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Trauma e psicotraumatologia
5
minuti di lettura

Lavorare con le vittime di violenza tra partner: perché è necessario

Lavorare con le vittime di violenza tra partner: perché è necessario
Enrico Reatini
Psicologo ad orientamento Cognitivo-Comportamentale
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
22.7.2026
Lavorare con le vittime di violenza tra partner: perché è necessario
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  • La violenza tra partner intimi provoca conseguenze psicologiche profonde come PTSD, depressione e ansia
  • Lavorare con le vittime non significa colpevolizzarle: la responsabilità è sempre dell'autore della violenza
  • La riduzione dei sintomi psicologici è associata a una minore probabilità di rivittimizzazione
  • L'EMDR rappresenta un approccio efficace per elaborare il trauma anche senza una verbalizzazione dettagliata
  • Quando la violenza è ancora in corso, la priorità è la sicurezza, non l'elaborazione del trauma

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La violenza tra partner intimi (Intimate Partner Violence, IPV) rappresenta un grave problema di salute pubblica, con conseguenze profonde sul piano psicologico, fisico e relazionale. Tra queste, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), la depressione, l’ansia e la compromissione dell’autostima sono tra le più frequenti.

Nel dibattito clinico e sociale emerge spesso una questione delicata: è corretto lavorare psicologicamente sulle vittime? Non si rischia, così facendo, di colpevolizzarle?

In realtà, la letteratura scientifica suggerisce esattamente il contrario poiché intervenire sui processi psicologici delle vittime è fondamentale per ridurre la sofferenza, promuovere il recupero e prevenire ulteriori episodi di violenza.

Perché il trauma da violenza lascia conseguenze profonde

Le esperienze di violenza interpersonale alterano profondamente il funzionamento psicologico. Secondo il modello cognitivo del PTSD, il disturbo è mantenuto da tre processi principali:

  • valutazioni negative dell’evento traumatico
  • processamento disfunzionale delle memorie traumatiche
  • Strategie, spesso involontarie, di evitamento e mantenimento dei pensieri ed emozioni relative all’evento (Ehlers & Clark, 2000; Murray et al., 2022)

Le vittime possono frequentemente sviluppare convinzioni disfunzionali su sé stesse e sul mondo, come:

  • senso di colpa (“è colpa mia”)
  • vergogna
  • impotenza
  • percezione costante di pericolo

Queste cognizioni, definite anche “stuck points”, contribuiscono al mantenimento dei sintomi post-traumatici e depressivi (Resick & Schnicke, 1993; Iverson et al., 2011).

Non è colpa della vittima

Quando si parla di violenza è essenziale chiarire un punto, cioè che la responsabilità della violenza è sempre e solo dell’autore.

Il lavoro psicologico sulle vittime non ha lo scopo di individuare “cause interne” della violenza, ma di comprendere e modificare quei meccanismi psicologici che mantengono la sofferenza e aumentano la vulnerabilità.

Come sottolineato in letteratura, esiste il rischio di una lettura eccessivamente intrapsichica del fenomeno, che deve essere evitata. I modelli cognitivi servono a intervenire sulla sofferenza, non ad attribuire colpa (Crespo et al., 2024).

Il ruolo della psicoterapia: perché lavorare anche con le vittime

Un aspetto particolarmente rilevante del lavoro con le vittime di IPV è che il miglioramento psicologico non riguarda solo il benessere attuale.

Uno studio longitudinale ha evidenziato che la riduzione dei sintomi di PTSD e depressione è associata a una minore probabilità di rivittimizzazione (Iverson et al., 2011).

Questo accade perché:

  • diminuisce l’evitamento e aumenta la capacità di riconoscere segnali di pericolo
  • migliora il senso di autoefficacia
  • si rafforza la capacità decisionale
  • si riduce il senso di impotenza

In altre parole, la terapia non “colpevolizza”, ma restituisce potere e strumenti.

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Vitaly Gariev – Pexels

L’integrazione con altri approcci: il ruolo dell’EMDR

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è oggi uno degli approcci più studiati ed efficaci per il trattamento del trauma psicologico. Si tratta di una terapia che aiuta la persona a “rielaborare” i ricordi traumatici, cioè a integrarli in modo meno doloroso e disturbante all’interno della propria storia di vita.

Ma cosa significa, in concreto? Durante un’esperienza traumatica, le informazioni (immagini, emozioni, sensazioni corporee) possono rimanere “bloccate” nel cervello in modo disfunzionale.

Questo è il motivo per cui, anche a distanza di tempo, la persona può continuare a rivivere il trauma attraverso ricordi intrusivi, incubi o forti reazioni emotive.

L’EMDR interviene proprio su questo meccanismo. Attraverso una stimolazione bilaterale (ad esempio movimenti oculari guidati, suoni alternati o tapping), facilita il sistema naturale di elaborazione delle informazioni del cervello, permettendo al ricordo traumatico di essere “riprocessato” in modo più adattivo.

Numerosi studi hanno mostrato come questo approccio contribuisca a ridurre:

  • l’intrusività dei ricordi traumatici
  • l’iperattivazione fisiologica
  • i sintomi depressivi (Tarquinio et al., 2012; Schwarz et al., 2019)

L’integrazione dell’EMDR nel lavoro con le vittime di violenza nelle relazioni intime può essere particolarmente utile in alcune situazioni cliniche specifiche. Ad esempio, quando la persona presenta un forte evitamento (cioè tende a non parlare o a non entrare in contatto con ciò che è accaduto) l’EMDR consente di lavorare sul trauma anche senza una verbalizzazione dettagliata.

Allo stesso modo, è indicato quando:

  • il trauma è difficile da esprimere a parole
  • il livello di attivazione emotiva è molto elevato
  • il racconto diretto rischia di essere troppo destabilizzante

In questi casi, l’EMDR offre una via alternativa e spesso più tollerabile per accedere e trasformare le esperienze traumatiche.

In un’ottica integrata, questo approccio non sostituisce altre forme di intervento, ma le affianca, contribuendo a rendere il percorso terapeutico più efficace e rispettoso dei tempi e delle risorse della persona.

Le sfide principali: sicurezza e contesto

Non sempre è possibile lavorare subito sul trauma.

Quando la violenza è ancora in corso, infatti, la priorità non è l’elaborazione delle esperienze traumatiche, ma la protezione della persona. In queste fasi iniziali è fondamentale concentrarsi prima di tutto sulla sicurezza, sulla valutazione e gestione del rischio e sul fornire un supporto pratico concreto.

Perciò, è importante ricordare che in queste condizioni la psicoterapia, da sola, non basta.

Per essere davvero efficace, deve essere accompagnata da una rete più ampia di interventi che prevede il supporto sociale, l’accesso a strumenti legali e il coinvolgimento dei servizi territoriali.

La violenza nelle relazioni intime è un fenomeno complesso, che non può essere affrontato con un unico tipo di intervento. Proprio per questo richiede un approccio integrato, capace di tenere insieme protezione, sostegno e cura.

Riconoscere le proprie risorse

L’idea che lavorare psicologicamente sulle vittime significhi colpevolizzarle nasce da un fraintendimento.

In realtà, la psicoterapia:

  • non attribuisce responsabilità
  • non giustifica la violenza
  • non minimizza il contesto

Al contrario, aiuta le persone a:

  • comprendere ciò che è accaduto
  • ridurre la sofferenza
  • recuperare autonomia
  • prevenire ulteriori rischi

Intervenire sui processi psicologici non significa dire “è colpa tua”, ma offrire strumenti per uscire dalla sofferenza e ricostruire la propria vita.

Se senti di aver bisogno di supporto, intraprendere un percorso psicologico può essere un primo passo importante per ritrovare sicurezza, consapevolezza e benessere.

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FAQ

La violenza tra partner intimi, o IPV, è un grave problema di salute pubblica che comprende comportamenti abusivi all'interno di una relazione affettiva e che ha conseguenze profonde sul piano psicologico, fisico e relazionale della vittima. Tra gli effetti più comuni si riscontrano disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia e una significativa compromissione dell'autostima. Riconoscere l'IPV come fenomeno complesso è il primo passo per comprendere perché sia necessario un intervento su più livelli, che includa sia la protezione che il supporto psicologico.
No, lavorare psicologicamente con le vittime non significa in alcun modo colpevolizzarle, ed è importante chiarire questo fraintendimento comune. La responsabilità della violenza è sempre e solo dell'autore, mentre il lavoro terapeutico serve a comprendere e modificare i meccanismi psicologici che mantengono la sofferenza, senza mai cercare 'cause interne' della violenza nella persona che l'ha subita. La psicoterapia non attribuisce colpa, non giustifica la violenza e non minimizza il contesto in cui è avvenuta.
Il trauma da violenza lascia conseguenze profonde perché altera il funzionamento psicologico attraverso processi specifici, come le valutazioni negative dell'evento, l'elaborazione disfunzionale delle memorie traumatiche e le strategie di evitamento di pensieri ed emozioni legate all'accaduto. Le vittime sviluppano spesso convinzioni disfunzionali, come senso di colpa, vergogna e impotenza, definite 'stuck points', che contribuiscono al mantenimento dei sintomi post-traumatici e depressivi nel tempo. Questi meccanismi spiegano perché il disagio possa persistere anche a lungo dopo la fine dell'esperienza violenta.
I segnali del disagio psicologico legato alla violenza subita si riconoscono attraverso sintomi come ricordi intrusivi, incubi, forti reazioni emotive, evitamento di situazioni o pensieri legati al trauma, e una percezione costante di pericolo anche in contesti sicuri. Possono comparire anche convinzioni disfunzionali su di sé, come senso di colpa e vergogna, insieme a sintomi tipici della depressione e dell'ansia. Riconoscere questi segnali è importante per comprendere quando può essere utile richiedere un supporto professionale.
La psicoterapia aiuta le vittime di violenza tra partner riducendo i sintomi di PTSD e depressione, il che è associato a una minore probabilità di rivittimizzazione secondo studi longitudinali. Il percorso terapeutico diminuisce l'evitamento, aumenta la capacità di riconoscere segnali di pericolo, migliora il senso di autoefficacia e rafforza la capacità decisionale della persona. In questo modo la terapia non colpevolizza, ma restituisce potere e strumenti concreti per ricostruire la propria vita e prevenire ulteriori rischi.
L'EMDR, acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing, è un approccio terapeutico tra i più studiati ed efficaci per il trattamento del trauma psicologico, che aiuta la persona a rielaborare i ricordi traumatici in modo meno doloroso. Attraverso la stimolazione bilaterale, come i movimenti oculari guidati, facilita il naturale processo di elaborazione delle informazioni bloccate nel cervello dopo l'esperienza traumatica. È particolarmente utile quando il racconto verbale del trauma risulta troppo destabilizzante o quando la persona presenta un forte evitamento.
No, non è sempre possibile iniziare subito un percorso di elaborazione del trauma, soprattutto quando la violenza è ancora in corso. In queste situazioni la priorità non è il lavoro sul trauma ma la protezione della persona, con attenzione alla sicurezza, alla valutazione del rischio e al supporto pratico concreto. Solo quando la sicurezza è garantita, la psicoterapia può essere affiancata da una rete più ampia di interventi che comprende supporto sociale, strumenti legali e servizi territoriali.
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  • Crespo, M., Hernández-Lloreda, M. J., Hornillos, C., Miguel-Alvaro, A., Sánchez-Ferrer, S., & Antón, A. A. (2024). Evocation of positive memories as complement to trauma-focused cognitive–behavioural therapy for intimate partner violence against women. European Journal of Psychotraumatology, 15(1), 2419699.
  • Crespo, M., Miguel-Alvaro, A., Hornillos, C., Sánchez-Ferrer, S., & Antón, A. A. (2022). Effect of adding a positive memories’ module in a trauma-focused cognitive-behavioural treatment for female survivors of intimate partner violence: Trial protocol. Trials, 23(1), 593.
  • Ehlers, A., & Clark, D. M. (2000). A cognitive model of posttraumatic stress disorder. Behaviour Research and Therapy, 38, 319–345.
  • Hoppen, T. H., Lindemann, A. S., Höfer, L., Kip, A., & Morina, N. (2025). Efficacy of psychological interventions for adult PTSD in reducing comorbid depression: systematic review and meta-analysis of randomised controlled trials. The British Journal of Psychiatry, 1-11.
  • Iverson, K. M., Gradus, J. L., Resick, P. A., Suvak, M. K., Smith, K. F., & Monson, C. M. (2011). Cognitive–behavioral therapy for PTSD and depression symptoms reduces risk for future intimate partner violence among interpersonal trauma survivors. Journal of consulting and clinical psychology, 79(2), 193.
  • Lutgendorf MA. Intimate Partner Violence and Women's Health. Obstet Gynecol. 2019 Sep;134(3):470-480.
  • Murray, H., Grey, N., Warnock-Parkes, E., Kerr, A., Wild, J., Clark, D. M., & Ehlers, A. (2022). Ten misconceptions about trauma-focused CBT for PTSD. The Cognitive Behaviour Therapist, 15, e33.
  • Resick, P. A., & Schnicke, M. K. (1992). Cognitive processing therapy for sexual assault victims. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 60, 748–756
  • Schwarz, J. E., Baber, D., Barter, A., & Dorfman, K. (2020). A mixed methods evaluation of EMDR for treating female survivors of sexual and domestic violence. Counseling Outcome Research and Evaluation, 11(1), 4-18.
  • Tarquinio, C., Brennstuhl, M. J., Rydberg, J. A., Schmitt, A., Mouda, F., Lourel, M., & Tarquinio, P. (2012). Eye movement desensitization and reprocessing (EMDR) therapy in the treatment of victims of domestic violence: A pilot study. European review of applied psychology, 62(4), 205-212.

Collaboratori

Enrico Reatini
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