Le relazioni sentimentali occupano un posto centrale nella vita emotiva e sociale della maggior parte delle persone. Nella cultura italiana, il modello monogamo e orientato alla durata continua a rappresentare la forma più diffusa, riconoscibile e socialmente legittimata di relazione sentimentale…: un solo partner, dato per esclusivo e, idealmente, per sempre. Negli ultimi decenni, però, la letteratura clinica e accademica ha dedicato un’attenzione crescente ad altre forme di relazione sentimentale e di organizzazione dell’intimità, come le relazioni aperte, il poliamore, l’anarchia relazionale e le molte soluzioni intermedie.
Per capire come le persone si stanno orientando in questo scenario in evoluzione, Unobravo ha intervistato 1.399 persone per esplorare il grado di consapevolezza, le esperienze, le convinzioni e i desideri legati alla struttura delle proprie relazioni. Ciò che emerge non è tanto un racconto sulla monogamia che si contrappone la non-monogamia, quanto qualcosa di più silenzioso e trasversale la difficoltà, comune a molte persone a interrogare le regole relazionali che orientano, spesso implicitamente, il nostro modo di vivere i legami.
Principali evidenze
- Solo il 9,8% delle persone afferma di conoscere «molto bene» il concetto di relazioni non monogame o aperte; circa la metà lo conosce almeno «abbastanza bene».
- Appena il 7,4% ritiene che gli esseri umani siano «naturalmente» monogami.
- Solo 1 persona su 11 (9,4%) è mai stata in una relazione non tradizionalmente monogama.
- Il 42% non ha mai discusso esplicitamente organizzazione e regole della propria relazione (limiti, esclusività, aspettative), dando per scontata.
- Il 53% dichiara di essere rimasto in una relazione soprattutto per ragioni diverse dal desiderio di portarla avanti.
- Più di 8 persone su 10 hanno provato, almeno occasionalmente, il desiderio di un’intimità emotiva o fisica con qualcuno diverso dal partner.
- La maggior parte associa ancora la monogamia di lunga durata alla sicurezza (circa l’86%), mentre circa un terzo ha trovato, almeno una volta, opprimente l’idea di essere «tutto» per un’altra persona.
Quanto è conosciuta la non monogamia?
La non-monogamia è sempre più visibile sul piano culturale, ma questa visibilità non corrisponde necessariamente a una conoscenza approfondita. Solo circa una persona su dieci dichiara di conoscere il concetto «molto bene» e, sebbene un ulteriore 40,5% ritenga di conoscerlo «abbastanza bene», quasi la metà afferma di averne soltanto «sentito parlare». È un dato importante per tutto ciò che segue: molte delle opinioni raccolte in questa indagine sembrano formarsi su una conoscenza diretta piuttosto limitata, un aspetto da tenere presente quando, più avanti, si osserva con quanta sicurezza le persone giudicano questi modelli di relazione.
Le persone LGB+ e più giovani mostrano una maggiore familiarità
La familiarità con la non-monogamia non è distribuita in modo uniforme. Tra le persone gay e lesbiche, il 78,7% dichiara di conoscere il concetto almeno abbastanza bene, così come il 68% delle persone bisessuali, contro il 46,4% di quelle eterosessuali. Il divario è più netto se si osserva la risposta «molto bene», scelta da circa una persona LGB+ su cinque (intorno al 21-23%) a fronte del 7,8% delle persone eterosessuali.
Un andamento simile emerge anche rispetto all’età. La quota di chi ne ha solo «sentito parlare ma sa poco», o non lo conosce «per niente», sale dal 41% tra i 18-24 anni al 69% tra i 55-64 anni; al contrario, la familiarità scende da circa il 59% al 31% nello stesso confronto tra fasce d’età.
Dovuta precisazione su ciò che questo dato mostra e su ciò che non mostra: le persone più giovani non praticano necessariamente più spesso la non-monogamia, come chiariscono i dati sull’esperienza riportati più avanti, ma hanno più probabilità di sapere a cosa si riferisce. Nel complesso, i risultati suggeriscono che una maggiore vicinanza a modelli relazionali non convenzionali, per appartenenza generazionale o orientamento sessuale, si accompagni anche a una maggiore conoscenza del tema.
Pochissime persone considerano la monogamia «naturale»
Alla domanda se gli esseri umani siano naturalmente monogami, solo il 7,4% ha risposto di sì. Un gruppo più ampio (27,2%) ha risposto chiaramente di no, mentre la maggioranza, il 55,8%, ha scelto «dipende dalla persona», e il 9,6% si è detto incerto. Il dato principale colpisce: meno di una persona su tredici considera la monogamia di lunga durata una condizione naturale per l’essere umano. La risposta prevalente, però, non è un rifiuto netto, ma una sfumatura. La maggior parte delle persone evita di descrivere la monogamia come innata o come innaturale, e la colloca piuttosto nel campo delle differenze individuali.Questa idea, secondo cui non esisterebbe un unico copione relazionale valido per tutti,introduce una tensione che ritorna in tutta l’indagine: molte persone sembrano mettere in discussione la naturalità della monogamia, ma poche hanno mai trasformato questo dubbio in una conversazione esplicita con il partner.
L’esperienza diretta resta minoritaria: 1 persona su 11 ha vissuto una relazione non monogama

A fronte di una crescente visibilità culturale, l’esperienza diretta delle relazioni non monogame resta poco diffusa: solo il 9,4% delle persone dichiara di aver vissuto una relazione di questo tipo. Tra chi è single, la preferenza per una relazione monogama risulta nettamente più frequente rispetto a quella per una relazione non monogama: 14,9% contro 2,1%. Il contrasto con le sezioni successive è significativo. La grande maggioranza delle persone esprime opinioni, aspettative e emozioni sulla struttura delle relazioni, ma per molte si tratta di un tema osservato dall’esterno, come qualcosa di immaginato più che vissuto.
Le persone bisessuali riportano più spesso esperienze di non-monogamia
L’esperienza diretta della non-monogamia risulta più frequente tra le persone bisessuali: il 24% dichiara di essere stato in una relazione non monogama, una quota circa tre volte superiore rispetto a quella rilevata tra le persone eterosessuali, pari al 7,4%. Le persone gay e lesbiche si collocano in una posizione intermedia, con il 14,7%. Se si includono anche le persone single che preferiscono l’idea della non-monogamia, circa il 29% delle persone bisessuali l’ha vissuta o è disposto a viverla. Il dato va letto in modo descrittivo, senza trarre conclusioni sulle cause: una maggiore frequenza di esperienza in un gruppo non dice nulla sull’adeguatezza di un modello relazionale per la singola persona e può riflettere, tra le altre cose, la maggiore con il tema familiarità già descritta.
Nella maggior parte delle coppie le regole relazionali restano implicite
È, per molti versi, uno dei dati centrali dell’indagine. Solo circa un terzo delle persone (34,1%) descrive un dialogo chiaro e continuativo con il partner sui termini della relazione: i suoi limiti, la sua esclusività, le sue aspettative. Per la maggioranza, invece, queste dimensioni restano poco esplicitate: il 42% ha trattato la struttura come un presupposto implicito, mai detto a voce; il 15,5% ne ha parlato solo una volta, all’inizio; e l’8,4% ci ha provato, ma ha trovato la conversazione troppo scomoda da portare avanti. In altre parole, il modo più diffuso di arrivare alle «regole» di una relazione non è negoziare, ma ereditarie come impostazione predefinita.
Dal punto di vista clinico è un aspetto rilevante, perché i presupposti non detti sono difficili da rimettere in discussione. Le aspettative mai rese esplicite non si possono verificare, aggiornare o riparare con facilità quando le circostanze cambiano. E una struttura che nessuno ha scelto a voce alta è una struttura di cui nessuno dei due partner può essere certo che l’altro la condivida. È proprio su questo che la terapia di coppia può offrire un contributo: creare uno spazio protetto e guidato in cui dare parola ad aspettative, confini e accordi che, nella vita quotidiana della relazione, spesso restano impliciti.
Il non detto pesa di più tra le persone eterosessuali e più adulte
Affidarsi a un impostazione implicita è molto più frequente in alcuni gruppi che in altri. Tra le persone eterosessuali, il 45,8% descrive la struttura come un presupposto non esplicitato, contro il 24% delle persone bisessuali e il 18,7% di quelle gay e lesbiche; all’opposto, un dialogo continuativo è riferito dal 49,3% delle persone gay e lesbiche e dal 47% di quelle bisessuali, a fronte del 31,5% delle persone eterosessuali.
Una lettura plausibile, da considerare come ipotesi e non come spiegazione causale, è che le relazioni meno aderenti al «copione» ereditato non possano contare su un’impostazione predefinita a cui appoggiarsi e debbano quindi rendere espliciti i propri termini. Nel tempo, questa necessità può trasformarsi in una maggiore abitudine al dialogo aperto. I dati sono coerenti con questa interpretazione, ma non la dimostrano.
A questo si affianca un andamento generazionale. Il dialogo continuativo scende dal 40% tra i 25-34 anni al 9,2% tra i 55-64 anni, mentre il «presupposto implicito» sale al 58,5% nella fascia più adulta. L’indagine non permette di stabilire se questo dipenda dall’età, dall’epoca in cui le persone hanno costruito le proprie relazioni o da entrambe le dimensioni. Di certo, però, le persone più giovani tendono più spesso a considerare la struttura della relazione come qualcosa di cui parlare, e non come un dato da dare per scontato.
Restare per paura, abitudine o senso di colpa: un’esperienza comune a più di una persona su due
La maggioranza, il 53%, dichiara di essere rimasta, almeno una volta, in una relazione soprattutto per ragioni diverse dal reale desiderio di portarla avanti: la paura di restare sola, la sicurezza economica, le aspettative sociali o, semplicemente, il fatto che la relazione andasse «abbastanza bene». Il 30,6% dice di no, mentre il 12,9% si dice incerto. Questo dato dà una forma concreta alle convinzioni emerse nelle sezioni precedenti. Molte persone non solo dubitano che la monogamia sia un dato naturale, ma riconoscono anche di essere rimaste in relazioni che, almeno in parte, non sentivano più come pienamente scelte. È un dato da leggere senza giudizio: restare per ragioni di sicurezza, cura, abitudine o circostanza è una reazione profondamente umana, non una colpa morale.
Un’esperienza che aumenta con l’età
La frequenza con cui le persone riferiscono questa esperienza cresce in modo costante con l’età: dal 41% tra i 18-24 anni al 50% tra i 25-34, al 55% tra i 35-44, al 62% tra i 45-54 e fino al 66% tra i 55-64. La spiegazione più immediata è l’esposizione: più lunga è la storia relazionale di una persona, maggiori sono le occasioni in cui può essersi trovata a restare in una relazione per ragioni diverse dal desiderio di portarla avanti. Letto in questa prospettiva, il dato parla soprattutto di esperienza accumulata nel tempo, più che di una caratteristica specifica di una generazione.
Il desiderio fuori dalla coppia è un’esperienza comune a più di 8 persone su 10
Solo il 12,4% delle persone afferma di non aver mai desiderato un’intimità emotiva o fisica con qualcuno diverso dal partner. La maggioranza riferisce invece di averlo sperimentato almeno occasionalmente: a volte (46,9%), raramente (21,9%) o spesso (15,4%). In altre parole più di 8 persone su 10 hanno provato almeno occasionalmente una forma di desiderio fuori dalla coppia. Vale la pena dirlo con chiarezza, perché è un dato facile da fraintendere: provare desiderio per qualcun altro non equivale a metterlo in atto e non indica, di per sé, che una relazione stia fallendo.
Letta insieme ai dati precedenti, cioè il dato sul dubbio diffuso che la monogamia sia «naturale» e la frequenza con cui le persone restano in relazioni per ragioni diverse dal desiderio, questo risultato completa un quadro coerente: le emozioni che complicano la monogamia sono ordinarie e molto diffuse, anche tra chi sceglie e dà valore alla monogamia.
Differenze per genere e orientamento sessuale
Gli uomini riferiscono questo desiderio con maggiore frequenza: il 21,8% risponde «spesso», contro il 13,3% delle donne, mentre le donne hanno circa il doppio delle probabilità di rispondere «mai» (14,2% contro 6,9%). È un divario da interpretare con cautela. Il desiderio dichiarato dipende anche da quanto le persone si sentano libere di riconoscerlo e nominarlo. Le norme sociali sull’attrazione, sulla fedeltà e sulla desiderabilità cambiano a seconda del genere e la differenza osservata può riflettere tanto la disponibilità a dichiararlo quanto la sua effettiva frequenza. Anche l’orientamento sessuale mostra differenze rilevanti.. La risposta «spesso» è indicato da circa un quarto delle persone bisessuali (25%) e gay o lesbiche (24%), contro il 13,6% di quelle eterosessuali. Anche in questo caso, il dato sembra inserirsi in un quadro più ampio: i gruppi che mostrano maggiore familiarità con modelli relazionali non convenzionali tendono anche a riconoscere e dichiarare più spesso desideri che si collocano fuori dalla coppia.
Chi ha pensato a una soluzione alternativa ma è rimasto in silenzio
Una cosa è il desiderio, un’altra è parlarne. Circa il 21% delle persone ha preso in considerazione l’idea di proporre al partner una relazione alternativa, ma ha scelto di non farlo. Alla domanda sul perché (era possibile indicare più motivi), la risposta più frequente è stata la paura di ferire il partner, indicata dal 12,2% del totale, ben davanti alla paura del conflitto (6,4%), ad «altri motivi» (5,1%), al timore che il partner potesse goderne più di loro (4,2%), alla paura del rifiuto (3,9%) e a quella del giudizio sociale (3,2%). Il freno principale, insomma, non è l’egoismo, ma l’attenzione verso l’altra persona. È un dato umano e, al tempo stesso, rivelatore: lo stesso istinto protettivo che rende riluttanti a fare del male può impedire che conversazioni importanti avvengano, lasciando un pensiero da gestire in privato invece che da condividere.
Monogamia per tutta la vita: sicurezza o pressione?

Alla domanda su come vivano la monogamia di lunga durata, le persone propendono chiaramente per la sicurezza. Circa il 38,7% la descrive come «puramente sicurezza» e un ulteriore 47,3% come «soprattutto sicurezza, con un po’ di pressione»: in totale, circa l’86% la vive principalmente come una fonte di protezione. Una quota più contenuta, pari all’11,4%, la descrive come «soprattutto pressione, con un po’ di sicurezza» e il 2,6% come «puramente pressione». Nel complesso, quindi, circa una persona su sette associa la monogamia di lunga durata soprattutto a una forma di tensione. È un importante contrappeso rispetto al resto del report. I dubbi, i desideri e i non detti descritti qui convivono con un valore molto ampio attribuito alla monogamia come luogo di stabilità e sicurezza. Per la maggior parte delle persone, queste dimensioni non sono necessariamente in contraddizione: si può riconoscere la complessità del desiderio e, allo stesso tempo, continuare a vivere la monogamia come una cornice protettiva. La minoranza che la percepisce soprattutto come pressione, leggermente più frequente tra gli uomini e tra le persone bisessuali, è reale e merita attenzione, ma resta una minoranza.
Essere tutto per una persona può diventare estenuante?
Circa un terzo delle persone (32,8%) afferma che essere, allo stesso tempo, amante, migliore amico/a e confidente del partner è diventato, a un certo punto, opprimente o faticoso; il 42,6% dice di no e un significativo 24,6% è incerto. È una domanda che tocca un cambiamento profondo nel modo in cui pensiamo la relazione di coppia.
La letteratura sulle relazioni ha descritto come, nell’ultimo secolo, alla coppia siano stati attribuiti compiti sempre più ampi: non solo compagnia e sicurezza, ma anche intimità, passione, riconoscimento e crescita personale. Nel modello della coppia moderna «all-or-nothing» (tutto o niente), proposto da Eli Finkel, chiedere a un’unica relazione di rispondere a così tanti bisogni elevati può renderla straordinariamente appagante quando funziona, ma anche più esposta alla fatica quando le aspettative superano il tempo, le energie e le risorse disponibili. La quota di persone che riferisce questa fatica, insieme al quarto che si dichiara incerto suggerisce che per molti è un’esperienza concreta, non un’astrazione.
Tra le persone bisessuali il dato sale al 45%, contro il 31,2% delle eterosessuali e il 38,7% delle gay e lesbiche. L’implicazione clinica non è che una sola persona debba essere tutto, né che non possa bastare, ma che distribuire i bisogni emotivi tra amicizie e comunità, invece di concentrarli interamente in un unico legame, può alleggerire il peso sulla relazione. Quando quel peso diventa difficile da sostenere, anche un percorso di terapia di coppia può aiutare a rendere esplicite o ridefinire le aspettative reciproche.
Che cosa significa per una coppia aprire una relazione?
«Aprire» una relazione indica di solito la scelta di una coppia di concedersi, di comune accordo, legami romantici o sessuali con altre persone pur restando coppia: è una delle diverse forme di non-monogamia consensuale. Alla domanda su cosa segnali più spesso una decisione del genere, il 47% delle persone ha evitato di generalizzare, scegliendo «neutro / dipende». Tra chi prende posizione, però, le letture divergono nettamente: il 37% interpreta l’apertura come segnale che la coppia stia attraversando delle difficoltà, mentre solo il 16,1% la legge come segno di forza o fiducia. L’interpretazione negativa, quindi, risulta più che doppia rispetto a quella positiva. Questo scarto sembra indicare la presenza di uno stigma ancora persistente.
Vale la pena confrontarlo con le evidenze disponibili: gli studi che mettono a confronto relazioni consensualmente non monogame e monogame in genere non trovano differenze affidabili in termini di soddisfazione, impegno o fiducia, e alcuni riportano persino una minore gelosia nelle coppie non monogame, anche se i risultati sono contrastanti e provengono in gran parte da campioni esterni all’Italia. L’idea diffusa che aprire una relazione sia segnale di problemi, quanto meno, non trova un solido sostegno nei dati. Va però notato che questa lettura diventa più frequente con l’età: un gradiente generazionale coerente con altri andamenti osservati nell’indagine.
Le parole associate alle relazioni monogame e non monogame
Le ultime due domande chiedevano alle persone di indicare una sola parola che associasse, rispettivamente, alle relazioni monogame e a quelle non monogame. Le risposte sono presentate attraverso due nuvole di parole, in cui la dimensione di ciascun termine è proporzionale alla frequenza con cui è stato citato.

Le due nuvole di parole raccontano lo stesso compromesso che emerge in tutta l’indagine: la non-monogamia viene associata alla libertà, ma anche all’insicurezza; la monogamia alla sicurezza, ma anche al rischio della noia.

Ogni modello sembra scambiare una paura con un’altra, il che riporta al tema centrale dell’indagine: la variabile decisiva potrebbe non essere tanto la struttura in sé, quanto il fatto che i suoi termini siano compresi e condivisi.
«Monogamia di default»: il divario tra ciò che crediamo e ciò che non diciamo mai
Mettendo in fila i dati principali dell’indagine, emerge uno schema chiaro. Solo il 7,4% delle persone crede che gli esseri umani siano naturalmente monogami. Più di 8 su 10 hanno desiderato un’intimità con qualcuno diverso dal partner. La maggioranza, il 53%, è rimasta in una relazione per ragioni che andavano oltre il reale desiderio di restarci. Eppure il 42% non ha mai discusso, nemmeno una volta, la struttura della propria relazione, dandone i termini per scontati.
Nel complesso, questi dati descrivono una situazione silenziosa e diffusa: che resta implicita, più assunta che nominata, più ereditata che concordata. Il punto non è che dovrebbero scegliere diversamente. È che quella struttura agisce al di sotto del livello della conversazione: data per scontata invece che esaminata, presunta invece che resa esplicita.
La conclusione clinica non è un invito ad aprire le relazioni, né a tenerle chiuse. È che, in qualsiasi struttura relazionale, il passaggio più utile può essere rendere esplicito ciò che è implicito: parlare dei limiti, delle aspettative e del significato dell’esclusività, invece di dare per scontata un’intesa condivisa che potrebbe non esserci. È coerente con ciò che suggeriscono le evidenze più ampie: nei vari studi, la forma che una relazione assume predice la sua qualità meno di quanto facciano la chiarezza, l’onestà e la comunicazione costante al suo interno. Qualunque sia la sua forma, una relazione tende a funzionare meglio quando entrambe le persone sanno sceglierla, insieme e a voce alta. Quando avviare quella conversazione da soli risulta difficile, un percorso di terapia di coppia può offrire lo spazio e gli strumenti per affrontarla.
Fonti
Finkel et al., «The Suffocation of Marriage» (Current Directions in Psychological Science, 2014) e «The All-or-Nothing Marriage» (2017).
Conley et al. (2017) e Rubel & Bogaert (2015), sui confronti di qualità relazionale tra relazioni consensualmente non monogame e monogame.



