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Tirocinio pratico valutativo in psicologia: guida completa

Tirocinio pratico valutativo in psicologia: guida completa
Enrico Reatini
Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
30.1.2026
Tirocinio pratico valutativo in psicologia: guida completa
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Tirocinio pratico valutativo in psicologia: di cosa si tratta

Il tirocinio pratico valutativo (TPV) è il percorso di formazione professionalizzante che, all’interno del corso di laurea in psicologia, permette di sperimentare in modo guidato le attività tipiche dello psicologo.

Non è un semplice “affiancamento” in un ente, ma un tirocinio strutturato con obiettivi chiari, ore definite e una valutazione finale delle competenze acquisite. Serve a verificare se lo studente sa applicare nella pratica le conoscenze teoriche apprese durante gli studi.

Nel TPV lo studente osserva, partecipa e, progressivamente, svolge in prima persona alcune attività, sempre sotto supervisione. Questo consente di sviluppare sicurezza, senso di responsabilità e consapevolezza dei propri limiti, elementi fondamentali per l’esercizio della professione psicologica.

Il TPV è inoltre il ponte tra università e mondo del lavoro: permette di conoscere contesti reali (servizi sanitari, enti del terzo settore, studi professionali, aziende) e di iniziare a costruire un proprio profilo professionale, mantenendo però un ruolo formativo e protetto.

Il TPV è regolato da un quadro normativo preciso, che definisce durata, contenuti e finalità del tirocinio. La Legge 56/1989 ha istituito la professione di psicologo in Italia e ha previsto l’obbligo di un percorso formativo che integri teoria e pratica, ponendo le basi per i tirocini professionalizzanti. In questa prospettiva, il tirocinio non è solo un requisito formale, ma un passaggio di crescita in cui lo studente può iniziare a integrare ciò che ha appreso sui banchi con l’incontro concreto con le persone, i contesti di cura e le complessità della pratica quotidiana.

La Legge 163/2021 ha riformato l’accesso alla professione, collegando in modo più stretto il TPV al percorso universitario e alla prova pratica valutativa (PPV), che sostituisce l’esame di Stato tradizionale, con l’obiettivo di rendere più fluido e coerente il passaggio dalla formazione accademica all’esercizio professionale.

I Decreti Interministeriali 654/2022, 567/2022 e 554/2022 hanno definito in concreto: il numero di CFU e ore di tirocinio richiesti nei diversi corsi di laurea; l’articolazione del TPV tra laurea triennale e magistrale; il ruolo della supervisione e delle attività professionalizzanti; il collegamento tra TPV e PPV, chiarendo che le competenze esercitate nel tirocinio sono oggetto di valutazione nella prova finale.

Questa impostazione si inserisce in una tendenza internazionale che considera il tirocinio clinico come una vera e propria “esperienza di sintesi” (capstone), in cui la formazione alla valutazione scientifica e alla pratica basata sulle evidenze viene integrata con lo sviluppo di competenze cliniche avanzate, proprio per ridurre il divario tra ricerca e pratica quotidiana (McQuaid & Spirito, 2012).

Struttura del TPV: CFU e ore di attività

Nel TPV ogni attività svolta corrisponde a crediti formativi universitari (CFU), che rappresentano il carico di lavoro richiesto allo studente. In molti ordinamenti, 1 CFU di tirocinio corrisponde a circa 25 ore complessive, che possono essere suddivise in:

  • ore di attività professionalizzanti: osservazione, partecipazione a colloqui, somministrazione di strumenti, riunioni d’équipe, stesura di documenti;
  • ore di supervisione: incontri con il tutor professionale o accademico per discutere i casi, riflettere sull’esperienza, ricevere feedback e integrare quanto appreso con le evidenze scientifiche disponibili.

Le norme prevedono una quota di TPV nella laurea triennale (per introdurre lo studente ai contesti professionali) e una quota più ampia nella laurea magistrale, focalizzata su attività a maggiore responsabilità. Alcuni regolamenti di ateneo stabiliscono inoltre una percentuale minima di CFU da svolgere in enti esterni, spesso con una parte obbligatoria in strutture sanitarie o socio-sanitarie, per garantire l’esposizione a situazioni cliniche reali.

In questo quadro, diversi studi sottolineano che il periodo di tirocinio rappresenta un’occasione cruciale per affrontare in modo sistematico le difficoltà di integrazione delle evidenze cliniche nella pratica: una solida esposizione alla ricerca durante il tirocinio è indicata come una strategia chiave per formare psicologi in grado di muoversi con competenza tra dati scientifici e lavoro sul campo (McQuaid & Spirito, 2012).

Il TPV ha l’obiettivo di trasformare le conoscenze teoriche in competenze operative spendibili nella pratica professionale, accompagnando lo studente in un percorso graduale di crescita. Gli obiettivi generali possono includere:

  • integrare teoria e pratica, collegando modelli psicologici e metodi di intervento alle situazioni reali incontrate nei servizi;
  • sviluppare un’identità professionale iniziale, aiutando lo studente a comprendere cosa significa “essere psicologo” nei diversi contesti;
  • allenare il pensiero critico, imparando a valutare i bisogni delle persone e a scegliere strumenti adeguati;
  • acquisire competenze relazionali e comunicative, fondamentali per costruire alleanze di lavoro efficaci con utenti, famiglie, équipe;
  • interiorizzare i principi deontologici, riconoscendo i confini del proprio ruolo e le responsabilità etiche.

In questa prospettiva, la letteratura ha proposto anche quattro linee guida specifiche per la formazione nella valutazione psicologica, che invitano i programmi di tirocinio a strutturare obiettivi, contenuti e modalità di supervisione in modo coerente e progressivo rispetto alle competenze attese (Krishnamurthy et al., 2004).

Questi obiettivi vengono quindi tradotti in attività concrete e in criteri di valutazione chiari, che permettono al tutor di monitorare il percorso formativo e di verificare, in modo trasparente e condiviso, il livello di autonomia raggiunto dallo studente.

Una delle competenze centrali del TPV è la valutazione del caso, cioè la capacità di raccogliere e organizzare in modo sistematico e sensibile le informazioni su una persona, una famiglia o un gruppo. A livello internazionale, un gruppo di lavoro ha identificato otto competenze nucleari considerate essenziali per la padronanza della valutazione psicologica, sottolineando l’importanza di definire in modo esplicito che cosa ci si aspetta che il tirocinante sappia fare al termine del percorso formativo (Krishnamurthy et al., 2004).

Per lo studente questo significa imparare a:

  • condurre un colloquio di raccolta dati (anamnesi) in modo strutturato ma flessibile, rispettando tempi, limiti e sensibilità dell’utente;
  • distinguere dati oggettivi e interpretazioni, riconoscendo i propri possibili bias ed evitando conclusioni affrettate;
  • riconoscere i bisogni principali (clinici, relazionali, scolastici, lavorativi) e le risorse presenti nel contesto, valorizzando punti di forza e potenzialità;
  • formulare prime ipotesi di lavoro, sempre condivise e supervisionate dal tutor, in un’ottica di apprendimento graduale e protetto.

Durante il TPV lo studente spesso inizia osservando il tutor, poi passa a condurre parti del colloquio, fino a gestire incontri più completi. In tutte queste fasi mantiene però un ruolo formativo, non ancora pienamente autonomo, così da poter sperimentare e affinare le proprie competenze di valutazione in un contesto sicuro e supportivo.

Uso appropriato degli strumenti psicologici

Nel TPV lo studente entra in contatto con strumenti psicologici standardizzati e non standardizzati, imparando a usarli in modo responsabile.

Le competenze attese riguardano:

  • conoscere finalità e limiti di test, questionari, scale di valutazione, interviste strutturate;
  • partecipare alla somministrazione di strumenti, inizialmente in osservazione e poi in co-conduzione, seguendo i protocolli previsti;
  • eseguire lo scoring (correzione) sotto supervisione, comprendendo il significato dei punteggi;
  • integrare i risultati dei test con le informazioni raccolte nel colloquio, evitando di basarsi solo sui numeri.

L’uso degli strumenti nel TPV è sempre mediato dal tutor, che mantiene la responsabilità clinica. Allo studente è richiesto di rispettare le regole di riservatezza, correttezza tecnica e prudenza interpretativa.

Progettazione dell’intervento psicologico nel caso di TPV

Un’altra area chiave del TPV è la progettazione dell’intervento, cioè la capacità di pensare a un percorso di lavoro coerente con i bisogni emersi.

Per lo studente questo comporta:

  • definire obiettivi realistici e misurabili, in accordo con il tutor e, quando possibile, con l’utente;
  • scegliere modalità di intervento (colloqui individuali, lavoro di gruppo, interventi psicoeducativi, attività di prevenzione) adeguate al contesto;
  • considerare tempi e risorse disponibili, evitando progetti irrealistici;
  • prevedere come monitorare il percorso, individuando indicatori di cambiamento.

Nel TPV lo studente non progetta in autonomia, ma contribuisce alla costruzione del piano di intervento, imparando a ragionare in termini di processo e non solo di singolo colloquio.

Valutazione di processo ed esito

Il TPV allena anche alla valutazione di processo ed esito, cioè alla capacità di osservare come evolve un intervento nel tempo.

Le competenze richieste includono:

  • monitorare la partecipazione e l’alleanza: come l’utente partecipa, cosa facilita o ostacola il lavoro;
  • rilevare cambiamenti significativi, anche piccoli, nei sintomi, nei comportamenti o nelle relazioni;
  • utilizzare strumenti di follow-up (scale di autovalutazione, questionari di esito) quando previsti dal servizio;
  • riflettere sugli aggiustamenti necessari, ad esempio modificare frequenza degli incontri o modalità di lavoro.

Per lo studente, imparare a valutare processo ed esito significa sviluppare un atteggiamento di verifica continua, evitando di procedere per abitudine e mantenendo il focus sui bisogni reali della persona.

Redazione del report psicologico

Durante il TPV lo studente inizia a esercitarsi nella redazione di report psicologici, documenti che sintetizzano la valutazione e il lavoro svolto.

Gli aspetti principali da apprendere sono:

  • strutturare il report in sezioni chiare (motivo dell’invio, metodi, risultati, conclusioni, indicazioni);
  • usare un linguaggio professionale ma comprensibile, evitando tecnicismi inutili e giudizi di valore;
  • distinguere descrizione e interpretazione, indicando sempre su quali dati si basano le conclusioni;
  • tutelare la privacy, omettendo informazioni identificative non necessarie.

Nel TPV i report prodotti dallo studente hanno valore formativo: vengono rivisti e corretti dal tutor, che mantiene la responsabilità della versione finale eventualmente inserita nella cartella clinica o consegnata all’utente.

Restituzione dei risultati e comunicazione

La restituzione è il momento in cui i risultati della valutazione vengono condivisi con la persona, la famiglia o altri referenti (ad esempio insegnanti o medici).

Nel TPV lo studente può imparare a:

  • preparare il colloquio di restituzione, chiarendo con il tutor quali messaggi chiave trasmettere;
  • adattare il linguaggio all’età, al livello di comprensione e alla sensibilità dell’interlocutore;
  • condividere punti di forza e aree di difficoltà in modo equilibrato, evitando etichette stigmatizzanti;
  • verificare la comprensione, lasciando spazio a domande e reazioni emotive.

Spesso la restituzione viene inizialmente condotta dal tutor, con lo studente in osservazione. Progressivamente, lo studente può gestire parti del colloquio o simulazioni di restituzione, per allenare le proprie competenze comunicative in un contesto protetto.

Competenze relazionali e deontologiche nel TPV

Oltre alle abilità tecniche, il TPV mira a sviluppare competenze relazionali e deontologiche, fondamentali per l’esercizio responsabile della professione.

Per lo studente questo può significare:

  • costruire relazioni basate su ascolto, rispetto e non giudizio, sia con gli utenti sia con l’équipe;
  • mantenere la riservatezza, gestendo con cura le informazioni sensibili e i documenti clinici;
  • riconoscere i propri limiti, chiedendo supervisione quando emergono dubbi o difficoltà;
  • gestire il coinvolgimento emotivo, imparando a prendersi cura di sé per evitare sovraccarico.

Il riferimento costante è il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, che viene spesso discusso durante la supervisione per collegare i principi etici alle situazioni concrete incontrate nel tirocinio.

Cosa farai concretamente durante il TPV

Le attività svolte nel TPV variano in base al contesto, ma alcune esperienze sono ricorrenti.

Tra le attività tipiche rientrano:

  • osservazione di colloqui clinici o di consulenza, per imparare a cogliere struttura, stile comunicativo e gestione del tempo;
  • partecipazione a riunioni d’équipe, dove si discutono casi, progetti e decisioni operative;
  • somministrazione e scoring di test, sempre sotto supervisione, per esercitare precisione e rigore metodologico;
  • stesura di brevi appunti clinici o report, per allenare la capacità di sintesi e di documentazione;
  • simulazioni di colloqui o restituzioni, utili per sperimentarsi in un contesto protetto prima di incontrare direttamente i pazienti.

Ogni attività è pensata per sviluppare specifiche competenze del TPV, che verranno poi valutate nella prova pratica valutativa (PPV).

Passi fondamentali per attivare il TPV

Per iniziare il TPV può essere utile seguire alcuni passaggi operativi, che possono variare leggermente tra atenei ma mantengono una struttura simile.

In genere lo studente può:

  • informarsi sui regolamenti di corso di laurea, per conoscere numero di CFU, tempi e requisiti del TPV;
  • scegliere l’ente ospitante, valutando coerenza con i propri interessi e con gli obiettivi formativi richiesti;
  • contattare il tutor dell’ente e concordare disponibilità, orari e attività possibili;
  • compilare il progetto formativo o libretto di tirocinio, che descrive obiettivi, attività previste e modalità di supervisione;
  • ottenere le approvazioni necessarie da parte dell’università e dell’ente, prima di iniziare le ore di tirocinio.

Solo dopo questi passaggi le ore possono essere conteggiate come TPV valido ai fini del percorso formativo.

La conclusione del TPV non coincide solo con il raggiungimento del numero di ore, ma con una valutazione complessiva e condivisa delle competenze acquisite, che tenga conto del percorso personale e professionale dello studente.

Di solito sono previsti diversi momenti strutturati:

  • un colloquio finale con il tutor, per riflettere sull’esperienza, sui punti di forza e sulle aree da sviluppare, in un clima il più possibile collaborativo e orientato alla crescita;
  • la compilazione di una scheda di valutazione, in cui il tutor indica il livello di autonomia raggiunto nelle diverse competenze del TPV;
  • la consegna del libretto o registro delle attività, firmato dall’ente e dall’università;
  • un collegamento con la prova pratica valutativa (PPV), che utilizza quanto appreso nel TPV per valutare la capacità dello studente di affrontare casi e situazioni professionali.

In linea con le raccomandazioni presenti in letteratura, la valutazione delle competenze risulta più accurata quando si ricorre a una pluralità di metodi – come osservazioni dirette, discussione di casi, portfolio e prove strutturate – inseriti in un modello collaborativo di valutazione tra tirocinante e supervisore, che consenta di monitorare in modo più fine e continuo i progressi dello studente (Krishnamurthy et al., 2004).

L’idoneità finale nel TPV attesta che lo studente ha raggiunto un livello minimo di preparazione pratica, considerato necessario per proseguire verso l’abilitazione alla professione di psicologo.

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