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Trauma e psicotraumatologia
5
minuti di lettura

La guerra sull'uscio della stanza di terapia

La guerra sull'uscio della stanza di terapia
Ilaria Tonelli
Psicologa a orientamento Psicodinamico
Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica
Ultimo aggiornamento il
13.7.2026
La guerra sull'uscio della stanza di terapia
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Le crisi belliche contemporanee non restano confinate ai territori in cui si consumano. Attraverso i media, le narrazioni collettive e le risonanze culturali, esse penetrano nello spazio psichico individuale, fino a raggiungere la stanza di terapia.

Qui, l’evento geopolitico si trasforma in esperienza soggettiva: viene filtrato dalla storia personale, dalle difese, dai traumi pregressi, assumendo significati molteplici e spesso inconsci.

Il setting clinico diventa così un punto di intersezione tra interno ed esterno, tra realtà condivisa e mondo intrapsichico.

Sempre più spesso infatti, la paura della guerra entra nei colloqui clinici. Paura legata ad un vero e proprio terrore di essere invasi, di morire, di non potersi salvare. L’aspetto economico assume una preoccupazione più marginale, in quanto la vera paura è quella di morire.

Uomo contemplativo che guarda fuori da una finestra bagnata dalla pioggia, perso nei suoi pensieri.
Sharon  Manuel joy – Pexels

Le emozioni della guerra: tra individuale e collettivo

Le reazioni emotive alla guerra non sono semplicemente risposte “razionali” a una minaccia, ma configurazioni complesse che coinvolgono livelli profondi dell’apparato psichico.

La paura, ad esempio, può manifestarsi come timore concreto di escalation o coinvolgimento diretto, ma più spesso assume la forma di un’inquietudine diffusa, priva di oggetto definito. Quando questa si intensifica, si trasforma in angoscia, ovvero in un’esperienza emotiva meno delimitata, più arcaica, che richiama vissuti di perdita di controllo o di disintegrazione.

Il senso di impotenza rappresenta una delle esperienze più destabilizzanti: il soggetto percepisce l’impossibilità di incidere sulla realtà, sperimentando una frattura tra il bisogno di agire e l’incapacità di farlo. Questo può riattivare memorie infantili legate alla dipendenza e alla vulnerabilità.

L’ipervigilanza si esprime attraverso un’attenzione costante e spesso compulsiva alle notizie. Il paziente può riferire difficoltà a interrompere il flusso informativo, come se il “sapere” potesse offrire un’illusione di controllo. In realtà, questo meccanismo tende ad alimentare l’ansia.

Il diniego e il distacco emotivo costituiscono difese più o meno consapevoli. Alcuni pazienti minimizzano l’impatto della guerra o dichiarano di non esserne toccati; altri adottano un atteggiamento apparentemente razionale e freddo. In entrambi i casi, si tratta spesso di strategie per evitare un contatto emotivo percepito come troppo minaccioso.

La colpa può emergere in forme sottili: sentirsi al sicuro mentre altri soffrono, continuare la propria vita quotidiana, o addirittura desiderare di “non sapere”. Questa colpa può intrecciarsi con dinamiche superegoiche rigide o con storie personali segnate da responsabilizzazione precoce.

Donna seduta al tavolo della cucina con una tazza di tè, sguardo rivolto verso la posta non aperta

Infine, l’assuefazione rappresenta un fenomeno particolarmente insidioso: l’esposizione ripetuta alla violenza produce una progressiva anestesia emotiva. Ciò non implica una reale elaborazione, ma piuttosto una forma di difesa che rischia di impoverire la vita affettiva.

Nel lavoro clinico, la guerra non è solo un fatto esterno, ma diventa un vero e proprio oggetto psichico, ovvero un contenuto investito affettivamente e simbolicamente.

In alcuni pazienti, essa funge da contenitore di angosce primitive: paure senza nome trovano una rappresentazione concreta nella realtà bellica. La guerra diventa allora il “luogo” in cui depositare vissuti di frammentazione interna.

In altri casi, agisce come schermo proiettivo: conflitti intrapsichici, aggressività, ambivalenze vengono attribuiti all’esterno. Il mondo in guerra rispecchia e legittima tensioni interne difficili da riconoscere.

Non è raro che la guerra si configuri come una metafora vivente di esperienze soggettive: relazioni percepite come distruttive, sentimenti di invasione, perdita o annientamento trovano nella narrazione bellica una forma espressiva.

Allo stesso tempo, l’insistenza sul tema può assumere una funzione difensiva: parlare della guerra permette di evitare contenuti più intimi e dolorosi. Il terapeuta è chiamato a cogliere quando il riferimento all’attualità è un ponte verso il mondo interno e quando, invece, rappresenta una deviazione.

Nel setting di terapia emergono vissuti dal sapore persecutorio che affondano le loro origini nei primissimi vissuti di relazione e di attaccamento. La guerra mina il senso di sicurezza percepito all’interno del proprio Paese, della propria casa, delle relazioni importanti. “Sentirsi” in guerra significa che tutti i punti di riferimento sicuri non lo sono più; non si ha più il controllo del proprio futuro e diventa difficile fare programmi a lungo termine. Le certezze acquisite diventano precarietà.

Normalizzare senza banalizzare

Uno degli interventi clinici più delicati consiste nel normalizzare il vissuto emotivo senza ridurlo a qualcosa di superficiale.

Riconoscere che paura, angoscia o impotenza sono risposte comprensibili a una minaccia collettiva consente al paziente di non sentirsi “inadeguato” o patologico. Questo processo ha una funzione regolativa: riduce l’isolamento e favorisce la mentalizzazione.

Tuttavia, la normalizzazione non deve trasformarsi in banalizzazione. Dire “è normale” non significa chiudere il discorso, ma aprirlo: permette di esplorare come quella reazione si manifesta in quel soggetto specifico, quali corde tocca, quali significati assume.

In questo senso, il terapeuta lavora su un equilibrio sottile: validare senza appiattire, riconoscere senza generalizzare.

Uomo e donna seduti su una sedia accanto alla finestra
cottonbro studio – Pexels

È utile inoltre esplorare a livello simbolico il significato che assume la guerra, la perdita di certezza, il conflitto, il controllo. In presenza di un’angoscia collettiva diffusa, la stanza di terapia assume una funzione ancora più cruciale.

Essa si configura innanzitutto come spazio di contenimento: secondo una prospettiva bioniana, il terapeuta accoglie gli stati emotivi grezzi del paziente, li elabora e li restituisce in forma pensabile. Secondo W. Bion, il terapeuta, come in precedenza aveva fatto il caregiver, svolge la funzione Alfa, ossia diventa contenitore di contenuti non pensabili ed angoscianti.

Nello svolgere il lavoro di contenitore, assimila e rielabora i contenuti angosciosi, restituendoli come pensabili e controllabili. L’angoscia legata alla guerra, spesso informe e pervasiva, può così essere trasformata in esperienza simbolizzabile.

Il setting diventa inoltre un luogo di simbolizzazione, dove il paziente può dare parola a ciò che altrimenti resterebbe agito o somatizzato. La narrazione permette di costruire connessioni tra evento esterno e risonanze interne.

Infine, la relazione terapeutica funziona come dispositivo di regolazione emotiva. La presenza stabile del terapeuta offre un punto di riferimento in un contesto percepito come instabile e imprevedibile.

Per il clinico, questo implica una particolare attenzione al proprio controtransfert: anche il terapeuta è esposto alla realtà esterna e deve poter riconoscere le proprie reazioni per non agire inconsapevolmente nel setting. Convivere con un’angoscia pervasiva non significa eliminarla, ma sviluppare modalità per tollerarla e integrarla.

Un primo passaggio riguarda la regolazione dell’esposizione, ossia limitare il consumo compulsivo di notizie senza cadere nel diniego. Si tratta di trovare una distanza sostenibile dalla realtà.

È fondamentale poi riconoscere i limiti del controllo al fine di accettare che esistono eventi che sfuggono alla nostra influenza può ridurre il senso di responsabilità onnipotente. La costruzione di spazi di continuità quotidiana come una routine, contribuisce a mantenere un senso di stabilità interna.

Infine, la possibilità di dare parola all’esperienza emotiva rappresenta un elemento centrale: ciò che viene pensato e condiviso è meno persecutorio di ciò che resta informe.

Un dialogo ancora attuale: Albert Einstein e Sigmund Freud

Lo scambio epistolare tra Einstein e Freud, avvenuto nel 1932, offre una chiave di lettura sorprendentemente attuale. Alla domanda di Einstein sulla possibilità di liberare l’umanità dalla guerra, Freud risponde introducendo il concetto di pulsione distruttiva, sottolineando come la violenza non sia un accidente storico, ma una componente strutturale della psiche.

Freud non propone soluzioni semplici, ma indica nella cultura, nel diritto e nei legami sociali strumenti di contenimento e trasformazione. Questo rimanda direttamente al lavoro clinico dove la terapia può essere vista come un microspazio culturale in cui le forze distruttive vengono riconosciute, pensate e, in parte, trasformate.

La guerra esterna trova così un’eco nella “guerra interna”, tra pulsioni opposte, tra bisogno di legame e spinte distruttive.

Una luce calda inonda uno spazio interno con piante in vaso e vista sulla città.
Andranik Paradyan – Pexels

Conclusioni

Quando la guerra si avvicina all’uscio della stanza di terapia, il compito del clinico non è quello di escluderla, ma di integrarla nel processo terapeutico senza lasciarsene dominare.

Attraverso il contenimento, la simbolizzazione e la relazione, ciò che appare come angoscia informe può diventare esperienza pensabile. In questo spazio, il paziente può riconoscere le proprie reazioni come umane, comprendere le proprie risonanze interne e sviluppare modalità più sostenibili di stare nel mondo.

La stanza di terapia rimane così un luogo in cui il rumore della guerra può essere trasformato in parola, e la paura in possibilità di significato.

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