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Psicologia infantile
5
minuti di lettura

Ricordi smarriti: l’amnesia infantile

Ricordi smarriti: l’amnesia infantile
Alessandro De Vecchis
Psicoterapeuta ad orientamento Cognitivo-Interpersonale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
8.5.2026
Ricordi smarriti: l’amnesia infantile
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Se da adulti ci viene chiesto qual è il nostro primo ricordo, è probabile che non riusciamo a risalire a uno che preceda i cinque o sei anni. E delle nostre esperienze nei primi tre o quattro anni di vita che ne è stato?

A volte si tratta di sensazioni e immagini frammentate che si vanno perdendo quando compiamo sette-otto anni. Questo fenomeno è noto come “amnesia infantile” e le sue cause sono ancora misteriose.

Il termine “amnesia infantile” fu coniato da Freud agli inizi del ‘900 per descrivere la comune difficoltà degli adulti di ricordare episodi autobiografici senza l’aiuto di altri.

Per Freud non si trattava di una vera amnesia, ma piuttosto della rimozione nell’inconscio di certi ricordi o eventi che causano un trauma e si verificano nello sviluppo psicosessuale di ogni bambino.

Questa spiegazione, nel corso degli anni, è stata accantonata e gli studi nel campo delle neuroscienze hanno provato a trovare nuove motivazioni a questo fenomeno.

L’importanza del linguaggio

Il periodo che va dai due ai quattro anni è l’età in cui si sviluppa il linguaggio: i bambini imparano un numero sempre crescente di parole e iniziano a costruire brevi frasi.

Questo permette loro di accedere verbalmente ai ricordi che prima venivano richiamati attraverso immagini, storie o sentimenti: ciò potrebbe modificare il recupero di memorie di natura non verbale.

A questo proposito, uno studio condotto dalle psicologhe Gabrielle Simcock e Harlene Hayne ha scoperto che i bambini dai due ai tre anni ricordavano più del doppio dei dettagli di un’esperienza se dovevano descriverla in modo non verbale, ad esempio indicando fotografie o ricopiando un comportamento (Simcock & Hayne, 2003).

Inoltre, se dovevano richiamare un ricordo del passato a distanza di un anno, usavano solo parole che già conoscevano al momento dell’episodio.

L’uso della parola aiuta una costruzione più precisa del ricordo attraverso la narrazione, agevolando così la memorizzazione.

Anita JankovicI - Unsplash

I ricordi non si perdono

L’infanzia è caratterizzata da un’intensa attività neuronale, tra cui l’apprendimento del linguaggio.

Nei primi anni di vita il numero di connessioni tra le cellule nervose aumenta in modo considerevole, così che il bambino possa apprendere sempre nuovi compiti.

Uno studio di alcuni ricercatori dell’Università di Toronto sui topi adulti ha rilevato che, nel processo di neurogenesi, le nuove cellule non sostituiscono le vecchie, ma si integrano nei circuiti già esistenti.

Questo suggerisce che i ricordi non vengono smarriti o perduti, ma possono essere catturati in una forma non immediatamente riconoscibile. Inoltre, le memorie acquisite nella prima infanzia, anche se non possono essere richiamate consapevolmente, non vengono eliminate definitivamente ma lasciano una traccia mnestica che persiste nel tempo (Li et al., 2014).

Seguendo il filone delle neuroscienze, molte teorie riconoscono come causa dell’amnesia infantile l’ippocampo, una struttura molto preziosa del cervello che contribuisce alla memoria e custodisce i ricordi. Questa zona nei bambini piccoli non si è ancora sufficientemente formata, spiegando così “l’assenza” dei ricordi (Lavenex & Banta Lavenex, 2013).

Myles Tan - Unsplash

Il ruolo della cultura

Secondo una prospettiva socioculturale, un ruolo importante che aiuta l’emergere del ricordo e l’accessibilità delle memorie infantili è dato da quanto la cultura di un determinato gruppo enfatizzi l’importanza del passato personale.

In uno studio neozelandese, le ricercatrici scoprirono che i Maori riuscivano a richiamare ricordi risalenti ai due anni e mezzo di età, classificandosi come la popolazione con la memoria più precoce tra quelle attualmente studiate.

Secondo le studiose, nella cultura Maori viene posta estrema importanza al passato: le madri ricordano spesso ai figli la storia passata e le tradizioni dei propri antenati. Ciò faciliterebbe il ricordo di memorie infantili più precoci rispetto ad altri gruppi culturali dove l’enfasi viene posta più sul singolo individuo (MacDonald, Uesiliana & Hayne, 2000).

Anche i ricordi insegnano

È importante sottolineare che, nonostante i ricordi della prima infanzia sembrino smarriti o inaccessibili, le esperienze vissute in quel periodo contribuiscono a formare la nostra identità e la nostra personalità.

Uno studio dei ricercatori C. Alberini e A. Travaglia ha evidenziato come l’ippocampo svolga in realtà funzioni più complesse, in grado di influenzare lo sviluppo di altre strutture cerebrali e, di conseguenza, la capacità di “imparare ad apprendere e memorizzare” (Alberini & Travaglia, 2017).

Quindi, anche se le esperienze autobiografiche dei primi tre anni di vita vengono rapidamente dimenticate, esse contribuiscono a condizionare lo sviluppo cerebrale e psichico dell’individuo.

Esperimenti chiave sull’amnesia infantile: cosa ci dicono gli studi su animali e bambini

Per comprendere meglio i meccanismi dell’amnesia infantile, numerosi studi sperimentali sono stati condotti sia su animali che su esseri umani.

Questi esperimenti hanno permesso di osservare come la memoria si sviluppi e si modifichi nei primi anni di vita.

Uno degli esperimenti più noti è quello condotto da Josselyn e Frankland (2012) sui topi, in cui si è osservato che i cuccioli, pur imparando compiti specifici, tendevano a dimenticarli più rapidamente rispetto agli adulti.

Questo fenomeno è stato collegato all’alta neurogenesi nell’ippocampo durante l’infanzia, che sembra favorire l’apprendimento ma anche la perdita di ricordi precoci.

Negli esseri umani, uno studio di Bauer e Larkina (2014) ha seguito bambini dai 3 ai 9 anni, chiedendo loro di raccontare eventi personali. I risultati hanno mostrato che:

  • Prima dei 3 anni, la maggior parte dei bambini non era in grado di ricordare eventi autobiografici.
  • Tra i 3 e i 7 anni, la capacità di ricordare aumentava progressivamente, ma molti ricordi venivano comunque persi nel tempo.
  • Dopo i 7 anni, i ricordi diventavano più stabili e duraturi.

Questi dati suggeriscono che l’amnesia infantile non sia una semplice mancanza di ricordi, ma il risultato di processi cerebrali e cognitivi in evoluzione, che rendono difficile il recupero delle esperienze vissute nei primissimi anni di vita.

Inoltre, l’amnesia infantile non rappresenta un fenomeno unitario, ma si compone di almeno due fasi distinte (Hayne & Jack, 2011).

Quando inizia e finisce l’amnesia infantile? Dati e differenze culturali

Secondo una revisione di Peterson, Grant e Boland (2005), l’età media del primo ricordo consapevole si colloca tra i 3 e i 4 anni, anche se esistono variazioni individuali e culturali.

Uno studio suggerisce che l’inizio della locomozione nei bambini favorisce l’allineamento delle cellule di posizione e delle cellule a griglia dell’ippocampo con l’ambiente, facilitando così la formazione di ricordi stabili e segnando la fine dell’amnesia infantile (Glenberg & Hayes, 2016) .

Alcuni dati quantitativi emersi da studi internazionali:

  • Il 40-50% degli adulti riferisce che il proprio primo ricordo risale a un’età compresa tra i 3 e i 4 anni (Peterson et al., 2005).
  • Differenze culturali: come già accennato, i bambini Maori della Nuova Zelanda tendono a ricordare eventi più precoci (circa 2,5 anni), mentre in altre culture, come quella occidentale, l’età media del primo ricordo è più alta (MacDonald et al., 2000).
  • Ruolo del genere: alcune ricerche suggeriscono che le bambine tendano ad avere ricordi autobiografici leggermente più precoci rispetto ai bambini, probabilmente per una maggiore enfasi familiare sulla narrazione e la condivisione delle esperienze (Jack, MacDonald, Reese & Hayne, 2009).

Questi dati aiutano a comprendere come l’amnesia infantile sia un fenomeno universale, ma influenzato da fattori biologici, culturali e sociali.

Implicazioni pratiche: perché studiare l’amnesia infantile può essere importante

Comprendere l’amnesia infantile non è solo una questione teorica, ma può avere importanti ricadute pratiche per la crescita e il benessere della persona.

Anche se non ricordiamo consapevolmente le esperienze della prima infanzia, queste possono contribuire a formare la nostra identità, influenzando il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e affrontiamo le sfide della vita.

Inoltre, la scoperta che l'esposizione a stress precoci può anticipare la fine dell’amnesia infantile suggerisce un possibile meccanismo attraverso cui le avversità precoci influenzano profondamente la salute mentale in età adulta (Madsen & Kim, 2016).

Sapere che i bambini piccoli possono non ricordare eventi specifici, ma che le esperienze vissute possono comunque lasciare tracce profonde, può aiutare genitori ed educatori a creare ambienti emotivamente sicuri e stimolanti.

La ricerca sull’amnesia infantile aiuta a spiegare perché traumi vissuti nei primi anni di vita possano essere associati a effetti a lungo termine, anche in assenza di ricordi coscienti, evidenziando l’importanza della prevenzione e del trattamento delle difficoltà emotive e comportamentali in età adulta.

Studiare l’amnesia infantile, quindi, permette di valorizzare l’importanza delle prime esperienze e di promuovere una maggiore consapevolezza sul loro potenziale impatto duraturo.

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Anche se i ricordi della primissima infanzia possono sembrare lontani o sfocati, le esperienze vissute in quei primi anni possono continuare a influenzare chi siamo oggi, il nostro modo di relazionarci e il nostro benessere emotivo.

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