Il tuo bambino o la tua bambina si avvicina a uno sconosciuto al parco, lo abbraccia come se lo conoscesse da sempre, e magari lo segue senza voltarsi a cercarti con lo sguardo. Un momento che può lasciarti senza parole, con un senso di allarme difficile da ignorare. Se ti è capitato di vivere qualcosa di simile, probabilmente hai già cercato risposte e il fatto che tu sia qui dice molto della cura che hai per tuo figlio.
Quello che hai osservato potrebbe essere il segnale di un disturbo specifico: il disturbo da impegno sociale disinibito, conosciuto con la sigla DSED (dall'inglese Disinhibited Social Engagement Disorder). Si tratta di un disturbo riconosciuto dal DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) e classificato tra i disturbi correlati a traumi e situazioni di stress, spesso legati a esperienze precoci di trascuratezza o instabilità nelle relazioni di cura.
Nelle prossime sezioni esploreremo insieme cosa si intende esattamente con questa diagnosi, quali segnali possono comparire, cosa può averli generati e quali percorsi di supporto esistono per i bambini e per le famiglie che si trovano ad affrontare questa situazione.
Cos'è il disturbo da impegno sociale disinibito
Il disturbo da impegno sociale disinibito è un quadro clinico in cui un bambino o una bambina può mostrare una familiarità eccessiva e indiscriminata verso adulti sconosciuti, senza la normale cautela che ci si aspetterebbe per la sua età.
In pratica, questo può voler dire abbracciare un estraneo appena incontrato, accettare di seguirlo senza esitazione, cercare conforto fisico o attenzione da chiunque si trovi nelle vicinanze, anche in assenza di qualsiasi legame affettivo precedente.
È importante capire che il DSED non è uguale a un altro disturbo spesso citato in questo contesto: il disturbo reattivo dell'attaccamento (conosciuto anche come RAD, dall'inglese Reactive Attachment Disorder). Questi due disturbi nascono da radici simili, ma si esprimono in modo opposto:
- nel disturbo reattivo dell'attaccamento, il bambino o la bambina tende a ritirarsi emotivamente, evitando il contatto e le relazioni;
- nel disturbo da impegno sociale disinibito, al contrario, il bambino o la bambina cerca il contatto in modo aperto e senza filtri, rivolgendosi a chiunque come se fosse una figura familiare.
Il disturbo può emergere già a partire dai 9 mesi di età e fino ai 5 anni, ma il periodo più critico è quello compreso tra i 6 e i 24 mesi di vita. In questa finestra temporale, il cervello del bambino sta costruendo le basi dell'attaccamento selettivo, ovvero quella capacità di distinguere le figure di riferimento sicure dagli estranei. Quando questa fase viene attraversata in condizioni di instabilità o trascuratezza nelle cure, lo sviluppo di questo sistema può risultare compromesso.
Come riconoscere i segnali nel proprio bambino
Osservare il proprio bambino o la propria bambina interagire con il mondo è una delle esperienze più intense della genitorialità. E quando qualcosa sembra fuori posto, è naturale chiedersi: "È normale? Dovrei preoccuparmi?". Ci sono alcuni comportamenti che, se presenti in modo persistente, possono suggerire la presenza di questo disturbo. Vediamoli nel concreto:
- Ridotta o assente reticenza verso adulti sconosciuti: il bambino o la bambina si avvicina a persone mai viste prima senza mostrare alcuna esitazione o cautela, come se le conoscesse da sempre.
- Eccessiva familiarità verbale o fisica: può capitare che cerchi contatto fisico, abbracci o conversazioni intime con chiunque, in modo del tutto indiscriminato.
- Assenza del "controllo visivo": in un ambiente nuovo o poco familiare, il bambino o la bambina non cerca lo sguardo del genitore come punto di riferimento sicuro, ma esplora senza mai "tornare" con gli occhi alla figura di attaccamento.
- Disponibilità ad allontanarsi con uno sconosciuto: senza mostrare disagio, paura o resistenza, anche in assenza del caregiver.
È importante precisare che, perché si possa parlare di disturbo, questi comportamenti devono rappresentare un pattern costante e pervasivo, presente in contesti diversi, e non un episodio isolato legato a una giornata particolare o a una situazione specifica. Quando il quadro persiste per almeno 12 mesi, il DSM-5-TR prevede uno specificatore di persistenza, che indica una maggiore stabilità del disturbo nel tempo.
Ma qui sorge una domanda che molti genitori si pongono: come faccio a distinguere un bambino o una bambina semplicemente estroverso/a da uno/a con questo disturbo?
La risposta sta in un dettaglio fondamentale. Un bambino o una bambina con un carattere aperto e socievole può essere entusiasta, curioso, pronto a sorridere a tutti; eppure, conserva una chiara preferenza per il proprio caregiver, cerca la sua presenza nei momenti di difficoltà e mostra una cautela proporzionata alla sua età davanti agli sconosciuti.

Il campanello d'allarme suona quando questa preferenza non esiste: quando il bambino o la bambina non distingue il genitore da un estraneo in termini di vicinanza emotiva, e quando la familiarità verso chiunque è totale e senza filtri, indipendentemente dal contesto.
In questo tipo di valutazione, la storia del bambino o della bambina è un elemento che non si può ignorare: eventuali traumi precoci, cambi frequenti di caregiver o periodi di istituzionalizzazione sono informazioni cruciali per capire cosa si sta osservando.
Un esempio che aiuta a capire quanto sia importante una valutazione accurata arriva da uno studio condotto su 100 bambini maltrattati, in affido o adottati, di età compresa tra 3 e 17 anni. Di questi, ben 39 avevano già ricevuto una diagnosi di disturbo reattivo dell'attaccamento, di DSED o di un generico "disturbo dell'attaccamento" da parte di professionisti sul territorio.
Eppure, quando sono stati rivalutati in una clinica specializzata, solo 3 hanno effettivamente ricevuto una conferma di diagnosi di DSED, mentre nessuno soddisfaceva i criteri del DSM-5 per il disturbo reattivo dell'attaccamento (Allen & Schuengel, 2020).
Questo dato ci dice una cosa importante: senza una valutazione approfondita e specialistica, il rischio di diagnosi imprecise è molto alto. Se hai dei dubbi, il passo più utile che puoi fare è parlarne con un professionista. Non per etichettare, ma per capire davvero.
Da dove nasce questo disturbo
Alla sua radice ci può essere una storia di trascuratezza relazionale nei primissimi anni di vita: un periodo in cui il bambino o la bambina non ha avuto la possibilità di costruire un legame stabile e sicuro con una figura di riferimento costante.
Uno studio condotto su 124 bambini cresciuti in istituto ha mostrato che il tempo trascorso in struttura è uno dei fattori più legati alla gravità e alla persistenza del disturbo: più a lungo i bambini erano rimasti in istituto, più i segni del DSED risultavano intensi e duraturi nel tempo (Guyon-Harris et al., 2018).
Gli autori dello studio sottolineano un punto importante: ridurre il periodo trascorso in istituto e garantire al bambino o alla bambina una famiglia stabile il prima possibile sono interventi fondamentali per diminuire i sintomi del disturbo, anche a distanza di anni, fino alla prima adolescenza. I fattori di rischio più comuni possono includere:
- Cambiamenti ripetuti di caregiver, come avviene in situazioni di affido multiplo o di istituzionalizzazione prolungata, dove il bambino o la bambina non riesce a legarsi a nessuno in modo duraturo.
- Ambienti con scarsa stimolazione relazionale, in cui le interazioni affettive sono rare, fredde o del tutto assenti.
- Abusi precoci e deprivazione emotiva, che compromettono il senso di sicurezza del bambino o della bambina fin dalle prime fasi dello sviluppo.
- Difficoltà genitoriali legate a salute mentale, povertà estrema o uso problematico di sostanze, situazioni che possono rendere il caregiver emotivamente indisponibile, anche senza alcuna intenzione di fare del male.
È fondamentale sottolineare che queste circostanze non implicano necessariamente una "colpa" da attribuire ai genitori: spesso si tratta di contesti di grande fragilità, in cui anche gli adulti si trovano a fare i conti con risorse insufficienti.
Il meccanismo psicologico alla base del DSED è, in un certo senso, comprensibile: il bambino o la bambina che non ha trovato sicurezza e conforto in una figura di riferimento stabile impara, in modo del tutto inconsapevole, a cercarlo altrove. Negli estranei o in chiunque si mostri disponibile. È come se il bisogno di connessione, che ogni bambino o bambina porta con sé fin dalla nascita, trovasse una via d'uscita indiscriminata, proprio perché la via principale, quella del legame primario, non è mai stata davvero accessibile.
A questo può legarsi un concetto importante: quello di trauma complesso. Si parla di trauma complesso quando un bambino o una bambina, nei primi anni di vita, è esposto/a in modo ripetuto o prolungato a esperienze dolorose che avvengono proprio all'interno della relazione con chi dovrebbe prendersene cura. Non si tratta di un singolo evento, ma di una condizione prolungata che può influenzare in profondità lo sviluppo cognitivo, emotivo, sociale e comportamentale del bambino o della bambina.
Uno studio condotto su bambini inseriti nel sistema di tutela minorile ha evidenziato come questo tipo di trauma sia strettamente collegato alla comparsa di disturbi dell'attaccamento, tra cui proprio il disturbo da impegno sociale disinibito (John et al., 2019).

Le conseguenze emotive nel tempo
Se il DSED non viene riconosciuto e affrontato, le sue conseguenze possono estendersi ben oltre l'infanzia, lasciando tracce profonde nel modo in cui un bambino o una bambina impara a costruire relazioni.
In adolescenza, possono emergere relazioni superficiali e instabili, in cui la persona fatica a creare legami autentici e duraturi. La difficoltà a riconoscere i confini sociali e interpersonali può tradursi in comportamenti intrusivi o inappropriati, spesso vissuti dagli altri come invadenti o incomprensibili. In alcuni casi, può comparire una scarsa capacità di empatia verso chi viene ferito, quasi come se il senso di responsabilità nelle relazioni non si fosse mai sviluppato pienamente.
Un aspetto particolarmente delicato riguarda la vulnerabilità agli abusi: un bambino o una bambina che non ha imparato a distinguere le relazioni sicure da quelle pericolose può, crescendo, esporsi più facilmente a situazioni di sfruttamento o manipolazione.
Un caso clinico pubblicato su una rivista specializzata in psichiatria racconta la storia di un'adolescente con una diagnosi di DSED e un grave trauma sessuale subito da piccola, che in seguito aveva sviluppato comportamenti problematici molto seri verso altri bambini. La difficoltà nel riconoscere i confini nelle relazioni, tipica del DSED, può intrecciarsi con esperienze traumatiche precoci e portare, nel tempo, a conseguenze comportamentali gravi durante l'adolescenza (Deesing et al., 2021).
Tra le comorbilità più frequentemente associate al DSED possiamo trovare:
- Disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD).
- Disturbi d'ansia.
- Disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
- Disturbi dell'umore.
- Disturbo oppositivo provocatorio.
In alcuni casi, il quadro clinico può intrecciarsi con quello del disturbo reattivo dell'attaccamento, dando origine a una presentazione mista, particolarmente complessa da valutare e trattare.
Tutto questo, però, non è un destino scritto. Sono possibilità, non certezze: un intervento precoce, mirato e sostenuto può fare una differenza reale nel percorso di sviluppo di un bambino.
Il DSED può migliorare con il tempo?
La domanda che probabilmente ti stai ponendo in questo momento è: il mio bambino o la mia bambina può stare meglio? La risposta è sì, ma con una precisazione importante: il percorso richiede tempo, costanza e un intervento mirato. Gli studi longitudinali mostrano che, quando un bambino o una bambina esce dalla condizione di deprivazione e trova un ambiente stabile e accudente, i sintomi del DSED possono ridursi in modo significativo.
Lo studio già citato di Guyon-Harris e colleghi ha confermato proprio questo: i bambini inseriti precocemente in famiglie affidatarie mostravano una riduzione marcata dei segni del disturbo nel corso del tempo, mentre quelli rimasti in istituto presentavano solo un lieve miglioramento, mantenendo livelli elevati di DSED fino alla prima adolescenza (Guyon-Harris et al., 2018).
Tuttavia, questo disturbo tende a migliorare più lentamente rispetto al disturbo reattivo dell'attaccamento: anche dopo un'adozione o un inserimento familiare positivo, i comportamenti disinibiti possono inizialmente persistere, o addirittura intensificarsi. Questo accade perché il bambino o la bambina si trova in un contesto relazionale completamente nuovo, che deve imparare a leggere e decodificare, e questo richiede tempo.
Un altro elemento cruciale è la tempestività dell'intervento: prima si agisce, maggiori sono le possibilità di un cambiamento reale e duraturo. Se il disturbo non viene riconosciuto e trattato, i sintomi possono consolidarsi nel tempo, diventando sempre più difficili da affrontare.
Detto questo, non è mai troppo tardi per chiedere aiuto. Il percorso può essere lungo e non sempre lineare, ma con il sostegno giusto, molti bambini riescono a costruire relazioni più sicure e a sviluppare una comprensione più sana del mondo che li circonda.

Come aiutare un bambino con DSED nella vita quotidiana
Prendersi cura di un bambino o una bambina con DSED può sembrare disorientante, soprattutto quando non sai come rispondere ai suoi comportamenti senza farlo sentire sbagliato. La buona notizia è che ci sono cose concrete che puoi fare ogni giorno per aiutarlo. Vediamo alcuni punti da cui puoi partire:
- Offri routine stabili e prevedibili: la coerenza nelle cure quotidiane, negli orari e nelle risposte emotive è la base su cui il bambino o la bambina può cominciare a costruire un senso di sicurezza reale.
- Insegna i confini con gli estranei gradualmente: puoi aiutarlo a capire la differenza tra persone "sicure" e persone che non conosce, usando un linguaggio semplice e concreto, senza trasmettergli paura o ansia eccessiva.
- Gestisci le situazioni sociali con pazienza: se il bambino o la bambina abbraccia uno sconosciuto o si allontana senza esitazione, correggilo con calma e dolcezza, spiegandogli cosa fare diversamente, senza punirlo o sgridarlo per qualcosa che non controlla ancora.
- Crea uno spazio domestico sicuro e affettuoso: più il bambino o la bambina sperimenta un attaccamento autentico e responsivo con te, più ha la possibilità di imparare cosa significa fidarsi davvero di qualcuno.
Vale la pena ricordarlo: la prevenzione inizia nei primissimi anni di vita. Cure presenti, coerenti e affettuose nella prima infanzia rappresentano il fattore protettivo più potente che esista contro lo sviluppo di questo disturbo.
Se stai leggendo queste righe, probabilmente stai già facendo qualcosa di importante: stai cercando di capire. E questo, per un bambino o una bambina, conta moltissimo.
La terapia: quali percorsi funzionano davvero
Quando si parla di trattamento del DSED, non esiste un unico percorso valido per tutti: il lavoro terapeutico viene sempre costruito attorno alla storia e all'età del bambino o della bambina, tenendo conto di ciò che ha vissuto e di come si è sviluppato il suo sistema relazionale.
Uno degli approcci più utilizzati è la terapia cognitivo-comportamentale, che in questo contesto coinvolge sia il bambino o la bambina sia il caregiver. L'obiettivo è lavorare insieme sui pattern relazionali che si sono formati nel tempo, aiutando il bambino a riconoscere le differenze tra le relazioni sicure e quelle con persone sconosciute, e supportando il caregiver nel rispondere in modo più efficace ai suoi bisogni.
Tra gli strumenti più preziosi ci sono la ludoterapia e la terapia espressiva: attraverso il gioco, il disegno e il movimento, il bambino o la bambina può elaborare le proprie esperienze senza bisogno di parole, costruendo gradualmente un senso di attaccamento autentico. Per i bambini più piccoli, poi, possono essere particolarmente indicate le terapie non verbali e multisensoriali, che lavorano sul corpo, sul ritmo e sul contatto, prima ancora che sul linguaggio.
Anche gli approcci basati sulla consapevolezza emotiva e corporea, adattati all'infanzia, possono aiutare il bambino o la bambina a riconoscere i propri stati interni e a regolarsi meglio nelle situazioni sociali.
L'obiettivo comune di tutti questi percorsi è uno solo: aiutare il bambino o la bambina a sentirsi davvero al sicuro in una relazione, e a imparare, passo dopo passo, cosa significa fidarsi di qualcuno in modo selettivo e sano.
Un passo alla volta, insieme
Se sei arrivato fino a qui, significa che ti stai prendendo cura di tuo figlio nel modo più profondo che esista: cercando di capire, di fare domande, di non voltarti dall'altra parte. E questo, già di per sé, è un atto d'amore enorme. Preoccuparsi non è debolezza, è il punto di partenza.
Riconoscere che qualcosa non va è già il primo passo concreto verso il cambiamento, e spesso il più difficile da fare. Il solo fatto di aver letto queste pagine vuol dire che sei già in movimento, che stai cercando una direzione.
Il passo successivo è affidarsi a qualcuno di specializzato, come uno/a psicologo/a esperto/a in psicologia dell'età evolutiva, che possa osservare il bambino o la bambina nel suo contesto, ascoltare la sua storia e costruire un percorso davvero su misura. Non una soluzione uguale per tutti, ma un lavoro pensato per lui o lei e per la vostra famiglia.
Con il giusto supporto, la pazienza e un ambiente stabile e affettuoso, i bambini possono imparare a fidarsi, a costruire relazioni autentiche, a sentirsi al sicuro. Non è un percorso veloce, ma è possibile.
Se senti che è arrivato il momento di fare questo passo, su Unobravo puoi trovare uno psicologo specializzato e iniziare un percorso di supporto, per il tuo bambino o la tua bambina, e anche per te.




