La violenza tra partner intimi (Intimate Partner Violence, IPV) rappresenta un grave problema di salute pubblica, con conseguenze profonde sul piano psicologico, fisico e relazionale. Tra queste, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), la depressione, l’ansia e la compromissione dell’autostima sono tra le più frequenti.
Nel dibattito clinico e sociale emerge spesso una questione delicata: è corretto lavorare psicologicamente sulle vittime? Non si rischia, così facendo, di colpevolizzarle?
In realtà, la letteratura scientifica suggerisce esattamente il contrario poiché intervenire sui processi psicologici delle vittime è fondamentale per ridurre la sofferenza, promuovere il recupero e prevenire ulteriori episodi di violenza.

Perché il trauma da violenza lascia conseguenze profonde
Le esperienze di violenza interpersonale alterano profondamente il funzionamento psicologico. Secondo il modello cognitivo del PTSD, il disturbo è mantenuto da tre processi principali:
- valutazioni negative dell’evento traumatico
- processamento disfunzionale delle memorie traumatiche
- Strategie, spesso involontarie, di evitamento e mantenimento dei pensieri ed emozioni relative all’evento (Ehlers & Clark, 2000; Murray et al., 2022)
Le vittime possono frequentemente sviluppare convinzioni disfunzionali su sé stesse e sul mondo, come:
- senso di colpa (“è colpa mia”)
- vergogna
- impotenza
- percezione costante di pericolo
Queste cognizioni, definite anche “stuck points”, contribuiscono al mantenimento dei sintomi post-traumatici e depressivi (Resick & Schnicke, 1993; Iverson et al., 2011).
Non è colpa della vittima
Quando si parla di violenza è essenziale chiarire un punto, cioè che la responsabilità della violenza è sempre e solo dell’autore.
Il lavoro psicologico sulle vittime non ha lo scopo di individuare “cause interne” della violenza, ma di comprendere e modificare quei meccanismi psicologici che mantengono la sofferenza e aumentano la vulnerabilità.
Come sottolineato in letteratura, esiste il rischio di una lettura eccessivamente intrapsichica del fenomeno, che deve essere evitata. I modelli cognitivi servono a intervenire sulla sofferenza, non ad attribuire colpa (Crespo et al., 2024).
Il ruolo della psicoterapia: perché lavorare anche con le vittime
Un aspetto particolarmente rilevante del lavoro con le vittime di IPV è che il miglioramento psicologico non riguarda solo il benessere attuale.
Uno studio longitudinale ha evidenziato che la riduzione dei sintomi di PTSD e depressione è associata a una minore probabilità di rivittimizzazione (Iverson et al., 2011).
Questo accade perché:
- diminuisce l’evitamento e aumenta la capacità di riconoscere segnali di pericolo
- migliora il senso di autoefficacia
- si rafforza la capacità decisionale
- si riduce il senso di impotenza
In altre parole, la terapia non “colpevolizza”, ma restituisce potere e strumenti.

L’integrazione con altri approcci: il ruolo dell’EMDR
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è oggi uno degli approcci più studiati ed efficaci per il trattamento del trauma psicologico. Si tratta di una terapia che aiuta la persona a “rielaborare” i ricordi traumatici, cioè a integrarli in modo meno doloroso e disturbante all’interno della propria storia di vita.
Ma cosa significa, in concreto? Durante un’esperienza traumatica, le informazioni (immagini, emozioni, sensazioni corporee) possono rimanere “bloccate” nel cervello in modo disfunzionale.
Questo è il motivo per cui, anche a distanza di tempo, la persona può continuare a rivivere il trauma attraverso ricordi intrusivi, incubi o forti reazioni emotive.
L’EMDR interviene proprio su questo meccanismo. Attraverso una stimolazione bilaterale (ad esempio movimenti oculari guidati, suoni alternati o tapping), facilita il sistema naturale di elaborazione delle informazioni del cervello, permettendo al ricordo traumatico di essere “riprocessato” in modo più adattivo.
Numerosi studi hanno mostrato come questo approccio contribuisca a ridurre:
- l’intrusività dei ricordi traumatici
- l’iperattivazione fisiologica
- i sintomi depressivi (Tarquinio et al., 2012; Schwarz et al., 2019)
L’integrazione dell’EMDR nel lavoro con le vittime di violenza nelle relazioni intime può essere particolarmente utile in alcune situazioni cliniche specifiche. Ad esempio, quando la persona presenta un forte evitamento (cioè tende a non parlare o a non entrare in contatto con ciò che è accaduto) l’EMDR consente di lavorare sul trauma anche senza una verbalizzazione dettagliata.
Allo stesso modo, è indicato quando:
- il trauma è difficile da esprimere a parole
- il livello di attivazione emotiva è molto elevato
- il racconto diretto rischia di essere troppo destabilizzante
In questi casi, l’EMDR offre una via alternativa e spesso più tollerabile per accedere e trasformare le esperienze traumatiche.
In un’ottica integrata, questo approccio non sostituisce altre forme di intervento, ma le affianca, contribuendo a rendere il percorso terapeutico più efficace e rispettoso dei tempi e delle risorse della persona.
Le sfide principali: sicurezza e contesto
Non sempre è possibile lavorare subito sul trauma.
Quando la violenza è ancora in corso, infatti, la priorità non è l’elaborazione delle esperienze traumatiche, ma la protezione della persona. In queste fasi iniziali è fondamentale concentrarsi prima di tutto sulla sicurezza, sulla valutazione e gestione del rischio e sul fornire un supporto pratico concreto.
Perciò, è importante ricordare che in queste condizioni la psicoterapia, da sola, non basta.
Per essere davvero efficace, deve essere accompagnata da una rete più ampia di interventi che prevede il supporto sociale, l’accesso a strumenti legali e il coinvolgimento dei servizi territoriali.
La violenza nelle relazioni intime è un fenomeno complesso, che non può essere affrontato con un unico tipo di intervento. Proprio per questo richiede un approccio integrato, capace di tenere insieme protezione, sostegno e cura.
Riconoscere le proprie risorse
L’idea che lavorare psicologicamente sulle vittime significhi colpevolizzarle nasce da un fraintendimento.
In realtà, la psicoterapia:
- non attribuisce responsabilità
- non giustifica la violenza
- non minimizza il contesto
Al contrario, aiuta le persone a:
- comprendere ciò che è accaduto
- ridurre la sofferenza
- recuperare autonomia
- prevenire ulteriori rischi
Intervenire sui processi psicologici non significa dire “è colpa tua”, ma offrire strumenti per uscire dalla sofferenza e ricostruire la propria vita.
Se senti di aver bisogno di supporto, intraprendere un percorso psicologico può essere un primo passo importante per ritrovare sicurezza, consapevolezza e benessere.





