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Psicoterapia strategica: la famiglia e le tentate soluzioni

Psicoterapia strategica: la famiglia e le tentate soluzioni
Psicoterapia strategica: la famiglia e le tentate soluzionilogo-unobravo
Micol Lucantoni
Redazione
Psicoterapeuta ad orientamento Breve Strategico
Unobravo
Pubblicato il

Nell’ambito familiare, l’attenzione del terapeuta parte dall’analisi:

  • del rapporto comunicativo tra genitori e figli;
  • dai comportamenti che, di fronte ad una problematica, inaspriscono il clima quotidiano del nucleo familiare.

Proviamo, dunque, a riconoscere le principali tentate soluzioni messe in atto dalla coppia genitoriale che si trova a dover affrontare, e voler risolvere, la difficoltà del bambino.

Genitori troppo coinvolti nei problemi dei figli 

Il più delle volte, il modo di interpretare la situazione, unito alla disposizione naturale del genitore ad aiutare i propri figli, portano l’adulto ad un coinvolgimento eccessivo, con la conseguente possibilità di incorrere in una prospettiva poco equilibrata della situazione. 

I problemi dei figli diventano i problemi dei genitori 

Focalizzando costantemente l’attenzione sui problemi dei propri figli, non riuscendo a distinguere ciò che è giusto che affrontino da soli e ciò che, invece, necessita di un reale aiuto da parte loro, con ogni probabilità gli adulti finiscono per instaurare una dinamica familiare invischiata.

Partecipare emotivamente alla vita dei bambini iper-proteggendoli, impedisce loro di vivere esperienze naturali e necessarie allo sviluppo. In questo modo, infatti, se da un lato si comunica ai figli che vengono aiutati per il loro bene, dall’altro si fa fruire il messaggio che non possono farcela da soli.

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Genitori più preoccupati di quanto lo siano i figli

Altro segnale di eccesiva iper-protezione è quando i genitori individuano dei problemi laddove i figli non ne vedono: cercano così di convincerli a pensare secondo il loro metro di giudizio innescando conflitti inutili e pericolosi. Le diverse prospettive, infatti, fanno valutare le situazioni quotidiane a seconda:

  • dell’età;
  • della posizione;
  • dei propri valori.

Nella maggior parte dei casi, genitori e figli si collocano su due assi diversi. Inoltre, quando una condizione non viene percepita come problematica, viene meno anche la motivazione a cambiarla e, quindi, qualsiasi tentativo da parte dell’adulto di gestirla secondo il proprio punto di vista diventa automaticamente inutile.

Ciò che invece risulterebbe più utile al genitore, è indagare la reale percezione del figlio, prima di imporre la propria, creando un clima relazionale più ampio, per esempio:

 “Mi succede di trovare preoccupante questa faccenda a cui tu non sembri attribuire importanza; mi domando se ci siano delle cose che io non so e che ti fanno vedere le cose diversamente da come le vedo io”.

Genitori che parlano al posto dei loro figli

Un ulteriore tentativo di sostituzione viene messo in atto da quei genitori spaventati dal silenzio dei figli al punto da sentire il bisogno di riempire in modo esagerato quello spazio. I momenti di silenzio, in realtà, non sono da considerarsi in modo negativo poiché fanno emergere quantità di informazioni, emozioni e percezioni dei figli utili per la comprensione del problema e per la scelta della soluzione da mettere in atto.

Dalle evidenze cliniche, però, emerge una grande difficoltà dei genitori di abbandonare il ruolo di persone infallibili, capaci di indicare l’alternativa giusta: l’unica, cioè, che loro conoscono. Questo ruolo di indiscusso detentore delle risposte e delle soluzioni giuste è molto utile a sé stessi ma non ai figli che, invece, avrebbero bisogno di vedere la moltitudine di alternative per poi scegliere da soli quella più funzionale.

Gustavo Fring - Pexels

Genitori che spiegano troppo

La soluzione di utilizzare discussioni a scopo persuasivo viene spesso utilizzata dai genitori per convincere i propri figli a fare o a smettere di fare qualcosa o, comunque, per imporre di seguire le loro idee ed i loro comandi. Il tentativo di persuadere avviene attraverso ripetute ed insistenti spiegazioni che, non ascoltate alla prima esposizione, vengono rincarate con la convinzione che questo possa portare a dei risultati.

Ciò che spesso si verifica, invece, è un vissuto negativo e squalificante:

  • il figlio porta con sé il pensiero di non essere capito da un adulto insensibile e dispotico;
  • il genitore percepisce il figlio come testardo e presuntuoso.

Così, le divergenze più violente ed insanabili si verificano nel momento in cui ognuno si comporta secondo il proprio modello valoriale supportandolo rigidamente, invece di mantenere un sano rapporto di empatia con l’altro.

Quando la ragione non conta

Nel caso delle dinamiche familiari, genitori e figli hanno ragione entrambi, ciascuno secondo il proprio sistema di valori. Le discussioni si alimentano quando ciascuno etichetta negativamente la controparte. Gli effetti che ne risultano sono la perdita di un contatto emotivo ed una distanza che, al di là di chi ne uscirà vincitore, finirà per rovinare il rapporto. 

Il più delle volte, inoltre, può succedere che le argomentazioni del genitore spingano il figlio ad assumere, per "spirito di contraddizione", una posizione che non risponde al suo interesse reale. Egli, infatti, vive una lotta interiore tra lo stato di bisogno dell’adulto ed il senso di orgoglio e di indipendenza. In questo caso, nutrendo sentimenti ambivalenti, se il genitore si schiera da una parte i figli opteranno per quella opposta.

Quando l'aiuto dei genitori non è di nessun aiuto

Cercare di aiutare i figli risolvendo direttamente i loro problemi crea:

  • dipendenza dai genitori;
  • sentimenti di incapacità nel gestire da soli la propria vita.

Uno stile educativo, invece, in cui l’adulto cerca di inquadrare ciò che succede nella vita dei loro figli in una prospettiva più oggettiva lasciando decidere a loro che cosa fare, in che modo e con quali tempi, aumenta il senso di responsabilità producendo risultati molto più efficaci.

Gustavo Fring - Pexels

Genitori con posizioni discordanti

L’assunzione di posizioni diverse all’interno della coppia genitoriale crea un fronte disunito e problematiche di comportamento nei figli che vivono tale particolare situazione relazionale. In casi come questi, il bambino trasforma il divario tra le parti interiorizzando una dissociazione dove la percezione della realtà assume connotazioni opposte e il comportamento sintomatico diventa una reazione a tale scissione relazionale.

La tentata soluzione che alimenta il problema

Tra i diversi tipi di terapia psicologica, nella psicoterapia strategica le idee di “patologia dei bambini difficili” o di “colpa o incapacità dei genitori”, vengono sostituite dal concetto di “tentata soluzione che alimenta il problema”. I genitori, da persecutori dei figli, diventano vittime di modelli che nelle interazioni, li spingono ad assumere atteggiamenti disfunzionali e non risolutivi di ciò che affannosamente rincorrono.

Possono esserci, inoltre, bambini che adottano un comportamento problematico come strategia principale per ottenere benefici altrimenti irraggiungibili. I sintomi possono essere utilizzati con lo scopo di:

  • aggirare un comando, un divieto, un dovere;
  • ottenere una gratificazione materiale o affettiva;
  • rendere complice un familiare contro un altro.

I comportamenti utilizzati per ottenere dei vantaggi possono essere molteplici e oscillare tra semplici posizioni vittimistiche e provocatorie all’abbandono scolastico, ai tentativi di fuga, a posizioni più gravi come la minaccia di suicidio, l’uso ricattatorio della malattia o il ricorso alla droga.

Come interviene il terapeuta strategico?

Lo psicoterapeuta strategico, per evitare ogni tipo di etichettamento sia nel contesto sociale sia nell’ambiente familiare, conduce un intervento non direttamente con i bambini (se non in rari casi) ma con la famiglia, andando a modificare quelle relazioni e dinamiche che rendono ogni individuo coinvolto incapace di trovare una via d’uscita dal problema.

Un aiuto psicoterapeutico, dunque, che utilizza strategie funzionali alla comprensione e al contenimento del bambino e che ricorda il ruolo fondamentale di guida protagonista per la maturazione cognitiva, emotivo-affettiva e sociale che i genitori hanno nei confronti del loro figlio.

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