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Crescita personale
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minuti di lettura

Self-compassion: imparare a essere gentili con se stessi

Self-compassion: imparare a essere gentili con se stessi
Ilaria Tonelli
Psicologa a orientamento Psicodinamico
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
21.7.2026
Self-compassion: imparare a essere gentili con se stessi
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  • La self-compassion è un atteggiamento di gentilezza e comprensione verso sé stessi nei momenti di difficoltà
  • Si distingue dall'autostima perché non dipende dal confronto sociale ma da un approccio non giudicante
  • Si compone di tre elementi: gentilezza verso sé, comune umanità e mindfulness
  • Il cambiamento terapeutico passa attraverso piccoli passi realistici e obiettivi raggiungibili
  • Riconoscere le proprie fragilità e chiedere aiuto può diventare fonte di forza e libertà personale

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La self-compassion rappresenta un costrutto psicologico di crescente rilevanza nella psicologia clinica contemporanea. Introdotta e sistematizzata principalmente da Kristin Neff, la self-compassion si configura come un atteggiamento di gentilezza e comprensione verso sé stessi nei momenti di sofferenza, fallimento o inadeguatezza. Questo stato di consapevolezza si può raggiungere con piccoli passi, impegnandosi giorno dopo giorno nel raggiungimento di obiettivi fattibili.

Personalmente utilizzo questo approccio terapeutico durante le sedute con i miei pazienti perché permette non solo alla persona, ma anche a me come terapeuta, di verificare i traguardi raggiunti. Questo modello offre inoltre la possibilità di arrivare a toccare traguardi concreti senza rischiare la frustrazione di obiettivi troppo idealizzati e irraggiungibili.

Introduzione

Negli ultimi decenni la psicologia clinica ha progressivamente ampliato il proprio focus, includendo non solo la riduzione dei sintomi, ma anche la promozione delle risorse psicologiche e del benessere emotivo. In questo contesto si inserisce il concetto di self-compassion, inteso come una modalità adattiva di relazione con sé stessi di fronte all’esperienza della sofferenza. Fin dalla prima seduta chiedo alla persona che arriva in terapia quali potrebbero essere gli obiettivi prioritari. Generalmente le richieste sono le più varie, alcune non ben focalizzate. Ed è qui che entra in gioco la possibilità di individuare insieme le priorità ed i piccoli passi per poter raggiungere gli obiettivi finali della terapia.

A differenza dell’autostima, spesso legata a processi di confronto sociale e valutazione della performance, la self-compassion si fonda su un atteggiamento non giudicante, inclusivo e umanizzante. Tale prospettiva risulta particolarmente rilevante in ambito clinico, dove il dialogo interno critico e punitivo costituisce un fattore di mantenimento di numerosi disturbi psicologici.

Conoscersi diventa dunque la priorità, comprendersi nei propri limiti e nelle proprie risorse per poter decidere cosa e come cambiare. Per sé stessi, per il proprio benessere e non perché lo chiedono gli altri.

Primo piano di mani che tengono delicatamente un fiore rosa che simboleggia cura e natura.
Pixabay – Pexels

Definizione e componenti della Self-Compassion

Secondo Neff (2003), la self-compassion si articola in tre componenti fondamentali, ciascuna delle quali presenta un polo opposto disfunzionale.

In prima istanza vi è la gentilezza verso sé stessi, in contrasto netto con una visione autocritica. Questo include la capacità di rispondere alla propria sofferenza con comprensione e cura, anziché con durezza e giudizio. Molto spesso non si accettano le proprie sofferenze perché mostrano agli altri i lati deboli che, nella società odierna, non vengono accettati. Lo stigma sociale richiede di stare “sempre bene”, fitness, in forma, sorridenti. Bisogna postare sui social “lo stato” affinché tutti vedano dove siamo e cosa stiamo facendo, chiaramente al massimo della forma.

Un primo piccolo passo è dunque quello di essere gentili verso sé stessi, rinunciando a mostrare solamente il lato positivo di sé, ma a lasciare trasparire anche il lato umano e fragile.

In un secondo momento vi è un senso di comune umanità che si contrappone all’isolamento. Questo comporta il riconoscimento che la sofferenza e l’imperfezione fanno parte dell’esperienza umana condivisa, riducendo la tendenza a percepirsi soli o anomali. Talvolta è necessario toccare emotivamente la propria sofferenza e condividerla con gli altri per poter creare dei legami autentici e veri dove mettersi a nudo non è un rischio ma un arricchimento. Questo può avvenire gradualmente individuando le persone con le quali è possibile creare un legame vero e sincero, dandosi la possibilità di aprirsi poco a poco.

Infine si sviluppa un vissuto spirituale mindfulness che si distacca da un senso di iperidentificazione. Questo passaggio sviluppa la capacità di osservare pensieri ed emozioni dolorose in modo consapevole ed equilibrato, senza evitarli né esserne sopraffatti. L’utilizzo della mindfulness negli intervalli tra le sedute, aiuta a innalzare il grado di tolleranza di queste emozioni per poi ritornarvi nelle sedute successive.

Fondamenti teorici

La self-compassion affonda le proprie radici in diverse tradizioni teoriche come la psicologia buddhista, la teoria dell’attaccamento e le terapie cognitivo comportamentali.

L’integrazione di questi tre modelli facilita un approccio trasversale durante le sedute di terapia. L’aspetto spirituale viene trattato con le tecniche “spirituali” buddhiste aiutando la persona a sviluppare una maggiore concentrazione e un maggiore controllo sul corpo. Esercizi di respirazione consapevole, mindfulness e yoga, permettono una maggiore gestione delle emozioni scomode come ansia, angoscia, umore deflesso.

All’interno del modello vi è l’integrazione con la teoria dell’attaccamento. Riconoscere quali modelli relazionali ci si porta dentro, consente di comprendere il perché delle relazioni che si vivono nel presente. Questo passo è fondamentale per acquisire conoscenza, allontanandosi dal giudizio verso gli altri e verso se stessi. Sarà poi con l’integrazione di alcune tecniche di terapia cognitivo comportamentale che si potrà modificare il proprio comportamento.

Sarà dunque naturale pensare a una nuova strategia comportamentale e riuscire a modificare le proprie abitudini.

Inquadratura ravvicinata di una coppia che si tiene per mano teneramente vicino a un corpo d'acqua sereno.
Thirdman – Pexels

Dentro la stanza di terapia

Prendiamo ad esempio una paziente che lamenta di essere risucchiata dalla vita familiare e di non avere tempo per sé stessa. La mattina si sveglia, prepara la colazione per tutti, porta i figli a scuola, va a lavoro, recupera i figli all’uscita nella sua pausa pranzo… una vita frenetica senza un momento di pausa.

Alla domanda: “qual è il ruolo di tuo marito?” si ferma e riflette: includerlo non era mai stato nei suoi piani! È stato sufficiente chiedere al marito di essere co-protagonista della giornata familiare che la paziente è riuscita a ritagliarsi del tempo per sè.

Questa donna ha cambiato, poco a poco, imparando a chiedere aiuto alle persone vicine. Nell’individuare le sue fragilità, Anna (nome di fantasia), aveva individuato l’incapacità di chiedere aiuto. È stato proprio il lavoro graduale, non giudicante, che ha aiutato Anna a fissare piccoli traguardi da raggiungere, chiedendo quell’aiuto da lei sempre rifiutato e giudicato come sintomo di debolezza a renderla invece più forte e libera.

La self-compassion rappresenta una risorsa clinica di grande valore, capace di integrare dimensioni emotive, cognitive e relazionali. La sua applicazione in psicologia clinica offre nuove possibilità di intervento orientate non solo alla riduzione del sintomo, ma alla costruzione di un rapporto più sano e umano con se stessi.

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FAQ

La self-compassion, in psicologia clinica, è un costrutto che descrive la capacità di trattare sé stessi con gentilezza e comprensione nei momenti di sofferenza, fallimento o inadeguatezza. Introdotta e sistematizzata da Kristin Neff, questa modalità di relazione con sé stessi si contrappone al giudizio critico e punitivo che spesso accompagna le difficoltà personali. Si tratta di un atteggiamento che si può coltivare gradualmente, attraverso piccoli passi quotidiani e obiettivi realistici. In ambito terapeutico rappresenta una risorsa preziosa per costruire un rapporto più sano con sé stessi.
Sì, la self-compassion si differenzia nettamente dall'autostima perché non si basa sul confronto sociale o sulla valutazione della performance. Mentre l'autostima tende a fondarsi su un giudizio positivo di sé spesso legato ai risultati ottenuti, la self-compassion propone un atteggiamento non giudicante, inclusivo e umanizzante verso sé stessi, indipendentemente dai successi o dai fallimenti. Questo la rende una risorsa più stabile, perché non dipende dal confronto con gli altri. Per questo risulta particolarmente utile in ambito clinico per contrastare il dialogo interno critico.
Secondo il modello di Neff (2003), la self-compassion si articola in tre componenti fondamentali. La prima è la gentilezza verso sé stessi, in contrasto con l'autocritica; la seconda è il senso di comune umanità, che riconosce la sofferenza come parte condivisa dell'esperienza umana e riduce l'isolamento; la terza è la mindfulness, la capacità di osservare pensieri ed emozioni dolorose senza evitarli né esserne sopraffatti. Ognuna di queste componenti ha un polo opposto disfunzionale, come l'autocritica, l'isolamento e l'iperidentificazione. Insieme, queste dimensioni offrono un approccio equilibrato alla sofferenza personale.
Spesso è difficile essere gentili con sé stessi perché il contesto sociale odierno richiede di mostrarsi sempre in forma, sorridenti e performanti, generando uno stigma verso la vulnerabilità. Questo porta molte persone a nascondere le proprie fragilità per timore del giudizio altrui, alimentando un dialogo interno critico e punitivo. Riconoscere e accettare il proprio lato umano e fragile rappresenta quindi un primo passo fondamentale verso la self-compassion. Lavorare su questo aspetto in terapia aiuta a costruire una relazione più autentica con sé stessi.
La self-compassion si fonda su diverse tradizioni teoriche integrate tra loro: la psicologia buddhista, la teoria dell'attaccamento e le terapie cognitivo comportamentali. L'aspetto spirituale, ispirato alle tecniche buddhiste come la mindfulness e la respirazione consapevole, favorisce una maggiore gestione delle emozioni difficili. La teoria dell'attaccamento aiuta a comprendere i modelli relazionali interiorizzati, mentre le tecniche cognitivo comportamentali permettono di modificare concretamente comportamenti e abitudini. Questa integrazione consente un approccio terapeutico trasversale ed efficace.
Nella pratica terapeutica, la self-compassion si applica attraverso l'individuazione di piccoli passi e obiettivi realistici, evitando traguardi idealizzati e irraggiungibili che generano frustrazione. Il terapeuta accompagna la persona nel riconoscere le proprie fragilità senza giudizio, favorendo un cambiamento graduale che può includere anche arresti o fermate, ma sempre tollerabili. L'uso della mindfulness tra le sedute aiuta inoltre a innalzare la tolleranza verso le emozioni dolorose. Un esempio pratico è imparare a chiedere aiuto agli altri, come accade nella storia di Anna raccontata nell'articolo.
La storia di Anna, raccontata nell'articolo, mostra come l'incapacità di chiedere aiuto fosse per lei un segno di debolezza, portandola a un ritmo di vita frenetico e senza pause. Attraverso un lavoro graduale e non giudicante, Anna ha imparato a riconoscere questa fragilità e a chiedere il supporto del marito, ritagliandosi finalmente del tempo per sé. Questo esempio dimostra come piccoli cambiamenti concreti, affrontati senza giudizio verso sé stessi, possano portare a una maggiore libertà e forza personale. È un caso emblematico di come la self-compassion si traduca in azioni pratiche quotidiane.
Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.
  • Gilbert, P. (2005). Compassion: Conceptualisations, research and use in psychotherapy. London: Routledge.
  • Gilbert, P. (2010). Compassion Focused Therapy. London: Routledge.
  • Neff, K. D. (2003). Self-compassion: An alternative conceptualization of a healthy attitude toward oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101.
  • Neff, K. D., & Germer, C. K. (2013). A pilot study and randomized controlled trial of the Mindful Self-Compassion program. Journal of Clinical Psychology, 69(1), 28–44.
  • MacBeth, A., & Gumley, A. (2012). Exploring compassion: A meta-analysis of the association between self-compassion and psychopathology. Clinical Psychology Review, 32(6), 545–552.
  • Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2012). Acceptance and Commitment Therapy. New York: Guilford Press.
  • Segal, Z. V., Williams, J. M. G., & Teasdale, J. D. (2013). Mindfulness-Based Cognitive Therapy for Depression. New York: Guilford Press.

Collaboratori

Ilaria Tonelli
Professionista selezionato dal nostro team clinico
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