Psicologia della salute
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Il modello biosistemico nella cura del paziente oncologico

Il modello biosistemico nella cura del paziente oncologico
Il modello biosistemico nella cura del paziente oncologicologo-unobravo
Licia Barbisoni
Licia Barbisoni
Redazione
Psicoterapeuta ad orientamento Psicocorporeo
Unobravo
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Pubblicato il
7.12.2020



La ricerca ha compiuto notevoli progressi nello studio dei fattori che causano e fanno sviluppare la patologia tumorale. Sono stati anche approfonditi gli aspetti psicologici e sociali utili a prevenire l’insorgenza dei tumori e a migliore la sopravvivenza e la qualità di vita delle persone colpite. In questo articolo approfondiremo il modello biosistemico come teoria di analisi della malattia e come intervento psicoterapeutico nella cura del paziente.

Che cos'è la Biosistemica?

La biosistemica è uno dei tipi di psicoterapia, un approccio integrato a mediazione corporea, formulato nel 1986 dallo psichiatra e psicoterapeuta Jerome Liss. Il modello verte sull’idea che alla base delle nostre difficoltà emotive ci siano processi fisiologici inconsapevoli che devono essere trasformati. Tra i concetti che ci aiutano a comprendere le radici biologiche della sofferenza emotiva e somatica troviamo

  • la curva energetica;
  • l'inibizione dell'azione.

Il modello biosistemico sostiene che tutti gli aspetti del sé in condizione di salute coesistono tra loro in armonia. Il sintomo, la malattia oncologica in questo caso, può essere visto come il risultato di un disequilibrio tra le parti, oltre che come un messaggio da parte dell’organismo che ci dice che è necessario cambiare atteggiamento o stile di vita. Queste idee possono sembrare molto diverse da quelle che sono ritenute le convenzionali cause delle malattie, ma non per questo debbono essere in conflitto con esse se si accetta l’idea che differenti cause a differenti livelli contribuiscono all’insorgere della patologia.

Pixabay - Pexels

La curva energetica

Le ricerche svolte dallo studioso Ernst Gellhorn sul sistema nervoso autonomo indicano come tale sistema funzioni in un modo sano quando le sue due componenti, il simpatico attivante e il parasimpatico rilassante, lavorano reciprocamente scaricandosi uno dopo l’altro.

Le emozioni malsane nascono quando la reciprocità tra sistema simpatico e parasimpatico è gravemente ridotta e non c’è azione di rimbalzo. Ad esempio: sono molto arrabbiato con il mio capo, ma faccio finta di niente e non scarico la mia emozione. Il sintomo principale di questo stato anomalo è la tensione che potrebbe essere sentita anche come contrazione, oppressione o semplicemente chiusura.

L’obiettivo di un intervento terapeutico è ripristinare l’alternanza armonica fra le due funzioni, approfondendo e trasformando le emozioni negative in sollievo, desiderio di cambiamento e di nuova iniziativa a livello dell’azione personale.


L’inibizione dell’azione

Due importanti percorsi neurali controllano il comportamento attivo. Il primo è quello che controlla le attività orientate al piacere e il secondo, chiamato “sistema di fuga o di lotta”, è quello che porta ad attaccare o fuggire da un oggetto ostile che potrebbe essere pericoloso.

Il filosofo e biologo Henri Laborit ha dato un importante contributo scoprendo una terza via: il sistema di inibizione dell’azione (SIA). Il SIA serve a impedire un’azione quando questa non è utile, cioè quando porterebbe a una punizione o una tensione maggiore invece di diminuire il dolore. L’inibizione, però, deve durare quanto basta per potersi riorientare verso una nuova azione. Questo perché il funzionamento prolungato del sistema d’inibizione dell’azione crea una serie di alterazioni organiche che alla fine possono portare alla malattia psicosomatica e ai disturbi dell’emotività.

Cosa succede al nostro corpo

Quando lo stress è accompagnato da movimento attivo, il nostro corpo rilascia adrenalina, che favorisce l’equilibrio dello stato fisiologico. Al contrario, quando lo stress è accompagnato da prolungata inibizione dell’azione, vengono secreti noradrenalina e corticosteroidi.

La continua secrezione di noradrenalina porta all’ipertensione e quella di corticosteroidi riduce le capacità di difesa immunologica del corpo. Così l’individuo diventa vulnerabile alle infezioni a causa delle difese ridotte contro l’invasione di elementi estranei (virus, batteri, parassiti), oppure sviluppa un tumore a causa della minore capacità di eliminare le cellule anomale del proprio corpo.

La conclusione è che ogni persona deve sviluppare reazioni attive per far fronte allo stress emotivo. Per creare benessere sarà dunque essenziale aiutare la persona ad esplicitare i pensieri e ad esprimere le emozioni e i gesti legati alla situazione problematica, per poi agire per trovare una soluzione. 

Thirdman - Pexels

Il metodo biosistemico in terapia

Secondo il metodo biosistemico, lo sviluppo personale richiede due fasi:

  1. l’esplorazione e l’approfondimento delle emozioni;
  2. la costruzione delle soluzioni per il futuro.

Durante l’esplorazione delle emozioni, che possono essere angoscia, paura, delusione, tristezza, rabbia, il paziente è incoraggiato a confrontarsi, in misura graduale e tollerabile, con i sentimenti che sono alla base della sua sofferenza.

L’accoglienza e il non-giudizio del terapeuta gli permettono di “entrare” nei pensieri e nelle sensazioni del corpo e nelle emozioni connesse ai vissuti dolorosi. Questa è la fase più delicata e cruciale del processo terapeutico, dato che il lavoro si concentra sui contenuti profondi del vissuto personale per coglierne i punti di lacerazione e cercare di ricreare la connessione tra mente e corpo.


Una sensazione di sollievo

Una volta approfondite le emozioni, comincia la seconda fase: la costruzione delle soluzioni per il futuro. Questo è il momento in cui il paziente si interroga su come agire, su quali iniziative intraprendere nel futuro per superare o, almeno, diminuire il suo problema.

La scelta tra diverse alternative possibili viene

  • immaginata;
  • simulata;
  • praticata.

Ciò crea una memoria corporea che infonde sicurezza al paziente, in quanto esperienza vissuta come se fosse la realtà. In questo modo il lavoro emotivo crea un ponte verso la vita quotidiana in cui verranno intrapresi i cambiamenti concreti.

Questo è un contenuto divulgativo e non sostituisce la diagnosi di un professionista.
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