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L'esperimento di Stanford e l’Effetto Lucifero

L'esperimento di Stanford e l’Effetto Lucifero
L'esperimento di Stanford e l’Effetto Luciferologo-unobravo
Nicoletta Signorelli
Nicoletta Signorelli
Redazione
Psicologa ad orientamento Psicoanalitico
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il
15.11.2023

Avete mai sentito parlare dell’esperimento carcerario di Stanford e dell’annesso “effetto Lucifero”? Sono stati fonte di ispirazione per numerosi film e opere letterarie, e rappresentano due dei temi più famosi nell’ambito della psicologia sociale e forense. Ma di che cosa si tratta?

L’obiettivo dell’esperimento carcerario di Stanford

L’esperimento di Stanford (the Stanford prison experiment) fu una sperimentazione condotta nel 1971 dal professor Philip Zimbardo e dai suoi collaboratori. 

Questo team di studiosi si pose l’obiettivo di comprendere in che modo l’influenza sociale del gruppo di appartenenza - in questo caso guardie e detenuti - potesse condizionare il comportamento dei singoli membri [1].

Chi è Philip Zimbardo

Philip Zimbardo è uno psicologo statunitense, laureatosi a Yale nel 1959. 

Professore di psicologia, si interessò ben presto al voler comprendere se l’ambiente carcerario potesse influenzare i comportamenti anomali riscontrabili al proprio interno o se questi fossero causati prevalentemente da caratteristiche della personalità dei detenuti e delle guardie.

Per approfondire tali ricerche, creò e divenne famoso per il “Philip Zimbardo 1971 experiment” che diede vita alla teoria dell’Effetto Lucifero. 

Per il suo esperimento, Zimbardo si ispirò agli studi di Milgram. Quest’ultimo infatti è conosciuto per un altro esperimento che fece molto discutere e che prese il suo nome. 

L’esperimento di Milgram

L’esperimento di Milgram [2] fu condotto nel 1961 con l’obiettivo di studiare se e in che modo il comportamento umano potesse essere influenzato dall’obbedienza a una autorità. In breve, in questo esperimento venne chiesto ai soggetti coinvolti di infliggere una scarica elettrica ad altri partecipanti – in realtà complici dell’esperimento – ogni volta che questi sbagliavano la risposta a un esercizio. 

Le scariche elettriche non venivano somministrate realmente, ma i complici fingevano di avvertire dolore. I risultati dell’esperimento mostrarono come molte delle persone arruolate, nonostante esprimessero disaccordo verso questa pratica violenta, obbedirono incondizionatamente agli ordini impartiti, scaricando la propria responsabilità su chi impartiva gli ordini.

esperimento prigione Stanford
Ron Lach - Pexels

Lo Stanford experiment

Per realizzare l’esperimento di Zimbardo venne realizzata una riproduzione di un istituto penitenziario, con tanto di celle, all’interno del corridoio del seminterrato dell’istituto di psicologia dell’Università di Stanford.

Vennero selezionati 24 studenti che fossero quanto più in salute e lontani da uno stile di vita delinquenziale e quindi suddivisi in maniera casuale tra chi avrebbe rappresentato i detenuti e chi avrebbe impersonato le guardie penitenziarie.

Per rendere il tutto più simile alle condizioni reali, vennero consegnate delle uniformi a entrambi i gruppi. Inoltre, coloro che avrebbero rappresentato i detenuti vennero realmente prelevati dalle loro abitazioni per simulare l’arresto, trattenuti nella finta prigione e venne detto loro che sarebbero stati sotto stretta sorveglianza, senza privacy e privati dei propri averi. 

Nel contempo, per le guardie penitenziarie vennero organizzati dei turni di lavoro di 8 ore e venne dato loro il compito di mantenere l’ordine all’interno della prigione senza l’uso della violenza fisica.

L'esperimento carcerario di Stanford sarebbe dovuto durare due settimane ma, ben presto, gli eventi presero una piega inaspettata: dopo sei giorni Zimbardo e i propri collaboratori dovettero interrompere l’esperimento. Ma come mai presero tale decisione?

Gli effetti dell’esperimento di Zimbardo

Dopo breve tempo, sia le guardie che i prigionieri iniziarono a sviluppare comportamenti tipici dei due ruoli sociali rappresentati: 

  • alcuni detenuti organizzarono rivolte e crearono situazioni caotiche di difficile gestione 
  • alcune guardie obbligarono i prigionieri a svolgere attività svilenti adottando un atteggiamento vessatorio. 

Fu così che diversi soggetti appartenenti al gruppo dei detenuti svilupparono rapidamente sintomi di disturbi depressivi, intensa rabbia e manifestazioni acute di ansia.

Alcune delle persone appartenenti al gruppo delle guardie, invece, svilupparono comportamenti aggressivi  e maltrattanti, tanto da portare gli osservatori a interrompere l’esperimento.

Lo studio delle informazioni ottenute rivelò che i prigionieri erano inclini a sperimentare vissuti di deindividuazione, di impotenza, depressione e tendenza ad adottare un comportamento passivo e sottomesso. 

Le guardie, di contro, avevano sviluppato sì vissuti di deindividuazione, acquisendo però un maggior senso di potere, comportamenti prevaricanti e costrittivi.

effetto lucifero
Rdne Stock Project - Pexels

Cos’è l’Effetto Lucifero dell'esperimento di Zimbardo

Cattivi si nasce o si diventa? Riflettendo sui risultati ottenuti dall’esperimento di Stanford, Zimbardo ne trasse la riflessione che anche persone tendenzialmente di sani principi, se esposte a situazioni specifiche, possono compiere azioni disregolate e violente, definendo questo risultato come “Effetto Lucifero”

Esiste quindi la possibilità che “cattivi” si diventi attraverso l’esposizione a determinati contesti, situazioni e ruoli ricoperti, attraverso un meccanismo che possiamo definire “aggressività situazionale” e che possiamo riscontrare nell’Effetto Lucifero. 

Che cos’è l’aggressività situazionale?

L’aggressività rientra nei comportamenti tipici dell’essere umano ed è possibile notare come alcune situazioni e contesti sociali possono indurre l’uomo a mettere in atto comportamenti aggressivi e violenti. 

Prendendo in esame l’esperimento di Zimbardo e l’esperimento di Milgram, abbiamo visto come l’appartenenza a un gruppo socialmente adibito al controllo (le “guardie” di Zimbardo) favorisca la messa in atto di comportamenti aggressivi, come anche il sentirsi deresponsabilizzati se vi è la presenza di un soggetto che impartisce degli ordini (esperimento di Milgram). 

Queste situazioni favoriscono la perdita della soggettività individuale e possono portare a non sentirsi responsabili delle proprie azioni.

La psicologia sociale

L’esperimento di Stanford è uno dei più celebri della psicologia sociale che, tra i diversi tipi di psicologia, si occupa di indagare come pensieri, sentimenti e azioni dei singoli individui possono essere influenzati dalla presenza reale o implicita di altri soggetti e quindi come la società può condizionare le nostre vite.

Che significa “esperimento sociale” e quali sono le caratteristiche dell'esperimento in psicologia sociale?

Un esperimento sociale è uno dei principali strumenti utilizzati dai ricercatori in psicologia sociale tramite il quale si indagano comportamenti e reazioni di determinati individui in uno specifico contesto, situazione o interazione.

Tali esperimenti sono necessari per verificare o confutare delle ipotesi attraverso la manipolazione intenzionale di alcuni fattori per poterne indagare gli effetti. Si prendono quindi in esame delle persone (chiamate “soggetti sperimentali”) selezionate sulla base di ciò che si vuole analizzare e le si sottopone a determinate situazioni controllate per poterne studiare gli effetti.

La sperimentazione sociale è abbastanza complessa, perché per poter affermare che un elemento X è in grado di influenzare l’elemento Y bisogna assicurarsi che non si manipolino inavvertitamente anche altri fattori Z: trattandosi di esperimenti riguardanti l’interazione tra individui e ambiente, non è così semplice avere il controllo di tutte le variabili in gioco.

Più si riescono a controllare le variabili presenti e più si segue uno specifico metodo scientifico, tanto più l’esperimento acquisisce validità, poiché potrà essere replicabile e quindi potrà essere sottoposto a ulteriori indagini.

Fortuna (e sfortuna) dell'esperimento di Stanford

L’esperimento di Zimbardo è stato oggetto di numerose critiche da parte di diversi studiosi, tanto da portare a discuterne ancora oggi. 

In particolar modo, si ritiene che sia stata data troppa importanza ai risultati che confermavano l’ipotesi di partenza, mentre non sia stato adeguatamente preso in considerazione il dato opposto, cioè il fatto che moltissime guardie in realtà non svilupparono affatto comportamenti prevaricanti. 

Inoltre, ci sono moltissimi elementi che possono aver influenzato i risultati dell’esperimento, come per esempio:

  • la presenza di alcuni supervisori (tra cui per altro lo stesso Zimbardo) che di fatto non rendevano completamente autonomo il comportamento delle guardie e dei detenuti
  • le informazioni fornite durante l’arruolamento, che possono aver indotto delle aspettative nei partecipanti indirizzandoli verso comportamenti maggiormente estremi. 

In sintesi, si ritiene che certe condotte siano state influenzate da elementi terzi non adeguatamente tenuti in considerazione da Zimbardo e dal suo gruppo di lavoro. Per non parlare delle questioni etiche e di rispetto dei diritti umani implicate in tutto l’esperimento. A oggi, una situazione del genere non verrebbe mai consentita!

effetto lucifero psicologia
Donald Tong - Pexels

Le conseguenze psicologiche della carcerazione

Transitare all’interno delle carceri non è cosa facile, né per i detenuti né per le guardie. Si tratta di istituzioni totali [3] che sono in grado di influenzare fortemente gli individui al suo interno. 

In particolar modo si possono creare situazioni in cui viene accentuata la perdita della propria individualità e si finisce per aderire alle caratteristiche del proprio gruppo di appartenenza in modo standardizzato e rigido. Le emozioni sono spesso: 

  • rabbia
  • tristezza
  • ansia
  • paura. 

Questi caratterizzano sia le guardie sia i detenuti, anche se possono portare a risultati differenti: nei detenuti prendono la forma di un’apatia generale, noia, ribellione e agiti aggressivi; nelle guardie possono invece portare a comportamenti prevaricanti e a mettere in atto punizioni perverse.

In questi ambienti, è fondamentale richiedere un supporto psicologico per evitare quanto più possibile un appiattimento della capacità di pensare e di agire con coscienza.

La salute di detenuti e guardie penitenziarie

Negli anni, è aumentata sempre più l’attenzione rivolta alla salute mentale e fisica delle guardie penitenziarie e al modo in cui queste strutture possono rispondere all’esigenza sia di allontanare la persona pericolosa dal contesto sociale, ma al tempo stesso fornire una rieducazione del soggetto affinché sia in grado di riprendere in mano la propria vita senza recare danni agli altri. 

Non si guarda più solo alla funzione punitiva, ma si investe sulla riabilitazione del detenuto, che viene portata avanti da psicologi, psichiatri, assistente sociali, educatori e guardie penitenziarie: per questo motivo è fondamentale concentrarsi anche sulla salute psicologica degli operatori stessi. 

Portare avanti questi obiettivi non è facile, sia per carenza di personale, sia a causa del sovraffollamento delle carceri, sia per il grosso impegno che richiede lo smantellamento di un vecchio sistema fatto di punizioni e poca attenzione ai diritti umani.

Qual è il ruolo dello psicologo in carcere?

Lo psicologo all’interno degli istituti penitenziari è una figura molto importante per il benessere psicologico dei detenuti, ma anche delle guardie penitenziarie. 

Ha il compito di offrire interventi di cura e di sostegno al detenuto, valutando anche quello che può essere il miglior trattamento penitenziario utile alla sua rieducazione per un futuro reinserimento nella società. 

Si occupa inoltre di fornire assistenza al personale penitenziario per ciò che riguarda problemi sul lavoro e prevenzione del burnout.

Libri e film sull’Effetto Lucifero

Per chi volesse approfondire il tema e per gli appassionati di true crime, suggeriamo di leggere L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? il libro sull’Effetto Lucifero scritto da Zimbardo ed edito in Italia da Raffaello Cortina.  

Inoltre, come accennato all’inizio di questo articolo, l’Effetto Lucifero e l’esperimento di Stanford hanno influenzato anche il cinema. Ecco alcuni tra i film ispirati all’Effetto Lucifero:

  • The Experiment, film di P. Scheuring
  • The Experiment. Cercasi cavie umane, film di O. Hirschbiegel
  • Effetto Lucifero (The Stanford Prison Experiment), film di K. P. Alvarez.

Bibliografia

  • [1] C. Haney, W. C. Banks  & P. G. Zimbardo, 1973, A study of prisoners and guards in a simulated prison, Naval Research Review, (4-17)
  • [2] M. Wenglinsky, 2018, Obedience to Authority: An Experimental View, Contemporary Sociology, (423-428)
  • [3] E. Goffman,1961, Asylums: Essays on the social situations of mental patients and other inmates, Anchor Books

Questo è un contenuto divulgativo e non sostituisce la diagnosi di un professionista.
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