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Salute mentale
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Self-compassion: che cos’è e come può aiutarti davvero

Self-compassion: che cos’è e come può aiutarti davvero
Elisa Zocchi
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
23.1.2026
Self-compassion: che cos’è e come può aiutarti davvero
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La self-compassion è un modo di relazionarsi a sé stessi basato su gentilezza, comprensione e realismo, soprattutto nei momenti di difficoltà o fallimento. Non significa compatirsi o giustificare tutto - compresi i nostri errori -, ma riconoscere il proprio dolore e rispondervi in modo costruttivo.

Kristin Neff, psicologa e ricercatrice statunitense che ha introdotto il costrutto dell’auto-compassione in ambito scientifico, descrive questa variabile come la capacità di offrirsi lo stesso tipo di cura che daremmo a una persona cara in difficoltà. Invece di attaccarci con autocritiche dure, impariamo a sostenerci.

Coltivare self-compassion non rende deboli o passivi: le evidenze disponibili smentiscono miti diffusi secondo cui l’autocompassione sarebbe segno di debolezza, egoismo, autoindulgenza o che ridurrebbe la motivazione personale o che porterebbe alla de-responsabilizzazione (Neff, 2023). Imparare a rivolgersi a sé con gentilezza può aiutare a vedere con più lucidità errori e limiti, riducendo la vergogna e aumentando una motivazione al cambiamento più stabile e sana. In questo modo, la self-compassion può diventare una risorsa psicologica preziosa, capace di affiancare percorsi di psicoterapia, pratiche di mindfulness e altri interventi per il benessere emotivo.

Le tre componenti della self-compassion secondo Neff

Secondo la psicologa Kristin Neff, la self-compassion si fonda su tre componenti principali che lavorano insieme: auto-gentilezza, senso di umanità condivisa e mindfulness. Ad ogni dimensione elencata, corrisponde un polo opposto: l’auto-gentilezza si contrappone all’auto-giudizio, il senso di umanità comune si contrappone all’isolamento e la mindfulness (consapevolezza del qui ed ora) si contrappone all’iper-identificazione con pensieri ed emozioni dolorose (Neff, 2023). Comprendere questi aspetti può aiutarci a riconoscere quando siamo eccessivamente autocritici e a imparare, passo dopo passo, a trattarci in modo più umano e comprensivo.

Queste tre componenti sono:

  • Gentilezza verso sé stessi: sostituire il giudizio duro con un tono più caldo e di sostegno.
  • Umanità comune: ricordare che l’errore e la fragilità fanno parte dell’esperienza umana condivisa.
  • Mindfulness: riconoscere ciò che proviamo nel presente senza esagerarlo né minimizzarlo.

Ogni componente può essere allenata con esercizi specifici. Quando sono presenti insieme, creano un atteggiamento interno più stabile e meno dipendente dalle prestazioni o dal giudizio altrui.

Coltivare la gentilezza verso sé stessi

La gentilezza verso sé stessi può essere intesa come la capacità di rivolgersi parole e gesti di sostegno invece di critiche spietate. Non significa negare gli errori, ma riconoscerli senza insultarsi o umiliarsi.

Un modo per individuarla è notare il tono interno con cui ci parliamo quando qualcosa va storto. Frasi come “Sono un disastro, non combino mai niente” possono alimentare vergogna e farci sentire bloccati. Una risposta autocompassionevole, quando siamo in difficoltà, potrebbe essere: “È andata male, mi dispiace. Posso imparare qualcosa e riprovarci”.

Allenare questa componente implica:

  • Osservare l’autocritica: accorgersi quando parte il “giudice interiore”.
  • Riformulare il dialogo interno: usare parole che useremmo con un amico caro.
  • Accogliere il disagio: riconoscere che soffrire in quel momento è comprensibile, senza minimizzarlo.

Umanità comune: la terza componente della self-compassion

L’umanità comune è il ricordarsi che non siamo gli unici a sbagliare, soffrire o sentirci inadeguati. Quando qualcosa va storto, la mente tende a isolarci: “Solo a me succede, sono diverso dagli altri”. Questo può aumentare vergogna e solitudine.

Coltivare l’umanità comune significa ricordare che:

  • Tutti sbagliano: l’errore è parte del vivere di tutti, non una prova che il nostro valore è inferiore a quello degli altri.
  • La sofferenza è universale: ognuno, in forme diverse, conosce fallimenti, perdite, rifiuti.
  • Non siamo difettosi, ma umani: le difficoltà non ci definiscono, ma raccontano una parte della nostra storia.

In pratica, possiamo dirci: “Non sono l’unico a sentirmi così. Anche altre persone, se fossero al mio posto, probabilmente proverebbero le stesse emozioni”. Questo può ridurre l’isolamento e aprire a una maggiore comprensione verso sé stessi.

Mindfulness e self-compassion

La mindfulness nella self-compassion è la capacità di restare in contatto con ciò che proviamo nel presente, senza fonderci con le emozioni né scacciarle. Se ignoriamo il dolore, non possiamo prendercene cura; se ci identifichiamo totalmente con esso, rischiamo di esserne travolti.

Essere mindful in chiave autocompassionevole significa:

  • Riconoscere l’esperienza: “In questo momento mi sento triste e deluso”.
  • Osservarla senza giudizio: notare pensieri ed emozioni come eventi mentali, non come verità assolute.
  • Dare spazio al sentire: permettersi di provare ciò che c’è, senza forzare una soluzione immediata.

Questa presenza lucida può creare lo spazio interno necessario per poter poi attivare gentilezza e senso di umanità comune, invece di reagire in automatico con autocritica o evitamento.

Come può funzionare la self-compassion nel nostro cervello e nel corpo

La self-compassion coinvolge sia processi psicologici sia risposte fisiologiche. Quando siamo duramente autocritici, si attiva il sistema di difesa dalle minacce: il corpo reagisce come se fosse in pericolo, con aumento di tensione, pensieri allarmati e difficoltà a concentrarsi.

La self-compassion, invece, stimola il cosiddetto sistema di cura dei mammiferi, legato a sensazioni di sicurezza e connessione. Studi di neuroimaging (Guan et al., 2021) indicano che pratiche autocompassionevoli possono attivare aree cerebrali associate all’empatia e alla regolazione emotiva, riducendo l’attività delle regioni coinvolte nell’autocritica severa.

A livello corporeo, un atteggiamento più gentile verso sé stessi è associato a una migliore regolazione dello stress, con possibili effetti su frequenza cardiaca, respirazione e tensione muscolare. Questo non elimina i problemi, ma può metterci in una condizione interna più favorevole per affrontarli.

Cosa dice la ricerca sulla self-compassion

Negli ultimi anni la self-compassion è diventata un tema centrale nella psicologia clinica e della salute. Secondo una review di Kristin Neff e Christopher Germer, psicologi e ricercatori, sono stati pubblicati centinaia di studi che collegano livelli più alti di self-compassion a un migliore benessere psicologico (Neff & Germer, 2022).

Meta-analisi e rassegne indicano che una maggiore self-compassion è associata a minori sintomi di ansia e depressione, a una più elevata soddisfazione di vita e benessere soggettivo, e a una maggiore resilienza di fronte a eventi stressanti e traumi. In altre parole, trattarsi con gentilezza nei momenti difficili non è solo un atteggiamento “positivo”, ma un fattore psicologico che può fare una differenza concreta nel modo in cui ci si sente e ci si riprende dalle avversità. Una meta-analisi che ha combinato 79 campioni da studi sul costrutto, per un totale di 16.416 partecipanti, ha mostrato che la relazione complessiva tra self-compassion e benessere ha un’ampiezza moderata-alta (Zessin et al., 2015).

Interventi strutturati, come i programmi di training sulla self-compassion sviluppati in ambito clinico, mostrano miglioramenti significativi nel modo in cui le persone gestiscono l’autocritica e la vergogna, con effetti positivi sulla qualità della vita quotidiana. In particolare, approcci specifici come la Compassion-Focused Therapy e il programma Mindful Self-Compassion si sono dimostrati efficaci nell’aumentare i livelli di autocompassione, favorendo un atteggiamento più gentile e comprensivo verso se stessi (Neff, 2023).

La Self-Compassion Scale di Neff

Per studiare e valutare la self-compassion, Kristin Neff, psicologa e ricercatrice, ha sviluppato la Self-Compassion Scale (SCS), uno dei questionari self-report più utilizzati in ambito scientifico e clinico.

La scala misura quanto spesso una persona tende a:

  • Essere gentile o critica con sé stessa.
  • Sentirsi parte dell’umanità comune o isolata.
  • Restare consapevole delle proprie emozioni o esserne travolta/evitante.

Esistono una versione lunga e una versione breve (SCS-SF). In contesto clinico, la SCS può aiutare a:

  • Valutare il livello di self-compassion all’inizio di un percorso.
  • Monitorare i cambiamenti nel tempo.
  • Individuare aree specifiche (per esempio autocritica o isolamento) su cui lavorare in terapia.

Non si tratta di uno strumento diagnostico, ma di una bussola per comprendere meglio il proprio modo di trattarsi internamente.

Self-compassion, autocommiserazione e autostima: quali sono le differenze

La self-compassion viene spesso confusa con autocommiserazione o con la sola autostima, ma si tratta di concetti diversi.

  • Autocommiserazione: è il chiudersi nel proprio dolore, ripetendosi “Perché proprio a me?”, con un focus centrato su sé e poco aperto agli altri. La self-compassion, invece, riconosce il dolore ma lo collega all’umanità comune, riducendo il senso di isolamento.
  • Autostima: riguarda quanto ci valutiamo positivamente. Può dipendere da risultati, immagine o confronto con gli altri. La self-compassion non chiede di sentirsi “bravi” o “migliori”, ma di trattarsi con gentilezza anche quando ci sentiamo inadeguati.

In pratica, la self-compassion può essere disponibile anche nei momenti di fallimento, mentre autostima e autocommiserazione tendono a oscillare molto in base a successi, insuccessi e confronti sociali. In questa prospettiva, alcuni studi suggeriscono che l’autocompassione possa rappresentare un’alternativa utile all’autostima globale come base di un rapporto sano con se stessi, offrendo benefici simili sul benessere positivo ma con minori costi in termini di instabilità del valore personale, confronto sociale e narcisismo (Neff & Vonk, 2009).

Come praticare la self-compassion: esercizi guidati

La self-compassion è una capacità che può essere allenata con esercizi semplici ma ripetuti nel tempo. Non si tratta di “pensare positivo”, bensì di cambiare gradualmente il modo in cui ci parliamo e ci relazioniamo alle nostre emozioni.

Di seguito trovi alcuni esercizi pratici. Puoi scegliere quello che senti più vicino a te e provarlo per qualche giorno di seguito, osservando come cambia il tuo dialogo interno. È normale, all’inizio, sentirsi un po’ goffi o scettici: fa parte del processo di apprendimento.

L’obiettivo non è eliminare il dolore, ma rispondergli in modo più umano e meno giudicante, creando dentro di te uno spazio di maggiore sicurezza emotiva.

1. Parlarsi come si farebbe con un’amica o un amico

Questo esercizio aiuta a trasformare il dialogo interno autocritico in un tono più comprensivo.

  1. Pensa a una situazione recente in cui ti sei giudicato duramente.
  2. Immagina che la stessa cosa sia successa a una persona cara. Cosa le diresti? Che tono useresti?
  3. Scrivi o pronuncia ad alta voce quelle parole, rivolgendole a te stesso: “Capisco che tu stia male, è una situazione difficile. Sei umano, può capitare. Vediamo insieme cosa puoi fare ora”.

Può essere utile notare la differenza tra il modo in cui ti parli di solito e il modo in cui parleresti a qualcuno che ami. L’obiettivo è ridurre la distanza tra questi due registri, portando più calore e sostegno nel tuo dialogo interno.

2. La lettera autocompassionevole

Scrivere una lettera autocompassionevole può permettere di dare forma alle proprie emozioni e di rispondere a sé stessi con maggiore gentilezza.

  1. Scegli un tema che ti fa soffrire (per esempio un errore, un difetto percepito, una situazione di rifiuto).
  2. Descrivi come ti senti, senza censura, come se stessi confidandoti con qualcuno di fiducia.
  3. Poi, cambia prospettiva: immagina di essere un’amica o un amico molto comprensivo che ti vuole bene. Rispondi alla tua stessa lettera con parole di sostegno, riconoscendo il dolore, ricordando l’umanità comune e offrendo incoraggiamento realistico.

Rileggere la lettera nei giorni successivi può aiutare a interiorizzare un tono più compassionevole e a ridurre la forza delle autocritiche abituali.

3. Una breve pratica di mindfulness e autocompassione

Questa pratica unisce consapevolezza e gentilezza verso sé stessi. Può durare anche solo 3–5 minuti.

  1. Trova una posizione comoda, chiudi gli occhi se ti va e porta l’attenzione al respiro per qualche istante.
  2. Pensa a una situazione che ti crea disagio. Nota le emozioni che emergono (tristezza, rabbia, vergogna) e riconoscile: “In questo momento sto soffrendo”.
  3. Ricorda l’umanità comune: “Anche altre persone, in situazioni simili, si sentirebbero così. Non sono solo in questo”.
  4. Porta una mano sul petto o su un punto per te rassicurante e offriti una frase gentile, ad esempio: “Che io possa essere gentile con me stesso in questo momento”.

L’obiettivo non è far sparire l’emozione, ma stare con essa in modo più morbido, riducendo la lotta interna.

Iniziare a trattarti con più gentilezza: un passo che potresti scegliere di fare

Se leggendo di self-compassion hai riconosciuto qualcosa di tuo – l’autocritica severa, la fatica ad accogliere le tue emozioni, la difficoltà a parlarti con gentilezza – sappi che non è necessario affrontare tutto da solo. Imparare a rivolgersi a sé stessi con più comprensione è un percorso complesso, e può essere più semplice se lo intraprendi insieme a una persona esperta, in uno spazio il più possibile sicuro e non giudicante.

Con Unobravo puoi, se lo desideri, lavorare su questi temi con uno psicologo o una psicologa che possa aiutarti a esplorare il tuo dialogo interno, a comprendere meglio vergogna e senso di inadeguatezza e a costruire gradualmente un rapporto più umano con te stesso. Se senti che potrebbe essere il momento di iniziare a volerti un po’ più bene, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e valutare il professionista che senti più adatto alle tue esigenze.

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