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Multitasking: perché ti svuota anche quando “funziona”

Multitasking: perché ti svuota anche quando “funziona”
Roberta Speziale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
29.4.2026
Multitasking: perché ti svuota anche quando “funziona”
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Ci convinciamo spesso del fatto che, se siamo multitasking, saremo più efficienti: faremo le cose meglio e faremo contenti tutti. Così magari ci ritroviamo contemporaneamente a parlare al telefono mentre facciamo la lavatrice e badiamo a nostro figlio oppure a mandare un’importante mail di lavoro mentre cerchiamo di seguire il telegiornale e preparare la cena. In smartworking, può capitare ancora più spesso di svolgere più compiti nello stesso momento, nella convinzione che questo aiuti a ottimizzare il tempo.

Tutto questo è reso ancora più intenso dall’utilizzo che facciamo delle nuove tecnologie: valanghe di informazioni ci giungono allo stesso tempo da più fonti. A volte cerchiamo di prestare attenzione a tutte, mentre altre volte ci ritroviamo a passare molto rapidamente dall’una all’altra. Eppure, diversamente da quanto siamo portati a credere, adottare questa modalità può peggiorare la nostra gestione del tempo, influendo negativamente sul nostro benessere.

Quali sono gli effetti del multitasking?

La psicologia e le neuroscienze confermano che il nostro cervello non è programmato per processare più attività complesse nello stesso momento, è molto più produttivo se affronta un compito alla volta.

“Sai come si mangia un elefante? Un boccone alla volta”

Con il multitasking peggioriamo il livello di efficienza, perché passare da un’azione all’altra ci rallenta. Nel bombardamento di stimoli che riceviamo, inoltre, facciamo fatica a distinguere le informazioni importanti da quelle irrilevanti. Il rapido passaggio da un’attività all’altra, il cosiddetto context switch, provoca anche un notevole carico cognitivo e un incremento della produzione di cortisolo, ormone che regola lo stress.

Il multitasking può portare a un maggiore stress, mantenendoci in costante allerta e lasciandoci con una sensazione di spossatezza anche dopo poche ore e, proprio quando ci sembra di “tenere tutto sotto controllo”, può erodere in modo silenzioso la nostra attenzione e concentrazione, rendendo più difficile restare focalizzati e trattenere nella memoria ciò che conta davvero.

In linea con questo, un’analisi su 924 partecipanti ha rilevato che un più alto multitasking mediatico è collegato a più problemi di attenzione, sia tramite misure self-report sia attraverso un compito di attenzione (Rioja et al., 2023).

Una mappa degli effetti: cosa può peggiorare

Gli effetti del multitasking possono essere più chiari se separiamo le aree coinvolte. In pratica, spesso notiamo prima i segnali che il meccanismo:

  • Performance (tempo ed errori): aumentano micro-ritardi e imprecisioni in cui ci si può ritrovare a “rifare” pezzi di lavoro o a controllare più volte.
  • Attenzione e memoria: si può fare più fatica a seguire un ragionamento lungo in cui si possono dimenticare passaggi, perdere il filo, confondere priorità.
  • Stress e affaticamento: a fine giornata ci si può sentire svuotati anche se “non si sono fatte cose pesanti”, questo può far crescere l’irritabilità e la sensazione di urgenza.
  • Qualità decisionale: scegliere diventa più faticoso e si può tendere a rimandare o a decidere in modo più impulsivo per chiudere rapidamente.

Questa distinzione aiuta anche a non colpevolizzarsi: se il problema è il costo del cambio di contesto, spesso può essere più utile ridurre i cambi inutili e proteggere finestre di attenzione, invece di “sforzarsi di più”.

Standsome Worklifestyle - Unsplash

Effetti su stress e affaticamento

Il multitasking non pesa solo sulla produttività: può aumentare stress e affaticamento mentale. Quando passiamo da un compito all’altro, il cervello può restare in una modalità di allerta: deve monitorare stimoli, decidere cosa viene prima, gestire interruzioni e ripartenze. Questo stato può tradursi in una sensazione di “urgenza” costante, anche senza un pericolo reale e quando lo stress sale, spesso possono peggiorare anche sonno, pazienza e capacità di autoregolazione perché stiamo chiedendo al sistema attentivo di sostenere un carico per cui non è ottimizzato.

Quando “tenere tutto a mente” diventa un’illusione, spesso c’entra il multitasking: in un esperimento è emerso che passare da un compito all’altro non solo può peggiorare la prestazione, ma anche rendere meno accurata la capacità di prevedere quanto si ricorderà in seguito.

Inoltre, le persone che nella vita quotidiana praticano più multitasking tendevano a mostrare un monitoraggio metacognitivo più debole persino quando svolgevano un singolo compito, suggerendo che l’abitudine a frammentare l’attenzione può influenzare non solo ciò che ricordiamo, ma anche quanto ci fidiamo, talvolta a torto, della nostra memoria (Guo et al., 2024).

Il multitasking mette sotto pressione due funzioni chiave: attenzione selettiva e memoria di lavoro (la capacità di mantenere e manipolare informazioni per pochi secondi). Quando alterniamo compiti, una parte delle risorse mentali viene spesa per “gestire il cambio”, e ne resta meno per capire, ricordare e decidere. In particolare, il task-switching può:

  • Ridurre la profondità di elaborazione: leggiamo o ascoltiamo, ma capiamo meno perché l’attenzione è frammentata.
  • Aumentare la dimenticanza del contesto: perdiamo dettagli (numeri, passaggi, priorità) perché la memoria di lavoro si satura.
  • Favorire errori di controllo: ad esempio inviare una mail incompleta o confondere informazioni tra conversazioni.

Un filone di ricerca sul “media multitasking” ha associato l’abitudine a gestire più flussi informativi a una maggiore distrattibilità e a difficoltà nel filtrare stimoli irrilevanti (Ophir et al., 2009). In modo coerente, alcuni studi riportano che chi pratica frequentemente multitasking presenta una minore densità di materia grigia in un’area cerebrale collegata al pensiero e al controllo emotivo rispetto a chi utilizza un solo dispositivo alla volta (Mirra & Aguzzoli, n.d.).

Il punto non è “demonizzare” la tecnologia, ma riconoscere con realismo e gentilezza verso se stessi che l’attenzione ha limiti fisiologici e che, in certi contesti, ridurre i passaggi continui tra stimoli può aiutare a proteggere concentrazione e benessere.

Effetti sulla performance

Anche quando hai la sensazione di “riprendere subito il filo”, le interruzioni possono rallentarti e aumentare la probabilità di sbagliare, soprattutto se stai svolgendo un compito complesso.

In uno studio sperimentale, dopo un’interruzione la ripresa di un compito primario complesso ha richiesto più tempo rispetto a un compito meno complesso, inoltre la fatica mentale ha peggiorato la performance, aumentato il carico di lavoro percepito e reso più difficile recuperare dopo l’interruzione (Chen et al., 2022).

In uno studio sul passaggio tra compiti, lo switching cost è stato misurato come un rallentamento tipico di circa 100–300 millisecondi per cambio, anche in compiti semplici (Rogers & Monsell, 1995). Sembra poco, ma nella vita reale i cambi sono molti e spesso più “costosi” perché includono distrazioni, notifiche e ripartenze.

In ambito lavorativo, un’analisi sperimentale su interruzioni e ripresa del lavoro ha mostrato che, dopo un’interruzione, servono in media circa 23 minuti per tornare pienamente sul compito originario (Mark, Gudith & Klocke, 2008). Non significa che per 23 minuti non si faccia nulla: significa che la qualità dell’attenzione e la continuità del lavoro restano compromesse più a lungo di quanto percepiamo.

Multitasking “vero” o task-switching? La differenza che può cambiare gli effetti

Quando parliamo di “multitasking” possiamo riferirci a due cose diverse. Il multitasking vero, cioè fare due compiti cognitivi complessi nello stesso istante, è relativamente raro: spesso il cervello tende piuttosto a commutare rapidamente tra attività. Questo passaggio si chiama task-switching (o context switch) e può avere un costo.

A livello cognitivo, ogni volta che cambiamo compito, ci ritroviamo a:

  • Disingaggiare l’attenzione dal compito A: interrompiamo la “traccia” mentale che stavamo seguendo.
  • Riconfigurare le regole del compito B: il cervello deve riallineare obiettivo, priorità e criteri di risposta.
  • Riprendere il filo: serve tempo per ricordare “a che punto ero” e ridurre gli errori.

Questo costo di riallineamento è stato osservato in laboratorio come switch cost: anche quando ci sembra di “non perdere tempo”, spesso lo paghiamo in velocità e accuratezza (Monsell, 2003).

Katerina Jerabkova - Unsplash

Costruire una modalità alternativa al multitasking

Può essere importante provare a sperimentare una modalità alternativa al multitasking, così come previsto, per esempio, nella mindfulness. Praticare la mindfulness significa infatti essere consapevoli e pienamente presenti in ciò che sta accadendo, calandosi nell’istante presente. Si tratta, in altre parole, di prestare attenzione in modo consapevole a tutto ciò che accade nel qui ed ora.

Due modi per invertire la rotta

Vediamo due attività che puoi sperimentare per provare a invertire la tendenza a fare molte cose insieme:

  • Staccare la spina dalla tecnologia: prova a stabilire un momento della giornata, di almeno un quarto d’ora, in cui staccare la spina dalla tecnologia, meglio se la mattina. Ricorda di spegnere tutto: telefono, notifiche, pc, telegiornale e prova a dedicare quel tempo a osservare ciò che accade intorno a te provando a rispondere alle seguenti domande: “Come ti sei sentito?”, “Quante volte hai sentito la necessità di prendere in mano il cellulare oppure di accendere la tv?”, “Quanto pensi di dipendere dalla tecnologia?”

Prova a farlo per almeno una settimana e a notare cosa succede, quali cambiamenti riscontri e soprattutto quali scoperte potresti fare che possano migliorare il modo di gestire il tempo a tua disposizione.

  • Liste di "cose da fare": prova a creare delle liste in cui appuntare le attività da svolgere, metterle in ordine per urgenza e importanza e depennarle mano a mano che vengono realizzate. Questo aiuterà a mettere in sequenza le attività per priorità, a evitare di ruminare continuamente sulle cose da fare (magari passando da una all’altra costantemente) e soprattutto a concentrarsi sulle cose che contano davvero.

Micro-protocollo 1: ridurre gli switch “invisibili”

Molti switch non sono scelte consapevoli: sono innescati da segnali esterni (notifiche, badge, vibrazioni) o da abitudini automatiche (controllare la posta “solo un attimo”). Ridurli per pochi giorni può aiutarti a percepire più chiaramente gli effetti su attenzione e stress:

  • Notifiche off per app non essenziali e telefono fuori vista durante i blocchi di lavoro.
  • Finestre di controllo: email/chat solo in 3 momenti fissi (es. 9:30, 13:00, 16:30), per 10 minuti ciascuno.
  • Una cosa alla volta: se stai scrivendo, non rispondere a messaggi; se stai leggendo, non aprire altre schede.

Come misurare l’effetto:

  • Qualità dell’attenzione: voto 1–10 a fine mattina e fine pomeriggio.
  • Stress percepito: voto 1–10.
  • Errori: segna se hai dovuto correggere o rifare qualcosa.

Se noti un calo di stress o meno errori, non è “magia”: può essere legato anche alla riduzione del carico da task-switching.

Micro-protocollo 2: misurare l’effetto del task-switching

Per capire quanto il multitasking possa incidere sulle tue energie, può essere utile un esperimento breve e misurabile. Per 7 giorni, scegli un’attività quotidiana “a rischio switch” (mail, studio, report, gestione pratiche) e applica questa regola: una sola finestra aperta e niente cambi di contesto per blocchi brevi. Prova a seguire queste istruzioni:

  • Durata: 2 blocchi al giorno da 20 minuti ciascuno.
  • Regola: se arriva un impulso a cambiare (notifica, idea, altra task), annotalo su un foglio e torna al compito.
  • Tempo perso in cambi: annota il numero di quante volte hai quasi cambiato
  • Errori/ri-lavorazioni: annota il numero di quante correzioni hai dovuto fare?
  • Stanchezza mentale: dai un voto 1–10.

L’obiettivo non è “essere perfetti”, ma rendere visibile l’effetto: spesso scopriamo che la fatica non dipende dal compito in sé, ma dai continui context switch.

Se il multitasking ti sta prosciugando, non è necessario affrontarlo da solo/a

Se ti riconosci nella sensazione di essere sempre “di corsa”, con la mente piena e la concentrazione in difficoltà, può essere utile fermarsi e capire cosa sta succedendo: spesso non è mancanza di volontà, ma un carico mentale diventato troppo alto. Un percorso psicologico può aiutarti a gestire lo stress, chiarire le priorità e costruire abitudini più sostenibili, anche con tecnologia e smartworking, una cosa alla volta.

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