La self-compassion rappresenta un costrutto psicologico di crescente rilevanza nella psicologia clinica contemporanea. Introdotta e sistematizzata principalmente da Kristin Neff, la self-compassion si configura come un atteggiamento di gentilezza e comprensione verso sé stessi nei momenti di sofferenza, fallimento o inadeguatezza. Questo stato di consapevolezza si può raggiungere con piccoli passi, impegnandosi giorno dopo giorno nel raggiungimento di obiettivi fattibili.
Personalmente utilizzo questo approccio terapeutico durante le sedute con i miei pazienti perché permette non solo alla persona, ma anche a me come terapeuta, di verificare i traguardi raggiunti. Questo modello offre inoltre la possibilità di arrivare a toccare traguardi concreti senza rischiare la frustrazione di obiettivi troppo idealizzati e irraggiungibili.
Introduzione
Negli ultimi decenni la psicologia clinica ha progressivamente ampliato il proprio focus, includendo non solo la riduzione dei sintomi, ma anche la promozione delle risorse psicologiche e del benessere emotivo. In questo contesto si inserisce il concetto di self-compassion, inteso come una modalità adattiva di relazione con sé stessi di fronte all’esperienza della sofferenza. Fin dalla prima seduta chiedo alla persona che arriva in terapia quali potrebbero essere gli obiettivi prioritari. Generalmente le richieste sono le più varie, alcune non ben focalizzate. Ed è qui che entra in gioco la possibilità di individuare insieme le priorità ed i piccoli passi per poter raggiungere gli obiettivi finali della terapia.
A differenza dell’autostima, spesso legata a processi di confronto sociale e valutazione della performance, la self-compassion si fonda su un atteggiamento non giudicante, inclusivo e umanizzante. Tale prospettiva risulta particolarmente rilevante in ambito clinico, dove il dialogo interno critico e punitivo costituisce un fattore di mantenimento di numerosi disturbi psicologici.
Conoscersi diventa dunque la priorità, comprendersi nei propri limiti e nelle proprie risorse per poter decidere cosa e come cambiare. Per sé stessi, per il proprio benessere e non perché lo chiedono gli altri.

Definizione e componenti della Self-Compassion
Secondo Neff (2003), la self-compassion si articola in tre componenti fondamentali, ciascuna delle quali presenta un polo opposto disfunzionale.
In prima istanza vi è la gentilezza verso sé stessi, in contrasto netto con una visione autocritica. Questo include la capacità di rispondere alla propria sofferenza con comprensione e cura, anziché con durezza e giudizio. Molto spesso non si accettano le proprie sofferenze perché mostrano agli altri i lati deboli che, nella società odierna, non vengono accettati. Lo stigma sociale richiede di stare “sempre bene”, fitness, in forma, sorridenti. Bisogna postare sui social “lo stato” affinché tutti vedano dove siamo e cosa stiamo facendo, chiaramente al massimo della forma.
Un primo piccolo passo è dunque quello di essere gentili verso sé stessi, rinunciando a mostrare solamente il lato positivo di sé, ma a lasciare trasparire anche il lato umano e fragile.
In un secondo momento vi è un senso di comune umanità che si contrappone all’isolamento. Questo comporta il riconoscimento che la sofferenza e l’imperfezione fanno parte dell’esperienza umana condivisa, riducendo la tendenza a percepirsi soli o anomali. Talvolta è necessario toccare emotivamente la propria sofferenza e condividerla con gli altri per poter creare dei legami autentici e veri dove mettersi a nudo non è un rischio ma un arricchimento. Questo può avvenire gradualmente individuando le persone con le quali è possibile creare un legame vero e sincero, dandosi la possibilità di aprirsi poco a poco.
Infine si sviluppa un vissuto spirituale mindfulness che si distacca da un senso di iperidentificazione. Questo passaggio sviluppa la capacità di osservare pensieri ed emozioni dolorose in modo consapevole ed equilibrato, senza evitarli né esserne sopraffatti. L’utilizzo della mindfulness negli intervalli tra le sedute, aiuta a innalzare il grado di tolleranza di queste emozioni per poi ritornarvi nelle sedute successive.
Fondamenti teorici
La self-compassion affonda le proprie radici in diverse tradizioni teoriche come la psicologia buddhista, la teoria dell’attaccamento e le terapie cognitivo comportamentali.
L’integrazione di questi tre modelli facilita un approccio trasversale durante le sedute di terapia. L’aspetto spirituale viene trattato con le tecniche “spirituali” buddhiste aiutando la persona a sviluppare una maggiore concentrazione e un maggiore controllo sul corpo. Esercizi di respirazione consapevole, mindfulness e yoga, permettono una maggiore gestione delle emozioni scomode come ansia, angoscia, umore deflesso.
All’interno del modello vi è l’integrazione con la teoria dell’attaccamento. Riconoscere quali modelli relazionali ci si porta dentro, consente di comprendere il perché delle relazioni che si vivono nel presente. Questo passo è fondamentale per acquisire conoscenza, allontanandosi dal giudizio verso gli altri e verso se stessi. Sarà poi con l’integrazione di alcune tecniche di terapia cognitivo comportamentale che si potrà modificare il proprio comportamento.
Sarà dunque naturale pensare a una nuova strategia comportamentale e riuscire a modificare le proprie abitudini.

Dentro la stanza di terapia
Prendiamo ad esempio una paziente che lamenta di essere risucchiata dalla vita familiare e di non avere tempo per sé stessa. La mattina si sveglia, prepara la colazione per tutti, porta i figli a scuola, va a lavoro, recupera i figli all’uscita nella sua pausa pranzo… una vita frenetica senza un momento di pausa.
Alla domanda: “qual è il ruolo di tuo marito?” si ferma e riflette: includerlo non era mai stato nei suoi piani! È stato sufficiente chiedere al marito di essere co-protagonista della giornata familiare che la paziente è riuscita a ritagliarsi del tempo per sè.
Questa donna ha cambiato, poco a poco, imparando a chiedere aiuto alle persone vicine. Nell’individuare le sue fragilità, Anna (nome di fantasia), aveva individuato l’incapacità di chiedere aiuto. È stato proprio il lavoro graduale, non giudicante, che ha aiutato Anna a fissare piccoli traguardi da raggiungere, chiedendo quell’aiuto da lei sempre rifiutato e giudicato come sintomo di debolezza a renderla invece più forte e libera.
La self-compassion rappresenta una risorsa clinica di grande valore, capace di integrare dimensioni emotive, cognitive e relazionali. La sua applicazione in psicologia clinica offre nuove possibilità di intervento orientate non solo alla riduzione del sintomo, ma alla costruzione di un rapporto più sano e umano con se stessi.





