Solo 1 italiano su 4 è stato educato alle emozioni ma oltre tre quarti sostengono che l'educazione emotiva ricevuta ha influenzato il loro modo di relazionarsi con gli altri. Uomini più sicuri delle donne rispetto alla propria competenza emotiva ma anche più riluttanti a prendersi cura del proprio benessere psicologico. E la consapevolezza, nella maggior parte dei casi, non si traduce in capacità di gestire le situazioni emotivamente difficili.
È questa la fotografia che emerge dal MINDex 2026 - Il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani, realizzato dal servizio di psicologia online leader Unobravo insieme a Ipsos Doxa in occasione del mese della Consapevolezza sulla Salute Mentale e dedicato quest'anno allo stato dell'educazione emotiva nel nostro paese.
Il divario di genere nell'educazione emotiva
Sull'educazione emotiva — ovvero la capacità di riconoscere, nominare, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri — l'Italia ha ancora strada da fare. In particolare, dallo studio presentato emerge un universo maschile che, seppur percependosi "molto consapevole" della propria emotività (40%), rimane prigioniero dell'impulsività e fatica ancora a gestire i propri stati emotivi e i comportamenti che ne conseguono, con solo il 15% che afferma di riuscire a farlo pienamente.
Da un lato, oltre il 60% degli uomini sostiene di aver ricevuto supporto emotivo in famiglia, ad esempio nel riconoscere e comprendere le emozioni — contro solo il 44% delle donne. D'altro canto, nonostante questi dati facciano pensare ad un'apertura maggiore del genere maschile, in caso di necessità solo 1 uomo su 3 chiederebbe aiuto senza difficoltà a un professionista (contro oltre la metà del campione femminile).
La voce di Danila De Stefano, CEO e founder di Unobravo:
«Nel 2025 la percentuale di pazienti uomini che hanno intrapreso un percorso di supporto psicologico con noi si ferma al 38%; seppure in crescita rispetto al 2022, ci siamo interrogati sulle possibili cause di questa disparità di genere nell'accesso alla terapia. Il MINDex 2026 conferma come i più restii a chiedere un sostegno psicologico siano proprio gli uomini che — come mostrano diversi studi, e anche i nostri — possono percepire emotività e vulnerabilità come elementi distanti dal loro modo di essere e dall'educazione ricevuta.
Questo si aggiunge ai motivi per cui abbiamo scelto di dedicare la nostra campagna di maggio, mese della consapevolezza sulla salute mentale, al benessere psicologico maschile. Non è una scelta casuale, ma una presa di posizione su un tema che continua a rimanere ai margini: gli uomini chiedono meno aiuto, arrivano più tardi a farlo e spesso lo fanno quando il disagio è già diventato difficile da gestire. Alla base c'è anche un'educazione emotiva che, fin dall'infanzia, tende a semplificare, contenere o negare ciò che si prova, invece di insegnare a riconoscerlo e attraversarlo. Questo ha un impatto reale sulla qualità della vita, delle relazioni e sulla capacità di prendersi cura di sé.»
Gen Z: prevale l'impulsività. L'affetto il sentimento più difficile da articolare
Dalla ricerca emerge anche un quadro articolato della Gen Z (18-29 anni), che vede solo 1 donna Gen Z su 4 riferire di comprendere bene il proprio mondo interiore rispetto a oltre il 40% degli uomini della stessa generazione.
A dispetto di questo dato, pur dichiarando di riuscire a capire le proprie emozioni, solo 1 uomo su 10 della Gen Z afferma di riuscire a gestirle pienamente e a riflettere prima di reagire. E se amore e affetto emergono come i sentimenti più difficili da discutere in famiglia per un terzo degli italiani, indipendentemente dalla generazione, per i giovani uomini a rimanere inespressa è la felicità, mentre per le coetanee sono tristezza e rabbia.
La voce di Corena Pezzella, Clinical Manager e psicoterapeuta di Unobravo:
«L'alfabetizzazione emotiva contribuisce a mettere le basi per imparare a stare in contatto con ciò che si prova, senza evitarlo e senza esserne sopraffatti. In una società in cui la vulnerabilità è talvolta vissuta come un tabù, può essere utile restituire alla paura e alla rabbia il loro valore di segnali, favorendo una maggiore consapevolezza del proprio vissuto. Questa esigenza di apertura si confronta però con una realtà spesso diversa, dove l'esposizione delle proprie fragilità può essere scoraggiata, con il rischio, in alcuni casi, di alimentare una sensazione di isolamento emotivo che i dati oggi mettono in luce.»
L'eredità del "non piangere" e la rottura con i modelli educativi ereditati

Si parte dal passato: solo 2 italiani su 10 dichiara di aver avuto genitori che li aiutavano a dare un nome alle proprie emozioni, mentre per oltre la metà se ne parlava in maniera discontinua, si evitava il tema o si minimizzava, e nel 10% dei casi era attivamente scoraggiato discuterne, con frasi come "non esagerare". Le più colpite dalla cultura del silenzio emotivo sono le donne Baby Boomer (circa 1 su 2) mentre i giovani uomini Gen Z mostrano un segnale positivo, con il 26% che dichiara un supporto effettivo da parte dei genitori.
Anche in questo caso, in evidenza non c'è solo la rottura generazionale, con 1 genitore su 2 che sceglie un approccio opposto a quello ricevuto, ma anche di genere: in media il 66% considera una priorità insegnare ai figli a parlare delle proprie emozioni — sono di questo avviso 3 donne su 4, ma per gli uomini si supera di poco la metà.
Lo stigma sulla salute mentale: ancora un freno
Il MINDex ha analizzato quanto liberamente si parla di salute mentale: solo il 9% degli italiani la ritiene un tema discusso apertamente e 3 su 4 considerano lo stigma sociale ancora un freno significativo, sebbene più della metà percepisca comunque un cambiamento in corso. Il supporto psicologico è ormai visto come strumento di benessere essenziale dal 52%, con le donne Gen Z in testa (70%).



