’autostima: definizione e importanza
L’autostima è la tendenza ad attribuire valore alla propria persona: essa è tra gli aspetti della personalità che maggiormente ci contraddistinguono e che maggiormente contano nella relazione con gli altri.
Esperienze negative in famiglia che ci hanno fatto sentire non all’altezza delle situazioni, non amati e quindi non amabili e non degni di fiducia, ricadono inevitabilmente sul giudizio che diamo alla nostra persona.
Quest’ultimo, a sua volta, influenzerà il modo in cui ci si pone nei confronti degli altri. Le persone che si reputano non all’altezza di una situazione sociale potrebbero:
- chiudersi e parlare poco per paura di risultare fuori luogo;
- auto-svalutarsi o, più in generale, sentirsi a disagio;
- imporsi dei limiti scomodi e vincolanti che non permettono di sentirsi sicuri del proprio punto di vista e contribuire in modo propositivo, nonostante la potenziale volontà di farlo.

L’autoefficacia: cos’è e come mi influenza?
L’autoefficacia è la convinzione relativa alla propria capacità di affrontare le varie sfide che la vita ci pone nei diversi contesti, per esempio: scuola, lavoro, relazioni sentimentali, sport.
Le persone con un forte senso di autoefficacia:
- sono più inclini a immaginare eventi futuri positivi;
- sperimentano un minor numero di emozioni stressanti;
- sono più capaci di organizzare le complesse abilità cognitive necessarie per confrontarsi con ambienti particolarmente impegnativi.
Al contrario, le persone con una bassa autoefficacia possono:
- sentirsi sfornite di strumenti e risorse per affrontare situazioni sfidanti;
- sentirsi in balia degli eventi e degli altri;
- pensare che il raggiungimento degli obiettivi sia grandemente influenzato da fattori esterni e non dalle proprie capacità.
Conseguenze di una percezione di sé distorta
Una percezione di sé distorta può avere un impatto significativo su molti aspetti della vita quotidiana. Quando l’immagine che abbiamo di noi è negativa e rigida — radicata in convinzioni interiorizzate — questo può favorire una maggiore vulnerabilità a difficoltà psicologiche. Numerosi studi mostrano che un concetto di sé e un’autostima bassi si associano con un aumento del rischio di ansia, depressione e disagio psicologico. (O'Dea, 2009). Le principali conseguenze possibili sono:
- Bassa autostima e autoefficacia ridotta — la persona può sentirsi inadeguata, fragile, incapace di affrontare le sfide quotidiane;
- Difficoltà nelle relazioni interpersonali — l’immagine negativa di sé può aumentare l’isolamento, la diffidenza, impedire l’instaurarsi di legami profondi e significativi;
- Rischio di disturbi dell’immagine corporea o alimentari — una percezione di sé negativa può tradursi in insoddisfazione del proprio corpo e contribuire a disturbi dell’alimentazione o a condizioni come il Disturbo da Dismorfismo Corporeo.
- Instabilità dell’identità personale — frammentazione del senso di sé, confusione sul “chi sono”, oscillazioni tra ruoli diversi o sentimenti di vuoto interiore;
- Compromissione del funzionamento sociale, lavorativo, scolastico — ridotta capacità di esprimere sé, di prendere decisioni, di impegnarsi in progetti, per paura del giudizio o per sentirsi “non all’altezza”.
È importante notare che una percezione di sé distorta non garantisce da sola lo sviluppo di questi esiti: la presenza di fattori protettivi come relazioni supportive, resilienza, consapevolezza, ambiente stabile può mitigare l’impatto negativo. Il rischio aumenta soprattutto quando la distorsione viene confermata e rinforzata da esperienze ripetute di svalutazione, rifiuto o critica.
L’amore verso sé stessi: che ruolo gioca nelle relazioni?
L’amore verso sé stessi riguarda il riconoscersi come persone degne di rispetto, cura e considerazione. Quando nella storia personale sono presenti esperienze ripetute di svalutazione, denigrazione, trascuratezza o maltrattamenti, può formarsi una ferita relazionale profonda: il messaggio implicito che “non merito amore” o “non valgo abbastanza”. Questa ferita spesso rimane fuori dalla consapevolezza, ma finisce per orientare silenziosamente i comportamenti nelle relazioni. Ne possono derivare, ad esempio:
- una ricerca continua di conferme attraverso lo sguardo e l’approvazione dell’altro;
- il bisogno di trovare qualcuno che ripari ciò che in passato non è stato visto o accolto;
- la tendenza ad accettare troppo, per paura di perdere la relazione o essere rifiutati.
In questo modo, la relazione rischia di trasformarsi da spazio di incontro a luogo in cui si tenta di colmare un vuoto antico, delegando all’altro il compito di fornire quell’amore che non si è imparato a dare a sé stessi. È proprio qui che si innescano dinamiche di dipendenza affettiva, paura dell’abbandono o sofferenza relazionale che può protrarsi nel tempo.

Come migliorare la percezione di sé: il ruolo delle esperienze riparative
La rigidità della percezione di sé può essere migliorata attraverso l’esperienza di relazioni riparative, ovvero relazioni che ci permettono di smontare le idee negative o distorte sulla nostra persona. La possibilità di intraprendere questo genere di rapporti nella vita consente di:
- rivalutare alcune dimensioni fisiche, psicologiche, sociali o emotive;
- dare un nuovo valore alla nostra persona, rivedendo le nostre capacità e aumentando l’amore verso noi stessi.
Sentirsi stimati, efficaci e amati ha un valore importante e da questo può dipendere il cambiamento della nostra prospettiva di vita, oltre che il benessere percepito quotidianamente nei diversi contesti che frequentiamo.
La terapia come esperienza riparativa
Psicologi e psicoterapeuti fungono da guide per l’individuazione di quelle esperienze, anche familiari, che hanno contribuito a intaccare l’idea di sé stessi, sostenendo il riconoscimento dei meccanismi comportamentali o mentali disfunzionali che compromettono o rovinano le relazioni con gli altri e con sé.
Inoltre, l’esperienza di terapia consente di evidenziare i legami e le esperienze già esistenti che sono riparative, ovvero che possono contribuire a un miglioramento dell’immagine di sé.
Anche la stessa relazione terapeutica è riparativa poiché rappresenta un “luogo” sicuro all’interno del quale sperimentarsi in una luce diversa, uno sguardo in cui potersi specchiare in quanto persone dotate di strumenti, risorse e valore.
Dati sulla percezione di sé nella popolazione
La percezione di sé rappresenta un elemento chiave del benessere psicologico, in particolare durante l’adolescenza, fase in cui identità personale e immagine corporea sono in rapido sviluppo. Studi recenti indicano che stili di vita salutari — come attività fisica regolare e una dieta equilibrata — si associano a una percezione di sé più positiva e a una migliore immagine corporea negli adolescenti (Palenzuela-Luis et al., 2022). Questi risultati evidenziano l’importanza di interventi precoci e integrati che, oltre ad agire sul singolo, coinvolgano i contesti relazionali significativi (famiglia, scuola, gruppi dei pari), per sostenere la costruzione di un’immagine di sé più realistica, flessibile e orientata alla crescita. Promuovere una percezione di sé equilibrata contribuisce infatti a prevenire forme di disagio emotivo e a favorire una migliore qualità della vita e salute mentale complessiva.
Prenditi cura di te: Unobravo può accompagnarti in un percorso di crescita personale
Riconoscere il peso che la percezione di sé e le relazioni familiari hanno avuto sulla nostra storia può rappresentare il primo passo per costruire un’immagine di sé più autentica e positiva. Se senti che alcune esperienze ti hanno lasciato delle ferite o che il tuo valore personale fatica a emergere, sappi che non sei solo: con il supporto di uno psicologo puoi lavorare sulle tue risorse e sperimentare relazioni riparative, anche all’interno del percorso terapeutico. Con Unobravo puoi trovare il professionista più adatto a te e iniziare un cammino di crescita e benessere, in uno spazio sicuro e accogliente. Se lo desideri, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e concederti la possibilità di guardarti con occhi nuovi.





