Cerchi supporto per prenderti cura di te?
Trova il tuo psicologo
Valutato Eccellente su Trustpilot
Blog
/
Salute mentale
5
minuti di lettura

Self-compassion: che cos'è e come può aiutarti davvero

Self-compassion: che cos'è e come può aiutarti davvero
Elisa Zocchi
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
3.9.2026
Self-compassion: che cos'è e come può aiutarti davvero
Iscriviti alla newsletter
Se ti è piaciuto, condividilo
  • La self-compassion è la capacità di trattarsi con gentilezza, realismo e comprensione nei momenti di difficoltà, senza né negare gli errori né trasformarli in condanne.
  • Secondo Kristin Neff si fonda su tre componenti che lavorano insieme: gentilezza verso sé stessi, senso di umanità comune e mindfulness, ognuna con un polo opposto da riconoscere.
  • Non coincide con l'autocommiserazione, che chiude nel proprio dolore, né con l'autostima, che dipende da risultati e confronti: può restare disponibile anche quando ci si sente inadeguati.
  • La ricerca associa livelli più alti di self-compassion a minori sintomi di ansia e depressione, maggiore benessere e migliore regolazione dello stress.
  • Gli esercizi guidati — parlarsi come a una persona cara, la lettera autocompassionevole, la breve pratica di mindfulness, il diario — permettono di allenarla in modo graduale.
  • Le pratiche informali, come la respirazione calorosa, la pratica del sasso e la mindfulness nelle attività quotidiane, allenano l'attenzione senza richiedere tempi o luoghi dedicati.

Impara a prenderti cura della tua salute mentale

Unobravo è la piattaforma di psicologia online leader in Italia. Compila il questionario per trovare lo psicologo più adatto alle tue esigenze.

Inizia il tuo percorso
  • 100% online, flessibile e sicuro
  • Incontro conoscitivo gratuito
  • Già scelto da oltre 500.000 pazienti
9.500+ psicologi sulla piattaforma

La self-compassion è un modo di relazionarsi a sé stessi basato su gentilezza, comprensione e realismo, soprattutto nei momenti di difficoltà o fallimento. Il termine “compassione” deriva dalla parola latina compati, che significa “soffrire con”. Non significa compatirsi o giustificare tutto, compresi i nostri errori, ma riconoscere il proprio dolore e rispondervi in modo costruttivo.

Kristin Neff, psicologa e ricercatrice statunitense che ha introdotto il costrutto dell'auto-compassione in ambito scientifico, descrive questa variabile come la capacità di offrirsi lo stesso tipo di cura che daremmo a una persona cara in difficoltà. Invece di attaccarci con autocritiche dure, impariamo a sostenerci.

Coltivare self-compassion non rende deboli o passivi: le evidenze disponibili smentiscono miti diffusi secondo cui l'autocompassione sarebbe segno di debolezza, egoismo, autoindulgenza o che ridurrebbe la motivazione personale o che porterebbe alla de-responsabilizzazione (Neff, 2023).

Box in stile Unobravo con la frase «Trattati come tratteresti un amico caro»

Imparare a rivolgersi a sé con gentilezza può aiutare a vedere con più lucidità errori e limiti, riducendo la vergogna e aumentando una motivazione al cambiamento più stabile e sana. In questo modo, la self-compassion può diventare una risorsa psicologica preziosa, capace di affiancare percorsi di psicoterapia, pratiche di mindfulness e altri interventi per il benessere emotivo.

Le tre componenti della self-compassion secondo Neff

Secondo la psicologa Kristin Neff, la self-compassion si fonda su tre componenti principali che lavorano insieme: auto-gentilezza, senso di umanità condivisa e mindfulness. Ad ogni dimensione elencata, corrisponde un polo opposto: l’auto-gentilezza si contrappone all’auto-giudizio, il senso di umanità comune si contrappone all’isolamento e la mindfulness (consapevolezza del qui ed ora) si contrappone all’iper-identificazione con pensieri ed emozioni dolorose (Neff, 2023).

Comprendere questi aspetti può aiutarci a riconoscere quando siamo eccessivamente autocritici e a imparare, passo dopo passo, a trattarci in modo più umano e comprensivo.

Queste tre componenti sono:

  • Gentilezza verso sé stessi: sostituire il giudizio duro con un tono più caldo e di sostegno.
  • Umanità comune: ricordare che l'errore e la fragilità fanno parte dell'esperienza umana condivisa.
  • Mindfulness: riconoscere ciò che proviamo nel presente senza esagerarlo né minimizzarlo.

Ogni componente può essere allenata con esercizi specifici. Quando sono presenti insieme, creano un atteggiamento interno più stabile e meno dipendente dalle prestazioni o dal giudizio altrui.

Coltivare la gentilezza verso sé stessi

La gentilezza verso sé stessi può essere intesa come la capacità di rivolgersi parole e gesti di sostegno invece di critiche spietate. Non significa negare gli errori, ma riconoscerli senza insultarsi o umiliarsi.

Un modo per individuarla è notare il tono interno con cui ci parliamo quando qualcosa va storto. Frasi come “Sono un disastro, non combino mai niente” possono alimentare vergogna e farci sentire bloccati. Una risposta autocompassionevole, quando siamo in difficoltà, potrebbe essere: “È andata male, mi dispiace. Posso imparare qualcosa e riprovarci”.

Allenare questa componente implica:

  • Osservare l'autocritica: accorgersi quando parte il "giudice interiore".
  • Riformulare il dialogo interno: usare parole che useremmo con un amico caro.
  • Accogliere il disagio: riconoscere che soffrire in quel momento è comprensibile, senza minimizzarlo.

Riconoscere l'umanità comune

L'umanità comune è il ricordarsi che non siamo gli unici a sbagliare, soffrire o sentirci inadeguati. Quando qualcosa va storto, la mente tende a isolarci: “Solo a me succede, sono diverso dagli altri”. Questo può aumentare vergogna e solitudine.

Coltivare l'umanità comune significa ricordare che:

  • Tutti sbagliano: l'errore è parte del vivere di tutti, non una prova che il nostro valore è inferiore a quello degli altri.
  • La sofferenza è universale: ognuno, in forme diverse, conosce fallimenti, perdite, rifiuti.
  • Non siamo difettosi, ma umani: le difficoltà non ci definiscono, ma raccontano una parte della nostra storia.
Gruppo di adulti e bambini seduti su una panchina in un parco urbano con architettura moderna.
Sakina Mammadli – Pexels

In pratica, possiamo dirci: “Non sono l'unico a sentirmi così. Anche altre persone, se fossero al mio posto, probabilmente proverebbero le stesse emozioni”. Questo può ridurre l'isolamento e aprire a una maggiore comprensione verso sé stessi.

Mindfulness e self-compassion

La mindfulness nella self-compassion è la capacità di restare in contatto con ciò che proviamo nel presente, senza fonderci con le emozioni né scacciarle. Se ignoriamo il dolore, non possiamo prendercene cura; se ci identifichiamo totalmente con esso, rischiamo di esserne travolti.

Il legame tra self-compassion e mindfulness funziona in entrambe le direzioni: rispondere con gentilezza a pensieri e sentimenti dolorosi richiede un certo grado di osservazione, consapevolezza e attenzione al presente, e a sua volta la gentilezza verso sé stessi può ridurre la minaccia percepita rispetto a quei pensieri, rendendo più semplice mantenere un atteggiamento mindful.

Essere mindful in chiave autocompassionevole significa:

  • Riconoscere l'esperienza: “In questo momento mi sento triste e deluso”.
  • Osservarla senza giudizio: notare pensieri ed emozioni come eventi mentali, non come verità assolute.
  • Dare spazio al sentire: permettersi di provare ciò che c'è, senza forzare una soluzione immediata.

Questa presenza lucida può creare lo spazio interno necessario per poter poi attivare gentilezza e senso di umanità comune, invece di reagire in automatico con autocritica o evitamento.

Come può funzionare la self-compassion nel nostro cervello e nel corpo

La self-compassion coinvolge sia processi psicologici sia risposte fisiologiche. Quando siamo duramente autocritici, si attiva il sistema di difesa dalle minacce: il corpo reagisce come se fosse in pericolo, con aumento di tensione, pensieri allarmati e difficoltà a concentrarsi. Su questo versante può aumentare la produzione di cortisolo e attivarsi una risposta di attacco, fuga o blocco.

La self-compassion, invece, stimola il cosiddetto sistema di cura dei mammiferi, legato a sensazioni di sicurezza e connessione. Studi di neuroimaging (Guan et al., 2021) indicano che pratiche autocompassionevoli possono attivare aree cerebrali associate all'empatia e alla regolazione emotiva, riducendo l'attività delle regioni coinvolte nell'autocritica severa.

Questa lettura dei due sistemi riprende il modello proposto dallo psicologo clinico Paul Gilbert, fondatore della Compassion Focused Therapy: le pratiche compassionevoli possono stimolare il sistema di sicurezza e benessere del cervello, favorendo il rilascio di ossitocina ed endorfine, ormoni associati a sensazioni di calma e connessione.

Al contrario, in situazioni di autocritica o giudizio, può attivarsi il sistema di minaccia, che può portare a una maggiore produzione di cortisolo e a una risposta di attacco, fuga o blocco.

A livello corporeo, quindi, un atteggiamento più gentile verso sé stessi è associato a una migliore regolazione dello stress, con possibili effetti su frequenza cardiaca, respirazione e tensione muscolare. Questo non elimina i problemi, ma può metterci in una condizione interna più favorevole per affrontarli.

Uomo seduto sul divano con una mano sul petto e gli occhi chiusi, luce calda dalla finestra

Cosa dice la ricerca sulla self-compassion

Negli ultimi anni la self-compassion è diventata un tema centrale nella psicologia clinica e della salute. Secondo una review di Kristin Neff e Christopher Germer, psicologi e ricercatori, sono stati pubblicati centinaia di studi che collegano livelli più alti di self-compassion a un migliore benessere psicologico (Neff & Germer, 2022).

Meta-analisi e rassegne indicano che una maggiore self-compassion è associata a minori sintomi di ansia e depressione, a una più elevata soddisfazione di vita e benessere soggettivo, e a una maggiore resilienza di fronte a eventi stressanti e traumi. In altre parole, trattarsi con gentilezza nei momenti difficili non è solo un atteggiamento “positivo”, ma un fattore psicologico che può fare una differenza concreta nel modo in cui ci si sente e ci si riprende dalle avversità.

Alcuni studi hanno anche confrontato direttamente self-compassion e mindfulness. Un intervento di self-compassion ha ridotto in modo significativo la risposta della frequenza cardiaca a uno stressor, mentre un intervento di mindfulness non ha prodotto lo stesso effetto (Qi et al., 2025). La self-compassion, inoltre, è risultata un predittore più accurato della mindfulness rispetto alla gravità dei sintomi e alla qualità della vita in quadri misti di ansia e depressione (Van Dam et al., 2011).

Interventi strutturati, come i programmi di training sulla self-compassion sviluppati in ambito clinico, mostrano miglioramenti significativi nel modo in cui le persone gestiscono l'autocritica e la vergogna, con effetti positivi sulla qualità della vita quotidiana. In particolare, approcci specifici come la Compassion-Focused Therapy e il programma Mindful Self-Compassion si sono dimostrati efficaci nell'aumentare i livelli di autocompassione (Neff, 2023), con miglioramenti mantenuti anche a 6 mesi e a 1 anno dal termine dell'intervento (Neff & Germer, 2013).

La self-compassion sembra avere un ruolo anche nel modo in cui funzionano altri interventi: è stata individuata sia come predittore degli effetti del protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) sia come uno dei meccanismi attraverso cui il MBSR produce benefici psicologici (Sevel et al., 2020).

La Self-Compassion Scale di Neff

Per studiare e valutare la self-compassion, Kristin Neff, psicologa e ricercatrice, ha sviluppato la Self-Compassion Scale (SCS), uno dei questionari self-report più utilizzati in ambito scientifico e clinico.

La scala misura quanto spesso una persona tende a:

  • Essere gentile o critica con sé stessa.
  • Sentirsi parte dell'umanità comune o isolata.
  • Restare consapevole delle proprie emozioni o esserne travolta/evitante.

Esistono una versione lunga e una versione breve (SCS-SF). In contesto clinico, la SCS può aiutare a:

  • Valutare il livello di self-compassion all'inizio di un percorso.
  • Monitorare i cambiamenti nel tempo.
  • Individuare aree specifiche (per esempio autocritica o isolamento) su cui lavorare in terapia.

Non si tratta di uno strumento diagnostico, ma di una bussola per comprendere meglio il proprio modo di trattarsi internamente.

Self-compassion, autocommiserazione e autostima: quali sono le differenze

La self-compassion viene spesso confusa con autocommiserazione o con la sola autostima, ma si tratta di concetti diversi.

  • Autocommiserazione: è il chiudersi nel proprio dolore, ripetendosi “Perché proprio a me?”, con un focus centrato su sé e poco aperto agli altri. La self-compassion, invece, riconosce il dolore ma lo collega all'umanità comune, riducendo il senso di isolamento.
  • Autostima: riguarda quanto ci valutiamo positivamente. Può dipendere da risultati, immagine o confronto con gli altri. La self-compassion non chiede di sentirsi “bravi” o “migliori”, ma di trattarsi con gentilezza anche quando ci sentiamo inadeguati.

In pratica, la self-compassion può essere disponibile anche nei momenti di fallimento, mentre autostima e autocommiserazione tendono a oscillare molto in base a successi, insuccessi e confronti sociali. In questa prospettiva, alcuni studi suggeriscono che l'autocompassione possa rappresentare un'alternativa utile all'autostima globale come base di un rapporto sano con sé stessi, offrendo benefici simili sul benessere positivo ma con minori costi in termini di instabilità del valore personale, confronto sociale e narcisismo (Neff & Vonk, 2009).

Come praticare la self-compassion: esercizi guidati

La self-compassion è una capacità che può essere allenata con esercizi semplici ma ripetuti nel tempo. Non si tratta di “pensare positivo”, bensì di cambiare gradualmente il modo in cui ci parliamo e ci relazioniamo alle nostre emozioni.

Di seguito trovi alcuni esercizi pratici. Puoi scegliere quello che senti più vicino a te e provarlo per qualche giorno di seguito, osservando come cambia il tuo dialogo interno. È normale, all'inizio, sentirsi un po' goffi o scettici: fa parte del processo di apprendimento.

1. Parlarsi come si farebbe con un'amica o un amico

Questo esercizio aiuta a trasformare il dialogo interno autocritico in un tono più comprensivo.

  1. Pensa a una situazione recente in cui ti sei giudicato duramente.
  2. Immagina che la stessa cosa sia successa a una persona cara. Cosa le diresti? Che tono useresti?
  3. Scrivi o pronuncia ad alta voce quelle parole, rivolgendole a te stesso: “Capisco che tu stia male, è una situazione difficile. Sei umano, può capitare. Vediamo insieme cosa puoi fare ora”.

Può essere utile notare la differenza tra il modo in cui ti parli di solito e il modo in cui parleresti a qualcuno che ami. L'obiettivo è ridurre la distanza tra questi due registri, portando più calore e sostegno nel tuo dialogo interno.

2. La lettera autocompassionevole

Scrivere una lettera autocompassionevole può permettere di dare forma alle proprie emozioni e di rispondere a sé stessi con maggiore gentilezza.

Una persona scrive a mano una lettera accanto a un diario e una tazza di caffè su un tavolo di legno.
cottonbro studio – Pexels
  1. Scegli un tema che ti fa soffrire (per esempio un errore, un difetto percepito, una situazione di rifiuto).
  2. Descrivi come ti senti, senza censura, come se stessi confidandoti con qualcuno di fiducia.
  3. Poi, cambia prospettiva: immagina di essere un'amica o un amico molto comprensivo che ti vuole bene. Rispondi alla tua stessa lettera con parole di sostegno, riconoscendo il dolore, ricordando l'umanità comune e offrendo incoraggiamento realistico.

Rileggere la lettera nei giorni successivi può aiutare a interiorizzare un tono più compassionevole e a ridurre la forza delle autocritiche abituali.

3. Una breve pratica di mindfulness e autocompassione

Questa pratica unisce consapevolezza e gentilezza verso sé stessi. Può durare anche solo 3–5 minuti.

  1. Trova una posizione comoda, chiudi gli occhi se ti va e porta l'attenzione al respiro per qualche istante.
  2. Pensa a una situazione che ti crea disagio. Nota le emozioni che emergono (tristezza, rabbia, vergogna) e riconoscile: “In questo momento sto soffrendo”.
  3. Ricorda l'umanità comune: “Anche altre persone, in situazioni simili, si sentirebbero così. Non sono solo in questo”.
  4. Porta una mano sul petto o su un punto per te rassicurante e offriti una frase gentile, ad esempio quella suggerita dalla ricercatrice K. Neff: “Questo è un momento di sofferenza; la sofferenza è una parte della vita: che io possa essere gentile con me stesso e darmi ciò di cui ho bisogno”.

L'obiettivo non è far sparire l'emozione, ma stare con essa in modo più morbido, riducendo la lotta interna.

4. Il diario dell'autocompassione

Mettere per scritto ciò che accade può aiutare a riconoscere le autocritiche ricorrenti e a riformularle con toni più morbidi e comprensivi.

  1. Annota, anche in poche righe, gli eventi che stai affrontando in questo periodo.
  2. Segna i momenti in cui la mente si sofferma su affermazioni critiche o negative, riportandole con le tue parole.
  3. Riscrivi quelle stesse frasi in un tono più comprensivo, come se le rivolgessi a una persona a cui vuoi bene.

Rileggere il diario dopo qualche settimana può rendere più visibili i temi che ritornano e i piccoli cambiamenti nel dialogo interno.

Pratiche informali per allenare mindfulness e autocompassione

Oltre agli esercizi guidati, esistono pratiche informali che si possono integrare nella vita quotidiana, senza bisogno di tempi o luoghi dedicati. Lavorano soprattutto sull'attenzione, e per questo possono sostenere sia la mindfulness sia un atteggiamento più gentile verso sé stessi.

La respirazione calorosa

Questa meditazione allena la mente a essere più concentrata e calma. Si basa sulla respirazione diaframmatica e sul focalizzare l'attenzione sul respiro e sulle sensazioni corporee. L'obiettivo è sentirsi presenti rispetto a sé stessi e a ciò che si sta vivendo.

La pratica informale del sasso

Questa pratica consiste nel porre attenzione, attraverso i cinque sensi, a un oggetto che si ha davanti (tradizionalmente un sasso) concentrandosi sul qui e ora. Aiuta la mente, quando vaga, a ritornare al presente.

In concreto, si può tenere l'oggetto in mano per qualche minuto ed esplorarlo un senso alla volta: il peso e la temperatura sul palmo, le irregolarità della superficie, le sfumature di colore, l'eventuale odore. Quando l'attenzione si sposta su un pensiero, la si riporta all'oggetto senza rimproverarsi: accorgersi della distrazione fa parte della pratica, non è un errore.

La pratica informale della mindfulness nella vita quotidiana

La mindfulness può essere praticata in ogni momento della giornata: mentre si lavano i denti, durante una passeggiata dal parcheggio al lavoro, a colazione o ogni volta che il cellulare squilla. Basta scegliere un'attività ordinaria e dirigere l'attenzione sulle sensazioni che ne derivano.

Immergersi nell'esperienza, assaporandola appieno, e riportare la mente a queste sensazioni ogni volta che si distrae può essere un modo semplice per iniziare.

La luce solare che filtra attraverso una tenda di pizzo rivela una vista tranquilla dell'oceano, riflettendo calore e calma.
Onur – Pexels

Iniziare a trattarti con più gentilezza

Se leggendo di self-compassion hai riconosciuto qualcosa di tuo — l'autocritica severa, la fatica ad accogliere le tue emozioni, la difficoltà a parlarti con gentilezza — sappi che non è necessario affrontare tutto da solo. Imparare a rivolgersi a sé stessi con più comprensione è un percorso complesso, e può essere più semplice se lo intraprendi insieme a una persona esperta, in uno spazio il più possibile sicuro e non giudicante.

Con Unobravo puoi, se lo desideri, lavorare su questi temi con uno psicologo o una psicologa che possa aiutarti a esplorare il tuo dialogo interno, a comprendere meglio vergogna e senso di inadeguatezza e a costruire gradualmente un rapporto più umano con te stesso. Se senti che potrebbe essere il momento di iniziare a volerti un po' più bene, puoi iniziare il questionario per trovare il tuo psicologo online e valutare il professionista che senti più adatto alle tue esigenze.

Come possiamo aiutarti?

Come possiamo aiutarti?

Trovare supporto per la tua salute mentale dovrebbe essere semplice

Valutato Eccellente su Trustpilot
Vorrei...
Iniziare un percorsoEsplorare la terapia onlineLeggere di più sul tema

FAQ

La self-compassion, o autocompassione, è un modo di relazionarsi a sé stessi basato su gentilezza, comprensione e realismo, soprattutto nei momenti di difficoltà o fallimento. Non significa compatirsi o giustificare ogni errore, ma riconoscere il proprio dolore e rispondervi in modo costruttivo, offrendosi lo stesso tipo di cura che si darebbe a una persona cara. Secondo la psicologa Kristin Neff, che ha introdotto questo costrutto in ambito scientifico, si tratta di una capacità concreta e allenabile, non di un tratto di carattere fisso.
No, self-compassion e autocommiserazione sono concetti diversi. L'autocommiserazione porta a chiudersi nel proprio dolore, ripetendosi frasi come 'perché proprio a me', con un focus centrato solo su di sé e poco aperto agli altri. La self-compassion, invece, riconosce il dolore ma lo collega al senso di umanità comune, ricordando che soffrire fa parte dell'esperienza di tutti, e questo riduce il senso di isolamento invece di alimentarlo.
No, le evidenze disponibili smentiscono questa idea molto diffusa. Coltivare la self-compassion non significa diventare deboli, passivi o egoisti, né porta a una minore responsabilità verso i propri errori. Al contrario, imparare a rivolgersi a sé con gentilezza può aiutare a vedere con più lucidità limiti ed errori, riducendo la vergogna e sostenendo una motivazione al cambiamento più stabile e sana rispetto a quella basata sull'autocritica.
Secondo Kristin Neff, la self-compassion si fonda su tre componenti che lavorano insieme: la gentilezza verso sé stessi, contrapposta all'autogiudizio; il senso di umanità comune, contrapposto all'isolamento; e la mindfulness, cioè la consapevolezza del presente, contrapposta all'iper-identificazione con pensieri ed emozioni dolorose. Quando queste tre dimensioni sono presenti insieme, creano un atteggiamento interno più stabile, meno dipendente dalle prestazioni o dal giudizio altrui.
Un segnale importante è il tono interno con cui ci si parla quando qualcosa va storto: frasi dure come 'sono un disastro, non combino mai niente' indicano un atteggiamento autocritico che può alimentare vergogna e senso di blocco. Anche sentirsi isolati nella propria sofferienza, pensando 'solo a me succede', o faticare a restare in contatto con le proprie emozioni senza esserne travolti, sono segnali utili da osservare per capire quanto spazio ha l'autocritica nella propria vita.
Quando siamo duramente autocritici si attiva il sistema di difesa dalle minacce, con aumento di tensione e produzione di cortisolo, come se il corpo fosse in pericolo. La self-compassion, invece, sembra stimolare il cosiddetto sistema di cura dei mammiferi, legato a sensazioni di sicurezza e connessione, con possibile rilascio di ossitocina ed endorfine. A livello corporeo, un atteggiamento più gentile verso sé stessi è associato a una migliore regolazione dello stress, con effetti su frequenza cardiaca, respirazione e tensione muscolare.
Numerosi studi collegano livelli più alti di self-compassion a un migliore benessere psicologico, a minori sintomi di ansia e depressione e a una maggiore resilienza di fronte a eventi stressanti. Alcune ricerche hanno mostrato che interventi di self-compassion possono ridurre in modo significativo la risposta della frequenza cardiaca a uno stress, con miglioramenti che si mantengono anche a distanza di mesi. La self-compassion sembra inoltre avere un ruolo importante anche negli effetti di altri interventi, come il protocollo di riduzione dello stress basato sulla mindfulness.
Hai altre domande?
Parlare con un professionista potrebbe aiutarti a risolvere ulteriori dubbi.
  • Guan, F., et al. (2021). Neurostructural correlates of dispositional self-compassion. Neuropsychologia, 160, 107978. https://doi.org/10.1016/j.neuropsychologia.2021.107978
  • Neff, K. D. (2023). Self-Compassion: Theory, Method, Research, and Intervention. Annual Review of Psychology, 74, 193–218. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-032420-031047
  • Neff, K. D., & Germer, C. K. (2013). A pilot study and randomized controlled trial of the mindful self-compassion program. Journal of Clinical Psychology, 69(1), 28–44. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23070875/
  • Neff, K. D., & Germer, C. (2022). The role of self-compassion in psychotherapy. World Psychiatry, 21(1), 58–59. https://doi.org/10.1002/wps.20925
  • Neff, K. D., & Vonk, R. (2009). Self-compassion versus global self-esteem: two different ways of relating to oneself. Journal of Personality, 77(1), 23–50. https://doi.org/10.1111/j.1467-6494.2008.00537.x
  • Qi, X., et al. (2025). The effect of self-compassion versus mindfulness interventions on autonomic responses to stress in generalized anxiety disorders. Frontiers in Psychiatry, 16, 1483827. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39967586/
  • Sevel, L. S., et al. (2020). Self-compassion in mindfulness-based stress reduction: An examination of prediction and mediation of intervention effects. Stress and Health, 36(1), 88–96. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31874122/
  • Van Dam, N. T., et al. (2011). Self-compassion is a better predictor than mindfulness of symptom severity and quality of life in mixed anxiety and depression. Journal of Anxiety Disorders, 25(1), 123–130. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/20832990/
  • Zessin, U., et al. (2015). The relationship between self-compassion and well-being: A meta-analysis. Applied Psychology: Health and Well-Being, 7(3), 340–364. https://doi.org/10.1111/aphw.12051

Collaboratori

Professionista selezionato dal nostro team clinico
Elisa Zocchi
Nessun risultato trovato.

Condividi

Se ti è piaciuto, condividilo
Iscriviti alla newsletter
Heading
Trova il tuo psicologo

Inizia il questionario
Valutato Eccellente su Trustpilot

1
Questionario di 3 min
2
Trova uno psicologo in linea con te
3
Primo colloquio gratuito
Inizia il questionario
Valutato Eccellente su Trustpilot

Un momento per fermarsi

Hai mai pensato di fare terapia?

Capita di pensarci e poi rimandare, magari per uno di questi motivi. Tocca quello che senti più tuo, proviamo a risponderti.

Farcela può voler dire anche chiedere un confronto

Parlarne con qualcuno non toglie valore alle risorse che già hai. Un percorso psicologico è semplicemente un'altra cosa: è uno spazio con un metodo e degli obiettivi condivisi, dove c'è posto anche per ciò che si fatica a dire altrove. Può aiutarti a osservare da un'altra prospettiva quello che vivi, con i tuoi tempi.

Il questionario è riservato e richiede pochi minuti. Al termine, potrai scegliere tra tre psicologi suggeriti e il primo colloquio è gratuito.

A volte il giudizio degli altri diventa anche il nostro

Chiedere un confronto psicologico può essere ancora accompagnato, in alcuni contesti, da stereotipi e giudizi. È una scelta, e scegliere è già un primo passo. Nella stanza, qualunque forma abbia, non servono preparazione né risposte giuste: lo psicologo è lì per accompagnare il colloquio, non per giudicarti, e quello che condividi è tutelato dal segreto professionale.

Il questionario è riservato e richiede pochi minuti. Al termine, potrai scegliere tra tre psicologi suggeriti e il primo colloquio è gratuito.

È vero che ha un costo, ma può essere anche un investimento su di sé

Un percorso psicologico è un impegno anche economico, e chiedersi se sia sostenibile è legittimo. Può essere anche un investimento sul proprio benessere psicologico e relazionale. Su Unobravo una seduta individuale online costa 49 euro: il prezzo è reso possibile anche dai minori costi organizzativi della modalità online, non da un diverso standard della prestazione. Inoltre, essendo una prestazione sanitaria, la spesa è detraibile dalle tasse e il primo colloquio conoscitivo è gratuito.

Il questionario è riservato e richiede pochi minuti. Al termine, potrai scegliere tra tre psicologi suggeriti e il primo colloquio è gratuito.

La frequenza si concorda in base alle esigenze del percorso

Una seduta dura circa 50 minuti. La frequenza non è uguale per tutti: si concorda con il proprio psicologo in base alle esigenze del percorso e della sua sostenibilità nel tempo. È però importante mantenere una certa regolarità: intervalli molto lunghi tra le sedute possono rendere più difficile dare continuità al lavoro terapeutico.

Il questionario è riservato e richiede pochi minuti. Al termine, potrai scegliere tra tre psicologi suggeriti e il primo colloquio è gratuito.

Altri dubbi comuni li trovi nelle domande frequenti.

Vuoi saperne di più sul tuo benessere psicologico?

Fare un test psicologico può aiutare ad avere maggiore consapevolezza del proprio benessere.

Il nostro blog

Articoli correlati

Articoli scritti dal nostro team clinico per aiutarti a orientarti tra i temi che riguardano la salute mentale.

Come possiamo aiutarti?

Trovare supporto per la tua salute mentale dovrebbe essere semplice

Valutato Eccellente su Trustpilot

Come possiamo aiutarti?

Iniziare un percorsoEsplorare la terapia onlineLeggere di più sul tema