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Aggressività: cosa la causa davvero e come si sviluppa

Aggressività: cosa la causa davvero e come si sviluppa
Elisa Pastorelli
Psicoterapeuta ad orientamento Sistemico-Relazionale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
26.1.2026
Aggressività: cosa la causa davvero e come si sviluppa
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In ambito psicologico, l’aggressività è intesa come un comportamento finalizzato a danneggiare un altro essere umano, sia sul piano fisico sia su quello psicologico. Si tratta di un fenomeno che, pur assumendo forme diverse, può avere un impatto profondo sulla vita delle persone e delle comunità. A livello globale, sono davvero moltissimi gli uomini, donne e bambini che subiscono, nel corso della vita, forme non letali di violenza interpersonale, come maltrattamenti, abusi o aggressioni psicologiche.

Possiamo distinguere diverse manifestazioni di aggressività, che variano per intenzionalità, modalità di espressione e conseguenze sulla vittima.

  • l’aggressività ostile, cioè un’azione "a caldo" che scaturisce da un impulso momentaneo;
  • l’aggressività strumentale, determinata da un comportamento calcolato e premeditato, in grado di portare all'aggressore un beneficio materiale.

Ma cosa causa l’aggressività? Ci sono persone più predisposte ad essere aggressive? L’aggressività si impara o è innata?

Il gene guerriero

È il 2004 quando Abdelmalek Bayout uccide un uomo sconosciuto colpendolo con diverse coltellate dopo che lo aveva chiamato “omosessuale”: un’azione violenta e feroce quanto inaspettata. Le perizie svolte durante il processo individuarono nell’uomo una mutazione del gene MAOA, definito il gene guerriero proprio perché associato a una maggior propensione all’aggressività.

La proteina MAOA influisce sui nostri livelli di dopamina e serotonina, connessi al comportamento e all’umore, e ha una maggior vulnerabilità a eventi aberranti esterni. Essere portatore di questa mutazione può rendere la persona più incline a manifestare aggressività se provocata o esclusa socialmente.

Diversi studi, però, mostrano come una bassa attività del gene MAOA non sia sufficiente per l’instaurarsi di comportamenti violenti. È più forte la correlazione tra mutazione del gene guerriero e aggressività nel caso in cui l’individuo sia cresciuto in un contesto familiare e sociale traumatico.

Liza Summer - Pexels

MAOA, neurochimica e rischio di comportamenti aggressivi

Il gene MAOA regola un enzima che degrada neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina, coinvolti nel controllo degli impulsi e dell’umore. Alcune varianti del gene portano a una bassa attività MAOA, con un diverso equilibrio di queste sostanze nel cervello.

Secondo una ricerca di Terrie Moffitt, psicologa clinica, e colleghi del 2002, le persone con bassa attività MAOA che hanno subito maltrattamenti gravi nell’infanzia mostrano un rischio significativamente più alto di comportamenti aggressivi e antisociali in età adulta rispetto a chi ha la stessa variante genetica ma è cresciuto in contesti protettivi.

Questo dato suggerisce che:

  • la variante MAOA rappresenta una predisposizione, non una condanna;
  • l’ambiente (in particolare traumi e violenza precoce) può amplificare o attenuare il rischio;
  • intervenire su protezione, cura e regolazione emotiva può ridurre l’espressione aggressiva anche in presenza di vulnerabilità genetiche.

Danni neurologici

Il cervello è il nostro centro di controllo, artefice di gran parte delle nostre azioni, volontarie o meno. In caso di danni neurologici conseguenti a traumi, vi possono essere determinate conseguenze in relazione alla parte lesa. Lesioni ai lobi frontali, ad esempio, possono determinare:

  • un aumento di comportamenti violenti;
  • una maggiore propensione all’aggressività;
  • il discontrollo emotivo;
  • la riduzione del controllo degli impulsi.

Antonio Damasio, una vera autorità nel campo delle scienze biomediche, per definire le persone con danni ai lobi frontali tali da influenzarne la personalità con una mancanza di empatia, mancanza di senso di colpa e incapacità di comprendere stati emotivi altrui, parlò per la prima volta di sociopatia acquisita.

I danni, in particolare nell’area prefrontale, sono maggiormente connessi a:

Aggressività: cause neurobiologiche

Le neuroscienze mostrano che alcune aree cerebrali sono particolarmente coinvolte nella genesi dei comportamenti aggressivi. Quando queste strutture funzionano in modo alterato, la probabilità di agiti aggressivi può aumentare.

Le regioni più studiate sono:

  • Amigdala: è il "radar" delle minacce. Se è iperattiva, può interpretare come pericolosi anche stimoli neutri, favorendo reazioni aggressive rapide e impulsive.
  • Corteccia prefrontale e orbitofrontale: regolano gli impulsi e valutano le conseguenze delle azioni. Un funzionamento ridotto rende più difficile frenare la rabbia e scegliere risposte alternative.
  • Ipotalamo: coordina le risposte di attacco o fuga. Una sua attivazione eccessiva può facilitare reazioni fisiche aggressive.
  • Ippocampo: aiuta a contestualizzare le esperienze. Se è compromesso, può essere più difficile distinguere tra pericoli reali e ricordi di minacce passate.

Queste vulnerabilità biologiche non determinano da sole l’aggressività, ma interagiscono con la storia di vita e l’ambiente.

Lesioni frontali e aumento dei comportamenti aggressivi

Le lesioni ai lobi frontali, soprattutto alla corteccia prefrontale, sono tra le cause neurologiche più studiate dell’aumento di aggressività. Questa area è fondamentale per:

  • inibire gli impulsi: bloccare l’azione quando non è adeguata;
  • valutare conseguenze e regole sociali: prevedere l’impatto delle proprie azioni sugli altri;
  • modulare le emozioni intense: trasformare la rabbia in comunicazione.

Quando la corteccia prefrontale è danneggiata da traumi cranici, ictus o altre patologie, la persona può diventare più impulsiva, irritabile e incline a reazioni aggressive sproporzionate. Studi di neuropsicologia clinica riportano che, in alcuni campioni di persone con lesioni prefrontali, la frequenza di comportamenti aggressivi e di violazioni delle norme sociali risulta significativamente più alta rispetto a gruppi senza lesioni.

Anche in questi casi, però, il contesto relazionale, il supporto e la riabilitazione influenzano molto come l’aggressività si manifesta.

Teoria dell’apprendimento sociale

Negli anni ’60 inizia a diffondersi l’idea che l’apprendimento di un comportamento umano possa avvenire attraverso l’osservazione e l’imitazione di comportamenti altrui. Lo psicologo Albert Bandura dimostrò questa teoria attraverso l’esperimento della Bambola Bobo. A questo esperimento prendono parte due gruppi di bambini di 4-5 anni.

  • Il primo gruppo osserva un adulto entrare in una stanza piena di giochi e iniziare a relazionarsi con una bambola gonfiabile (Bobo) in modo positivo, giocando e divertendosi;
  • Il secondo gruppo vede l’adulto che interagisce in modo violento con Bobo, aggredendola e offendendola.

Al termine dell’osservazione, i bambini vengono lasciati liberi di giocare nella stanza. I bambini che hanno osservato i comportamenti aggressivi dell’adulto sono più propensi a imitarli, riproducendo con Bobo le modalità di interazione a cui avevano assistito.

Lukas - Pexels

Aggressività appresa in famiglia e nei contesti di crescita

Come dimostra l’esperimento appena riportato, l’aggressività può essere appresa osservando come le persone significative gestiscono conflitti, rabbia e frustrazione. Se in famiglia litigi, urla o violenza fisica sono frequenti, il bambino può interiorizzare l’idea che l’aggressività sia un modo normale o efficace per ottenere ciò che desidera. Inoltre, l’esposizione a maltrattamenti, abusi o trascuratezza durante l’infanzia rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti violenti e aggressivi in età adulta ed è associata a una maggiore probabilità di diventare, nel corso della vita, sia vittima sia autore di ulteriori episodi di violenza.

Secondo meta-analisi in psicologia dello sviluppo, i bambini esposti a violenza domestica o a punizioni corporali severe mostrano, in media, livelli più alti di comportamenti aggressivi verso coetanei e adulti rispetto ai bambini cresciuti in contesti non violenti. Questo effetto è più marcato quando:

  • la violenza è ripetuta e non riconosciuta come problematica;
  • mancano modelli alternativi di gestione pacifica dei conflitti;
  • non c’è spazio per esprimere e nominare le emozioni.

In questo senso, l’ambiente di crescita può diventare una vera e propria “palestra” dell’aggressività, soprattutto se non sono presenti figure adulte che contengano e correggano questi comportamenti.

‍La frustrazione

Nel 1939 sono stati condotti i primi studi che indagavano una possibile correlazione tra la frustrazione e i comportamenti aggressivi. Lo psicologo Dollard e colleghi, in seguito a diversi esperimenti, hanno formulato la Teoria della frustrazione e aggressività: intendendo la frustrazione come l’impossibilità di raggiungere un fine, ritenevano che essa evocasse uno stato di istigazione ad agire in maniera aggressiva.

Vi era quindi un nesso causale tra frustrazione e aggressività.

Questa teoria è stata riformulata prendendo in considerazione gli aspetti:

  • culturali
  • sociali
  • i diversi modi di gestire la frustrazione.

Condizioni ambientali stressanti possono causare frustrazione, che a sua volta può aumentare la probabilità di comportamenti aggressivi e impulsivi. La frustrazione viene quindi considerata come un fattore che può predisporre all’aggressività e non una condizione necessaria.

Frustrazione cronica e vulnerabilità all’aggressività

La frustrazione non riguarda solo un singolo episodio in cui qualcosa va storto, ma può diventare una condizione cronica quando la persona sperimenta ripetutamente ostacoli, ingiustizie o mancanza di riconoscimento. In questi casi, il rischio di rispondere con aggressività aumenta.

Alcuni fattori che favoriscono questo passaggio sono:

  • sensazione di impotenza prolungata: quando ci si sente bloccati e senza alternative, l’aggressività può apparire come l’unico modo per riprendere controllo;
  • interpretazioni ostili: leggere le azioni altrui come intenzionalmente contro di sé facilita reazioni aggressive;
  • accumulo di stress: problemi economici, lavorativi o relazionali non elaborati possono sfociare in esplosioni di rabbia.

La teoria frustrazione-aggressività, nelle sue versioni più recenti, sottolinea che non ogni frustrazione porta ad aggressività, ma che la combinazione di frustrazione cronica, scarse risorse di regolazione emotiva e contesti poco supportivi aumenta la probabilità di agiti aggressivi.

L'influenza del gruppo sociale

Gli studi di psicologia sociale hanno evidenziato come l'influenza del gruppo di appartenenza possa condizionare il comportamento umano, portando anche a condotte aggressive. Uno degli studi più famosi a tal proposito è l'esperimento di Stanford, condotto dal professor Philip Zimbardo nel 1971.

Il gruppo di ricerca guidato da Zimbardo creò nei corridoi del seminterrato dell’Università di Stanford una finta prigione, all'interno della quale assegnò ai partecipanti il ruolo casuale di detenuti e guardie penitenziarie.

Quello che accadde destò molta sorpresa nei ricercatori: alcune delle guardie ebbero comportamenti aggressivi e atteggiamenti vessatori verso i prigionieri, tanto da portare a decidere di interrompere l’esperimento. Nel commentare i risultati di questo studio Zimbardo usò l'espressione "Effetto Lucifero", sostenendo l'ipotesi che, se esposta a certe condizioni, ogni tipo di persona può agire in maniera violenta.

Quando il gruppo può diventare una causa di aggressività

Il gruppo può trasformarsi in una potente causa situazionale di aggressività. In alcuni contesti, le norme implicite o esplicite del gruppo incoraggiano comportamenti violenti, premiando chi mostra durezza e punendo chi si sottrae.

Alcuni meccanismi che favoriscono l’aumento dell’aggressività sono:

  • de-individuazione: sentirsi "uno tra tanti" può ridurre il senso di responsabilità personale e rendere più facile compiere azioni che da soli non si farebbero;
  • conformismo: il desiderio di essere accettati può portare a imitare condotte aggressive del gruppo, anche se non rispecchiano i propri valori;
  • polarizzazione di gruppo: discutere in un gruppo che già approva la violenza può spingere verso posizioni ancora più estreme.

Questi processi spiegano perché persone generalmente pacifiche possano agire in modo aggressivo in contesti di branco, tifoserie violente o gruppi che legittimano l’uso della forza.

Come riconoscere le possibili cause della propria aggressività

Comprendere le cause della propria aggressività può essere un passo importante per poterla gestire. Alcune domande possono aiutare a orientarsi, pur ricordando che la valutazione spetta a professionisti qualificati.

Per le cause biologiche e genetiche, ci si può chiedere:

  • ci sono storie familiari di forte impulsività, violenza o disturbi psichiatrici?
  • ho notato reazioni aggressive molto intense fin dall’infanzia, anche in contesti relativamente stabili?

Per le cause neurologiche:

  • ho avuto traumi cranici, incidenti, interventi o malattie che hanno interessato il cervello?
  • dopo questi eventi ho osservato cambiamenti marcati in autocontrollo, empatia o tolleranza alla frustrazione?

Per le cause psicologiche e sociali:

  • sono cresciuto in ambienti dove urla, minacce o violenza erano frequenti?
  • oggi vivo situazioni di frustrazione cronica (lavorativa, relazionale, economica) che non riesco a esprimere in altro modo?

Portare queste riflessioni in un percorso psicologico può aiutare a dare un senso all’aggressività e a trasformarla in forme di espressione più sicure e costruttive. In questa cornice, interventi strutturati come i programmi di sviluppo delle competenze sociali ed emotive nei bambini e negli adolescenti, i percorsi di sostegno alla genitorialità e i programmi scolastici anti-bullismo hanno dimostrato di ridurre in modo significativo i comportamenti aggressivi e violenti.

Ultime considerazioni

Non possiamo definire l’aggressività come qualcosa di innato o che ha cause ben definite, ma possiamo concludere sostenendo che vi sono condizioni:

  • biologiche
  • genetiche
  • ambientali
  • sociali
  • relazionali

che possono predisporre l’uomo ad avere comportamenti più aggressivi, ostili o impulsivi, aumentando la probabilità di questi agiti.

In questi casi può essere utile confrontarsi con uno psicologo che lavora su tematiche legate all’aggressività, per esplorare le proprie emozioni e sviluppare modalità più funzionali di gestione dei conflitti e delle relazioni. La violenza, infatti, non è una componente inevitabile della condizione umana: è un fenomeno prevedibile e prevenibile attraverso strategie basate su dati ed evidenze scientifiche e grazie a interventi mirati a livello individuale, delle relazioni strette, della comunità e della società, che possono ridurre in modo significativo il rischio e l’incidenza della violenza interpersonale.

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