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Crescita personale
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Viaggiare soli: un'esperienza psicodinamica tra separazione, identità e trasformazione

Viaggiare soli: un'esperienza psicodinamica tra separazione, identità e trasformazione
Ilaria Tonelli
Psicologa a orientamento Psicodinamico
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
26.5.2026
Viaggiare soli: un'esperienza psicodinamica tra separazione, identità e trasformazione
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Viaggiare soli può rappresentare un'esperienza psicologica densa di significati simbolici e trasformativi. In chiave psicodinamica e psicoanalitica, il viaggio in solitaria può essere letto come un dispositivo di separazione-individuazione, uno spazio transizionale e un processo di rinegoziazione dell'identità.

Lontano dalle abituali coordinate relazionali, la persona è chiamata a confrontarsi con il proprio mondo interno, con le angosce di abbandono e con il desiderio di autonomia. Un viaggio solitario non accade mai per caso, ma si incastona sempre in un momento particolare della propria vita. Può avvenire in un'età specifica (ad esempio allo scoccare dei 40 anni e oltre) come in un momento importante e significativo, ad esempio un lutto, una separazione.

Viaggiare soli: un’esperienza sempre più diffusa

Viaggiare soli è un fenomeno sempre più diffuso non solo in Europa ma anche in Italia, dove si registra un aumento del trend già dal 2021. Si viaggia non soltanto per una pratica turistica, ma rappresenta sempre più un atto psichico complesso tant'è che le mete sono cammini, slow trekking, ritiri spirituali, yoga retreat.

La scelta di allontanarsi dai riferimenti familiari e relazionali attiva dinamiche profonde legate alla separazione, all'identità e alla capacità di stare con sé stessi.

In riferimento al modello psicodinamico, il viaggio solitario può essere considerato un'esperienza che riattualizza le prime separazioni evolutive e mette alla prova le capacità dell'Io di tollerare la solitudine senza ricorrere a difese disfunzionali. Il viaggio attiva tutte quelle risorse di adattamento obbligando al continuo ascolto e dialogo interiore dove l'unico oggetto di confronto è il sé del viaggiatore.

Il viaggio come metafora della separazione-individuazione

Margaret Mahler (1975) descrive il processo di separazione-individuazione come fondamentale per la costruzione del Sé. Nei primi mesi di vita il neonato e la madre vivono un movimento psicodinamico fusionale dove non vi è separazione, ma una vita simbiotica. Viaggiare soli può riattivare simbolicamente questa fase evolutiva: l'individuo si allontana dalle figure di riferimento interne ed esterne per sperimentare una nuova forma di autonomia.

Lo stimolo del viaggio viene attivato dal naturale desiderio di autonomia dove l'individuo basta a sé stesso. Lasciare la quotidianità può però far emergere l'angoscia di separazione ed il senso di colpa nel lasciare, anche se solo per qualche giorno, la propria famiglia.

La spinta del viaggiare soli, soprattutto se si scelgono mete con un peso simbolico ed emotivo, quali i cammini di Santiago o i retreat di yoga e spirituali, hanno come scopo quello di andare alla ricerca di un'identità più autentica. Il viaggio diventa così uno spazio in cui il soggetto rinegozia il proprio senso di continuità psichica.

Lo spazio terapeutico, se ben rielaborato, può generare il desiderio di sperimentare un viaggio in solitaria. Così come la terapia attiva quelle dinamiche di angoscia fornendo gli strumenti di rielaborazione e quindi favorisce svincolo, autonomia e nuova identità; così il viaggio aiuta l'individuo a "praticare" fisicamente le tappe della crescita interiore.

Donald Winnicott (1958) definisce la capacità di stare soli come un indicatore di maturità emotiva. Non si tratta di isolamento difensivo, ma della possibilità di sentirsi sostenuti da un oggetto interno affidabile.

Infatti se il sé è sufficientemente integrato, la persona viaggerà e godrà di un'esperienza di libertà, non di liberazione. Al contrario, se prevalgono invece istanze di angosce primitive, durante il viaggio la persona vivrà sensazioni di vuoto e disorganizzazione emotiva. La qualità dell'esperienza dipende dalla solidità delle relazioni oggettuali interiorizzate.

Il contesto del viaggio può essere letto come uno spazio transizionale (Winnicott, 1971), situato tra realtà interna ed esterna. In questo spazio chiamato viaggio, i meccanismi di difesa abituali si attenuano in quanto la persona non è immersa nel contesto quotidiano e l'ambiente circostante fornisce stimoli differenti. Si può sperimentare l'emergere di aspetti del sé non integrati che lasciano spazio o a stati angosciosi, o, al contrario, una nuova percezione della realtà e di se stessi.

Il viaggio consente una sospensione temporanea dei ruoli sociali, favorendo l'esplorazione di configurazioni identitarie alternative. Nel viaggio si lasciano a casa ruoli, aspettative, meccanismi di fronteggiamento dello stress, aprendo le porte al nuovo essere, alla possibilità di esprimersi liberamente, fuori dai clichés sociali.

Secondo Balint (1968), alcune esperienze di allontanamento dalle strutture abituali possono favorire una regressione benigna. Nel viaggio solitario la perdita di routine può riattivare bisogni primitivi così come la disorganizzazione temporanea può aprire a ristrutturazioni creative. Questo apre uno spazio interno creativo, dove alcune "vecchie" abitudini, piaceri ed hobby, erano stati messi da parte per via delle aspettative sociali e personali.

Un viaggio può recuperare questi momenti trasformandoli. Si potrebbe scoprire il piacere della fotografia, del bird watching o altre attività. Nuovi svaghi creativi che prendono il posto di attività praticate nell'infanzia e nell'adolescenza e vengono rigenerati e vissuti in altre forme. La regressione, se contenuta, diventa terreno fertile per la trasformazione psichica.

Il viaggio inoltre permette di visitare luoghi e culture diverse implicando un confronto con l'alterità esterna, che rispecchia l'alterità interna. In termini psicoanalitici, l'Altro può fungere da schermo proiettivo per contenuti inconsci. La persona che viaggia sola si trova ad interagire con persone nuove che in qualche modo la potrebbero rispecchiare totalmente o parzialmente. Il viaggiatore a sua volta mostrerà parti di sé non evocate in precedenza, magari sopite o addirittura sconosciute. Il viaggio e l'incontro con l'Altro diverso da sé conduce ad una inevitabile rinegoziazione dei confini identitari.

Il viaggio diventa un laboratorio relazionale in cui il soggetto sperimenta nuove modalità di essere con l'altro. Il viaggiatore incontra tradizioni, lingue e costumi diversi che lo sfidano a decodificare l'ambiente esterno così come a reinterpretare il proprio ambiente interno.

Non tutti i viaggi in solitudine hanno esiti trasformativi. In alcuni casi possono far emergere angosce di abbandono e sentimenti di derealizzazione. Queste condizioni chiaramente obbligano la persona ad attivare difese disfunzionali maniacali, come l'iperattività e la fuga continua che si trasformano in un viaggio fisicamente stressante. Vi possono inoltre essere difese come il ritiro completo, il non cercare rapporti con la gente del luogo, l'evitamento della vita sociale del posto.

Il viaggio può allora trasformarsi in una fuga dal conflitto interno piuttosto che in un suo attraversamento.

Viaggiare soli come rito di passaggio contemporaneo

Nelle antiche culture, i giovani che dovevano attraversare la fanciullezza ed inoltrarsi nell'età adulta, compivano un viaggio dal sapore rituale: la caccia o la guerra. Il rientro nella propria tribù segnava la vittoria simbolica e dunque sanciva l'ingresso nella fase adulta. Un riconoscimento importante ed una nuova identità.

In questa prospettiva, viaggiare soli può rappresentare un vero e proprio rito di passaggio dove vi è una ricerca di un senso nuovo della vita ed una trasformazione dell'identità.

In psicoterapia, il racconto di un viaggio solitario può offrire materiale clinico significativo. Nella stanza di terapia alcuni pazienti hanno svolto il viaggio in solitaria ed al rientro hanno portato materiale clinico di spessore e di notevole peso simbolico ed emotivo. Il primo scoglio è stato quello di gestire la propria solitudine, soprattutto la sera, al rientro dalla giornata. Avevo dato loro uno strumento terapeutico: il diario di viaggio.

Scrivere il resoconto della giornata non solo è stato di aiuto per fissare luoghi, date, eventi, ricordi di esperienze e di incontri, ma lentamente si è trasformato in uno spazio di dialogo interno dove non si sono più sentiti soli. Anzi, nel rientrare la sera in camera avevano il piacere di scrivere per riappropriarsi di loro stessi, di potersi ri-narrare.

Una difficoltà iniziale è stata quella della tolleranza dell'incertezza. Anche se il viaggio era stato pianificato, qualcosa li costringeva pur sempre a modificare e riadattare l'itinerario. Questa imprevedibilità è stata vissuta come un'opportunità di esplorare altro e magari di evitare mete noiose e incontri poco interessanti. Incertezza e imprevedibilità sono state accolte con curiosità e sfida creativa.

Infine, partire conoscendo abbastanza i propri meccanismi di difesa, è stato un punto di forza perché hanno potuto scoprire che potevano fronteggiare gli eventi diversamente, con modalità più funzionali.

L'analisi dell'esperienza di viaggio può rivelare il modo in cui il paziente abita il proprio mondo interno e raccontarlo in terapia aiuta la persona a vedersi in un'altra prospettiva.

Insomma, viaggiare soli, in chiave psicodinamica e psicoanalitica, rappresenta molto più di uno spostamento geografico: è un movimento psichico che coinvolge separazione, regressione, creatività e trasformazione identitaria. Quando sostenuta da una sufficiente integrazione dell'Io e da oggetti interni affidabili, questa esperienza può favorire una riorganizzazione del Sé e una maggiore autenticità esistenziale.

Il viaggio solitario diventa così una metafora vivente del percorso analitico: un attraversamento dell'ignoto che conduce, attraverso smarrimento e scoperta, a una rinnovata capacità di abitare sé stessi.

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