Spesso abbiamo l’impressione che i partner che scegliamo abbiano tratti simili tra loro e che alcune dinamiche si ripetano da una relazione all’altra.
Ritrovarsi sempre nelle stesse situazioni, fin dall’inizio di una storia d’amore, può condurre a relazioni poco serene o percepite come “fallimenti”.
Una possibile spiegazione di questo fenomeno risiede nel modo in cui la nostra mente si è sviluppata a partire dalle prime esperienze affettive dell’infanzia.
Le relazioni con le figure di accudimento — genitori o caregiver — costituiscono infatti il modello di riferimento attraverso cui impariamo cosa aspettarci dall’altro, come chiedere affetto e come reagire al rifiuto o alla distanza.
Nel tempo, questi schemi relazionali possono ripetersi in modo inconsapevole nelle relazioni adulte, portandoci a ricreare contesti familiari anche quando ci hanno fatto soffrire.
I Modelli Operativi Interni
Nelle prime fasi della vita, gran parte degli stimoli esterni che il bambino riceve provengono dalla sua interazione con i genitori.
Gli schemi delle rappresentazioni di sé e delle figure di riferimento vengono definiti Modelli Operativi Interni (MOI). Si tratta di mappe mentali relazionali che integrano le nostre esperienze affettive precoci e ci guidano, spesso in modo inconsapevole, nel modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri.
I MOI rappresentano, in sostanza, dei modelli interiori di “sé-con-l’altro”: strutture di significato attraverso cui interpretiamo le intenzioni, le emozioni e le risposte delle persone significative nella nostra vita.
Queste rappresentazioni si formano nell’infanzia, sulla base della qualità del legame con le figure di accudimento, e tendono poi a replicarsi nelle relazioni adulte, influenzando la fiducia, l’intimità e le modalità di gestione della distanza o del conflitto.
Esiste dunque un forte legame tra la relazione primaria vissuta da bambini e le relazioni sentimentali dell’età adulta.
Le nostre aspettative — consapevoli e inconsapevoli — sulla disponibilità, sensibilità e accoglienza dell’altro derivano proprio da quei primi modelli affettivi, che continuano a orientare il modo in cui amiamo, chiediamo vicinanza o temiamo il rifiuto.

Come funzionano i Modelli Operativi Interni nei diversi sistemi di memoria
I Modelli Operativi Interni (MOI) non sono semplici ricordi del passato, ma strutture dinamiche e complesse che si radicano in diversi sistemi di memoria, contribuendo a regolare emozioni, pensieri e comportamenti nelle relazioni interpersonali.
Recenti ricerche neuroscientifiche suggeriscono che anche il cervelletto possa partecipare alla codifica dei modelli operativi interni, integrando le rappresentazioni mentali con le informazioni motorie e percettive. Secondo Ito (2008), questa integrazione offrirebbe un possibile meccanismo alla base dell’intuizione e del pensiero implicito, ovvero di quei processi rapidi e inconsapevoli che guidano le nostre reazioni emotive e relazionali.
Insieme, questi sistemi di memoria cooperano nel dare continuità al senso di sé e alle modalità relazionali, influenzando il modo in cui viviamo la vicinanza, il distacco, la fiducia e la paura nelle relazioni più significative — spesso senza che ne siamo pienamente consapevoli.
Le basi teoriche dei Modelli Operativi Interni: Bowlby e Ainsworth
Il concetto di Modelli Operativi Interni (MOI) è stato introdotto dallo psichiatra John Bowlby, fondatore della teoria dell’attaccamento. Bowlby li descrive come “mappe mentali” che orientano il modo in cui interpretiamo le relazioni e regoliamo i nostri comportamenti affettivi (Bowlby, 1973; 1980). Questi modelli si sviluppano a partire dalle prime esperienze di attaccamento e restano relativamente stabili nel tempo, pur potendo evolvere con nuove esperienze significative.
La psicologa Mary Ainsworth, collaboratrice di Bowlby, ha identificato attraverso la “Strange Situation” (Ainsworth et al., 1978) tre principali stili di attaccamento — sicuro, evitante e ambivalente — a cui è stato poi aggiunto quello disorganizzato.
Ogni stile riflette un diverso modello di sé e dell’altro, che si forma precocemente e influenza le relazioni affettive future.
Perché questi schemi continuano ad agire anche se non vogliamo?
I Modelli Operativi Interni agiscono in gran parte al di fuori della coscienza, operando “in sordina”, al di sotto delle nostre capacità riflessive.
A influenzarne la formazione e la stabilità contribuiscono anche:
- le narrazioni familiari, ovvero le storie emotivamente significative che ci sono state raccontate sin da piccoli;
- la relazione tra i genitori, che funge da modello osservazionale di intimità, conflitto e comunicazione.
Naturalmente, il rapporto con un genitore e quello con un partner differiscono per diversi aspetti:
- nella coppia è presente anche la dimensione sessuale;
- i partner non sono legati biologicamente;
- l’adulto può avere più fonti di conforto e sostegno oltre al partner;
- l’accudimento è reciproco e si costruisce su una base di parità.
Nonostante queste differenze, i modelli formati nell’infanzia continuano a influenzare la scelta del partner e il modo in cui ci relazioniamo.
Spesso ci sentiamo attratti da persone che evocano schemi affettivi “familiari”, anche quando questi non sono funzionali, perché inconsciamente riproponiamo ciò che abbiamo appreso nelle prime esperienze di amore, accoglienza o rifiuto

Esclusione difensiva e persistenza dei Modelli Operativi Interni
Un meccanismo centrale che spiega la persistenza dei Modelli Operativi Interni (MOI) disfunzionali è rappresentato dal fenomeno dell’esclusione difensiva.
Secondo Bowlby (1980), questo processo si verifica quando una persona, nel tentativo di proteggersi da emozioni dolorose o da conflitti interni, tende a ignorare, distorcere o minimizzare le informazioni che potrebbero mettere in discussione i propri schemi relazionali consolidati.
Ad esempio, una persona con un modello interno basato sulla convinzione di non essere degna d’amore può inconsciamente trascurare i segnali di affetto del partner, concentrandosi invece su piccoli indizi di distanza o disinteresse.
In questo modo, la realtà viene filtrata attraverso il vecchio schema, che continua a rafforzarsi anche in presenza di esperienze relazionali positive.
L’esclusione difensiva può manifestarsi in diverse forme:
- Negazione delle emozioni: evitare di riconoscere o esprimere sentimenti di vulnerabilità e bisogno.
- Distorsione delle esperienze: interpretare gli eventi in modo da confermare le proprie convinzioni negative.
- Evitamento relazionale: allontanarsi o chiudersi di fronte a situazioni che potrebbero mettere in crisi il proprio modello interno.
Questi meccanismi di protezione, pur nati con una funzione adattiva, finiscono per impedire la rielaborazione di esperienze nuove e correttive, rendendo difficile la modifica dei MOI senza un percorso di consapevolezza e revisione emotiva profonda.
Tipologie di coppia
Sulla base dei Modelli Operativi Interni (MOI), ogni relazione di coppia si configura come un incontro — o match — tra i modelli di un partner e quelli dell’altro.
Da questo incontro possono emergere diverse tipologie di coppia, caratterizzate da modalità relazionali specifiche:
- La coppia sicura: i partner hanno sperimentato figure genitoriali capaci di rispondere in modo coerente e sensibile ai loro bisogni di vicinanza e protezione. Vivono l’intimità con fiducia, accettano i cambiamenti come parte naturale della relazione e affrontano i conflitti in modo costruttivo.
- La coppia evitante: i partner hanno vissuto relazioni infantili segnate da rifiuto emotivo o scarsa disponibilità affettiva. Tendono a minimizzare il bisogno di contatto e a mantenere una distanza di sicurezza. Spesso condividono attività e interessi, ma faticano a esprimere calore e profondità emotiva.
- La coppia ansiosa-ambivalente: In queste relazioni, i partner hanno interiorizzato esperienze di cura incostante o imprevedibile, sviluppando una forte insicurezza affettiva. Temono di non essere amati o ricambiati e vivono l’autonomia dell’altro come un segnale di rifiuto o abbandono. La relazione diventa così caratterizzata da dipendenza affettiva, gelosia e bisogno di conferme continue.
- La coppia disorganizzata: i partner hanno alle spalle esperienze di attaccamento spaventato o spaventante, dove la figura di riferimento era al tempo stesso fonte di conforto e di paura. In età adulta, la vicinanza affettiva può essere vissuta come pericolosa, e le relazioni diventano un terreno di confusione emotiva, alternando desiderio di fusione e necessità di fuga.
Il rapporto di coppia rappresenta spesso un remake simbolico della propria storia infantile: un tentativo, a volte inconsapevole, di riscrivere le antiche ferite affettive.
La psicoterapia può aiutare a riconoscere e rielaborare questi schemi relazionali, offrendo la possibilità di leggere la propria esperienza con occhi adulti e di costruire modi più liberi e funzionali di stare in relazione.
Modelli Operativi Interni, personalità e vulnerabilità psicologica
I Modelli Operativi Interni (MOI) non influenzano soltanto le relazioni di coppia, ma contribuiscono anche allo sviluppo della personalità e, in alcuni casi, alla vulnerabilità verso forme specifiche di disagio psicologico.
In ambito clinico, si osserva che:
- MOI sicuri favoriscono un senso stabile di autostima, la capacità di regolare le emozioni e di instaurare relazioni soddisfacenti e reciproche;
- MOI insicuri possono generare difficoltà nella gestione emotiva, nella fiducia verso gli altri e nella percezione di sé, alimentando sentimenti di inadeguatezza o dipendenza affettiva;
- MOI disorganizzati sono spesso associati a una maggiore vulnerabilità ai disturbi di personalità e a una difficoltà nell’integrare esperienze ed emozioni in modo coerente.
La psicoterapia rappresenta uno spazio privilegiato per riconoscere, esplorare e modificare i MOI disfunzionali. Attraverso un percorso di consapevolezza e nuove esperienze relazionali correttive, è possibile sviluppare una maggiore flessibilità interna, favorendo il benessere emotivo e relazioni più autentiche e sicure.
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